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Fumetti. La Galleria Tega omaggia Achille Perilli, a Milano

Achille Perilli - Fumetti - 1960-1966

Galleria Tega (via Senato 20, Milano)

Inaugurazione lunedì 3 febbraio 2020 dalle ore 18:00 alle ore 21:00

4 febbraio - 13 marzo 2020

 

In concomitanza con l’uscita del Catalogo Generale dei dipinti e delle sculture (1945 - 2016) di Achille Perilli edito da Silvana Editoriale, la Galleria Tega rende omaggio al maestro romano con una mostra dedicata al periodo dei suoi “fumetti”. Dal 4 febbraio al 13 marzo (inaugurazione lunedì 3 febbraio dalle ore 18:00 alle ore 21:00).

Nel 1957 Achille Perilli sulle pagine dell’“Esperienza Moderna” esprimeva la sua volontà di sostituire un informale che aveva esaurito il proprio tempo, con un segno spontaneo ed immediato capace di comunicare all’osservatore emozioni dirette ed istintive promosse dall’inconscio. Così sono nati i suoi “fumetti” dipinti materici con piccole ideali sequenze che recuperano e rinnovano quella grafia attivata dalla gestualità di Joan Miró e con il tratto graffito tipico di Paul Klee.

Achille Perilli - Lo scopo della vita, 1962 - tecnica mista su tela 100x80 cmvAchille Perilli - Lo scopo della vita, 1962 - tecnica mista su tela 100x80 cm

La Galleria Tega presenta un percorso espositivo di una trentina di opere eseguite nei primi anni Sessanta. L’esposizione parte cronologicamente da una grande composizione del 1960, intitolata “Tradotto dall’assiro” un ripetuto segno grafico che attraversa lo spazio e lo determina. Nei lavori successivi come “Il Lamento dell’ultimo menestrello” del 1962 e “Visibile e invisibile” del 1963 si levano dalla tela figure in sospensione aerea creando dipinti di ironica allusione formale, frazionati da ritmiche e suggestive emozioni orizzontali separate da riquadri di colore.

Nel 1967 Perilli approda all’ultima decisiva svolta: le forme informi si aggregano e tendono a costruire uno sviluppo geometrico che gli consentirà di entrare in una nuova misura concettuale. La mostra si ferma su questa soglia concentrandosi sul momento creativo dei “fumetti” che qui si conclude con due significative prove del 1965 e del 1966 intitolate rispettivamente “Il culto della dissipazione” e “La retorica irreale”.

BLOG: www.rocktargatoitalia.eu

 

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La Galleria Il Milione è lieta di annunciare la mostra Pittura indeterminabile di Giorgio Griffa con testo di Claudio Cerritelli.

La Galleria Il Milione è lieta di annunciare

la mostra Pittura indeterminabile

di Giorgio Griffa

con testo di Claudio Cerritelli


In mostra le opere eseguite dal 1974 al 2010 interrogano “l’indefinibile complessità della materia” attraverso il “segno anonimo che è solo la traccia del pennello”. Le opere esposte, proponendo una restituzione del percorso artistico di Griffa, rendono la mostra un momento di dialogo tra le fasi che lo caratterizzano: dalle rigorose procedure degli anni ’70 sino alle opere più recenti in cui si rincorrono squillanti cromie, forme matissiane e stralci di narrazione di quella che Cerritelli definisce nel testo che accompagna la mostra come fabula picta.
La figura dell’artista è intesa da Griffa come operaio della pittura: solo l’esecuzione può innescare l’indagine critica e analitica e al contempo la dimensione conoscitiva del sé attraverso il movimento. Dipingere è per l’artista parte del processo conoscitivo di un mondo complesso in quanto contemporaneo. Come scrive Cerritelli: “Griffa ha compreso fin dall’inizio l’impossibilità di rappresentare un mondo ideale compiuto, mentre era possibile “la pittura di un mondo che si realizza man mano che si fa” dunque una pittura che mostra il suo farsi perseguendo passo dopo passo il senso della sua libertà”. Griffa asseconda la logica interna all’opera, l’intelligenza della materia, decidendo di relazionarsi con essa in maniera riflessiva e senza imposizioni, dando vita a una pittura viva e in espansione. In questo senso il segno dell’artista rappresenta l’energia generativa dell’immagine e il germoglio della possibilità dell’opera.

La mostra è accompagnata dalla pubblicazione del Bollettino n° 202 della Galleria Il Milione
con testo di Claudio Cerritelli.

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Fumetti, cinema e tv: pezzi unici di artisti in mattoncini LEGO dal 18 gennaio al 15 marzo

Inventati alla fine degli anni Quaranta,

i mattoncini LEGO sono un fenomeno mondiale:

accanto ai set tradizionali esiste un universo parallelo di creazioni originali realizzate da appassionati, che utilizzano i mitici mattoncini per ricreare veicoli, personaggi e ambientazioni ispirati al mondo del cinema, del fumetto e dell’immaginario.

 

Fino al 15 marzo WOW Spazio Fumetto ospita la mostra Hero Bricks. Per la prima volta verranno esposte insieme più di 50 creazioni in mattoncini LEGO®, che omaggiano autentici miti del fumetto, del cinema e della TV: da Batman a Ritorno al Futuro, dagli eroi Marvel ai Ghostbusters, fino a Tex e Star Wars. Un percorso inedito che permetterà di scoprire tante curiosità che aiuteranno il visitatore a calarsi nella storia di ogni personaggio, serie tv e film.

Mostra realizzata in collaborazione con BrianzaLUG, AFDL, Western Italia, Orange Team LUG, SILUG, Passion Bricks e Piemonte Bricks LUG.


Dal 17 gennaio al 9 febbraio WOW Spazio Fumetto ospita Calibro Acrilico, la prima personale dedicata a Fabrizio De Tommaso: disegnatore e illustratore che ha saputo approcciarsi in modo inedito e originale al ruolo di copertinista, dall’ottobre 2015 realizza le cover della serie Morgan Lost, personaggio ideato da Claudio Chiaverotti e pubblicato da Sergio Bonelli Editore.

Morgan Lost rappresenta però solo una parte della produzione di Fabrizio De Tommaso. L’esposizione ripercorrerà la sua carriera con oltre cinquanta opere originali, tra cui copertine e illustrazioni realizzate per editori quali Cosmo e SaldaPress, oltre naturalmente alla collaborazione con Sergio Bonelli Editore. Saranno infatti presenti le splendide copertine di Morgan Lost, la miniserie del 2018 che vede l’incontro tra Morgan e Dylan Dog e le tavole delle due storie disegnate da De Tommaso per l’investigatore dell’incubo.

Ingresso libero alla mostra. Attenzione: sabato 1° febbraio la mostra sarà visitabile unicamente dalle ore 15:00 alle ore 16:45.

 

Domenica 2 febbraio vi aspetta un laboratorio per scoprire il kamishibai, una forma espressiva di narrazione per immagini che giunge dal Giappone.

I partecipanti al laboratorio verranno guidati nelle varie fasi di realizzazione di una storia illustrata: dall’elaborazione di un testo alla realizzazione dei disegni, per finire con l’apprendere i rudimenti delle modalità di narrazione. A fine laboratorio potremo così raccontare al pubblico la nostra storia attraverso il kamishibai!

Il laboratorio è dai 10 anni. Per partecipare, prenotazione obbligatoria a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..

 


Sabato 1° febbraio, parte del piano terra di WOW Spazio Fumetto non sarà visitabile dalle ore 17:00 fino alla chiusura.

In particolare, la mostra Calibro Acrilico rimarrà aperta solo dalle 15:00 alle 16:45. L'esposizione Hero Bricks sarà invece normalmente visitabile dalle 15:00 alle 20:00.

 


Tornano i laboratori del weekend di Didattica WOW: domenica 9 febbraio impareremo a disegnare super costumi!

Anche supereroi e supereroine devono curare il loro look: insieme ci divertiremo a creare la nostra linea di costumi, con mantelli svolazzanti, guanti di acciaio e ali fatate!

Il laboratorio è dai 6 anni. Per partecipare, prenotazione obbligatoria a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.." target="_blank" rel="alternate">.

 

 

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Non c'è più orizzonte a cura di Luigi Meneghelli

Non c'è più orizzonte

Abbas KIAROSTAMI
Andrea BIANCONI
Alex PINNA
Ehsan SHAYEGH

musiche di Moein FATHI

a cura di Luigi Meneghelli


01.02 > 02.05.2020

inaugurazione sabato 1 febbraio, alle ore 18.30


L'orizzonte è una linea immaginaria che sta solo negli occhi di chi guarda: è un luogo geometrico che si sposta mentre noi ci spostiamo. Essa apre alla dimensione dell'ulteriorità, del sogno, dell'utopia. Ma cosa succede, quando, come oggi, l'intero pianeta è in comunicazione e il nostro sguardo, si dissolve nel fluire indistinto delle immagini? L'artista deve per forza inventarsi nuovi confini, dare corpo a nuove forme, produrre inedite relazioni. Deve mettere al mondo un mondo che prima non c'era (o forse non c'è mai stato). Deve aprire spazi sconosciuti, costringendoci a vedere al di là di quanto si può raggiungere con gli occhi.

Linee volubili, respiri di geografie sterminate, figurine di corda che sembrano divorare lo spazio, ribaltandolo e sospendendolo, “sguardi” in movimento che non si fermano mai e che inseguono strade che non arrivano da nessuna parte. Queste le immagini, sempre al limite dell'incompiuto e dell'incompleto che compongono lo spartito visivo della rassegna “Non c'è più orizzonte”. Esse mostrano “storie” infinite che non conoscono limiti, chiusure, cornici, ma solo un continuo andare che le fa esistere al di là di noi, fuori di noi, a prescindere da noi (e dalle nostre conoscenze). Qui le immagini alludono a un mondo in cui il dato deve essere continuamente ri-dato, ricreato, per venire alla luce e allo stesso tempo rimanere segreto, incomprensibile, inappropriabile. È come elaborare una perenne nascita, un incessante inizio, un dare volto alle cose, ma non per svelarle, quanto invece per animarle e renderle stupite e stupefacenti, alla pari di uno “sguardo bambino”.

“Ricominciamo!” era anche uno dei solerti inviti del regista, fotografo, poeta Abbas Kiarostami (Teheran 1940 – Parigi 2016), presente in mostra con il film Roads e alcune foto. Ricominciare, perché il suo cinema non narra, non conosce sequenze, successioni di eventi, ma un seguito di intensità di cui la stessa macchina da presa fa parte. In Roads essa pare comportarsi quasi in maniera poliziesca, investigatrice, curiosa, alla ricerca di una veduta in più da cogliere, da sorprendere. Non si propone di riflettere sui luoghi inquadrati: si ostina invece nel non chiudere, nel proseguire il film al di là di se stesso.

E cosa definiscono mai le linee-freccia di Andrea Bianconi (Arzignano, Vicenza 1974)? Sono linee spoglie che scattano, si flettono, si spezzano, si cancellano (o si incrociano in direzioni opposte) e ricominciano. Certo è che esse non confinano ma sconfinano; non descrivono ma creano. A volte sono tratti che si allargano, diventando quasi segnali, a volte puri cammini alla cieca, tempeste di segni che si intrecciano, fino ad arrivare al testamento estremo della forma, se non addirittura della visibilità. È come se Bianconi si stesse trasformando (pollockianamente) nella cosa stessa che sta disegnando. La linea non è più allora solo il filo di Arianna, la guida che serve per riconoscersi nel proprio labirinto, ma anche la forza che non cessa di imporsi e trascinare al suo seguito l'artista e l'osservatore.

Di fronte ai corpi minimi fatti di corde annodate di Alex Pinna (Imperia 1967) Giuseppe Ungaretti avrebbe parlato di “Variazioni sul nulla” o di ”impalpabili levità”. Essi, infatti, “prendono vita” attraverso un lavorio di fili che si legano e si saldano, ma anche che si attorcigliano e si ingarbugliano. Così, nel loro “nonnulla” abita la trama e l'ordito, il nodo e l'inganno. Essi non hanno una vera fisionomia, ma piuttosto una fervida intenzione esibitiva, quasi fossero pupazzi o marionette. Eppure non sprigionano vitalismo, tensioni funamboliche, bensì una sorta di pigrizia o di indolenza. Non osservano un mondo a venire come facevano “I viandanti” di Friedrich, ma si dondolano sull'orlo di una catastrofe già avvenuta, si esibiscono su mensole o scaffali svuotati di ogni sapere. Allestiscono uno spettacolo scenografico del disastro e dello smarrimento quotidiano.

E sullo stesso concetto di perdita delle coordinate, di spaesamento visivo si basa anche la grande installazione di Ehsan Shayegh (Khash, Iran 1975). Si tratta di una allusione a quello spazio illimite che è il deserto dove tutto si sgretola, tutto ha una dimensione trascurabile, tutto è precario. Essa non segnala però una sparizione o un'assenza, ma un offrire un corpo anche al vuoto, alla dissoluzione, allo sgretolamento della materia: è un dare forma a ciò che è senza forma, un'immagine a ciò che è senza immagine. È vero: non si vede più il mondo, come se il sole e il tempo l'avessero consumato. Ma al suo posto resiste una traccia, una ferita, un'alterità che pulsa, conferendo valore a ciò che è occultato. Tanto più che Ehsan dissemina lo spazio di pietre colorate, simili a meteoriti, mettendo in comunicazione cielo e terra, suolo e “celesti orizzonti”.

Quattro artisti con quattro linguaggi diversi, ma per arrivare tutti a dare testimonianza di precari equilibri, di dimensioni ulteriori, lì dove prendono senso anche gli strappi e gli squarci del vivere; ma soprattutto lì, dove sorge il mistero di uno spazio che non ha confine e di un tempo che si dà come mescolanza vertiginosa di tempi, eventi, cose. Poi su tutto si diffonde la musica “Buco nero a terra” di Moein Fathi (Teheran, Iran 1993): suoni e canzoni, eseguiti sia con strumenti elettronici che con strumenti tradizionali, come a voler accostare i ritmi orientali a quelli occidentali e, in qualche modo, abolire la lontananza, a favore di una incomparabile immensità.


ORARI MOSTRA
Mostra visitabile dal 01.02.2020 al 02.05.2020
dal martedì al sabato 15.30-19.30 (e su appuntamento)

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