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I cantautori e la letteratura colta in un libro di Francesco Ciabattoni

I cantautori e la letteratura colta in un libro di Francesco Ciabattoni

Fuori dal canone ma nella tradizione letteraria
I cantautori e la letteratura colta in un libro di Francesco Ciabattoni


Vedi il titolo e pensi che sia un libro destinato ai fan di Lucio Battisti. Poi invece apri “La citazione è sintomo d’amore” (Carocci 2016) di Francesco Ciabattoni e scopri che di Battisti nemmeno l’ombra. Allora chiediamo perché al professore di origini livornesi che insegna alla Georgetown University di Washington. “E’ vero – spiega Ciabattoni - in questo libro mi occupo degli echi letterari e delle citazioni nelle canzoni di Roberto Vecchioni, Francesco Guccini, Angelo Branduardi, Francesco De Gregori, Fabrizio De Andrè e Claudio Baglioni ma non in Battisti, nel quale non ho trovato citazioni letterarie”. Però il titolo tratto da Una donna per amico rimane formidabile.
Il libro, scavando nei testi dei cantautori per farne emergere le allusioni dotte, dimostra che la canzone d’autore non può fare a meno della tradizione letteraria che, grazie ad un’arte allusiva declinata in molti modi, trasfonde nelle canzoni una quantità di “prelievi testuali”, come l’autore li definisce.
Gli autori esaminati non hanno inteso rivaleggiare con Pasolini o Franco Fortini o Eugenio Montale ma “dialogare con autori ritenuti formativi o fondativi, rielaborando, riesponendo e diffondendone il messaggio letterario tra un pubblico che di questa fitta trama di relazioni letterarie è stato per lo più ignaro. Almeno fino ad ora”.
Vecchioni e Guccini, per esempio, citano in maniera evidente, quasi ostentata, da grandi poeti come Stéphane Mallarmé o Sandro Penna o Guido Gozzano. Ma anche da testi molto più antichi, magari filtrati da opere più recenti. E’ il caso della storia di Samarcanda, che arriva addirittura dal Talmud babilonese, da cui lo trasse W. S. Maugham per un suo romanzo. Vecchioni spesso allude esplicitamente a testi della tradizione fin dai titoli. Cosa si vuole di più chiaro, in questo senso, che Canzone per Alda Merini o Verrà la notte e avrà i tuoi occhi?
Anche Guccini, come detto, attinge a cellule testuali altamente riconoscibili (anche lui in titoli famosi come Signora Bovary o Gulliver) come lo stranoto caso de L’isola non trovata, dal Gozzano di La più bella.
Da sempre frequentatore del canone poetico più serio ed alto, Branduardi si appropria spesso di interi testi, smontandoli e rimontandoli e aggiungendo musiche e interpretazioni originali (il caso de La pulce d’acqua da una ballata degli indiani d’America).
Su De André esiste ormai una bibliografia impressionante, allora Ciabattoni si sofferma sulle annotazioni che l’autore genovese faceva nei propri libri (l’archivio e la biblioteca di De André sono depositati a Siena) e le collega alle canzoni, dove il materiale prelevato veniva riorganizzato. Un testo-pilastro come La guerra di Piero emerge così, anche grazie a studi precedenti quello di Ciabattoni, come una miniera di allusioni, oltre al notissimo Lee Masters: Mallarmé, Calvino, Pavese, Malaparte, il canadese McCrae, Mario Luzi, Alvaro Mutis.
Arriviamo così a De Gregori e Baglioni, nei quali le citazioni immediatamente identificabili sono “davvero un caso raro”. E allora Ciabattoni deve ricostruire con pazienza una canzone come La storia, che chiama in causa il Gramsci de “Odio gli indifferenti”, ponte verso il tardo Montale del componimento con lo stesso titolo, alla base di una polemica con Pasolini di quelle che purtroppo oggi non possono più darsi, alla luce della stasi della nostra cultura.
L’ultimo capitolo è per Claudio Baglioni, con analisti centrate soprattutto su Strada facendo (1981) e La vita è adesso (1985). La sua Roma popolare è una tarda eco di quella che Pasolini aveva dipinto nei suoi romanzi alla fine degli anni Cinquanta. Ma in una canzone come Notte di note non mancano allusioni a Mario Luzi, Gabriel Garcìa Marquez e Elsa Morante. Tutti però innesti testuali ben mimetizzati nelle canzoni, senza “nessun segno di sutura permanente” e senza il ricorso a passi famosi, tipico invece di Vecchioni e Guccini. Prestiti per niente flagranti, ma sotterranei, probabilmente depositati nella memoria del lettore Baglioni.
Cosa vuol dire questo, se nemmeno il lettore riesce a cogliere queste citazioni? Che “Il genere canzone in questo caso rinuncia alla propria autosufficienza estetica, rendendosi interamente fruibile solo a lettori preparati, snaturandosi in un certo senso per aprirsi alla letteratura”.
Tra un libro e l’altro sull’intertestualità in Dante, Ciabattoni invita l’ascoltatore a farsi più astuto, a pensare all’ascolto come a un’esperienze più completa. “La passione per questo genere di studio nasce dal fatto che ci sono cresciuto, conosco bene i loro testi fin da quand'ero ragazzo e li suonavo con la chitarra. Poi da adulto ho iniziato a rinvenire la filigrana di cui i miei cantautori preferiti intessevano i loro testi. In più, per professione studio le dinamiche intertestuali, è l’approccio che ho usato anche nelle mie pubblicazioni su Dante”. Ciabattoni ha un complesso che fa cover dei cantautori, gli “I-Talians”. Se passate da Washington cercatelo.

Roberto Boldrini

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