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Perfidie di Stefano Torossi: Indagine Psico-Zoologica


IL CAVALIER SERPENTE

Perfidie di Stefano Torossi
9 febbraio 2015

INDAGINE PSICO-ZOOLOGICA

Sironi e il Criticus Constrictor
Tutti abbiamo visto nei documentari l’elegante e ipnotico boa constrictor che si avvicina alla preda inspiegabilmente indifferente al pericolo (è qui che lavora l’ipnosi), la cattura nelle sue spire, la stritola e poi se la pappa in un boccone.
Martedì 3 al Vittoriano, presentazione del libro “Mario Sironi, la grandezza dell’arte, le tragedie della storia”. Il boa, anzi il Criticus Constrictor è Claudio Strinati, uno dei più pericolosi intellettuali ipnotizzatori in circolazione; la preda: l’autrice del libro, Elena Pontiggia. Noi, i testimoni.
Non c’è niente da fare. La facondia inarrestabile, la proprietà di linguaggio, la elastica concatenazione dei contenuti stemperata nella civetteria di ripetizioni, pause sapienti e finte amnesie, è ipnotizzante come dovevano esserlo le leggende dello sciamano accanto al fuoco.
Ecco la depressione cronica, l’artrite, l’incapacità di Sironi a mantenere gli impegni con il suo gallerista, con conseguente causa persa e obbligo di risarcimento da parte del poverissimo artista, che diventa ancora più povero, ma a un certo punto riceve una piccola eredità che lo mantiene a galla per un po’. E poi incontra la Sarfatti che gli spiega quello che sta facendo. Ma continua a essere perseguitato dalle tasse (dietro c’è la mano del bieco Farinacci.)
Arrivati a questo punto della storia sono passati senza che ce ne accorgessimo 58 minuti (cro-nometro alla mano). Quasi un’ora di ipnoterapia.
Strinati momentaneamente rinsavisce e ammette che all’inizio aveva progettato un dialogo con l’autrice, ma poi, com’è come non è, è scivolato nel monologo. Si dichiara pentito. Subito dopo però, trascinato da se stesso, e trascinando anche noi, riattacca con il denso racconto di tutti gli altri tormenti esistenziali e artistici del pittore che non piaceva a certi critici i quali trovavano la sua pro-duzione antipatica e monotona. Un uomo nato deluso, che muore deluso il 13 agosto; e al funerale naturalmente non c’è nessuno. Come nelle sue desolate periferie.
Sono passati altri venti minuti. Qualche mormorio fra il pubblico, e finalmente le spire del Cri-ticus Constrictor si allentano e l’autrice rifiata e chiude l’incontro con poche frasi che ci sono sem-brate un po’ stremate e forse anche un po’ risentite.
Possiamo dire che non ce ne importa un gran che? Stiamo leggendo il libro, e la Pontiggia at-traverso le pagine ci parlerà con il tempo che ci vuole. In compenso abbiamo vissuto il grande piacere di farci (se pure a distanza di sicurezza) anche noi incantare.

Un grande timido?

Mercoledì 4 alla Fandango Incontri. Presentazione del libro di Alberto Tovaglieri: “La dirom-pente illusione, il cinema Italiano e il ’68”. Naturalmente, ospite d’onore è il figlio di quell’epoca: Marco Bellocchio. Non lo riconosciamo nelle prime immagini: ha sempre la faccia nascosta dalle mani. Per la foto segnaletica è stato necessario aspettare che gli dessero un microfono. Ma anche con quell’attrezzo a disposizione è tutto un mmmm, beh, mah; e in coda ad alcuni suoi interventi chiude con un forse timido, certo poco comunicativo “basta”.
Magari lui non è proprio così. E’ che di sicuro è passato attraverso questo tipo di routine chissà quante volte e deve averne fin sopra i capelli. I tre che lo circondano, oltre all’autore del libro, che lo sommerge di domande ingarbugliate e un po’ pedanti, sono Stefania Parigi, che modera dietro il sorrisetto forse saccente, forse mondano, di sicuro compiaciuto e complice di chi ne sa qualcosa di più perché fa parte del gruppo degli eletti. Il terzo, Christian Uva, è sobrio.
Una tripletta di quel genere di critici che, dopo aver approfondito il personaggio, sono sicuri di saperne di più di lui e gli attribuiscono valori e intenzioni che forse non si è mai sognato di avere. Insomma, che un po’ si bagnano nel riflesso della star.
Con il bel sottotono di chi non ha bisogno di mettersi in mostra, Bellocchio racconta, fra tante altre cose, di aver fatto, nel ’65, “I pugni in tasca” solo seguendo il suo estro senza chiedersi a quale movimento o tendenza fare riferimento. Poi, insieme al ’68, è arrivato tutto il resto: l’attribuzione a movimenti e tendenze, il successo, l’ingresso nella storia del cinema, i trattati, ecc. ecc.

P.S. Impossibile sottrarci all’irresistibile tentazione di segnalare un paio di delizie serviteci, come si suol dire, su un vassoio d’argento da stampa e TV negli ultimi giorni.
Ventuno. I colpi di cannone che hanno accompagnato l’elezione del Presidente della Repub-blica. Forse ci avete fatto caso, forse no ed è un peccato: tutti, ma proprio tutti, giornalisti, cronisti, commentatori sono stati ben attenti a specificare che i colpi erano a salve. Ma secondo loro qualcuno di noi poteva pensare che i cannoni del Gianicolo fossero caricati a proiettili perforanti, o magari incendiari? Tanto più che, dato l’alzo, risultavano puntati precisamente sul Palazzo del Quirinale.
No, l’oroscopo no! La faccia di Renzi, quando, a metà della sua brillantissima e implacabile ospitata a Porta a Porta, gli hanno fatto l’oroscopo! Si è trattenuto, naturalmente, nascosto dietro il suo solito sorrisetto, ma a guardarlo bene sembrava che avesse davanti Vanna Marchi. La vecchia Italia credulona pilotata da quel furbacchione di Vespa e il giovane manager efficiente e perplesso di fronte a tanta scempiaggine. Impagabile.

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L’archivio del Cavalier Serpente, o meglio la covata di tutte le sue uova avvelenate, sta al caldo nel suo blog. Per andare a visitarlo basta un click su questo link: http://blog.libero.it/torossi

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Il Cavalier Serpente: Tre tipi Tosti

Perfidie di Stefano Torossi
2 febbraio 2015

TRE TIPI TOSTI

Harold Bradley
Lunedì 26 gennaio. Sul jazz, Adriano Mazzoletti è senza dubbio l’archivio vivente più completo che abbiamo in Italia. Saggi, libri, un’immensa enciclopedia, innumerevoli trasmissioni radio e TV; insomma, come lui non c’è nessuno.
Sua l’iniziativa di riunire in una serata al Teatro dell’Angelo alcuni vecchi leoni di cui sentiamo parlare da sempre. Praticamente un revival degli anni 80, ma anagrafici, non da calendario.
Harold Bradley (appunto 85 anni) cantante di blues e gospel, nero americano che vive dalle nostre parti da più di mezzo secolo ma quando parla ha ancora un accento da macchietta.
Dino Piana (anche lui 85 anni), trombonista di grande livello, rappresentante di quell’eleganza all’inglese che caratterizzava i jazzisti italiani della sua generazione: giacchetta attillata, colletto alto e cravatta, scarpe lucide e impeccabile piega ai pantaloni.
Gianni Coscia (un po’ più giovane, solo 84) fisPerfidie di Stefano Torossi armonicista piemontese, come ha tenuto a rimarcare più volte, e molto più pittoresco. Due secoli e mezzo in tre. E poi c’erano colleghi normalmente cinquantenni, e perfino un trio il cui pianista di anni ne ha solo diciassette.
Il teatro un po’ sgangherato, la fonica piuttosto avventurosa e le poltrone tutt’altro che anatomiche, non hanno impedito all’evento di diventare una piacevole riunione fra vecchi amici.
Raccontando al microfono la storia della segregazione e della successiva emancipazione dei musicisti di colore, Mazzoletti ha prodotto un’interessante riflessione, non musicale ma sociale.
La ragione, ha detto, per cui l’America è riuscita a scegliersi oggi un presidente nero, sta (non solo, naturalmente, ma anche) nel suono non domestico del nome di Barack Obama. Se si fosse chiamato, mettiamo Tommy Williams, questo nome anglosassone avrebbe richiamato in modo ancora troppo vicino e sensibile la sua discendenza da antenati schiavi, i quali al momento dell’emancipazione prendevano appunto il nome dai loro padroni. Non ci avevamo mai pensato, ma ci sembra sensato.

Mauro Ottolini da Bussolengo (Vr)
Martedì 28, mattina, Spazio Ascolto del Parco della Musica. Mauro Ottolini presenta il suo CD “Musica per una società senza pensieri”, prodotto dalla PdM Records.
Il maestro Ottolini, gesticolante a sinistra (una sorprendente somiglianza con Alexandre Dumas, a destra), è un superentusiasta del suo lavoro di contaminatore musicale, tanto è vero che nel CD ci sono brani cantati in dodici lingue, dall’arabo al finlandese, suonati su strumenti normali, etnici o immaginati per l’occasione: conchiglie, pietre sonore, sax di bambù e simili, articolati in modi e scale di ogni genere, con audaci artifizi (sfuggitici) per aggirare l’ostacolo dei microintervalli.
Il problema di questi entusiasmi è la tendenza, evidentemente irrinunciabile a debordare. I brani sono tutti lunghissimi, farciti di ogni genere di sonorità e colori, pieni di cambiamenti di atmosfere, di invenzioni, di salti d’umore. Bulimia musicale.
La conferenza stampa è durata quasi un’ora e mezzo, con gli ascolti, che sono indispensabili quando si parla di musica, protratti per troppi compiaciuti minuti (con il rischio di bruciare il CD), durante i quali abbiamo sorpreso più di un giornalista con lo sguardo perso nel vuoto, sbadigli soffocati o, peggio, sbirciate neanche tanto furtive agli orologi, mentre il maestro se ne stava adagiato in poltrona, in preda a una legittima beatitudine e inconsapevole di questi limiti temporali.
Tutta roba bella e interessante, intendiamoci, ma l’indigestione è sempre in agguato.
(Piccola digressione da Wikipedia, che volendo si può anche saltare: l’odierna Bussolengo, patria di Mauro Ottolini, era, intorno all’anno mille, conosciuta come Gussilingus, e il suo signore era il nobile Garzapane. Fa ridere, ma pare che sia storia vera).

Sandro Cappelletto
Martedì 28, pomeriggio, Sala Casella, Filarmonica Romana. Qui si vola alto.
“Fortissimo nel mio cuore”, Schubert, l’ultimo anno. Titolo e sottotitolo del recente libro di Cappelletto, presentato dall’autore, il quale, oltre a essere un sopraffino musicologo, è un perfetto entertainer. Bella voce profonda, pause e accenti giusti, senso dell’umorismo e della misura. Doti sconosciute al direttore dell’Istituto Austriaco di Cultura che gli sedeva a fianco e che ha letto, manifestando a ogni parola le carenze di cui sopra, un lungo discorso con una bella cadenza crucca.
Inutile entrare nei dettagli: c’è solo da aprire il libro. Sul palco si è raccontata l’omosessualità, non dichiarata ma più che probabile, di Schubert, vissuta come un male vergognoso nella Vienna dell’epoca; la sifilide contratta certo in modo peccaminoso che di lì a poco lo avrebbe ammazzato; il caratteraccio, e la difficoltà per gli amici a portarlo in società, data la sua tendenza a ubriacarsi e a puzzare per la scarsa igiene. Però si è anche evocata una fratellanza con Leopardi, suo sfortunato (e, si dice, altrettanto puzzolente) coetaneo e contemporaneo.
Ha chiuso l’incontro l’amico Marco Scolastra squisitamente sfiorando, o robustamente percuotendo a seconda della necessità artistica, la tastiera per noi.
Ma non finisce qui. Con il suo consueto sense of humour, Cappelletto, in coda allo sterminato numero di opere dedicate al musicista, ha citato quella che vince il premio del kitsch: il film “Angeli senza paradiso”, anno 1970, del giustamente dimenticato regista Ettore Fizzarotti, con Al Bano nella parte di Franz e Romina in quella della contessina Anna. Se ne trovano pezzi su You Tube. Noi siamo andati a guardarceli, e ve li consigliamo. Meritano.

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PICCOLE AMAREZZE CONTEMPORANEE :IL CAVALIER SERPENTE

IL CAVALIER SERPENTE

Perfidie di Stefano Torossi
26 gennaio 2015

PICCOLE AMAREZZE CONTEMPORANEE

Ad Spem Veterem.
Era il nome della zona di Roma imperiale a cui arrivavano, si mescolavano, si scavalcavano, si intrecciavano la maggior parte degli undici acquedotti che portavano in città una quantità impressionante di acqua dai colli a sud est, scorrendo sotto terra, su ponti, su arcate, con un insieme, ancora in parte visibile, di affascinanti strutture architettoniche.
Bene, questa stazione di arrivo e di incrocio delle acque antiche è oggi (approssimativamente, aggiungiamo a uso degli amici archeologi) Piazza di Porta Maggiore, un clamoroso insieme di archi trionfali, pilastri di tufo, canali tagliati nella muratura, selciato antico. Insomma, quello che potrebbe essere un parco archeologico assolutamente unico.
Solo che l’incrocio degli acquedotti è stato integrato da un intreccio ingarbugliato di auto, moto, bus, tram e trenini, alcuni dei quali vetusti quasi quanto le mura sotto cui passano fischiando ancora come le vaporiere dell’ottocento. Potrebbe anche essere una esemplare convivenza di antico e (quasi) moderno. Però l’esistenza, appena fuori della cinta delle mura di quartieri poveri, e più in là di borgate, ha trasformato la piazza in una specie di sala d’attesa per extracomunitari poveri, un limbo male frequentato, e ridotto più o meno a una discarica. Gli archi sono per fortuna ancora in piedi ma guardano dall’alto un mare di automobili, di gente e di immondezza.

Mura Aureliane Uno – Immondezza spontanea
Lungotevere Testaccio: l’unico punto in cui sopravvive un avanzo di quel tratto delle Mura Aureliane che correva lungo il fiume. In realtà sono pochi metri di muro e una piccola torre di mattoni. Pur sempre roba di venti secoli fa.
Evidentemente i duemila anni di storia non sono stati sufficienti a intimidire i writers testaccini che hanno ben bene imbrattato di vernice blu i ruderi. E ancora peggio, lo spazio sotto la torre è diventato un parcheggio a lunghissimo termine di carrettini e ferraglia abbandonata, probabili avanzi dell’epoca lontana in cui era ancora in funzione il vicino mattatoio, con relativo commercio ambulante di frattaglie (da cui si rifornivano le trattorie della zona specialiste in cucina povera roma-na: trippa, animelle, pajata).
Mura Aureliane Due – Immondezza istituzionale
Via del Campo Boario: qui le mura e le torri riacquistano tutta la loro imponenza, ma noi non riusciremo mai a passeggiare alla loro ombra, perché tutta questa zona, fino al Tevere è assolutamen-te off limits.
E’ terra di conquista e quartier generale dell’AMA, l’Azienda che si occupa di raccolta e smaltimento dei rifiuti di Roma, come si riconosce all’olfatto fin da lontano.
Perché questa attività, benemerita certo, ma non così nobile, sia stata concentrata proprio qui, a ridosso di uno dei tratti meglio conservati delle mura, è un assoluto mistero che temiamo rimarrà dietro le sbarre e a noi non svelato fino alla fine dei tempi.
Ora che tutto il trasporto e il trattamento dei rifiuti è meccanizzato, crediamo che non sarebbe così difficile trovare un altro spazio a portata di camion in una zona meno storica. Mah.

S. Silvestro in Capite - Il vasetto del sacrestano
Vicino a un grande fatto architettonico o sacro c’è sempre un piccolo uomo: il custode, il sa-crestano.
E con quale elemento manifesta la sua presenza? Con il vasetto di fiori, con una piantina, qualcosa insomma che neutralizzi la maestà, la grandiosità dell’elemento artistico, la sua importanza storica, e testimoni in modo rassicurante la condivisa piccolezza di chi lo custodisce.
Fra l’altro, siccome sono spesso in cortili bui o in recessi nascosti, le piantine non manifestano mai troppa salute: sono gracili, pallide, smunte.
Qui siamo nel cortile della chiese di S. Silvestro in capite, accanto alla posta centrale, dove sono raccolte basi di colonne, frammenti di bassorilievo, colonne intere, bei pezzi, insomma.
Testimonianze di arte romana.
E il vasetto del sacrestano

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Il Cavalier Serpente: ASSENTI (IN)GIUSTIFICATI & ALZHEIMER

Un grande cantautore un po' in ritardo, tre personalità del tutto assenti, e finalmente un bel granchio preso dal vostro
Cavalier Serpente

Perfidie di Stefano Torossi 

19 gennaio 2015

ASSENTI (IN)GIUSTIFICATI & ALZHEIMER

James Taylor
Questo signore, che sembra un contabile americano sulla sessantina, è uno che ha scritto parecchie belle canzoni, ha venduto cento milioni di dischi, ha vinto non si sa quanti premi, e ci aspettava al Parco della Musica lunedì 12 per parlare del suo prossimo tour in Italia. Per la verità siamo noi che abbiamo aspettato lui, e dopo oltre mezz’ora, eravamo ben bene irritati, anche perché siamo abituati alla puntualità degli americani. Poi è apparso, si è garbatamente scusato, ha esordito dichiarando il suo grande amore per l’Italia e ha parlato dei suoi frequenti viaggi e dei molti amici che ha da queste parti. Ma l’unica cosa italiana che è riuscito a dire è stata “grazi”.
Come mai questi che ci amano tanto, poi non imparano neanche una parola nella nostra lingua?
Comunque è stato molto carino. Ha parlato lento e ponderato come uno zio saggio (forse per farci capire tutto), ha detto cose sensate, anche politiche, senza sbilanciarsi, ha affrontato serenamente le domande. A Molendini che gli chiedeva se per lui era più facile scrivere musica negli anni ’70 che adesso, ha risposto: “Sì, ma non perché il mondo di adesso è diverso da quello degli anni ’70, è perché sono diverso io”. E poi se n’è andato.

Assenti (in)giustificati
Martedì 13, Auditorium dell’Ara Pacis (qui vista attraverso l’anello di Beverly Pepper). “Descriptio Romae – Banca dati sulla Roma sette-ottocentesca”, presentazione di un progetto di grande interesse: mettere a disposizione sul web una summa di tutte le carte catastali e topografiche di Roma prima dell’unità d’Italia.
Appello per i saluti d’apertura. Prof. Panizza, Rettore di Roma Tre: “Assente!” Lo sostituisce un signore noioso che va un po’ per le lunghe. Prof. Parisi Presicce, Sovrintendente Capitolino: “Assente!” Lo rimpiazza uno noiosissimo che, dichiarando a ogni passo: “Ho parlato anche troppo”, va avanti per interminabili minuti a base di ehm, che dire, però, che, che, che, ma, ma, ma, fino a consegnarci stremati fra le braccia di un terzo signore che fa le veci dell’Assessore Marinelli, assente anche lei, il quale, per fortuna, promette e mantiene il classico “Sarò breve”.
Una bella lista di lavativi. A scuola li avrebbero bocciati tutti.
Finalmente arriva il documentario dell’amico Raffaele Buranelli. Molto ben fatto, chiaro, informato, poetico. Una boccata d’aria, aria de Roma, ma…
Ma, proprio qui, nella colonna sonora (garantiamo sulla non colpevolezza del regista), abbiamo trovato un esempio di quella che si può giustamente chiamare la maledizione del marchio. Presto spiegata: dal commento musicale spunta l’adagetto della Quinta Sinfonia di Mahler, un tema di straziante bellezza, qui benissimo usato per commentare le immagini di Roma distesa e fascinosa.
Se non che, come molti certamente ricordano, questo brano, di sicuro il più felice di quel noioso compositore, emergeva da protagonista in una delle sequenze più tragiche di “Morte a Venezia” di Visconti; dopo di che, oltre che famosissimo anche fra i profani, è diventato il marchio musicale di atmosfere decadenti e funeree, come quella del racconto. E così ormai è bruciacchiato: bello, certo, ma utilizzabile a rischio perché associato per sempre a quel mondo, a quella storia. Forse un destino ingiusto, ma, come dire, mal comune…: la sigla di Quark (Bach, aria sulla quarta corda), Arancia Meccanica (Beethoven) il detersivo Ajax (la Carmen di Bizet), eccetera eccetera.

I mercoledì dell’Alzheimer
14 gennaio. Appena ci arriva la segnalazione di questo incontro mensile alla Libreria Fandango, ci precipitiamo sul posto ridacchiando sotto i baffi. Convinti che si tratti di una burla, ci affacciamo alla sala, preparati a incontrare un bel gruppo di anziani intellettuali occupati a sfoggiare le loro brillanti doti con la scherzosa copertura di quel nome che un po’ fa ridere, e un po’, comunque, fa paura.
Una delle organizzatrici ci saluta: “Lei è un accompagnatore, o…?” Facile immaginare come questo esordio ci abbia prima chiarito la situazione, poi suggerito non pochi dubbi sulla vivacità della nostra espressione.
E ci siamo trovati in una vicenda seria, organizzata dalla ABC per la Regione Lazio, in cui l’Alzheimer era un fatto vero, e non uno scherzo. Un bel numero di figli e nipoti impegnati con un altrettanto folto numero di vecchi smarriti, a cui togliere il cappotto o farli sedere a comando, con quel tono tra il condiscendente e il bamboleggiante che si usa spesso con i bambini e con i vecchi per farli stare tranquilli. Ci è venuto in mente che nei loro panni noi reclameremmo il diritto di essere tranquillamente furiosi, ma poi ci siamo anche detti che in quelle condizioni non si è mica più tanto autonomi né di fare né di pensare.
Te, pasticcini e intrattenimento artistico. Consistente nella presenza di un bravo musicista curdo-persiano, che ha dimostrato gli strumenti ed eseguito musiche tradizionali del suo paese, di cui l’animatrice continuava a sottolineare il carattere meditativo e il potenziale ipnotico (a un pubblico che di essere invitato all’ipnosi meditativa ci è sembrato non avesse mica tanto bisogno).
Forse un bicchiere di vino e una bella mazurka di Casadei, chissà…

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