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Ghigo Renzulli è sempre Litfiba

Ghigo (Federico) Renzulli è forse uno dei più influenti chitarristi italiani, fondatore e unico membro fisso dei Litfiba, una delle poche band italiane veramente rock che hanno provato a imporsi anche nel panorama rock europeo.

La sua passione per la musica è sempre stata forte e si è consolidata ancora di più dopo il biennale soggiorno nella Londra rivoluzionaria e allora in pieno fermento dove, dopo l’adolescenza appresso all’hard rock degli anni ’60-‘70 dei Deep Purple , Black Sabbath e Led Zeppelin, si immerge nell’atmosfera New Wave.

Nella sua carriera si è sempre aperto a numerose contaminazioni e non ha mai disdegnato di suonare quasi qualsiasi genere musicale: dal punk reggae dei Cafè Caracas , da cui si staccherà il frontman Raffaele Riefoli per intraprendere la carriera solista come Raf, che si esibirono come supporter dei Clash in un loro concerto a Bologna, allo stile rock-wave dei Litfiba.

Il gruppo da lui fondato è composto da Gianni Maroccolo (basso), Francesco Calamai (batteria), Antonio Aiazzi (tastiere) e Piero Pelù alla voce ed è stato prolifico e sulle vette del rock italiano per un ventennio, dal 1980 all’abbandono del gruppo da parte di Pelù nel 1999. Negli anni ’90 il gruppo percorse le orme del rock, del grunge, dell’hard rock e del rock elettronico; all’abbandono dei componenti segue la volontà di  Renzulli di mantenere in vita la band da lui fondata reclutando nuovi membri, ma il tentativo fallisce e i Litfiba rimangono soggetti all’indifferenza del pubblico fino al 2009 quando il ritorno della voce di Pelù segna la rinascita del gruppo e lo riporta al successo degli anni ’90 con una tournèe che ha successo presso la critica e il pubblico.

Il gruppo da lui fondato è un patrimonio della musica italiana e, nonostante i cambi di componenti, Ghigo è rimasto il caposaldo originario sempre con un proprio stile personale e riconoscibile: predisposizione all’arrangiamento dei brani, uno stile semplice e non artificioso ma sempre espressivo con il suo vibrato e il wah wah che è diventato simbolo del suo modo di suonare.

https://youtu.be/Uvs9taDgrO8

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Le filastrocche dell'esploratore maledetto

Un’attività febbrile contraddistingue i 25 anni di carriera di Vinicio Capossela, nato ad Hannover da genitori di origine irpina.

È uno dei più noti cantautori italiani ed ha speso metà della sua vita a scrivere e cantare creando un repertorio in cui melodie mediterranee, balcaniche e rebetiche si mescolano con ritmi circensi e il delirio blues di Tom Waits. Ed è a quest’ultimo che in molti lo paragonano: un artista errante, uno scapigliato, un teatrante per cui il travestimento è parte fondamentale del suo eclettismo.

Ha iniziato a crescere artisticamente con esibizioni nei club emiliani, in uno dei quali venne notato da Francesco Guccini, che vide in lui il talento che lo porterà ad essere uno degli artisti italiani con il maggior numero di riconoscimenti Tenco: quattro Targhe Tenco, la prima delle quali nel 1990 per il suo album d’esordio “All'una e trentacinque circa” già ricco di sonorità esotiche e immagini di vita quotidiana, come sarà sempre nel suo stile, e lo stesso avverrà  con l’album “Canzoni a manovella” considerato spesso il suo capolavoro.

È un venditore di sogni e di storie, di concetti semplici ed immediati, che si esprimono in ballate più o meno movimentate, ritmi viscerali e tradizionali come fossero balli di paese.

“Il ballo di San Vito” ha i ritmi e l’enfasi della tarante, “Modì” è una ballata più lenta e commovente ispirata ad una vicenda d’amore del pittore Modigliani, “Che coss'è l'amor” segna un saldo legame del cantautore con il cinema venendo inserito in “Tre uomini e una gamba”, primo film con Aldo, Giovanni e Giacomo.

I suoi show dal vivo sono sempre manifesti di vivacità e teatralità poetica, scanzonata, così anche per quelli dell’ultimo tour in corso “Qu'Art de Siècle” con cui festeggia non solo il quarto di secolo di intensissima attività, ma anche i suoi cinquant’anni.

https://youtu.be/ZtCQXJwN96o

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Gianni Morandi, un ragazzo a cento all’ora

Compie oggi 71 anni Gianni Morandi, un uomo dalla carriera lunga e luminosa, fra periodi di enormi successi e anni bui.

Nato nel 1944 a Monghidoro (sull’appennino bolognese) da un padre ciabattino e una madre casalinga, Morandi visse i primi anni della propria vita in condizioni modeste, aiutando il padre nel negozio e tentando una carriera da pugile. Il futuro del ragazzo però avrebbe presto sterzato verso la musica, passione comune di tutti i membri della famiglia: fu alla Festa dell’Unità, con un cachet di mille lire, che ebbe inizio la sua carriera da cantante.

Dopo una gavetta trascorsa fra balere di provincia, Feste dell’Unità e concorsi canori, Morandi si affaccia sul mondo discografico nel 1961, quando nelle classifiche dei juke box dell’epoca il singolo Andava a cento all’ora, scritto da Tony Dori e Franco Migliacci, ottiene un tiepido successo. La svolta nella carriera del cantante ancora diciottenne arriva l’anno successivo con Fatti mandare dalla mamma a prendere il latte, che lo lancia a livello nazionale. Inizia quindi il periodo d’oro della giovinezza di Gianni Morandi, che fino al 1970 lo vede inanellare una serie consecutiva di singoli e concerti di grande successo.

Gli anni ’70 furono invece un momento di momentaneo declino professionale e personale, che Morandi sfruttò per iscriversi al Conservatorio nel 1977 e studiare contrabbasso fino ad arrivare al Compimento Inferiore, ossia il quinto anno su dieci di percorso canonico.

Il suo declino fu solo una parentesi durata pochi anni, interrotta nel 1981 dal singolo Canzoni Stonate, nata da una collaborazione fra Mogol e Aldo Donati. La canzone fu il trampolino di lancio per una seconda parte di carriera luminosissima che perdura ancora oggi: Morandi fece tournè negli Stati Uniti e in Canada riempiendo le maggiori sale da concerto del continente americano, sempre accompagnato dal Coro degli Angeli con cui collaborava fin dal 1979, oltre a tantissimi trionfali concerti in patria che quando venivano coperti dalle emittenti tv ottenevano in media uno share di 6 milioni di persone.

Alla carriera da cantante affiancò con grande successo la conduzione di programmi televisivi, confermando la sua grande comunicatività e la capacità di attirare un pubblico estremamente diversificato, fatto di fasce d’età anche molto distanti tra di loro: piace insomma alla nonna, alla mamma e alla figlia sia in disco che in televisione. Il culmine della sua carriera da conduttore fu probabilmente il Festival di Sanremo del 2011, ma la trasmissione interamente sua C’era un ragazzo del 1999, solo per citarne una delle tante, ottenne un clamoroso successo di 9 milioni di spettatori a serata.

Il successo di Morandi attraversa gli anni del nuovo secolo fino ai nostri giorni: non a caso il suo profilo Facebook è il più seguito d’Italia. Il suo segreto è probabilmente la freschezza e la vitalità che dimostra negli atteggiamenti e nel fisico prodigiosamente giovanili: a 72 non è solo uno dei venti cantanti italiani di maggior successo planetario con oltre 50 milioni di dischi venduti in tutto il mondo, ma è anche il re dei profili digitali e un conduttore televisivo di tutto rispetto. Gianni Morandi è innanzitutto un uomo, molto prima che un divo: un uomo che si sente genuinamente vicino alle persone normali che popolano il mondo. In fondo, un ragazzo (del ’44) come tutti gli altri.

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Un giorno da ricordare: da Mozart, per Monet, a Mandela

Un giorno decisamente intriso di storia quello di oggi, che vede la perdita di personalità che hanno rivoluzionato il mondo della musica, dell’arte e della politica a livello globale.

Ma partiamo con ordine.

Sono quasi le una del mattino quando, nel 1791, muore a Vienne il compositore e bambino prodigio Wolfgang Amadeus Mozart.

Componendo la sua prima opera a soli 6 anni, con un genio oltre natura per la musica e una predisposizione intrinseca al divertimento, viene considerato il precursore della riabilitazione del mestiere di musicista e compositore. Anche se, infatti, sarà Beethoven il primo vero “libero professionista”, è Mozart ha dare uno scossone alla tradizione quando, già affermato artista, abbandona il servizio alla corte dell’arcivescovo di Salisburgo nel 1781, a 25 anni. La sua è una battaglia persa in partenza, possiamo dire da posteri, essendo la sua Vienna non ancora pronta al cambiamento come invece quella di Beethoven. La lista delle opere da lui composte risulta, comunque, pressoché infinita, spaziando da un genere all’altro con estrema disinvoltura, come attraverso i generi, con una bravura eccezionale ed irraggiungibile. Mozart viene considerato l’emblema e la rappresentazione ai massimi livelli della cosiddetta “musica classica” nonché il “primo autore” dei concerti per pianoforte, come compositore ed esecutore degli stessi, essendo egli in prima persona ad aver fatto da modello di bravura e genialità il futuro talento Beethoven. Ed è a lui che si deve il rinnovamento del genere del concerto, dove esso diviene un dialogo paritario fra orchestra e solista. Chiarezza, equilibrio e trasparenza la fanno da padroni, ma la sua grazia e la sua delicatezza lasciano anche il posto alla potenza eccezionale dei capolavori. Il mito della bravura di Mozart, da bambino prodigio, a genio indiscusso della composizione, a protagonista di una morte precoce e misteriosa, è di certo amplificato dagli aneddoti e dalle leggende che coronano la sua vita, rendendo quasi la leggenda della sua storia più famosa delle sue opere. E proprio per questo il film del 1984 “Amadeus”, di Milos Forman, ispirato all’opera teatrale di Peter Shaffer, ha romanzato molto della vita del genio settecentesco, seppur abbia il merito di aver dato modo a più di una generazione di conoscere meglio Mozart, e fornisca ancora oggi un primo approccio considerevole per chiunque si chieda “chi era Mozart?”.

È invece quasi alle una del pomeriggio che, nel 1926, muore a Giverny il padre del movimento impressionista Claude Monet.

Inizia a dipingere a 18 anni, sotto la direzione di Boudin, che lo conduce alla rappresentazione di un paesaggio en plain air, dopo aver avuto una formazione composita ed aver tratto ispirazione dai più grandi artisti del tempo. Ma la vera spinta viene dagli incontri, da quei grandi artisti che incontra a Parigi, come Pissarro, Sisley, Renoir, Bazille, anche se è Courbet, insieme alla Scuola di Barbizon, ad influenzarlo maggiormente. Passano quasi dieci anni da quando, nel 1863, vede per la prima volta “Colazione sull’erba” di Manet, prima che il suo stile e la psicologia d’arte prenda forma e si realizzi in quello che diviene il dipinto che darà il nome all’intero gruppo di artisti che seguirà le sue orme: “Impression. Soleil levant”, e che verrà esposto durante la prima mostra impressionista della storia, nel 1874. Personalissimo è il modo in cui quasi in maniera asfissiante egli riproduce il medesimo soggetto un numero infinito di volte per riuscire a coglierne ogni sfumatura di colore e luce, come accade con la rappresentazione della facciata della cattedrale di Rouen. La chiesa è ogni volta nuova, diversa, riconoscibile solo come un’entità evanescente sempre simile ma sempre profondamente diversa, a causa delle ore del giorno, delle condizioni atmosferiche e dei periodi diversi in cui essa viene rappresentata dal pittore. Ed anche quando ormai l’impressionismo viene superato, quando ormai l’avanguardia perde il proprio nome e diviene solo passato, il grande artista matura ed evolve la propria tecnica ma egli resta sempre lo stesso, legato indissolubilmente alla propria anima impressionista con cui torna ormai nel primo ventennio del 1900 a dar vita a “Le ninfee”, dove sintetizza la sua ricerca e la anima di artista.

Ed infine solo due anni fa, nel 2013, si spegne a Johannesburg il premio Nobel ed ex presidente del Sudafrica Nelson Mandela.

Se fino ad ora è stato decisamente complesso sintetizzare in pochi punti la storia di grandi artisti che hanno cambiato drasticamente l’arte come Mozart e Monet, riuscire a fare lo stesso per la vita di un simbolo come Nelson Mandela sembra impossibile.

Fin da giovanissimo egli combatte contro l’apartheid, per garantire agli esseri umani pari diritti che andassero il colore della pelle, la nazionalità e, se vogliamo rendere ancora più moderna la sua lotta, il genere e gusto sessuale e la religione. Maestro di vita e cambiamento, che insegna ai governi e ai popoli di tutto il mondo che con la perseveranza è possibile arrivare ad una svolta, e non a caso risulta essere ad oggi l’uomo che la maggioranza dei giovani italiani considera come l’uomo a cui ispirarsi, da seguire come esempio di vita. Forse il modo migliore di ricordare il grande uomo che è stato Nelson Mandela è quello di ripercorrere il suo credo, la sua essenza, le sue convinzioni. Come il non perdere mai la speranza, cosa che egli mai ha fatto, nonostante i lunghi anni di reclusione causati dalla sua lotto anti-apartheid, e che si lega indissolubilmente all’invito a ridere, a prendere con leggerezza e con il sorriso la vita, per il semplice fatto di poterla vivere. Ma anche gli estremamente ancora attuali inviti a non cadere vittime del razzismo, a non discriminare gli altri e quindi a non essere discriminati, a rifiutare l’oppressione, a combatterla migliorando in primo luogo noi stessi ricordandoci di lasciare sempre alle spalle il passato, a non portarlo dietro di noi, con noi, come un fardello, e vivere così il presente per poter rivolgerci con ottimismo al futuro. Gentilezza, solidarietà, bontà, perdono, fiducia e confronto costruttivo, infine, si sommano ai suoi consigli che ancora possiamo trovare nelle frasi da lui pronunciate e raccolte nei libri, o più semplicemente in giro per internet, per arrivare all’ultima, grande, verità per la quale Mandela si è fatto paladino insieme a Gandhi: il rifiuto della violenza, anche, e soprattutto, come risposta.

Rock Targato Italia oggi non poteva proprio far a meno di rinunciare a nessuno di questi nomi della storia, e vi augura un buon week-end accompagnando l’articolo con la canzone dedicata proprio al leader politico sudafricano composta pubblicata una settimana prima della sua morte dal gruppo inglese U2: Ordinary Love.

Ordinary Love - U2

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