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LA BALLATA DI UN VECCHIO VISIONARIO.

LA BALLATA DI UN VECCHIO VISIONARIO.

 

“O convitato!

Quest'anima è rimasta

sola sopra un enorme mare, enorme;

così sola, pareva che persino

Dio non ci fosse.”

Da La Ballata del Vecchio Marinaio di Samuel Taylor Coleridge

 

“Quelli che non vogliono ragionare, sono bigotti,

quelli che non possono, sono degli sciocchi,

e quelli che non osano, sono degli schiavi.”

di Lord George Gordon Byron

 

Amico mio,

Siamo qui,

Povere anime su un pianeta.

Quello che abbiamo.

Ancora chiusi o semi-chiusi nelle nostre case circondate dalla milizia.

Sessantamila nuovi sceriffi.

Come nelle città degli appestati nel Cinquecento.

Colpevoli di coltivare la nostra umanità.

Untori di umani affetti.

Malati di solitudine.

Eppure chi governa il mondo sapeva che sarebbe arrivato il virus a fare da spartiacque tra la nostra arroganza e la nostra fragilità.

Lo hanno detto cinque anni fa.

Ma loro operano qui e ora. Nella e per la contingenza.

Loro sono i migliori tra di noi, forse.

Non hanno trovato niente di meglio da fare che imporci una terapia medievale.

Prima hanno spacciato a tutti quanti dispositivi da far morire di invidia il capitano Kirk.

Quelli con cui mediamo la realtà, incapaci di viverla realmente.

Quelli che spacciano la verità.

Gene! Noi seguiamo i protocolli della Flotta Stellare.

O il Bianconiglio.

Peccato essere mancanti del motore a curvatura: adesso, serviva!

E poi?

Ci adegueremo a passare da una paura all’altra?

Tessuto cicatriziale per ferite mentali.

E’ il nostro Ian che ci dice di fare del nostro meglio e un passo indietro.

Play It Again!

Dov’è Sam?

Lo facciamo senza commensali, senza compagni di bevute … A che serve, old boy?

Cosa occorrerà delle nostre vite, del nostro lavoro, dei nostri affetti …

Raccoglieremo i frammenti.

Vite già messe alla prova da una modernità iniqua, da una realtà distorta.

Dove vanno i frammenti?

Nel vetro o con l’umido?

Di più, vecchio mio.

Rifiuteremo il debole e il malato, il cinese  e il lombardo.

Allontaneremo pensieri diversi da quello del Ministero della Verità che ci parla puntuale nel prime time.

Circondati da gendarmi e rovine, lo sguardo verso un futuro avvolto nelle nebbie.

Quale futuro?

Solo il tempo che passa.

Tranquilli! Andrete in vacanza! Ci hanno detto. Allora, perché agitarci?

Agitatevi pure ma a quattro metri e mezzo di distanza!

Il fumo negli occhi.

Chiediamo scusa. Facciamo ammenda per quella birra sui Navigli. Non dovevamo berla … Dovevamo ammalarci nelle case di riposo e negli ospedali e morire in casa, in silenzio.

Non bisogna disturbare il manovratore.

E’ reato dispiegare le ali, figurarsi provare ad alzarsi da terra.

Solo l’uccello del malaugurio può librarsi alto.

Lui sa già volare!

“Criminali.”

Tuona il borgomastro contro la fotografia presa con il teleobiettivo.

In stato di confusione mentale ed istituzionale,

Noi in stato di emergenza sociale, ci occultiamo nel pantano della speranza.

Stiamo nascosti senza convinzione.

Chi urlerà?

“Tana! Liberi tutti?”

O quasi.

Rinchiusi ascoltiamo chi cantava di libertà.

Rinchiusi leggiamo chi scriveva di libertà.

Rinchiusi sentiamo storie di ribelli.

Inchiodati allo schermo dallo scienziato da prima serata, mentre altri diecimila pretendono i loro dannati quindici minuti.

Innegabili, inesorabili, inutili oracoli.

Increduli  e paralizzati dalla paura del nemico invisibile.

E’ lui?

Una particella fatta di aminoacidi e poco altro?

Amico mio, io ne riconosco altri: visibili ad occhio nudo!

Atterriti dalla guerra che imperversa fuori.

Forse …

Nel silenzio di un bombardamento di niente.

Pallottole intangibili sempre fuori bersaglio.

Un silenzio delicato come tuono.

State lì. – ci hanno detto - Non è comodo il divano?

Come un barile vuoto per un naufrago, signore!

E, intanto, attenti obbediamo alle prescrizioni.

Condannati senza processo, né possibilità di appello a trovare noi stessi.

Intanto, lasciamo decidere chi porta avanti la narrazione, respirando atmosfere artificiali,

I trovatori della malattia, della Cura e del terrore esogeno.

Il nuovo clero.

Ma non era cauta e scettica la scienza, Signor Torquemada?

Imprigionati da governanti padri, saggi come profeti, lungimiranti come veggenti, misericordiosi come santi.

Forse, dentro alle migliaia di versioni …

… Migliaia di sacerdoti officianti il rito.

E con loro i nuovi Dei. Quelli che ci daranno il vaccino o la cura.

Attendiamo che ci liberino, più stupidi e schiavi.

Il tempo verrà adesso.

E ci diranno: ne siamo fuori!

Fuori!

L’importante è non leggere tra le righe.

Non datevi pena, non servono indovini.

Saremo tutti vivi (o quasi) nei nuovi focolai veri o presunti.

Se la vostra coscienza è in coma, è ok.

Non fatevi pregare e spegnete il lume.

State in casa lo stesso … Qui fuori è un brutto mondo.

Il nuovo mantra, verrà lanciato alle diciotto … come sempre, no?

Aspettiamo trepidi di essere salvati o ingannati ancora,

Mentre il pendolo oscilla,

Mentre il nulla indotto ha già avvolto tutte le cose,

Mentre le parole fanno il loro lavoro da sole.

 

di Paolo Pelizza

© 2020 Rock targato Italia

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FRINGE NIGHT Seratina con asta di beneficenza

28 maggio – ore 21.00

in diretta facebook sulla pagina del NoLo Fringe Festival

FRINGE NIGHT
Seratina con asta di beneficenza
In collaborazione con Radio NoLo

 

Il 28 maggio, alle ore 21.00 in diretta facebook sulla pagina del NoLo Fringe Festival, sarà possibile assistere alla FRINGE NIGHT. Una serata con tanti ospiti, durante la quale saranno messe all'asta sette borse speciali, ricavate dai banner in pvc del Fringe 2019. Il ricavato dell'asta sarà devoluto interamente in beneficenza.

Petra Loreggian, speaker di RDS, Riccardo Poli, Beppe Salmetti, Alessandro Longoni e Andrea Roccabella di Off Topic (Radio24), Valeria Perdonò de Il Menu della Poesia, l'attore Ivan Bellavista, ecco alcuni dei tanti ospiti che parteciperanno alla diretta, recitando una poesia, cantando una canzone o semplicemente strappandoci una risata.  Tra un intervento e l'altro verranno battute all'asta le sette borse, partendo da una base d'asta di 40 euro a borsa. Per partecipare basterà connettersi durante la diretta e rilanciare, scrivendo nei commenti.

Solidarietà

Il ricavato dell'asta andrà a sostenere due realtà importanti per Milano: la spesa sospesa organizzata nel quartiere di NoLo e la scuola del Parco Trotter (IC Giacosa).

La spesa sospesa è un'iniziativa spontanea di solidarietà tra vicini di casa nata all'interno di Nolo Social District. Iscrivendosi sul sito della spesa sospesa è possibile donare, mettersi a disposizione per consegnare fisicamente una spesa, oppure in completo anonimato chiedere un aiuto. https://spesa-sospesa.web.app/

La scuola del Parco Trotter (IC Giacosa) è uno dei comprensori scolastici più grandi di Milano, modello di multiculturalità e inclusione. In collaborazione con la Cartoleria Gambardella (viale Monza 61/A), il ricavato dell'asta servirà a fornire kit scolastici alle famiglie in difficoltà.

Il Fringe e l'ambiente

Da sempre crediamo nella sostenibilità come fattore creativo e siamo molto felici che qualcosa del Fringe continui a vivere con voi!

Ci è stato chiaro fin da subito che anche gli eventi culturali non sono esenti dalla produzione diretta e indiretta di inquinamento, per questo motivo la nostra azione è duplice. Da un lato ci impegnamo ad adottare sistemi a basso impatto su tutti gli aspetti che riguardano l’evento, dall’altro produciamo idee e soluzioni concrete dalle quali il pubblico possa trarre spunto e ispirazione.

In particolare il riuso creativo dei materiali, soprattutto quelli di scarto, è una delle sfide fondamentali che ci troviamo ad affrontare.

Le borse che venderemo all'asta sono pezzi unici fatti a mano, create da GarbageLab, che per i suoi prodotti utilizza materiali di recupero come banner pubblicitari in pvc e cinture di sicurezza rigenerate. www.garbagelab.it

Cos’è NoLo Fringe Festival

Il Fringe è un festival di teatro che nasce a Edimburgo nel 1947 e oggi arriva a Milano. Il NoLo Fringe Festival è nato nel 2019 a Milano ed è organizzato dall’associazione culturale Bardha Mimòs. NoLo è l’acronimo di un quartiere milanese che significa “a Nord di piazzale Loreto”, e delimita un’area, particolarmente attiva e multietnica, alla periferia nord della città.

 

Informazioni

evento fb: www.facebook.com/events/277514660307671/

facebook@nolofringefestival
www.nolofringe.com
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instagram NoLo Fringe Festival

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Chi intervista l’intervistatore? Due chiacchiere con Paolo Pelizza

Chi intervista l’intervistatore? Due chiacchiere con Paolo Pelizza.

di Roberto Bonfanti

“Chi controlla il controllore?” si diceva un tempo. Allo stesso modo: chi intervista l’intervistatore?
In queste settimane Paolo Pelizza è stato impegnato in un giro di interviste a una serie di personaggi vicini al mondo di Rock Targato Italia. Era quanto meno doveroso che qualcuno si impegnasse ad andare a intervistare lui, che da anni porta avanti sul sito del concorso la rubrica “Le Visioni di Paolo” e che è ormai una colonna portante anche della giuria della manifestazione.

Partiamo dalle basi: chi è Paolo Pelizza?

Paolo Pelizza è uno che da ragazzino ha studiato un po’ di pianoforte e un po’ di chitarra, e per qualche tempo nella sua vita ha anche cantato e composto con scarsissimi risultati sia commerciali che qualitativi. Il fatto è che non ero un gran musicista né un gran compositore, però avevo una discreta voce con una buona sporcizia blues, così per qualche tempo si è ritrovato a cantare in un locale che era anche ristorante, per cui si suonavano pezzi di Battisti, Billy Joel o Sinatra. Comunque ben presto ha capito che non aveva i numeri per vivere con la musica così ha cercato di lavorare in mondi che fossero consoni alla sua indole e alle sue capacità … Quindi, ho iniziato scrivendo per la pubblicità e, frequentando quell’ambiente, sono finito a lavorare nella produzione di spot e da lì nel cinema e nella televisione, sempre per ciò che riguarda la produzione. Insomma, fondamentalmente ora gestisco budget e organizzo produzioni per cui, anche se il fuoco sacro dell’arte non si è mai spento, le mie velleità artistiche hanno lasciato spazio, per ragioni “alimentari”, a ruoli più prosaici. Oltre a questo, insegno produzione al Centro Sperimentale di Cinematografia, la scuola nazionale di cinema, che è un’esperienza che mi riempie tantissimo la vita, anche se ora siamo fermi per le ragioni che tutti conosciamo.

Che affinità e divergenze vedi fra il mondo del cinema e quello della musica?

Il mondo del cinema è un argomento complesso da trattare perché negli ultimi anni è entrato in tackle scivolato, come ovunque, il digitale. Per questo molte delle grandi produzioni adesso le fanno Netflix o Amazon. E la grande domanda è: perché chi gestisce fondamentalmente degli algoritmi si deve impegnare in attività di tipo artistico, creativo e dell’intrattenimento? Però lo fanno e, oltre a farlo, quel mondo lo governano anche. Ognuno di noi può pensare che gli piaccia o meno ma è così. Queste realtà ormai si sono prese tutto, dalla consegna delle pizze alla produzione dei film di Scorsese.  Oltretutto l’invasione del digitale ha influito molto anche sulla concezione stessa di cinema: un tempo il cinema era quello che vedevi in sala, e ci sono ancora registi che lavorano con quella concezione -penso a Nolan, Inarritu o Tarantino, tanto per fare qualche nome. C’è tutto un mondo che fa anche cose di qualità e le fa pensandole per una fruizione digitale, proponendo quindi un altro tipo di esperienza concepita per essere individuale. Un altro linguaggio, per così dire. Io, come tutti, ho gli abbonamenti alle piattaforme e non nego che producano cose ottime, ma l’esperienza del cinema in sala è ovviamente un’altra cosa. Scrivere un film per una grande proiezione collettiva o per un’esperienza individuale in cui sei da solo, metti in pausa perché ti suona il cellulare o ti cade il mozzicone sul tappeto oppure ti interrompi perché è pronto l’arrosto, sono cose completamente diverse. Anche lo stesso film visto in sala e poi  a casa è un film completamente diverso.

Sulla musica il discorso è simile: cambiando il tipo di fruizione e il modello di business, è cambiato anche l’ascoltatore. L’utente medio ora è più predisposto ad ascoltare ciò che gli propinano piuttosto che andare a cercarsi delle cose, a provare a coltivarsi un gusto e questo porta inevitabilmente a un appiattimento, all’omologazione.

Da insegnante invece che idea ti sei fatto delle nuove generazioni?

Premetto che il mio osservatorio è quello di uno che lavora in una scuola di cinema, per cui è sicuramente un punto di vista privilegiato rispetto a chi lavora in altri ambiti. Io credo che i giovani d’oggi abbiano realmente una marcia in più in termini di sensibilità, di creatività e di capacità di intuire il mondo che stanno per affrontare. E sicuramente non sono contenti di ciò che stanno per ereditare da noi e, su questo, è difficile dargli torto. Quello che noto però è che da un lato c’è una grande consapevolezza ma dall’altro un senso di resa rispetto ai mutamenti che impatteranno sulla loro vita. Sono come “arresi” a ciò che hanno di fronte. Questo senso di resa è la cosa che più mi dispiace vedere ed è quello che tarpa loro  maggiormente le ali. Il fatto di sapere usare i social, poi, permette a ognuno di loro di avere un proprio pubblico ma ha frammentato la comunità in milioni di piccolissime particelle sociali, di comunità microscopiche, per cui non riescono ad avere un’idea unitaria confrontandosi,  né a creare movimenti che siano realmente efficienti nel perseguire il cambiamento. Poi forse anche i grandi movimenti degli anni Sessanta e Settanta non hanno di fatto portato a chissà quale grande risultato, però quanto meno il movimento c’è stato e nella maturazione delle coscienze e del vivere civile qualcosa ha saputo smuovere.

A proposito di grandi movimenti degli anni ’60 e ’70: le tue radici musicali vengono da lì, giusto?

Sì. Io ho avuto due momenti di formazione importanti: uno è stato la musica degli anni ’60, con il movimento hippie e il rock psichedelico americano, dai Grateful Dad ai Jefferson Airplane per fare i nomi più famosi. Il secondo invece è stato la sponda più popular britannica di quel movimento, per cui: i Beatles, gli Stones, ecc… Poi dentro quel movimento ho iniziato a scoprire cose che erano un po’ meno scanzonate. Insomma, negli anni ’60 c’erano degli artisti immensi ma anche molta positività e molta voglia di fare anche del casino. Negli anni ’70 invece tutto questo si è evoluto in qualcosa di più cupo e cattivo ma anche, dal punto di vista sonoro, più aperto alla sperimentazione e al cercare di fare cose non necessariamente facili da ascoltare. Insomma, i Led Zeppelin, a parte qualche canzone, non è che fossero così semplici. Poi in quel periodo è esploso un rock più scuro e robusto che è poi confluito nella nascita dell’heavy metal. Ovviamente sto sintetizzando moltissimo: so bene che le cose sono molto più complesse e ci sarebbero molte altre sfumature da raccontare. Ma credo che tu a una certa ora debba andare … Secondo me gli anni ’70 sono gli anni della “Grande Isola”, perché è dalla Gran Bretagna che è esploso il fermento maggiore. Nella seconda metà di quel decennio poi c’è stata una grande divisione: da un lato quelli che sono diventati musicisti più raffinati e colti dando origine alla corrente del rock progressivo, di cui noi abbiamo avuto un bellissimo movimento misteriosamente dimenticato, e dall’altro l’estremo opposto che ha fatto emergere il punk. Però la cosa bella degli anni ’70 è che c’erano delle correnti molto definite ma anche molta voglia di mescolarsi e mischiare le carte.  C’è stato anche l’inizio dell’elettronica, i primi synth, i Kraftwerk, i Neu, i Tangerine Dream e altri. È stato un decennio pazzesco che secondo me è finito in grande con la pubblicazione di “The Wall” dei Pink Floyd. Ma la fine degli anni ’70 è stata anche l’inizio della fine perché grandi musicisti, con l’avvento degli ’80, hanno scelto di convertirsi al pop. Penso ad esempio a David Bowie. Anche se il pop che David Bowie ha fatto negli anni ’80 era di livello eccelso e, ovviamente, non mi permetterei mai di dire nemmeno che il pop di Madonna o Michael Jackson non sia stato di alto livello e non abbia lasciato qualcosa di importante. Però è stato l’inizio della stagione dedicata al dare in pasto al pubblico cose più immediate. Io non ho niente contro il pop. Il pop c’è sempre stato: pensa ai Beatles che hanno fatto anche delle straordinarie canzonette oltre ai vari capolavori come “Revolver”, “White album” e “Sgt. Pepper”. Però, secondo me, quel periodo ha creato una china che è poi quella da cui, negli ultimi anni, siamo rotolati. Anche se il rock non è morto negli anni ’80, né tantomeno nei ’90 e ancora oggi ci sono band e dischi eccellenti in quell’ambito. È solo più difficile farlo ascoltare alla gente perché è meno curiosa e appagata da quello che viene loro propinato.

Tornando a Rock Targato Italia: tu hai iniziato a collaborare tramite la rubrica “Le visioni di Paolo”, prima di fare il giurato nel concorso. Ci racconti come è nata la tua collaborazione con Rock Targato Italia?

“Le visioni di Paolo” è nata come rubrica su una radio che si chiamava Radio Meneghina e che era portata avanti da Francesco Caprini. Era una radio che trasmetteva solo in dialetto milanese. Io facevo due ore alla settimana in cui, mentre Francesco parlava di musica indie italiana, io parlavo un po’ di quello che mi pareva, anche di cinema e libri. Avevo anche intervistato un paio di scrittori. Poi, finita l’esperienza in radio, Francesco mi ha invitato a dargli un seguito scrivendo direttamente sul sito di Rock Targato Italia. Così è nata la rubrica e da lì, continuando a collaborare con il sito e a frequentare Francesco, sono finito anche nella giuria del concorso.

Da giurato che idea ti sei fatto di ciò che ruota attorno al concorso?

La mia idea è quella che credo ci siamo fatti tutti: c’è tantissimo entusiasmo, c’è anche un certo tipo di qualità, ma c’è pochissima consapevolezza. Ovviamente è anche cambiato il mondo: un tempo c’erano i produttori che investivano sulle band per permettere loro di crescere e di emergere mentre oggi se vai da un produttore devi essere tu a pagarlo. Per cui la musica la fai a casa tua col computerino e questo purtroppo è triste.
Ciò non toglie che negli ultimi anni siano passati dal palco di Rock Targato Italia almeno 5 o 6 band o artisti che meriterebbero una chance seria e che, se avessero avuto alle spalle un minimo di investimenti, sarebbero usciti molto bene.

Abbiamo parlato del Paolo Pelizza produttore, del Paolo Pelizza insegnante, del Paolo Pelizza ascoltatore di musica, del Paolo Pelizza de “Le visioni di Paolo” del Paolo Pelizza giurato. Ci manca il Paolo Pelizza scrittore.

Il Paolo Pelizza scrittore è uno che scrive cose che non leggerà mai nessuno. Scherzi a parte, ho scritto un romanzo e ho avuto varie vicissitudini con un paio di editori. Di recente un amico mi ha proposto di provare a trasformarlo in una sceneggiatura perché secondo lui la storia è meravigliosa e potrebbe diventare un lungometraggio. Io non sono uno sceneggiatore per cui ho lasciato tutto nelle mani di questo mio amico e vedremo cosa ne uscirà. Di questo romanzo ho abbozzato anche una prima stesura di un seguito e un plot di un ulteriore seguito che andrebbe a chiudere la trilogia. Però sono abbastanza tranquillo sul fatto che chiuderò gli occhi senza vederlo pubblicato. Sono ottimista per questo: nessuno sarà costretto a leggerlo!
A parte questo, al di là di Rock Targato Italia, scrivo delle cose o correggo delle cose per altri scrittori di cui non farò i nomi neanche sotto tortura ...

Credo che ci siamo già detti molto. C’è qualcosa che vuoi aggiungere?

L’unica cosa di cui non abbiamo parlato è il Covid, ma ne parlano già tutti. Direi che nessuno ci sta capendo un cazzo. Oggi leggevo che un virologo ne ha querelato un altro, per cui siamo veramente al tutti contro tutti. Siamo in un periodo davvero oscuro. Ci sono troppe cose che sfuggono. Già cinque o sei anni fa c’era stato un allarme della comunità internazionale su un virus che sarebbe potuto arrivare, per cui forse già lì si sarebbe dovuto iniziare a mettere in pista dei protocolli globali per far sì che le cose andassero diversamente. Invece questo allarme è stato completamente ignorato da tutti e, alla resa dei conti, in un mondo in cui tutti siamo tracciati e ognuno di noi ha in tasca un affare che si collega a un satellite a ogni passo che facciamo, non hanno trovato di meglio che chiuderci in casa come per la peste del ‘500. Allora qualcuno dovrebbe spiegarci a cosa serve tutta questa tecnologia, questa fiducia cieca nella scienza salvifica. Se ci siamo evoluti per tornare alle situazioni di 500 anni fa, forse non ci siamo evoluti poi così tanto. Se ci dobbiamo salvare da soli e chi garantisce la sopravvivenza della specie sono i gendarmi c’è qualcosa che mi sfugge. Insomma, si evolvono le macchine ma non noi. Siamo in una situazione quanto meno bizzarra. E meno male che questo virus, che è veramente molto contagioso, non è altrettanto letale. Prova a pensare allo stesso virus con la letalità dell’Ebola…

Poi è naturale che, in una situazione nuova e imprevista -anche se tanto imprevista abbiamo visto che non era- chi deve governare possa commettere degli errori. E ci sta. Ci sta, anche, che si debbano fare delle rivoluzioni copernicane di fronte a situazioni che magari inizialmente si pensava potessero essere in un determinato modo e alla fine si sono invece rivelate tutt’altro. Non ci sta però che su queste cose ci si giochi. Non ci sta che determinate situazioni diventino colpose o addirittura dolose. Ma questo purtroppo noi lo sapremo solo fra chissà quanti decenni. D’altra parte, quando si inaugura una stagione di questo tipo, c’è chi vince e c’è chi perde, ma quelli che vincono sono sempre pochissimi.

Roberto Bonfanti, scrittore e artista

blog di Rock Targato Italia 

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I DUBBI DI NOI PRIMATI OVVERO COME UN VIRUS SALVERA’ LA MUSICA (E, FORSE, L’ UMANITA’).

I DUBBI DI NOI PRIMATI OVVERO COME UN VIRUS SALVERA’ LA MUSICA (E, FORSE, L’ UMANITA’).

Ci siamo trovati con Antonio Chimienti, mio collega su questa testata web e autore degli interessanti (e tecnici) articoli de Il Dubbio delle Scimmie.

Antonio Chimienti è nato a Torino nel 1967. Studente del Conservatorio G. Verdi e Direttore di Musica Leggera dell’Esercito, è fondatore, musicista e produttore musicale presso la Mediterranean Records (con il partner Paolo Mescoli. oltre duecento artisti registrati), nonché vincitore di 6 Golden Reels ed ex titolare dello studio Il Cortile). E’ stato sponsor Roland insieme a Lucio Dalla ed Elton John nel 1988. Ha realizzato colonne sonore, l’inno della Juventus Football Club e quello del Torino (par condicio!), è stato finalista al New York Film Festival e selezionato alla 50esima Biennale di Venezia. Suo hit selling score 600k+ per Concerto Grosso e Profano. Attualmente sta producendo Libera (Michela Sala, al secolo), scoperta da Pietro Cassano, e a fine maggio (maggio 2020) pubblicherà un remix di Musica Musica cantato da Salvatore Mazzella (il più autorevole interprete di Pino Daniele).

Visio: Bentrovato Antonio e grazie per aver accettato il nostro invito.

Antonio: Grazie a voi.

Visio: Entrando subito nel vivo, so che tu hai un’opinione sul “prima” e sul “dopo” nel mondo della musica. Dove prima e dopo sono intesi con l’avvento della “rivoluzione digitale”.

Antonio: Innanzitutto, bisogna dire che ci sono due ragioni: una culturale e una economica. Per quanto riguarda la prima bisogna dire che la produzione musicale prima era molto più orientata alla ricerca. Esisteva una vera sperimentazione che passava attraverso l’evoluzione sociale, quella culturale e le utopie ma che riconosceva la nostra umanità, la nostra parte più profonda. Per questo le composizioni erano più “difficili” da ascoltare ma toccavano le nostre corde in maniera più importante. D’altronde, la musica è il linguaggio universale. Poi sono cambiati anche gli attori. Una volta, produttori e discografici erano esperti della materia, non uomini marketing. Gli artisti, dentro a quel modello di business, trovavano supporto, consigli e la possibilità di fare la loro musica. Oggi, il lavoro è quello di intercettare quello che funziona e copiarlo. Di solito, lo si copia male. Purtroppo, oggi c’è anche il problema dell’economia. Oggi fanno tutti musica gratis o quasi. E la fruiscono anche gratis! Il discografico non intercetta più talenti, tendenze o messaggi e, non avendo le competenze, deve investire su più artisti. Se prima capiva che quello era l’artista giusto e ci investiva cento euro, attualmente, investe un euro su cento sedicenti artisti e vede come va. Negli anni Settanta e Ottanta, per registrare una linea di basso, si chiamavano diciotto bassisti… le produzioni costavano molto… Spesso oggi si affidano, addirittura, al pubblico per decidere su chi puntare. Così, però, non ci si evolve.

Visio: Premettendo che il mercato è cambiato secondo modelli che non sono gestiti da chi ha le competenze necessarie ma da companies enormi che sono entrate a gamba tesa e senza invito nel settore, cosa bisogna fare oggi per recuperare?

Antonio: Questo periodo di stop, più o meno totale, ci offre un’opportunità per fermarci a riflettere. Ti faccio un esempio. Quanti amici hai risentito dopo anni, durante il lockdown?

Visio: Non so… ma, di sicuro, una decina.

Antonio: Vedi! Non eri più compresso nelle tue responsabilità professionali, nelle tue abitudini quotidiane e, questo, ti ha fatto tornare in mente persone ed eventi significativi del passato. Così hai sentito il bisogno di riprendere rapporti, di capire com’era andata a questi altri, se avevano la tua stessa percezione… e l’hai fatto usando la scusa di sapere come stavano durante questo periodo. Succederà anche nella musica… Facendo quattro chiacchiere durante il nostro primo incontro “virtuale” ci siamo ricordati di quando si andava a sentire la musica da Mariposa…

Visio: Mi ricordo, certo! Ogni tanto ci andavo quando “saltavo” la scuola. C’erano quelle colonnine con le audiocassette e le cuffie.

Antonio: Quelle con la spugna morbida arancione!

Visio: Bé… In molti casi c’erano solo tracce di quella! In altri casi, l’arancione era un ricordo…  Altro che prendersi il Covid (ridiamo)! Era una stagione straordinaria, però. C’erano molte uscite, la qualità generale era alta.

Antonio: E’ vero! Si andava là, si ascoltava un disco e lo si comprava. Poi lo portavi a casa e prima di capirlo lo dovevi ascoltare venti volte. Solo dopo averlo capito, ti piaceva. Oggi, tutti devono capire subito oppure non aver nemmeno bisogno di capire. Prova a far ascoltare Aqualung (album capolavoro dei Jethro Tull, N.d.R.) ad un teenager! Ti risponderà: cos’è questa robaccia? Perché è abituato ad una produzione di cose molto simili tra loro, piatta, facile. In questo periodo si possono scoprire cose interessanti, si può scoprire che si ha ancora voglia di fare ricerca, di produrre, di mettersi in gioco e di sperimentare. Quando qualcosa o qualcuno ti mette di fronte alla tua fragilità, tendi a comprendere che il tempo è limitato e la posta in gioco è più alta rispetto a quella a cui ti hanno abituato. Nella musica, con le tecnologie attuali potremmo ulteriormente alzare l’asticella, non fare il contrario. Sono fiducioso che succederà anche in molti altri ambiti della nostra vita.

Visio: Cioè, ci hanno mentito…

Antonio: Non lo so. Prima chiamavano Monet per farsi fare un quadro. Correvano un rischio in due: l’artista e chi gli faceva da mecenate. Oggi, sono convinti che i fenomeni esploderanno da soli e che i mercati si autoregoleranno. Quello che hanno ottenuto è che pochissimi riescono a farci battere il cuore, a toccare le note più profonde… ma questa produzione di maniera finirà presto. Spogliati di tutto, siamo uguali perché gioiamo e soffriamo per le stesse cose. Prima di tutto, siamo umani.

di Paolo Pelizza con Antonio Chimienti

© 2020 Rock targato Italia

P.S.: Mentre scriviamo è purtroppo scomparso Florian Scheinder, co-fondatore del gruppo musicale elettronico (o di musica cosmica, se vi piace di più) rivoluzionario: Kraftwerk. David Bowie li definì il suo gruppo preferito. Sia il Duca Bianco sia molti altri musicisti sono stati “contagiati” dalla loro musica. Nell’unirci in un abbraccio alle persone che gli volevano bene, siamo in dovere di ringraziarlo per i regali che ci ha fatto. Grazie Florian, ci mancherai.

P.P.S.: Nelle scorse settimane, causa Covid-19, ci dicono che ha definitivamente chiuso il negozio di dischi Mariposa (che citiamo in questo pezzo) e che già aveva trovato una nuova sede in centro a Milano dopo essere stato per gli anni importanti della formazione di almeno tre generazioni (tra cui la mia!) in Porta Romana. Perdere un pezzo così fondamentale della storia della città, un luogo di diffusione della cultura, è un peccato mortale.

 

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