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010 - Come scrivere una bella canzone di Antonio Chimienti

010 - Come scrivere una bella canzone

di Antonio Chimienti

 Bello il titolo vero? Be credo che sarà anche l’unica cosa bella di tutto l’articolo. 

Quando stavo pensando che era da un po’ che mancavo sulla mia rubrica e che era tempo di ravvivarla ho cominciato a pensare a qualcosa di interessante da scrivere e visualizzando le problematiche che meriterebbero dei sostegni ho pescato nei pensieri qualcosa di attuale e ricorsivo per abbracciare contemporaneamente più lettori interessati.

Il pensiero pescato sì rifà ad un episodio accadutomi in questo ultimo mese , ma che ho vissuto  nella mia carriera almeno 10 volte ogni anno.

Ve lo racconto così da riassumere esattamente il mood dell’argomento.

Nomi nessuno, ma credetemi tutti di altissimo profilo nazionale.

Autore di una cantante che ascoltate tutti i giorni in radio e tv mi chiede di produrre qualcosa perché ha sentito una mia produzione che sto per pubblicare e la trova “molto attuale” Su questo aggettivo ci ritorneremo perché è l’oggetto di questo articolo. Gli chiedo due testi , lì ricevo e comincio un arrangiamento. Anzi nello specifico per influenzarmi scarico un video di questa cantante che meglio sì adattava alla musica che avevo cominciato a scrivere. Creo il ritornello e la stesura della canzone. Genere Future Pop/ Funky House , ma pur sempre cantato in italiano.

Creo il drop et voilà lo provino con la mia voce. Data l’estensione del cantato dopo un ritornello con la voce utilizzo un suono lead per registrare la melodia perché sia chiara e facilmente apprendibile.

Riscontro: sai Antonio perché non la canti tutta? Ma perché hai messo quel suono a posto del tema? Ma…. non so….non mi convince tanto… ecc.ecc.

Dimenticandosi che me lo aveva chiesto lui sulla scia emotiva procuratagli da un mio lavoro che aveva ascoltato. Non che la cosa mi importi più di tanto, la farò cantare a qualcun’altra, ma la cosa che mi fa rabbia e credo avrà fatto arrabbiare tanti di voi musicisti è il perché a stabilire quale sia una bella canzone devono sempre essere degli individui privi di quella dose minima di immaginazione per vedere un successo prima che sia successo e scusate il gioco di parole, ma la questione è tutta qui.

Scommetto che sé avesse sentito il provino cantato dalla sua “ star” gli sarebbe piaciuto al volo.

Meglio ancora sé avessi speso 30K euro in produzione e avesse sentito già la canzone finita e masterizzata...anzi perché magari non anche appena cantata in uno stadio dalla suddetta “Star”? Ecco allora forse il successo gli sarebbe apparso subito evidente.

Ma allora come fare a scrivere una bella canzone?

Eh sì perché ora abbiamo isolato il “quid” e cioè che il bello è relativo alla fase raggiunta dal suo manifestarsi, ma noi nella musica degli anni 2020 siamo, per usare un eufemismo, veramente sfigati. Siamo come dei Michelangelo il cui pietrone da cui scalpellerà la sua Pietà non solo costa una enormità e non sé lo può permettere, ma oltre tutto il ricavo che ne conseguirà è legato in stretta misura alle decisioni di altri che faranno di tutto per preferire qualcosa che sia più facilmente consumabile piuttosto che penetrante nell’animo di pochi. Quindi poca poesia e molto business. Oggi uno come Bob Dylan dovrebbe nasconderli i suoi testi dentro una canzone per farli arrivare perché mettere sulla bancarella della sua arte i suoi testi non lo porterebbe più lontano del palcoscenico di qualche oratorio. Oggi ci vogliono i fuochi di artificio che ti esplodano sugli occhi per notare qualcosa. E difatti basta guardare gli ultimi Sanremo per identificare questi fenomeni da cinema il cui 90% sarebbe godibile anche con il Mute inserito.

Ma allora come fare a scrivere una bella canzone Antonio?

Analizziamo cosa è oggi una bella canzone. E da cosa deriva i senso del bello.

Io suono il pianoforte da 40 anni. Tu suoni la chitarra , il basso o la batteria da una vita , ma sé ed ascoltare è qualcuno che non ti conosce… magari nel mio caso una bella signora… questa letteralmente sì innamora all’istante, ma sé ed ascoltarmi è mia moglie o una delle mie figlie l’effetto è : ma quando la smetti che mi viene mal di testa. Fa ridere , ma è così.

Perché avviene? 

Ma è ovvio per assuefazione e questo capita anche nei numeri molto più allargati socialmente.

E’ vero ci sono musiche o canzoni definiamole intramontabili, ma comunque una canzone di Caruso o di Mina o dei Bee Gees non ci trascinerebbe più con il portafogli in mano all’acquisto. In questo caso ecco evidenziato che il “bello” è molto relativo sé connesso al raggiungimento limite di una spesa.

Ovviamente una bella canzone deve infrangere questo limite per diventare oggetto del desiderio e quindi : acquistata.

Dunque per riassumere sé ieri un provino pianoforte e voce era sufficiente per capire quanto bella fosse una canzone… oggi non è più così. Anzi siamo arrivati al punto in cui , come nel mio esempio su descritto, la canzone deve essere già completamente prodotta per essere apprezzata. 

Questo accade perché l’attenzione sì è spostata dal messaggio del testo.

E’ ovvio che sé in un epoca passata i canali tv erano 2 ed in bianco e nero non era necessario sviluppare o innescare una battaglia sul visuale come invece siamo arrivati a compiere noi.

Inoltre i testi bastavano perché non c’e’ ne erano abbastanza. Questi testi non erano scritti da dei geni unici al mondo, ma da quegli unici che arrivavano alla ribalta. Erano pochi e preziosi non perché gli unici, ma perché non c’erano le condizioni per divulgarne di più. Chissà quante meravigliose canzoni sì sono accumulate sulle scrivanie degli editori di allora.

Oggi basta scrivere un post commovente su facebook per sfamarci del necessario giornaliero. Sì è inflazionato. Il testo non è più raro e quindi chi vi ascolta dirà che è normale ...lo confronterà con qualcosa scritto da una altra parte e vi timbrerà come non super interessante. Ma d’altro canto finalmente stiamo dando un giusto valore alle cose, intendo dire che non potevamo continuare a pensare che una persona disinibita capace a manifestare i propri pensieri fosse migliore di un timido che non sentiamo parlare, stiamo comprendendo che nella generalizzazione dei generi il bello sì cela ovunque e che quindi non è prezioso , ma naturale. E’ come sé scoprissimo tutti dei tartufi nei nostri vasi di casa. Il tartufo ritornerebbe ed essere un tubero, semplicemente. Tutti gli esseri umani hanno un’anima. Non solo i poeti.

Quindi abbiamo scoperto che fare una bella canzone oggi non è più raggiungibile attingendo a pie mani alla lirica che abbiamo in dotazione tutti o a qualcosa in particolare , ma già in nostro possesso. Questo perché il mondo , così come mia moglie, sì è assuefatto ad una cosa “semplicemente bella” ed ora esige qualcosa di “complicatamente bella”. Diciamo un bello maggiormente articolato e pertanto frutto di un nuovo sforzo da parte di coloro che intendono produrlo. La natura è un esempio di “complicatamente bello” ed il termine deriva dal fatto che nessuno di noi riesce a coglierne la totale bellezza. Infatti tutti l’amiamo e la percepiamo , ma non siamo assolutamente in grado di ricrearla. Senza spingerci così oltre dobbiamo tuttavia concepire il fatto che una canzone oggi, “una bella canzone”, non può essere creata semplicemente come allora. Dobbiamo fare un upgrade così come ha fatto in realtà il pubblico stesso in cui anche noi artisti siamo pubblico di altri. Accettereste di ascoltare ancora musica replicata da una cassetta a nastro con i sui 15KhZ di limite e tutto il fruscio contenente? No non lo fareste. Volete di più? Anzi vi svelo un segreto...sapete perché al manager della famosa artista nazionale che vi ho raccontato non è piaciuto ”tanto” il mio provino? Perché non lo avevo trattato stereofonicamente e a lui è apparso piccolo. E’ grave? GRAVISSIMO, però non vi nascondo che non volevo relegare ed un trattamento psicoacustico il potere di giudizio sulla mia professionalità anche sé , e qui siamo veramente al paradosso, quello che lo aveva fatto innamorare del mio pezzo inizialmente e che lo spinse a chiedermi un pezzo era stato proprio il trattamento psicoacustico tipico di un brano Trance quale quello appena ascoltato.

Bene non vi ho spiegato come sì scrive una bella canzone, ma so che posso dirvi ancora molto sull’argomento.

Vi saluto elencandovi cosa oggi deve contenere una bella canzone:

  • L’immagine di un qualcuno, bello o brutto , giovane o vecchio non contano, ma che esprima un richiamo a quella promessa atavica che ognuno di noi ha nei confronti del destino in cui sì esce vittoriosi. Una obesa che sì prende una rivincita e ha successo, 5 giovincelli che spaccano il mondo, un non vedente che però ce l’ha fatta, una cassiera che sì sdogana ecc ecc.
  • Una produzione musicale che non importa sé sei di Messina, ma comunque deve SUONARE come fosse fatta nel cuore di NY. Non importa sé lì si usano 8 musicisti a 5k$ + 4$ di studio al giorno...è come un tavolo di poker ...sé vuoi sederti la posta minima è quella. La cosa incredibile è che questo cappio al collo sé lo è messo l’impiccato stesso.
  • La musica non conta! Conta sé sì adatta o meno al genere. Sé poi vuoi inventare un tuo genere.. prego , ma ricordati che ora sono tutti esperti e ti giudicheranno di conseguenza. Dimenticavo che ci sono già algoritmi che scrivono la musica a partire da un accordo. Lo so è assurdo , ma è così.
  • Il testo ha ancora un valore , ma per essere visibile ha bisogno di una grandissima attenzione in fase di scrittura della musica che lo supporta. Non solo, ma  in una maniera quasi tipica dei giocolieri che per qualche attimo hanno librati nell’aria diversi oggetti contemporaneamente così le parole dovranno magicamente essere accompagnate da più cose così come per un giocoliere e staranno magicamente sospese tra un modo di essere cantate ed un significato parimenti a braccietto con il tutto. Un esempio per tutti Vasco Rossi ed i suoi “eh” “uh” o Lucio Dalla con i suoi Skyliner di vocalizzi. per meno di questo sì dura una stagione non di più.
  • Essere titolari di una immagine socialmente riconosciuta. In altre parole sé hai un seguito sui social allora la tua canzone può essere presa in considerazione sé no niente. Non vale nulla.
  • Avere molte canzoni nel cassetto. Il senso è che sé non vuoi essere sfruttato devi inibire il cattivo ricattandolo con il fatto che non gli darai più altri successi, ma lì devi avere o aver dimostrato di saperli produrre. Allora la tua diventa una bella canzone perché potrà essere sfruttata.

Ultimo : una bella canzone resta una bella canzone. Non è importante sé la massa non l’ascolterà mai. Da essa deriva la tua soddisfazione di poter avere di fronte a te qualcosa che dimorava bellissima dentro di te. I tuoi amici e le persone che ti amano la sapranno riconoscere….. per un pò di tempo poi lo sai che gli verrà mal di testa! 

Antonio Chimienti

blog di Rock Targato Italia 2020

 

 

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The New Abnormal [The Strokes] recensito da Massimiliano Morelli

The New Abnormal [The Strokes]

recensito da

Massimiliano Morelli

Diciannove anni dopo Is This It, i The Strokes incontrano e fanno incontrare l’arte di Jean-Michel Basquiat (copertina) e Rick Rubin (produttore)— diciannove anni dopo il clamore mai scemato, le sigarette, e tutte le parole non dette, parlano loro, gli (ora) adulti –The Adults Are Talking, opener del qui recensito The New Abnormal–, e la musica (non) cambia: silenzio in sala e nei forum, i cinque ragazzi (s)pettinati di New York sono tornati. Sfatiamo subito un mito: contrariamente alle credenze popolari, nessuno dei dischi rilasciati dalla band da dopo First Impressions Of Earth (2006) ha sancito il “return to form” tanto caro a, e talora dichiarato da, taluna stampa di settore angloamericana per il semplice fatto che il misfatto non sussiste: se non si può dir smagliante ché qualcuno magari s’offende, la forma dei The Strokes non è mai apparsa smagliata e tanto lo stato di salute degli album nel tempo quanto il tempo stesso ne sono testimoni autorevoli e difficilmente confutabili. Ma certa critica –come spesso il pubblico meno attento e/o coinvolto–, accelerata e resa schizofrenica dall’avvento di internet in avanti, il più delle volte dimentica o ritratta, quando per contro farebbe meglio a ricordare e, piuttosto, riconsiderare coscienziosamente, soprattutto se l’arte di combinare suoni e parole trattata (la cui qualità –leggi anche: successo–, forse poiché intrinseca, sembra sempre essere inversamente proporzionale alle risorse investite per conseguirla) nasce proprio dall’incontro dei cinque musicisti il cui rapporto con la (loro) musica viene costantemente percepito come idiosincratico e quello interpersonale quantomeno disfunzionale. Donde il bipolarismo, oscillante tra l’ostentazione del (finto) disincanto –disinteresse?– e il return to form di cui sopra (salvo poi negare tutto e il suo contrario), che colpisce e definisce da almeno quattordici anni a questa parte l’approccio critico (!) di detta stampa ogni qual volta si tratta di recensire la nuova uscita della band. The New Abnormal presenta in risposta, laddove i The Strokes avessero davvero bisogno di rispondere a qualcuno a riguardo, molti meno incisi e tra parentesi di questa mia recensione e già dalle prime note (la sopracitata The Adults Are Talking –“Ci incolperanno, crocifiggeranno, e svergogneranno/non potremo farci nulla se siamo un problema”– verrà facilmente ricordata come la miglior opener di questa primavera 2020) si evince che, nuovamente, musica e tempo vinceranno su tante delle parole che stanno proliferando in rete sin da quando la release del disco era stata annunciata e i primi singoli hanno iniziato a circolare. Avrete sicuramente letto, “Andatevi a (ri)ascoltare Comedown Machine.”; nel 2013, a proposito di Comedown Machine, avevano scritto, “(ri)Ascoltatevi Angles (2011).”; e, col prossimo album, puntuali come il giorno e la notte, ma senza più sapere a questo punto se si tratti effettivamente di giorno o di notte, vi rimanderanno al ritorno agli antichi fasti che era stato The New Abnormal, così compiendo il miracolo ultimo della stampa musicale contemporanea: il return to form a posteriori— orrore! E allora noi, che verosimilmente stiamo leggendo queste righe pressoché a ridosso della data d’uscita del disco (10 aprile 2020), avendo perciò un grande vantaggio spaziotemporale su tutte le psicosi dissociative del caso, non dobbiamo fare altro che scollegarci dalla rete e, ascoltandolo, gioire delle gioie e dei dolori che le n(u)ove canzoni che lo costituiscono hanno da darci. E, permettetemi, quando son dolori, sono meravigliosi: “Mi hai colpito come un accordo/Sono un brutto ragazzo/Resistendo la notte/Solo dopo il crepuscolo/Mi hai implorato di non andarmene/Affondando come una pietra/Usami come un remo/E portati a riva”, intona Julian Casablancas nel primo ritornello di At The Door, interpretando il suo peculiare ermetismo contemporaneo (e scrivo ermetismo assumendomi tutte le responsabilità che devo assumermi) con una profondità sonora e di intenti così persuasiva che, se ancora mi si volessero perdonare i giochi di parole, lascia davvero poco margine all’interpretazione altrui— i The Strokes sono presenti, qui e ora, e ancora una volta pronti a riaffermarsi come tali. Ma se non ci è dato decifrare un qualsivoglia prodotto artistico al fine di comprenderlo, quantomeno non da subito, alcuni passaggi di The New Abnormal suonano dunque talmente ispirati (“Non riesco a crederlo/Questa è l’undicesima ora/Psichedelico/La vita è un viaggio così divertente/Ercole, le tue fatiche non sono più richieste/È come una finzione”, dal ritornello di Eternal Summer) che ascolto dopo ascolto il suono avrà presto vinto sul significato, lasciando al tempo –e, auspicabilmente, senza più l’incombenza di schizofrenie di sorta– l’onere di risolverne l’enigmaticità. Certo, a quarant’anni compiuti (sia Casablancas che chi scrive sono del 1978) abbiamo Selfless (“La vita è troppo corta/Ma vivrò per te”) e Why Are Sundays So Depressing (“Voglio il tuo tempo/Non farmi domande/Di cui non vuoi/La risposta), sicuramente più riservate e posate, dal click ponderato e le chitarre coscienziose, laddove a ventitré avevamo avuto, tutto sesso, capelli, e nicotina, le sfrontate e strafottenti The Modern Age e Last Nite; ma del resto è anche fisiologico, e a quaranta non si fuma, pardon, suona come a venti— e meno male, aggiungerei:  Brooklyn Bridge To Chorus (Voglio nuovi amici ma loro non vogliono me/Si divertono un po’ ma poi non fanno altro che andarsene/Sono loro? O forse tutto io?/Perché i miei nuovi amici non sembrano volermi”) e Bad Decisions (“Prendere decisioni sbagliate/Prendere decisioni sbagliate/Sto prendendo decisioni sbagliate con te”), dall’incedere, soprattutto la seconda, tutto sommato non dissimile da quello pseudo-post-punk e quasi decadente di alcuni pezzi di Room On Fire (2003), lo confermano elegantemente e senza tema di smentita. Su una cosa, però, quei tanto finora da me stimmatizzati giornalisti musicali hanno ragione e bisogna dargliene atto: The New Abnormal è, tra le altre cose, un vero e proprio trionfo di autocompiacimento (in Not The Same Anymore –“Non sei più lo stesso/Non vuoi più giocare a quel gioco/Saresti più credibile come finestra che come porta/Gli estranei implorano/Diventa così facile ignorare/Proprio come la ragazza della porta accanto”–, ad esempio, i The Strokes suonano come gli Arctic Monkeys di Tranquillity Base Hotel & Casino che vogliono suonare come i The Strokes) e di citazionismo oltranzista al limite della più sfacciata ruberia, tanto che gli autori delle melodie originali, laddove riprodotte e “incorporate”, vengono giustamente citati nei songwriting credits. Ma le canzoni, e il suono, e i testi— e Julian Casablancas! “O Julian, Julian, wherefore art thou Julian?”, cinguetterebbe oggigiorno un’ipotetica Giulietta senza tempo (incidentalmente, l’ex moglie di Casablancas si chiama proprio Juliet...) rapita dalla suadente e piaciona autoreferenzialità lirico-sonica di tali sonetti pop. Wow. Suonare come sé stessi pur prendendo in prestito in maniera del tutto esplicita, quasi pornografica: è anche in questo, oltre al resto, che il compiacimento autoreferenziale dei The Strokes trionfa a sua volta e, finalmente, completa e chiude il cerchio magico. “Ascolta una volta, non è la verità/È solo la storia che ti racconto”, precisa Casablancas nella prima strofa della conclusiva Ode To The Mets (apparentemente nessun riferimento ai New York Mets oltre al titolo) per poi rimarcare, nell’ultimo ritornello dell’album prima dell’outro/gran finale, “È l’ultimo adesso, ve lo posso promettere/Scoprirò la verità quando sarò tornato”; e quale miglior chiusura per The New Abnormal se non quella che potrebbe non solo essere la canzone più bella del disco ma, di fatto, la summa di tutta una mitologia prettamente nordamericana che da sempre informa e influenza la dialettica dei The Strokes— quale miglior modo di chiudere The New Abnormal, dicevo, il disco che noi che siamo arrivati a questo punto della recensione stiamo ascoltando e ascoltando e ascoltando e ascolteremo ancora.

Massimiliano Morelli

Blog RockTargatoItalia

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LA VISIONE DI FILIPPO, ovvero quattro chiacchiere con Filippo dei Nylon.

LA VISIONE DI FILIPPO,

ovvero quattro chiacchiere con Filippo dei Nylon.

Visio: Ciao Filippo, intanto grazie per aver accettato il nostro invito. Innanzitutto chiedo scusa a te e a tutti i Visionari, visto che l’intervista non è il mio forte, non essendo un giornalista.  Allora, noi siamo stati incuriositi dalla bella iniziativa che avete portato avanti e dalla provocazione che ne è seguita. Ci racconti come è nata l’idea e perché vi siete domandati dov’era, dov’è e dove sarà quel pubblico che oggi sta sui balconi? Tornerà nei club, nei locali e nei teatri a sentire i live?

Filippo: Il fatto è che adesso c’è questa moda dei flash mob, della musica sui balconi. Noi l’abbiamo fatto in modo molto scherzoso (più sotto il link) ma anche per far riflettere. Noi ci siamo stati e abbiamo smesso quando la situazione è diventata drammatica. Anche per rispetto. Leggevo che Nick Cave ha “scalato la marcia” su questo tipo di iniziativa, ritenendo che è il momento (per gli artisti) di riappropriarsi del proprio spazio, per tornare ad una riflessione introspettiva. Comunque, quel tipo di situazione è già finito.

Visio: Sull’assenza del pubblico nei locali, tu ti sei dato delle risposte?

Filippo: Se tu prendi le persone che vanno in un locale, spesso se c’è musica dal vivo, sono infastidite perché c’è “casino”. La musica ha perso di valore quando è diventata gratis. Nessuno segue più le band. La gente rimane a casa a guardare Netflix sul divano in panciolle, e poi c’è tanta musica ovunque. Troppa, probabilmente. Così perde di interesse e di valore percepito. In più, ci sono moltissime persone che “fanno” musica anche nel buio della loro cameretta e poi lavorano sui followers con i social. Aggiungiamo pure che il mercato è in mano alle grandi multinazionali tecnologiche che hanno occupato quello spazio senza competenze e senza che nessuno glielo abbia chiesto e scalzando chi c’era prima a buon titolo.

Visio: Quindi un sacco di musicisti e poco pubblico. In realtà, esistono le tecnologie, e basta. Non è che chi sa usare word è un romanziere.

Filippo: E’ vero che la musica e gli artisti di oggi sono “digitali” e la fruizione è, anch’essa, digitale. In quel mondo bisogna esserci, purtroppo. Noi siamo felici se comprano i dischi perché lo vogliono avere. Tra l’altro, dovevamo entrare in studio, prima che scoppiasse l’Apocalisse. Noi testiamo sempre i brani nei nostri live, prima di metterli nel disco. Ci affidiamo al supporto fisico perché ci serve per produrre altra musica! E, per il pubblico, è un modo di portarsi a casa un ricordo e un pezzo della band. Adesso stiamo scrivendo nuovi pezzi che testeremo dal vivo.

Visio: Lo scoop è che uscirà un triplo dei Nylon quando finita l’emergenza?

Filippo: Cercheremo di centellinare le uscite. Per concludere il discorso, alcuni ci dicono che lo comprerebbero, il disco… ma non hanno modo di sentirlo! Infatti, i devices non hanno più il lettore CD. Molti comprano i dischi perché nella serata abbiamo toccato delle corde, a volte abbiamo fatto nascere degli amori. Faccio in modo di incrociare lo sguardo degli altri e, a volte, incidiamo nel momento di quelle persone e lasciamo che succeda qualcosa.

Visio: Quindi avete fatto nascere degli amori? E’ questo quello che succede nei live che impatti nella vita delle persone, no? Nel mondo virtuale, non può succedere. Perché è un’esperienza mediata. Vissuta da altri, non da se stessi. Comprare il biglietto per il concerto o il disco, sono atti deliberati… E nella parola c’è la radice del sostantivo ‘libertà’.

Filippo: Li abbiamo anche fatti finire, gli amori (ride). Oggi sembra che si sia persa anche la dinamica di aggregazione. I locali sono vuoti e fuori è pieno di gente che si sbronza ai distributori con le birre a tre euro, con i telefonini in mano. Nei locali c’è solo gente della nostra età. Ma è un discorso molto complicato. Non spetta a noi fare un’analisi sociologica… sarebbe molto interessante ma lunghissima!

Visio: Figuriamoci, noi facciamo solo delle riflessioni. Cosa succederà dopo?

Alla fine dell’emergenza, le cose cambieranno. Sono già nate delle iniziative. Noi abbiamo aderito, ad esempio, ad un’iniziativa su Facebook. Si tratta di postare la propria pagina Youtube e di potersi scambiare le iscrizioni. Questo crea un amalgama di progetti musicali importanti. Io ho ascoltato molti di questi artisti e sono tutti molto bravi. E’ un modo per risolvere il problema della visibilità. Poi, al di là delle cose positive… la domanda è: quanti locali sopravviveranno? La voglia di tornare alla normalità riporterà la gente nei locali?

Visio: Sicuramente all’inizio ci sarà una spinta aggregativa importante. Tuttavia, gli esseri umani hanno scarsa memoria e gli italiani anche meno. In più, anche grazie alla tecnologia, viviamo dimensioni meramente esistentive, restiamo sulla superficie senza scendere mai in profondità.

Filippo: La forza dei Nylon è il live. Come facciamo a portare la gente? Perché l’esperienza ci insegna che se uno ci vede una volta, torna e porta gli amici. Ora tutti facciamo dei live streaming che vanno molto bene. Anche i nostri colleghi del Caravan (Magnificent Flyng Caravan, N.d.R.) li stanno facendo con ottimi risultati. Ma il contatto con il pubblico manca. E’ la differenza tra una band e una band da karaoke. Cosa avremo di fronte, poi?

Visio: Più che una bella domanda, questa è la domanda!

Filippo: La trasmissione dei dati è diversissima dalla trasmissione di vibrazioni, emozioni, suggestioni. Si dà molto sul palco ma si riceve anche molto dal pubblico.

Visio: Avrei due curiosità. La prima è questa: nelle due ultime edizioni di Rock Targato Italia vincono due band pavesi. Nel 2018 i Nylon e nel 2019 i Il Pesce Parla. Ma sarà che a Pavia e provincia ci sia un fermento, un movimento?

Filippo: A Pavia c’è un grandissimo fermento. Sia di musica italiana, sia di musica internazionale.  Perché c’è anche un filone rock folk, con artisti come Christian Draghi e Riccardo Maccabruni che si rifanno ai Sessanta e Settanta con testi e musica loro. A livello italiano ci sono, appunto, Il Pesce Parla e ci siamo noi che siamo bravissimi (ride). C’è Beatrice Campisi, una siciliana naturalizzata pavese (una volta arrivata a Pavia se ne è innamorata ed è rimasta). Ha fatto uscire un album molto bello dal titolo Il Gusto dell’Ingiusto che l’ha fatta conoscere. C’è Alosi, il cantante dei Il Pan Del Diavolo, che nella sua esperienza solista sta facendo progetti molto interessanti, molto rock. Ci sono molte altre realtà interessanti come I Malavoglia e Massaroni Pianoforti, con i loro progetti di cantautorato. Sai cosa manca? Si fatica a muoversi in gruppo.

Visio: Cosa che nell’hip hop, invece, mi dicono che succeda…

Filippo: E’ la loro forza. Non so perché qui ci sia la dinamica dell’orticello. E’ un peccato perché se esiste un movimento è giusto organizzarlo e renderlo forte e visibile. E’ un po’ quello che abbiamo fatto con il Caravan.

Visio: Qui, anticipi la mia seconda curiosità. Ci racconti del Magnificent Flying Caravan?

Filippo: A un certo punto un manipolo di artisti pavesi ha deciso di andare a fare un tour in Germania. E sono partiti. E’ andato molto bene. A parte che da loro c’è meno diffidenza. Abbiamo fatto un concerto in un paese che si chiama Luhe (grande come Opera). I concerti dovevano durare due ore e mezza… A Luhe è durato cinque ore… Ci siamo mischiati e abbiamo proposto il movimento, per l’appunto.

Visio: Poi mi mandi dei link. Ho pochi lettori ma buoni e interessati.

Filippo: Assolutamente sì. Dicevo… Così si creano i movimenti. Contaminandosi, in modo che chi vuole sentire te senta anche gli altri e viceversa. Lo abbiamo fatto anche a Milano, portando in apertura delle band che ci piacevano.

Visio: Ringrazio Filippo. Per poter raccontare tutto il nostro interessante dialogo, ci vorrebbero dieci pagine… Magari faremo un’altra intervista. Mi dispiace di non aver inserito alcune delle cose astruse che ho scoperto… Ma non le rivelerò nemmeno sotto tortura. Per chi vuole approfondire i Nylon, più sotto trova i link dedicati.

Nylon:

http://www.nylonproject.com/

https://www.facebook.com/nylonproject

https://www.instagram.com/nylonofficial/

https://www.youtube.com/nylonproject

Questa la canzone sul balcone:

 https://www.youtube.com/watch?v=H9wwyjuXP88&feature=youtu.be

I Magnificent Flyng Caravan, oltre ai Nylon:

https://www.facebook.com/campisibeatrice/

https://www.facebook.com/Winetellersband/

https://www.facebook.com/francescomontesantipavia/

https://www.facebook.com/Richard-Lindgren-309694235383/

 

di Paolo Pelizza con Filippo Milani

© 2020 Rock targato Italia

 

 

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detto FERRANTE ANGUISSOLA Dal 15 aprile in radio e nei digital store “IL FIORE DI VENEZIA”

detto FERRANTE ANGUISSOLA

Dal 15 aprile in radio e nei digital store

“IL FIORE DI VENEZIA”

il nuovo singolo

“Il fiore di Venezia”, una ballata che racconta una storia d’amore nata nella cornice della splendida Piazza San Marco, nel periodo del Carnevale veneziano. Un fiore che non solo rappresenta la bellezza e l’amore, ma anche Venezia stessa, che fa emergere la poesia che è dentro ciascuno di noi.

Questa canzone d’amore è l’ultima della tracklist che compone il disco A OCCHI APERTI”, pubblicato dall’etichetta discografica Terzo Millennio Records

L’album è disponibile in tutti i webstore nella versione digitale e con un CD a tiratura limitata acquistabile sul sito web: www.terzomillenniorecords.com

Ferrante Anguissola (detto) è un Artista, un Poeta da scoprire: i brani dell’album “A occhi aperti” raccontano con garbata ed elegante ironia storie, aneddoti, viaggi e metafore. I testi e le musiche sono di Ferrante Anguissola esclusa “Il Dromedario e il Cammello”, il cui testo è tratto dal “Libro degli errori” ediz. 1964 di Gianni Rodari.

La produzione artistica è di Alessandro Boriani.

…a proposito di…  detto FERRANTE ANGUISSOLA

“… Un disco a 88 anni… Detto Ferrante Anguissola il decano dei cantautori… Un disco intenso e insolito con ironia mitteleuropea… (Mario Luzzatto Fegiz Corriere della Sera)

“… echi di filastrocche alla Branduardi, cronache di vite vissute dal sapore gaberiano, quadretti dal quotidiano di amori chissà quanto lontani, si rincorrono nel cd di Ferrante… ” (Enzo Gentile – il Sole 24 Ore)

“… Un disco artigianale di una bellezza cristallina dove la poesia sposa la nostra esistenza e l’ironia riesce a farci sopportare tutto con maggiore serenità. A coloro che hanno amato il cantautorato sincero, prodotto con passione, amore e grande qualità questo è un disco che non possono farsi sfuggire…” (Luca PaoliMusicalmind.altervista.org)

“… Canzoni semplici, dall'approccio quasi naif, ma garbate, che ti ricordano quelle che sentivi da bambino in autostrada mentre andavi al mare. Piccole storie che toccano i grandi temi che sono forse più attuali ora che mai…”  (Lorenzo Montefreddo - MusicMap)

detto Ferrante Anguissola nel web:

Facebook: https://www.facebook.com/ferrante.aanguissola

 

FRANCESCO CAPRINI

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