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...e saremma andati avanti ancora un bel po' con queste scemenze... Ma l'assenza di spazio (e la presenza di buon senso) ce lo ha impedito.

IL CAVALIER SERPENTE

Perfidie di Stefano Torossi
13 aprile 2015

MAH!
LA CRONACA CHE CI PERPLIME


29 marzo, GP di Motociclismo del Qatar. Vafortino Rossi, 36 anni, vince in modo entusiasmante e sale sul podio insieme ad altri due italiani: festa grande, inno nazionale. Baci e abbracci e la regolamentare doccia di champagne. Poi leggiamo che lo champagne è analcolico.
Qui c’e qualcosa di leggermente ridicolo, pur con tutto il rispetto delle tradizioni locali. Quelli vanno a 300 all’ora, si prendono a spallate sulla pista, rischiano la pelle e qualcuno ce la lascia; però lo champagne è analcolico. Mah!

8 aprile, Esagerazioni. Arrestato il boss Giovannone De Carlo, uno dei protagonisti di Mafia Capitale. Gli trovano in casa, dice il titolo dell’articolo, un tesoro in orologi. Andiamo avanti a leg-gere e scopriamo che il tesoro consiste in cinque Rolex. Va bene, ammettiamo che ognuno di questi preziosi oggetti del desiderio costi dieci, quindicimila euro; ci pare comunque una somma un po’ ridicola per un boss così importante.
Come ridicoli sono i menù tipici di altri malavitosi di spicco, sempre riportati con una sorta di stupore ammirato, da poveracci, dalla cronaca (naturalmente parliamo della nera, quella a basso livello letterario, da principianti).
Questi sventurati fuorilegge, per tener fede al loro potere e alla loro ricchezza mangerebbero continuamente ostriche e aragoste bevendo solo champagne. Una dieta che, oltre a essere esiziale per la salute, ci sembra anche piuttosto noiosa. Soprattutto adesso che la pajata è stata riammessa sulle tavole. Mah!


9 aprile, Iconoclasti. Amal Alamuddin in Clooney appare in un articolo di colore che riferisce, fra i suoi importanti incarichi di avvocato, quello conferitole dal governo greco per riavere dall’Inghilterra i marmi del Partenone, portati via da Lord Elgin nell’800, e da allora al sicuro al British Museum.
Non ci sembra che l’iniziativa, preceduta da altre in passato, abbia avuto successo. Per fortuna. Chissà che fine avrebbero fatto altrimenti quei capolavori se lasciati sul posto, visto che nel ‘600, sotto la dominazione turca, il Partenone era stato trasformato in polveriera (regolarmente esplosa durante l’assedio veneziano), e anche dopo il botto, i pezzi non bruciati nelle calcare erano un mucchio anonimo di calcinacci. A noi sembra più che giusto che l’arte riposi, naturalmente a disposizione di tutti, presso chi la sa riconoscere e difendere.
Qui è inevitabile, parlando di iconoclasti, citare l’ISIS, sollecito promotore di video in cui si vedono scalmanati che demoliscono a colpi di mazza statue e fregi sumeri o ittiti (non ricorderemo mai la differenza, perdonateci). Per non sottovalutare la proverbiale astuzia levantina, non vogliamo credere che i miliziani non abbiano capito che vendere quella merce sul mercato del contrabbando d’arte sarà anche poco ortodosso dal punto di vista della vera fede, ma è certo molto redditizio dal punto di vista più banalmente economico.
Tanto più che in tutti quei video le statue e i fregi si polverizzano in maniera molto sospetta sotto i colpi, e spesso e volentieri permettono di intravvedere intelaiature di sostegno, proprio come nei modelli di gesso che troviamo negli studi dei nostri amici scultori.
Che abbiano effettivamente messo da parte per venderli i marmi veri, e a noi abbiano fatto vedere (anche un po’ ingenuamente, bisogna dire) le copie distrutte? Mah!


Ridacchiare sotto i baffi. Questo ce lo permette, con la sua inesauribile fornitura di materiale, Facebook.
“La causa primaria del cancro fu scoperta nel 1931 da Otto Warburg, ma pochissime persone in tutto il mondo lo sanno perché questo fatto è nascosto dall’industria farmaceutica e alimentare.”
“10 aprile. Nelle ultime ore i settori nordoccidentali dell’Italia sono sotto un massiccio attacco chimico. Dalle immagini satellitari della NASA si evidenziano chilometriche scie chimiche persistenti che si estendono dal Ponente Ligure a Piemonte e Lombardia. Se nelle prossime ore avvertite difficoltà a respirare, dolori ossei, febbre, rossore agli occhi, non è la primavera; basta alzare gli occhi al cielo per capire…” Eccetera eccetera.
Qualcuno ce l’ha con noi? Mah!


9 aprile. Sorridere del lapsus. Conferenza di presentazione della mostra “Barocco a Roma”. La curatrice Mara Grazia Bernardini parla con toni così flautati e leggermente soporiferi da provocare frequenti richieste di “voce!” dai presenti. Ma il momento bello dell’incontro arriva quando la si-gnora, dopo avere esposto le innumerevoli fatiche affrontate per la realizzazione della mostra, comunica al pubblico il suo piacere nel “poter dare inizio alla prima di questa serie di sofferenze”.
Naturalmente corregge subito il “sofferenze” in “conferenze”, ma ormai l’ha detto.
Deve aver sofferto davvero tanto a mettere in piedi la baracca.


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L’archivio del Cavalier Serpente, o meglio la covata di tutte le sue uova avvelenate, sta al caldo nel suo blog. Per andare a visitarlo basta un click su questo link: http://blog.libero.it/torossi

 

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un paio di cosette niente male, questa settimana...talento e belle maniere.

Perfidie di Stefano Torossi 

30 marzo 2015

MINUETTI E PENNELLI

Bibì e Bibò in Sala Stampa
Chi non conosce Bibì e Bibò può passare direttamente al prossimo capoverso.
Chi invece se li ricorda, sa che si tratta di due monelli che da più di un secolo abitano in un fumetto con la loro mamma, la Tordella, il Capitan Cocoricò (che potrebbe essere il di lei fidanzato, ma nessuno lo sa con precisione) e l’ispettore, un piccolo signore pieno di autorità che dice sempre la sua.
Sala Stampa Estera, martedì 24, presentazione del “Galateo della Corrispondenza”. I due autori, Laura Pranzetti Lombadini e Michele D’Andrea, sono Bibì e Bibò. L’Ispettore è invece il moderatore, Claudio Ligas. Per questa volta la Tordella e il Capitano rimangono fuori della storia.
Naturalmente il libro è, al contrario dei due ruspanti ragazzini, il massimo del garbo, con punte di elevata raffinatezza se non di snobismo (la sottolineata superiorità, ora e sempre, della penna stilografica, possibilmente di marca e obbligatoriamente d’annata, rispetto a tutti gli altri arnesi da scrittura). Ovvio, in un manuale che insegna a corrispondere con l’idraulico o con il Presidente della Camera (o la Presidente, forse la Presidentessa, o magari la Presidenta). Comunque la si giri emerge il fatto che, essendo la lingua un organismo ben vivo e agitato, è impossibile tenerla ferma. Magari si accovaccia un momento sulla tua scrivania ma si sa che prima o poi scappa.
Il parallelo con i fratellini terribili prende vita quando i due autori, pungolati e a volte rimessi in riga, sempre garbatamente s’intende, dall’Ispettore – moderatore, nel corso della presentazione cominciano a battibeccare, si danno sulla voce per gioco, mettono finti bronci dopo aver sparato sberleffi e ripetono a pappagallo uno le frasi dell’altra.
Un minuetto elegante, simpatico, un po’ narciso e a momenti a rischio leziosità. Ma divertente perché ben condotto, neanche i due fossero attorcomici professionisti. Non abbiamo ancora letto il Galateo, ma siamo certi che, arrivati all’ultima pagina, avremo imparato qualcosa che farà di noi dei cicisbei migliori.

Merisi è in città!
Venerdì 27 nel piccolo teatro dell’Associazione ERA DEA, dalle parti del Panteon, cioè preci-samente nel quartiere in cui venne ad abitare poco più di quattrocento anni fa, sceso dal nord, il pittore Michelangelo Merisi, è andata in scena la seconda serata del ciclo “Il sotterraneo di Ca-ravaggio”. Rosa Di Brigida: idea e narrazione, Francesco D’Ascenzo: regia e recitazione, Rosa Balivo: egregia presenza in scena. Scene e costumi, strepitosi, del Laboratorio Era Dea Studio.
All’epoca (come fino a pochi anni fa, prima che esplodessero le ridicole quotazioni di milioni di dollari per squali in formalina o statue iperrealiste di Jeff Koons e Cicciolina) gli artisti erano dei poveracci che dipendevano dalla nobiltà per commissioni, vitto e alloggio. E protezione, che per il

nostro, dato il suo carattere rissoso, era fondamentale.
Come latitante per un presunto omicidio, fa una capatina alla metropoli più vicina, Venezia, dove, già che c’è (e ci pare con un certo profitto) studia i grandi pittori del momento.
Eccolo a Roma; qui si piazza a casa di Monsignor Pucci di Recanati. Per l’alloggio va bene, per il vitto un po’ meno, tanto è vero che il pittore soprannomina il prelato “Monsignor insalata”.
Dopo non molto cresce di livello e passa al Cardinal Del Monte, ma trova il modo di bruciarsi le amicizie anche qui, prendendo a bastonate un nobiluomo, come lui ospite del Cardinale. E’ chiaro che Caravaggio era uno che con il galateo non aveva molta dimestichezza, neanche quando gli sa-rebbe convenuto. E infatti gli va male perché un artista dell’epoca, per quanto famoso, proprio non si poteva permettere di bastonare un nobile.
Altre risse, altri arresti. Tira un piatto di carciofi in faccia a un garzone di osteria, che lo querela. Nel 1605 ferisce un notaio. I suoi nobili protettori riescono a insabbiare tutto, finché, nel 1606 uccide Ranuccio Tomassoni, con cui aveva già litigato varie volte, pare per i favori di una delle pro-stitute che frequentavano.
Evidentemente questa è l’ultima goccia, perché lo condannano, fin troppo severamente, alla decapitazione. Curiosamente, dopo questo fatto, nei suoi quadri i vari Oloferne e Golia cominciano ad avere i suoi stessi lineamenti.
Trova ancora la famiglia Colonna che lo protegge nella sua fuga a Napoli, a Malta, in Sicilia; una peregrinazione segnata da altre risse e duelli. Poi sappiamo come va a finire. Un vero spreco di un talento così miracoloso, solo perché il suo proprietario non riusciva a tenere a mente le semplici e utili regole del galateo.
Torniamo alla rappresentazione di venerdì. L’Associazione ERA DEA lavora ad alto livello, con lo stesso sprezzo del pericolo di Caravaggio, scegliendo come lui di rimanere fuori delle regole, pur non ricorrendo alla spada o al pugnale, e sì che ce ne sarebbero i motivi: la costante mancanza di attenzione delle istituzioni, e in più una città che pare abbia perso il nobile spirito giocoso che aveva tirato fuori all’epoca delle indimenticabili estati romane, l’effimero al potere. E chi ne risente di più sono naturalmente i piccoli.
Ma quando il talento c’è, anche se procura solo l’insalata, non bisogna mollare, ecco tutto.

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Perfidie di Stefano Torossi 23 marzo 2015 IL BUON TEMPO ANDATO

IL CAVALIER SERPENTE

Perfidie di Stefano Torossi
23 marzo 2015

IL BUON TEMPO ANDATO

Certo, i polli che arrivavano in tavola erano ruspanti e non di batteria, ma erano in pochissimi a mangiarli. Gli altri, qualche crosta di pan secco e acqua di pozzo. Certo, alle mense dei ricchi c’erano cacciagione, spezie e vini; poi però avevano tutti la gotta. Certo, nei quadri di Caravaggio i cesti sono appetitosi, ma se si guarda bene, sulla mela c’è il buchetto del verme che invariabilmente si trovava dentro ogni frutto.

In questi giorni siamo alle prese con due libri: il “Viaggio in Italia” di Montaigne, del 1580, e “Il profumo” di Süskind, contemporaneo ma ambientato nel ‘700.
E’ quasi incredibile come sono cambiate le cose da allora.
Una citazione dal secondo: “Nel ‘700 nelle città regnava un puzzo a stento immaginabile per noi moderni. Le strade puzzavano di letame e rifiuti, i cortili interni di urina e feci, le scale di legno marcio e sterco di topi, le cucine di cavolo andato a male e grasso rancido, le camere da letto di lenzuola bisunte e vasi da notte. La gente puzzava di sudore e di vestiti sporchi, le bocche di denti fradici e i corpi di pustole e scabbia; il contadino puzzava come il prete, puzzava tutta la nobiltà. Perfino il re puzzava come un animale e la regina come una vecchia capra, sia d’estate che d’inverno. Insomma, non c’era attività umana che non fosse accompagnata dalla puzza”.

La primavera è appena arrivata e con lei i primi richiami pubblicitari a viaggi e vacanze: tutto facile, economico, veloce e tranquillo. Oggi.
Invece, nel sedicesimo secolo, ecco a cosa andava incontro uno sconsiderato come Montaigne che avesse deciso di viaggiare non in territori inesplorati, ma semplicemente dalla Francia all’Italia, due paesi civili della civile Europa del tempo.
Il tempo: non ore o giorni, ma mesi, anni. I mezzi: a piedi, a cavallo, oppure, massimo del lusso, su una portantina a spalle di due uomini, con altri due di scorta. Un calesse o una carrozza erano pensabili solo per brevi percorsi perché le strade erano poche. Il resto, sentieri. E si viaggiava solo di giorno perché il mondo era buio, fuori e nelle case.
Oggi ci piacciono le cenette a lume di candela che ci isolano in un cerchio magico, tutto intorno la penombra. Ma quello che funziona per i nostri momenti romantici non era affatto comodo per la vita quotidiana delle famiglie. Si andava a dormire al tramonto e ci si alzava all’alba. L’unica luce era quella del camino. I pochi che leggevano col moccolo ci rimettevano gli occhi e la salute (vedi Leopardi).
In viaggio, un gentiluomo come Montaigne si portava dietro, oltre al proprio cavallo, un mulo per il bagaglio, un cameriere, un mulattiere e due lacchè a piedi. Più, molto spesso, materassi, bian-cheria e coperte, stoviglie e provviste. Perché le locande erano infami, gli osti imbroglioni, e non c’era da scegliere. Finestre senza vetri, solo con gli scuri. Piatti di legno o terracotta, spesso sporchi. Tavolacci su cui dormire senza lenzuola, federe o pagliericcio (sistemazione spesso considerata i-gienica perché scongiurava la presenza di cimici e pulci).
Si stupisce il nostro gentiluomo viaggiante per il lusso di un albergo in cui trova teli smontabili appesi ai muri accanto al letto per “non insudiciare la parete quando si sputa”. E’ smarrito in una in-fima locanda dove, avendo chiesto all’oste dove sgravare il corpo, questo gli risponde: “In cortile – sì, ma dove? – dove vuole”.
Brevi tappe percorse ogni giorno, per di più calcolate in misure diverse da luogo a luogo: lega di Guascogna, lega di Francia, lega tedesca; miglio italiano (ce ne vogliono 5 per farne uno tedesco), spanne, piedi, braccia, cubiti, lance, passi.
Si viaggia con il contante in borsa (e ne serviva davvero tanto), scambiandolo, chissà con quale criterio, in una girandola di valute locali: scudi, fiorini, soldi, lire, talleri, reali, giuli, zecchini, paoli, grossi, denari, baiocchi. Niente assegni o carte di credito, chiaro, quindi continuo rischio di rapina.
E naturalmente ognuno degli innumerevoli staterelli da attraversare richiede passaporti, bollette di alloggio denuncianti il numero di signori, servitori e bestie in transito, senza le quali non si riesce a trovare da dormire e da mangiare. Qualche volta servono anche le bollette di sanità, se si arriva da dove c’è o si crede che ci sia qualche pestilenza. E nel bagaglio vengono attentamente controllati, e al caso sequestrati, anche i libri, oggetti rari, costosi e all’epoca molto sospetti, soprattutto di eresia.
Dopo la testimonianza, incredibilmente distaccata per i nostri orecchi (ma all’epoca il fatto doveva essere assolutamente normale) di due esecuzioni capitali a Roma, una per impiccagione e successivo squartamento, l’altra con taglio delle mani, uccisione a colpi di mazza e sgozzamento del colpevole, Montaigne riferisce, con uno stupore che noi avremmo trovato più appropriato ai fatti precedenti, una cena al palazzo di un cardinale, in cui “tutti si sono lavati le mani prima del pasto”.
Possiamo chiudere con una sua definizione di Roma, che va bene anche oggi: “tutta nobiltà e corte”, e con la citazione, tanto per sapere come regolarsi, della migliore locanda d’Italia, che è “La Posta” di Piacenza, e la peggiore: “Il Falcone” di Pavia, dove si paga a parte la legna per il camino, la biancheria e il materasso. Forse, essendo passati quattro secoli e mezzo non sono più indicazioni tanto attendibili.

Oggi è molto più semplice: il biglietto lo fai on line, viaggi comodo e sicuro. In poche ore giri il mondo. Arrivi bello tranquillo al tuo albergo, ti cambi, doccia, scendi a fare due passi, poi vai al museo, e, certo, può essere che lì trovi qualcuno che ti spara. Ma fino a quel momento è stato tutto molto carino.

 

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UN’ORGIA DI VERNICI (Non quelle a smalto che servono per dipingere i mobili; parliamo di inaugurazioni)

Perfidie di Stefano Torossi

16 marzo 2015

UN’ORGIA DI VERNICI                                                              

(Non quelle a smalto che servono per dipingere i mobili; parliamo di inaugurazioni)

 Lunedì 9 marzo. “Roma moderna, i Fori e la città”. Istituto Nazionale di Archeologia, saletta strapiena: un centinaio di persone. Visto l’argomento, l’ambiente più giusto per la conferenza sarebbe stato forse Piazza Venezia, lo stadio Flaminio, o ancora meglio, l’intera città, perché invece di cento, i presenti dovevano essere tre milioni; insomma tutti gli abitanti di Roma.                                                                                                                                                               

Il progetto caldeggiato dal Sovrintendente Adriano La Regina: smantellare Via dei Fori Imperiali e aprire finalmente a tutti il più grande, il più importante, il più universale parco archeologico del mondo.

In passato: anni di tentativi. Momenti fortunati, piccoli passi avanti con sindaci lungimiranti; altri di oscuramento e fermate obbligatorie a causa della politica ostile. E naturalmente il trimillennario cialtronesco disinteresse dei romani per casa loro. Oggi finalmente, grazie alla progressiva eliminazione del traffico di superficie e alla costruzione della Metro C, forse si capirà che la famosa Via dell’Impero, trofeo del fascismo, non serve più a niente. Noi probabilmente non ci saremo, come ci siamo detti con Adriano, a causa dell’avanzato traguardo anagrafico raggiunto da entrambi, ma siamo stati d’accordo sull’opportunità di lavorare anche per gli eredi della città, che, in fondo, oltre a essere LA nostra e la loro capitale, è anche IL nostro e il loro capitale.

Mercoledì 11. Da Roma antica a quella (relativamente) moderna. Al Museo dell’Ara Pacis: “EUR, una città nuova, dal Fascismo agli anni ‘60”, interessante mostra sul progetto e la realizzazione, forzatamente incompleta, dell’E 42, quella che doveva essere la grande esposizione della Rivoluzione Fascista a celebrazione del ventennio 1922 – 1942.

Invece ci fu la guerra con il capitombolo del Fascio, l’esposizione non si fece e il quartiere cambiò parzialmente destinazione e nome, diventando EUR, Esposizione Universale Roma, più tardi sede di molte manifestazioni delle Olimpiadi del ’60.

Cinegiornali dell’epoca completi di voci stentoree e marcette guerresche, plastici, piante, foto, e qua e la l’infido baco della stupidità che sta sempre in letargo nel nocciolo di ogni regime; poi per fortuna si risveglia e a forza di gonfiarsi lo fa scoppiare.

Si legge per esempio, nel bando di concorso, che gli artisti invitati a partecipare devono dichiarare di aderire ai principi ispiratori del progetto (e questo è ovvio e sacrosanto), ma devono anche dichiarare di non appartenere alla razza ebraica (e qui fa capolino il baco).

 Stesso giorno, Galleria Nazionale d’Arte Moderna – Addirittura quattro mostre di cui una davvero importante e soprattutto attesa e dovuta da tempo. Le altre, puro contorno. Eccole: Uno “Studi d’artista”: foto e filmati. Poco interessante. Due “Azioni antiche”: libri, fogli, copertine, forse belli da tenere sulla scrivania, ma scarsamente entusiasmanti da guardare in bacheca. Tre “Bengt Kristenson, vibrazioni dal nord al sud”: nella confusione non siamo neanche sicuri di averla visitata.

E quattro, “La scultura ceramica contemporanea in Italia”: questa sì, una cosa seria. Una rassegna molto ampia di un numero inaspettatamente alto di scultori che lavorano la ceramica, materia tradizionalmente snobbata dalla critica e dal pubblico che la considera roba da souvenir: piattini col ritratto del papa o daviddimichelangelo da vetrinetta.

Molto pubblico, molti nomi, molte opere, molte sale,  una delle quali interamente dedicata a Leoncillo Leonardi, un artista che colpevolmente noi stessi avevamo ristretto nella serie B della scultura, e che finalmente ci ha obbligato a ricrederci, fare il mea culpa e riconoscerlo (per quello che può contare il nostro giudizio) artista di prima grandezza. Un vero scultore, insomma e non “solo un ceramista”.

 Giovedì 12. Accademia di San Luca. Salone d’onore: soffitto di quercia nera, pareti tappezzate di damasco rosso, pavimento di parquet scuro, una cripta più che una sala. Su Achille Perilli, pittore quasi novantenne, ma ancora vivo, eccome! si proietta un documentario che, al contrario di molti filmati del genere, è divertente per l’arguta grinta del protagonista sulla cui lunga intervista si snoda il racconto di una vita. Ci ha fatto sorridere l’accenno alle tradizionali risse a pugni e schiaffi fra gli astrattisti e i figurativi, e ci ha fatto sogghignare la chiamata in causa dell’odiato Guttuso, da Perilli definito senza tanti complimenti un mafioso siciliano che approfittando del potere che gli dava il PCI di cui era l’artista ufficiale, aveva fatto di tutto (quasi riuscendoci) per tagliargli le gambe.

Venerdì 13. MACRO. “Limits” della spagnola Amparo Sard, che nella nota autobiografica si definisce una “puntinista fisica”.

Disegni, video e un enorme oggetto a forma di ciambella appeso al soffitto.

Il tutto pieno di buchi. L’effetto gruviera è garantito, ma il materiale usato, plastica e carta, rigorosamente bianco su bianco dà anche una bella sensazione di leggerezza e di trasparenza: luce e aria attraversano i buchi e traboccano dovunque.

Niente di nuovo, intendiamoci. Ma bello.

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