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Un anniversario e due tributi.

  -  Sono passati quasi vent’anni. Era il 2001 e la musica si era spostata verso altri lidi che non erano il rock. Il genere sembrava essere scomparso a favore di altre forme espressive, di altri generi. Come spesso succede, il fuoco continua ad ardere sotto la cenere e così in un altro modo, lontano dai riflettori dentro alle “riserve” indie, il genere continua ad esistere. Di più, cerca forme diverse nutrendosi dell’esistente, rielaborando, sperimentando e cercando nuove vie. Da una di queste “riserve”, a New York, si formano The Strokes. Un gruppo che affonda le sue radice nel punk dei Ramones, nella british wave degli anni Settanta ma che cresce dentro a sonorità e composizioni più alternative e garage. Così esce il primo album, Is This It. Approfittando del fatto che il mese prossimo correrà il ventesimo anniversario dell’opera, mi sono sentito in dovere di riascoltarlo per voi e di fare alcune considerazioni. Non me ne voglia, il mio amico Massimiliano Morelli che proprio su questo sito ha splendidamente recensito (molto lucidamente ma con un grande trasporto del cuore) l’ultimo disco della band newyorchese del 2020, The New Abnormal (Grammy Award per il miglior LP nel 2021).

Il lavoro riceve un’ottima accoglienza da parte del pubblico e della critica. Ha, anche, il grande merito di riportare sulla scena del mainstream il rock che sembrava destinato a non tornarci più. Appunto, il mainstream con cui The Strokes troveranno membrane permeabili a tratti e a tratti impenetrabili. Is This It sarà poi croce e delizia per Casablancas e soci. Per la critica diventerà il paradigma con cui verranno giudicati i lavori successivi: spesso battezzati troppo uguali o troppo diversi. Sia come sia, i fan non li abbandoneranno mai.

Mancano i temi impegnati è vero. Siamo lontani dalle critiche sociali o politiche. Non c’è l’eco del disagio della Seattle music del decennio precedente o il giudizio sulle guerre di Bush Jr.

C’è la rabbia, sì. C’è un progetto anche di immagine. C’è un disagio endogeno esistenziale, la società e le sue distorsioni sono sullo sfondo. Ci sono la noia, le feste e la droga. La trattazione di quest’ultima, lontanissima dalle atmosfere di Under The Bridge. Ma, tant’è. Forse quella vacuità, quella  vita riempita di fughe artificiali e facezie doveva e deve essere raccontato senza sputare sentenze, senza negare. Meglio quello della riesumazione della victorian age, del ritorno alla fascinazione impossibile dell’Impero perpetrata dai loro colleghi britannici dell’indie, i Libertines.

The Strokes non saranno mai il mio gruppo preferito ma ha riportato al centro della scena e del dibattito sulla musica, il genere. E l’ha fatto con autenticità, determinazione e qualità. Poco importa che vent’anni dopo, quell’album non è più per millenials ma più per gente della mia età. Qualcuno mi ha detto che, ora, suona vecchio. Dissento: suona classico.

Avrei voluto continuare la disamina del lavoro de The Strokes (e mi ero preparato). Purtroppo due tristi accadimenti, mi costringono a darvi conto di due notizie. Due importanti scomparse ci hanno scosso, la settimana scorsa.

Dusty Hill ci ha improvvisamente lasciato. Uno dei fondatori e l’iconico bassista (in realtà polistrumentista) degli ZZ Top è scomparso mentre dormiva nella sua casa in Texas. Il suo talento e la sua iconica barba ci mancheranno terribilmente.

Nella stessa settimana, Joey Jordison, da tempo malato ed assente dalle scene, ha lasciato le sue bacchette e le sue pelli per sempre. Un terribile male ha, alla fine, avuto ragione di lui. Toccante il ricordo dei suoi compagni di viaggio. Anche lui ci mancherà moltissimo.

Due interpreti diversi ma testimoni del rock che non muore mai, come l’Araba Fenice.

Purtroppo, con questo “pezzo” vi lascio per la pausa estiva. Ci ritroveremo in settembre (salvo eventi particolari).

Credetemi, avrei voluto chiudere diversamente.

Di Paolo Pelizza

© 2021 Rock targato Italia

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L’AVVENTO DEL SILENZIO.

“La musica aiuta a non sentire dentro

il silenzio che c'è fuori.”

  1. S. Bach

   Ora che persino #RAI2 ha (seppur solo in seconda serata) sdoganato voci “altre” rispetto alla pandemia, sull’origine di questa (era zoonosi e Montagnier era ormai un vecchio rimbambito!), sulla scelta “singolare” di privilegiare la scoperta di vaccini (come se fosse automatico che si sarebbero trovati) e non sulla cura e sulla gestione politica della cosa, sono molto più tranquillo e (quasi) certo che a settembre ci sarà un altro lockdown.

Fatevi coraggio. Almeno, non vivremo nell’incertezza, suvvia. Da parte mia, accetterò di buon grado la nuova ondata di arresti domiciliari anche perché, questa volta, so cosa fare.

Infatti, anticipati da due singoli, usciranno due album che aspetto da tempo con ansia.

Il primo è Senjutsu che segna il ritorno in studio dei Maiden dopo The Book of Souls, pubblicato sei anni fa. Il titolo del singolo è Writing On The Wall, espressione idiomatica che indica che un evento inevitabile sta per accadere (di solito brutto … cosa vi viene in mente?). Il brano della band britannica è, come abitualmente, pieno di riferimenti sia alla loro stessa storia ed iconografia (con Eddie di vari dischi che appare nel pregiato videoclip del pezzo in grafica animata) e con il nuovo Eddie Samurai dell’atteso album che dovrebbe uscire il 3 settembre prossimo, sia a mondi diversi (primo fra tutti il Libro di Daniele contenuto nella Bibbia). Pare che il disco sia accreditato di brani anche piuttosto lunghi dato che la durata complessiva dell’opera è oltre ottanta minuti.

Se l’immagine della cover del disco attinge al Far East, il singolo sembra ispirato da esperienze più tecnicamente country-western, soprattutto nell’intro per poi svilupparsi ed esplodere nel caro vecchio hard rock e blues più che nelle atmosfere prog metal, cifra stilistica del gruppo dai tempi di Powerslave.

Le dichiarazioni di Harris e Dickinson fanno presagire un disco diverso dai precedenti che sperano possa essere digerito dai loro fans, soprattutto dai più puristi. Staremo a vedere e, come al solito, ve ne renderemo conto.

Il secondo album, dal titolo The Quest, è un’inevitabile preziosissimo ritorno: quello degli Yes. La data è quella del 1 ottobre prossimo … già sembra troppo in là.

The Quest, registrato già nel 2019 e prodotto dallo stesso Steve Howie, vede al basso Billy Sherwood dopo la scomparsa del compianto Chris Squire  nel 2015.

Il singolo che apre l’opera è The Ice Bridge, singolo che parla del cambiamento climatico. La cosa che non stupisce, è l’orchestrazione curata. La stesura, da par loro, è naturalmente di assoluto livello. Il disco è accreditato di undici brani che non vediamo l’ora di ascoltare.

Se il buongiorno, si vede dal mattino, abbiamo di che far divertire le nostre orecchie, l’autunno prossimo e, comunque, avremo la scusa per evitare di ascoltare la prosopopea infinita di chi continua a sostenere tutto ed il contrario di tutto, di chi cavalca l’onda del momento, di chi starebbe meglio al Grande Fratello VIP  che in un laboratorio, di chi nega, di chi strumentalizza, di chi ha la verità in tasca (e poi viene regolarmente smentito dai fatti), del nuovo positivismo (il metodo scientifico non può essere fideistico) e, soprattutto, non impazziremo nel silenzio costretto delle nostre case e delle nostre solitudini.

di Paolo Pelizza

© 2021 Rock targato Italia

 

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LA TERZA DOSE. di Paolo Pelizza

LA TERZA DOSE.

Ci sono mattinate che partono male.

Diciamo che da, ormai, sedici mesi conviviamo con bollettini di guerra, arresti domiciliari, varianti varie ed eventuali di un’apocalisse di cui nessuno ha capito molto se non quelli che ci stanno accumulando enormi fortune … Peccato che ancora si parli di fine dell’emergenza da una parte, dall’altra di ripartenza di lockdown, di colori con sfumature profonde, di efficacia e di inefficacia dei vaccini, di preparati salvifici e di sieri killer

Insomma, un gran casino.

Un giorno, un grande e stimato medico trapiantologo, mi disse che la frase che un medico o uno scienziato non dovrebbe dire mai che “è certo”.

Da parte mia, la mattina, cerco di stare il più possibile lontano dalle notizie. Questo perché, al novanta per cento, le news se non sono inesatte, sono “doppate” per mantenere status quo convenienti o per modificare comportamenti di cui qualcuno si avvantaggia sempre. Pensate alla grande sbronza del giornalismo per i social media: gratis, nuove professioni, una nuova socialità, etc.

Invece, non sono altro che il sistema con cui sono riusciti a mettere gli individui su uno scaffale del loro enorme supermercatone globale. Il modo in cui hanno trasformato gli esseri umani in prodotti che si possono comprare e vendere, controllare e condizionare.

Poi, ci sono mattine che partono peggio di altre. Oggi, ad esempio, scopro appena bevuto il primo caffè della giornata che Robby Steinhardt ci ha lasciato a seguito di complicazioni di una pancreatite.

E’ la terza dose di disgrazia … quella che non vorremmo mai inoculare.

Fondatore, voce e violino della band prog americana Kansas, aveva al suo attivo anche una collaborazione con i Jethro Tull, nell’ultimo periodo stava preparando un lavoro da solista, a testimonianza del fatto che un vero musicista ha bisogno di creare, di affrontare nuove sfide e provare nuove strade.

Io scopro i Kansas in una estate del 1980. Sono in montagna e un ragazzo più grande mi fa ascoltare dalla sua autoradio Carry On My Wayward Son. E’ un’epifania. A Domodossola trovo solo il 45 giri. Ma, appena torno a Milano, compro l’album: Leftoverture. L’opera è un viaggio ispirato tra AOR, folk e progressive rock. La qualità di composizioni e scelta dei suoni è altissima… Forse troppo per un gruppo americano, tanto che l’album precedente vende sotto le aspettative della Epic. Il singolo apre il disco e lo “trascina” con una sua facilità di ascolto che, pure, rimane di straordinaria fattura ed evolve con le tessiture più complesse di Miracles Out of Nowhere, Cheyenne Anthem e Magnum Opus.

Mentre una lacrima increspa il liquido scuro nella tazzina, penso a quanto oggi ci sia bisogno di ribelli e di esortazioni a ribellarci.

Grazie Robby.

di Paolo Pelizza

© 2021 Rock targato Italia

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APNEA In concerto

APNEA

In concerto

Sabato 17 luglio 2021 – ore 20:00

TROPICANA CLUB

Via Fratelli Cervi 5 – Colbordolo di Vallefoglia (PU)

Gli Apnea tornano a calcare il palco con un nuovo ed elettrizzante concerto tutto dal vivo. Dopo la loro ultima esibizione, avvenuta il mese scorso, trovano nuovamente spazio per dare vita e voce alla musica, che, per via della pandemia, per troppo tempo è rimasta in standby.  In collaborazione con il ‘Caffè della Fortuna – Disco Bar”, il quintetto marchigiano riprodurrà tutti i brani del loro repertorio, in particolare il loro ultimissimo singolo e videoclip “Il giorno di ieri”, uscito lo scorso aprile, con l’obbiettivo di far divertire, cantare e ballare i presenti alla festa.

APNEA è una band attiva da tre anni e formata da Alessandro Guarandelli (Voce), Francesco Antonelli (Basso), Luca Magrini (Chitarra), Andrea Molinari (Batteria / Cori) e Marco Molinari (Chitarra / Cori).

Nell’estate 2019 registrano un EP di 6 tracce, “Private confidenze”, che racchiude l’essenza primordiale della band, un mix di forti emozioni che passa da brani alternativi, come “Aria 8”, “Ossigeno”, fino a raffinate ballad come “Amara”, “E’ tutto vero“.

Estate 2020 pubblicano il videoclip del loro primo singolo ufficiale “Erotica Venere”.

Ad ottobre il concorso ROCK TARGATO ITALIA li decreta vincitori della 32° edizione. A dicembre viene pubblicata la Compilation “ROCK TARGATO ITALIA 1987/1992”, a cura dello scrittore Roberto Bonfanti, una raccolta di brani di grandissimi artisti italiani come Vasco Rossi, Litfiba, Afterhours che contiene anche il loro secondo singolo “Poco prima di dormire”.

Maggio  2021 pubblicano il singolo e videoclip “Il giorno di ieri” per l’etichetta discografica Terzo Millennio Records https://youtu.be/Q5pHxy1CmDo

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IRENE INZAGHI

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