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Don't stop the show: Freddie Mercury

È senza dubbio una delle cose più difficili tentare di essere originali parlando di qualcosa, o in questo caso qualcuno, la cui fama è stata ed è tanto grande da far sì che tutto il possibile sia già stato detto in ogni modo e con ogni sfumatura. Qualunque discorso risulterebbe, dopo 24 anni dalla sua morte, ritrito e banale, ed allora ci possiamo limitare a ricordare dei momenti della sua carriera e della sua vita che hanno reso immortale uno degli uomini che ha dominato la dirompente onda rock degli anni ’70- ’80.

Parliamo allora di Freddie Mercury, nome d’arte di Farrokh Bulsara, l’uomo che insieme ai Queen fece la storia del rock ‘n roll. Visse nel silenzio la malattia che lo portò alla morte, rendendola nota ai fan e al mondo appena il giorno prima di spegnersi; al contrario la sua leggenda si è affermata nel clamore che era in grado di suscitare col suo talento e la capacità di intrattenere il pubblico.

Innovatore e sognatore, una tigre sul palco, eccentrico e teatrale, ma con stile, frontman esuberante e di talento che amava interagire col pubblico creando spettacoli unici e originali come l’esibizione al Live Aid del 1985, che vide il gruppo esibirsi allo Stadio di Wembley davanti a 72 000 persone, giudicata come la migliore esibizione dal vivo nella storia della musica rock.

A lui si deve il maggior numero di testi della band: le melodie più complesse di "Bohemian Rhapsody" e "Innuendo", quelle più semplici come "Crazy Little Thing Called Love", e successi come "Don't Stop Me Now", "Killer Queen", "Love of My Life", "Play the Game", "Somebody to Love" e "We Are the Champions" spaziando tra varie forme di musica rock già consolidate incorporando  numerosi altri generi passando dall'hard al pop rock, all'heavy metal, dal rock and roll al rock psichedelico e sperimentando anche blues, gospel, funk, folk, musica classica.

Oltre all'attivita' con i Queen, di cui fu fondatore nel 1970, negli anni ‘80 intraprese la carriera solista con due album: "Mr. Bad Guy" (1985) e "Barcelona" (1988), frutto della collaborazione con la cantante soprano spagnola Montserrat Caballè, il cui singolo omonimo divenne divenne nel 1992 l'inno ufficiale dei Giochi della XXV Olimpiade di Barcellona.

Negli anni cambiò notevolmente aspetto: dai capelli lunghi e unghie smaltate con abiti di Zandra Rhodes al look “Castro clone” con capelli corti e baffetti con la giacca gialla, divenuta suo simbolo, o con pelliccia e corona da re. Passava da un ruggito rock gutturale ad acuti cristallini passando più scale musicali in poche battute, fino alla rarefazione delle apparizioni pubbliche dopo la conferma della malattia nel 1987, quando il suo mito non venne da meno e rappresentò un passo importante nella storia dell’AIDS informando i suoi milioni di fan della minaccia dell’HIV con la sua dichiarazione pubblica, giusto il giorno prima di morire.

https://youtu.be/t99KH0TR-J4?list=RDt99KH0TR-J4 

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Un italiano a cavallo dei colossal americani

“Io che non vivo” è uno dei successi italiani più conosciuti al mondo, un successo internazionale cantato anche da Elvis Presley con il titolo “You don’t have to say you love me”, ed è la canzone che pur non vincendo Sanremo nel 1965, ha dato al suo cantore un grande successo. Il cantante in questione è Pino Donaggio, e la sua carriera è stata anche ricordata al Festival di Sanremo quest’anno, sullo stesso palco che ha visto i suoi esordi nel 1961 con la canzone “Come sinfonia”, realizzata inizialmente per essere interpretata da Mina.

Da lì inizia il suo successo, divenuto mondiale poi con la canzone presentata a Sanremo ormai 50 anni fa. Ha proseguito negli anni ’70 dedicandosi alla composizione di colonne sonore per numerose pellicole cinematografiche che hanno fatto il giro del mondo e più tardi anche per fiction italiane.

Da cantautore di musica leggera a compositore di colonne sonore, soprattutto per film horror, western ma anche commedie dei Vanzina e di Tinto Brass; senza dimenticare le serie tv che vanno da "Don Matteo" a "Provaci ancora prof" e tanto altro, cercando di essere sempre originale e distaccarsi dai compositori americani andando ad attingere direttamente dalle radici del melodramma tipicamente italiano.

Il suo debutto come compositore si ha nel 1973 con la musica per "A Venezia... un dicembre rosso shocking"; da lì produce più di 200 colonne sonore tra cui importanti collaborazioni con registi del calibro di Brian De Palma in "Carrie, lo sguardo di Satana", "Vestito per uccidere", "Blow out" e "Passion", di Dario Argento, e tra le produzioni italiane "Non ci resta che piangere" di Massimo Troisi, "L’arcano incantatore" di Pupi Avati e "Colpo d’occhio" di Sergio Rubini.

Al successo dice di esserci arrivato per caso, avendo cantato appunto una canzone inizialmente destinata alla voce di Mina, ma da lui poi interpretata, ed è dal palco del Festival di Sanremo, da cui è iniziato il suo destino musicale, che invita i giovani a credere in sé stessi e nelle proprie potenzialità.

https://youtu.be/N3W7qlMZTXY

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Il nip━ no, solo Gino Santercole!

Nel nuovo mondo dei social network ci sono artisti che si trovano a disagio, che non sanno come affrontare la cosa, e poi ci sono quelli che nei nuovi mezzi di comunicazione scoprono un modo nuovo e avvincente per rimanere in contatto con i propri fan, e non stiamo parlando solo dei nuovi conosciutissimi e probabilmente meteoritici cantanti. No, parliamo di un grande e troppo spesso messo in un angolo Gino Santercole.

Chitarrista e fondatore de I Ribelli, membro del Clan Celentano e poi cantautore solista e attore. La carriera del nipote di Adriano Celentano è stata costellata di alti e bassi, tante volte proprio per la parentela con il noto “molleggiato”. Da un lato estremamente utile agli inizi del percorso artistico, con l’andare avanti degli anni il continuo accostamento al nome dello zio è stato rallentante per Santercole, anche se ciò è stato completamente involontario da parte di Celentano.

I due, molto legati, sono praticamente coetanei e Gino è stato autore di svariati brani di successo proprio per Adriano, e il loro legame profondo, nonostante qualche lite di carattere familiare, è comprensibile al solo pensare che uno dei figli di Santercole porta proprio il nome dello zio.

I due ragazzi della via Gluck portarono in abbinamento a Sanremo la canzone sulla strada che li aveva visti crescere assieme, come figli di emigrati pugliesi a Milano, ma, nonostante il successo futuro guadagnato dal brano, furono subito eliminati la prima sera.

Meno conosciuto per i suoi lavori da cantautore indipendente, è di certo ricordato come compositore di brani come “Una carezza in un pugno” (uscito come lato B di Azzurro) e “Svalutation”. Ma nonostante il grande pubblico abbia dedicato più attenzione a questi tipi di lavoro, il percorso come cantante di Santercole non si è di certo arrestato, ha pubblicato una quindicina di LP di cui l’ultimo solo lo scorso anno: “Voglio essere me”.

La voce roca e potente, di quel blues anarchico che l’ha sempre contraddistinto non lo abbandona, e Gino Santercole continua a produrre brani dalle svariate sonorità, tutte quelle che hanno segnato la nascita del suo stile e la sua crescita. Dall’ R’n’b, di cui è stato assieme a I Ribelli uno dei primi promotori come band beat, alla ballata tipica italiana, dal Rock’n’roll di Elvis Presley alla musica nera di Louis Armstrong, ogni sfumatura di atmosfera è ri-scopribile nel suo ultimo disco come nei precedenti, dove rende evidenti le sue doti da crooner venato dalla sana follia del rock.

E proprio a Gino Santercole oggi Rock Targato Italia vuole fare i propri auguri più sentiti, condividendo con i propri lettori il singolo omonimo dell’ultimo album uscito: “Voglio essere me”.

Voglio essere me - Gino Santercole

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I 24 anni del disconosciuto "inno dei ragazzi apatici della Generazione X"

“With the lights out it's less dangerous, here we are now. Entertain us”
Kurt Cobain cantava questa frase nel ritornello della canzone che rese lui ed i Nirvana famosi in tutto il mondo nel 1991, ben 24 anni fa. Ciò che forse non sapevate è che proprio queste parole erano il tipico accompagnamento dell’arrivo del frontman ad una festa: Siamo qui ora, intratteneteci.

Smells like teen spirit” viene pubblicata il 19 novembre 1991, primo singolo estratto e prima traccia dell’album “Nevermind”, nonché il brano che ha favorito l’inserimento dell’alternative rock nel mainstream.
Ispirato allo stile e alla dinamicità dei Pixies, come dichiarò lo stesso Cobain, viene definito come l’ “inno dei ragazzi apatici della Generazione X”. Un marchio che la canzone si porta avanti anche ad anni di distanza dalla morte del leader (che segnò la fine dell’attività artistica di tutta la band), un marchio che proprio non veniva digerito dal cantante ma che non poteva essere abbattuto.

Famosi per essere le “non-rockstar”, i Nirvana, ed in primis Kurt Cobain, ebbero un volo breve ma intenso, bruciarono rapidamente raggiungendo un successo che, in realtà, non desideravano.
La fama faceva paura, opprimeva, e forse è proprio questa apatia che rende i Nirvana e non solo uno dei loro più grandi successi come rappresentanti di quella Generazione X vista come cinica, senza valori, apatica e anaffettiva.

Ma tornando al loro inno, a quella canzone di cui tanto ancora si parla, che è risultata essere la più conosciuta degli anni ’90, la colonna sonora di moti rivoluzionari, si può dire che l’atmosfera che si respira nel guardarne il videoclip porta con sé tutti i presupposti della fama che si è guadagnata. Il fumo, la scuola avvolta in quel giallo avvilente, gli studenti come amebe sulle gradinate che si risvegliano alla fine, e forse si risvegliano male. Dove le comparse sono veri studenti e le cheerleader anarchiche delle stripper di un locale poco distante dalla location.

And I forget just why I taste. Oh yeah, I guess it makes me smile, I found it hard. It was hard to find. Oh well, whatever, nevermind
Tutto ciò che non è mainstream si trasforma in popolare, l’apatia diventa da questo momento simbolo di sensualità, la rivolta alternativa quasi una forma d’arte.
E pensare che è tutto nato da un deodorante, da una scritta a bomboletta sulla parete della camera di Cobain che la sua amica e cantante delle Bikini Kill Kathleen Hanna scrisse dopo una notte brava.
Kurt profuma di Teen Spirit”, un popolare deodorante usato dagli adolescenti, una presa in giro che diviene metafora per una visione punk dello spirito rivoluzionario, della natura che il cantante si porta dentro.

E trova così i natali uno dei simboli indiscussi del grounge, uno dei brani che più hanno condizionato la storia dell’alternative rock, una di quelle tracce che si è vista “coverare” insieme alle altre figlie dei Nirvana da gruppi ora sulla cresta dell’onda come Muse, Thirty Seconds To Mars, The Pretty Reckless, e che continua a portare il nome del gruppo e la leggenda antieroica di Kurt Cobain nell’immaginario collettivo, avvolti da un sottile e pastoso fumo giallo.

Nirvana - Smells Like Teen Spirit

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