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ARTE CONTEMPORANEA, Sogno Lucido a cura di Michela D'Acquisto

ARTE CONTEMPORANEA,  Sogno Lucido a cura di Michela D'Acquisto

ANTONIO COLOMBO ARTE CONTEMPORANEA

Via Solferino 44 | Milano

Sogno Lucido a cura di Michela D'Acquisto

da giovedì 14 febbraio dalle 18.30 alle 21

Sogno Lucido di Michela D'Acquisto

È evidente che le forme di 108 affondino le loro radici nell'intangibile. Essenziali e tuttavia perfettamente eloquenti, sono sezioni d'ombra dai confini incerti, proiettate da qualcosa di indefinito. Non raffigurano nulla di direttamente conoscibile, cariche invece di significati appartenenti a una dimensione liminale.

Altrettanto manifesto è il ritorno ai colori: da sempre componenti integrali nei lavori dell'artista, nel corso del tempo la loro proporzione rispetto al nero – costantemente  dominante – si è modificata più volte. Nelle opere immediatamente precedenti a queste, il colore aveva assunto un ruolo marginale nel rappresentarne l'esiguo elemento razionale, ridotto a sottili linee che si inserivano nell'irrazionalità preponderante delle macchie scure e da queste venivano in gran parte assorbite.

Adesso, in un processo impulsivo fortemente ispirato agli scritti di Huxley riguardanti la percezione e alla teoria sui colori di Kandinskij, 108 ne rivaluta le proprietà sensibili in grado di avvicinare la realtà al piano spirituale. Non è dunque un caso che il blu, associato alla sfera del soprannaturale, sia presente nella maggior parte delle opere che compongono Sogno Lucido, intente come sono a esplorare la dimensione onirica, l'inconscio, la parte irrazionale: «La vocazione del blu alla profondità è così forte, che proprio nelle gradazioni più profonde diviene più intensa e intima. Più il blu è profondo e più richiama l'idea di infinito, suscitando la nostalgia della purezza e del soprannaturale. […] Se è molto scuro dà un'idea di quiete. Se precipita nel nero acquista una nota di tristezza struggente, affonda in una drammaticità che non ha e non avrà mai fine»1. Presenti anche le gradazioni della terra in autunno – alla quale l'artista è indissolubilmente legato – come il giallo, che «si può anche paragonare all’estate morente, che dilapida assurdamente le sue energie nell'incendio delle foglie autunnali»2, le tonalità mutevoli e vibranti del rosso, la quiete del verde, e il bianco e le sue sfumature invernali, che rimandano al silenzio assoluto del cielo in attesa della neve.

 

Ciò che rimane immutato è la prevalenza del nero, «[...] colore con minor suono: su uno sfondo nero qualsiasi colore, anche se ha un suono flebile, sembra forte e preciso»3. Introspettivo e irrazionale, dall'incomparabile impatto simbolico e visivo, esprime anche formalmente la spiccata dualità dei lavori di 108 – in quanto è plenitudine e, nel contempo, vuoto.

L'intera opera dell'artista è volta a liberarsi dalla subordinazione della realtà e a svincolare la parte più istintiva della propria essenza, quanto meno sul piano dell'immateriale. La disposizione stessa dei lavori in galleria sintetizza perfettamente la tensione risultante dal tentativo di conciliare razionale e non: la linearità dell'allestimento si interrompe nella project room, dove un'installazione casuale di ceramiche primitive e forme irregolari – un “museo dell'inspiegabile”, per usare le parole di 108 – riflette l'inesorabile affermarsi dell'irrazionalità sulla ragione.

 

Soprattutto, la natura irrisolta delle forme permane. Nell'adattare e alterare il lessico della geometria per raffigurare quello che va oltre al visibile, 108 si colloca di diritto fra gli artisti che rifiutano la figurazione per rappresentare la spiritualità esclusivamente attraverso l'astrattismo geometrico: su tutti, la svedese Hilma Af Klint, che dopo essere entrata in contatto con la Società  Teosofica di Helena Blavatsky e le teorie antroposofiche di Rudolf Steiner, crea un ciclo composto da centinaia di dipinti diagrammatici, diretta da entità superiori alle quali riserva la monumentale opera della sua intera esistenza. Attiva già durante il decennio precedente a quello in cui lavora Kandinskij, è solo la prima di una presumibilmente infinita serie di autori che assimilano astrazione e immaterialità: dai più noti Malevič e Mondrian, a Emma Kunz, che nella Svizzera della prima metà del Novecento realizza disegni su carta millimetrata di grande formato che condividono estetica e funzione con il mandala, e Olga Fröbe-Kapteyn, contemporanea di Jung, del quale traduce gli archetipi in vivide opere di importante valenza simbolica.

108 è accomunato a questi artisti non solo dall'assoluto bisogno di trascendere la realtà, di inventarla e plasmarla come nel corso di un sogno lucido – durante il quale si è consapevoli di stare sognando e diventa dunque possibile orientarne la narrativa – ma anche da quello di agire come medium tra arte e spirituale, abbandonando il controllo della razionalità e lavorando guidato unicamente dall'inconscio.

La spersonalizzazione attuata dalla rinuncia al proprio nome e dalla scelta di essere invece identificato dalla cifra 108 – tre numeri, commutabili in una linea e tre cerchi, dal significato sacro per molteplici religioni – assolve pienamente a questo fine: in questa maniera l'artista opera anonimamente, unicamente in funzione di una pulsione trascendente che esula dalla pura pratica artistica.

Per 108, quest'ultima equivale a un processo istintivo riconducibile a un rituale intensamente privato, il cui risultato è un'opera onnicomprensiva, declinata anche in fotografia e in musica, che custodisce in sé ogni aspetto della sua vita: le chiare influenze di Arp e delle leggi del caso – e, più in generale, delle avanguardie del Novecento – le culture e le religioni orientali incontrate durante studi e viaggi, che si contrappongono ai culti primordiali e alle tradizioni popolari del Piemonte delle sue origini.

Non per nulla, il dittico Portali D'Inverno rimanda già dal titolo a tutto ciò che è caro all'artista: il caso e le ripetizioni che governano la natura, la stagione fredda e i suoi colori, le 108 forme dal significato elusivo che si comportano come aperture astratte in comunicazione con altre realtà. Altrettanto intenso è Ingresso Al Sogno, emblema dell'intera mostra, in cui un'unica macchia blu dall'eccezionale potere ipnotico induce uno stato di calma artificiale, preludio di visioni oniriche.

 

Per quanto in apparenza semplici, i lavori di 108 sono inesplicabili a parole. O meglio, avverto un limite evidente nell'utilizzare il linguaggio per descrivere l'arte di chi comunica eccezionalmente senza alcun tipo di mediazione.

Ho incontrato per la prima volta le sue opere tredici anni fa, in una mostra collettiva: anche se molto diverse da quelle attuali, già si distinguevano da tutte le altre. Solo molto tempo dopo, in seguito a una serie del tutto casuale di eventi e incontri, sono rientrata in contatto con i suoi lavori, che nel frattempo si erano liberati del superfluo, raggiungendo la straordinaria qualità espressiva che ancora adesso li rende unici. In quel momento mi hanno svelato qualcosa che all'epoca ancora non sapevo di me stessa, la necessità – e la possibilità – di ritrovare nell'arte una sensazione di appartenenza a qualcosa di superiore. È ciò che provo di fronte alle opere di alcuni degli artisti che ho citato in questo testo, ma più di frequente attraverso quelle di 108 e di tutti i creatori anonimi o guidati da spiriti, di chi produce arte inconsapevolmente e senza vincoli. Raramente mi sono sentita nella stessa maniera in gallerie e musei; molto più spesso camminando nella natura del Basso Piemonte, che non a caso condivido con Guido.

Osservare le sue forme nere, astratte ma organiche, incredibilmente semplici e ipnoticamente ripetitive, è per me una modalità di meditazione aniconica. Racchiudono e rivelano l'appartenenza alla terra e ai suoi culti primordiali, una conoscenza radicata nel mondo sotterraneo, e, nella loro essenzialità, riconducono al più puro stato di consapevolezza.

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