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36° Festival Nuovi Spazi Musicali di Ada Gentile.

IL CAVALIER SERPENTE

Perfidie di Stefano Torossi
19 ottobre 2015

TRASFERTA GASTRO-CULTURALE

Risarcimento
Venerdì 9 ottobre, partenza per Ascoli Piceno dove si inaugura il 36° Festival Nuovi Spazi Musicali di Ada Gentile.
Evviva! La Via Salaria passa a pochi chilometri da Amatrice, dove è nato un piatto che ci piace molto: pomodoro, guanciale e pecorino, che, sparsi in abbondanza sulla pasta, diventano i famosi “bucatini all’amatriciana”. Basta calibrare la partenza in modo che l’ora di pranzo ci sorprenda da quelle parti, e la festa è in tavola.
Ci sentiamo un po’ in colpa per questo nostro subdolo stratagemma di unire l’utile al dilettevole. Vorremmo avere un direttore spirituale, o meglio, esistenziale, per dirci cosa è l’uno e cosa è l’altro: la musica o i bucatini?
Ore 13, stop in una trattoria con un’aria abbastanza ruspante da provocarci illusorie acquoline di bontà e spontaneità culinaria. Fregatura! Piatto da refettorio scolastico e vino in carattere. Ingenui e anche sfortunati. Ripartiamo delusi.
Per fortuna il risarcimento ce lo fornisce il Festival.
La città è, lo sanno tutti, una meraviglia di coerenza architettonica. Un misto di medioevo, rinascimento e barocco unificati dall’uso omogeneo del travertino. Con, e guai se fosse mancato, un bel pugno nell’occhio: la poderosa ex Casa del Fascio, violento esempio di stile razionalista.
Nel foyer del Teatro Ventidio Basso, per la serata inaugurale del festival, si ride. E si ride in un’occasione in cui normalmente, se proprio non si piange, almeno si sta seri: un concerto di musica contemporanea.
Ecco il perché: il programma è un melologo comico (parlano e cantano gli animali, ma che animali!) articolato in vari momenti, su testi di Stefano Benni e musica di autori (in buona parte presenti) contemporaneissimi e, va da sé, spiritosissimi.
Fra i protagonisti delle esilaranti scenette musicali siamo stati deliziati da un Cantango di Fausto Sebastiani, una Gallina Intelligente di Sbordoni, un Pavarotto di Piacentini, una Simmukkental di Stefano Cucci (della quale non possiamo non citare il lamento: “Oggi siam qui, domani scaloppine”) e finalmente dal Topo Cagone di Ada Gentile.
L’associazione fra quest’ultimo personaggio e lo strumento che appare in foto è immaginabile: nel racconto il topo fa di tutto per tener fede alla sua fama; lo strumento, un inconsueto sassofono basso, ne commenta le evacu-azioni in maniera ovviamente onomatopeica.
Si sono prestati senza pudore, contribuendo alla riuscita della burla, la soprano Susanne Bungaard, il basso Stefano Stella, il direttore, narratore, compositore Stefano Cucci e naturalmente gli strumentisti (all’onomatopeico sax basso Michele Bianchini).
Grandissimo successo. Presenti tutte le autorità cittadine, che ridono, applaudono e congratulano l’amica Ada, la quale, trasferendo il suo festival da Roma ad Ascoli, è riuscita a riossigenarlo robustamente salvandolo dall’infida Palude Capitolina in cui, dopo anni di perigliosa navigazione, stava per affondare.
Abbiamo anche fatto conoscenza con il maestro Allevi senior, padre del novello Mozart, per trent’anni direttore della banda di Porto San Giorgio e uomo dalla presenza energica e muscolare. Tutt’altra figura da quella del figlioletto Giovanni, con il suo look new age, i riccioloni e le manine svolazzanti sulla tastiera o lancianti baci al pubblico.
Del quale leggiamo che chiuderà il 4 novembre nella basilica di S. Ignazio a Roma il Festival Internazionale di Musica e Arte Sacra con la sua composizione “Toccata, canzone e fuga in re maggiore per organo a canne” (notiamo che a proposito di questo strumento si parla spesso di canne ma non si cita mai il pusher).
A questo punto non sappiamo decidere se abbiamo a che fare con l’ingenuità del cronista o con la sapienza autopromozionale del nostro genietto, mentre l’articolo prosegue definendo l’opera “uno dei brani più importanti della sua carriera che lo porta a confrontarsi con maestri come Bach e Strauss”, e citando il momento magico dell’ispirazione del Maestro espresso dalle sue proprie parole: “La musica mi ha investito come un fiume in piena, e poi tutta la Fuga, nelle sue quattro voci, ha iniziato a girare da sola come un planetario”.
Possiamo perdere siffatta manifestazione di sublime melensaggine? Caschi il mondo, il 4 novembre ci saremo.
Finalmente nel dopo spettacolo abbiamo ricevuto anche l’indennizzo gastronomico al quale pensavamo di avere diritto: squisite olive ascolane, fritti vegetali, ciauscolo e altre leccornie. E vino all’altezza. Più la mitica anisetta.
Le papille ringraziano, il fegato, mica tanto. Ma resisteremo.


Publio Ventidio Basso
Per completezza d’informazione, questo signore seminudo ritratto mentre difende le insegne di Roma in un immenso dipinto ottocentesco che copre tutta una parete del foyer del teatro Ventidio Basso, dove ha avuto luogo il concerto, è, per l’appunto, il console Publio Ventidio Basso, un illustre ascolano del primo secolo a.C., strenuo difensore dell’Impero Romano.
La ragione per cui gli eroi antichi, nell’espletamento delle loro funzioni militari, appaiono spesso nudi, con addosso al massimo una improbabile pelliccetta come questa (la quale, anche se striminzita riesce a coprire le parti sensibili) ci è sempre rimasta oscura.
Specie in un’allegoria del genere, in cui il console romano dovrebbe, per la nobiltà dell’atteggiamento e ancora di più per quella dell’abbigliamento, essere chiaramente distinguibile da quegli straccioni brutti sporchi e cattivi, come sempre sono rappresentati i barbari.
E poi, dato che, per essere diventato console avrà avuto i suoi anni, come faceva a essere così snello e muscoloso?


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L’archivio del Cavalier Serpente, o meglio la covata di tutte le sue uova avvelenate, sta al caldo nel suo blog. Per andare a visitarlo basta un click su questo link: http://blog.libero.it/torossi

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Perfidie di Stefano Torossi LO SBALSAMATORE - Emufest

IL CAVALIER SERPENTE

Perfidie di Stefano Torossi
12 ottobre 2015

LO SBALSAMATORE


Lo sbalsamatore
No, perché imbalsamare cose e persone è relativamente facile, avendo gli ingredienti, ma per sbalsamarle ci vuole qualcuno di speciale.
Come si fa a non definire imbalsamato questo virtuoso, non proprio acconciato da piano bar, piazzato su una sedia Luigi XVI, sullo sfondo della boiserie del Circolo Ufficiali dell’Esercito, che ci ha dilettati con un inqualificabile (nel senso che è proprio difficile qualificarlo) medley di “Ta-pum”, “La canzone del Piave” e “Il testamento del Capitano”.
Caserma Pio IX, Roma, 6 ottobre. Il Circolo naturalmente è una meraviglia di archi e tendaggi; l’ambiente è formalissimo: signori incravattati, militari in divisa, mogli in tiro e temibili generalesse della CRI in camice bianco e velo.
“Inediti dal fronte - Dietro le quinte della Grande Guerra”, titolo e sottotitolo dell’evento. L’audace che sfida la sorte con il suo testo e la sua persona è Michele D’Andrea, arguto esperto di cerimoniale, di onorificenze, di araldica militare e annessi e connessi, che si racconta in cartella stampa con una breve biografia ben bene inzuppata di ironia (“tiene seminari di protocollo, se ispi-rato presenta concerti bandistici e da giovanetto, giocando a basket, ha contribuito in maniera decisiva alla retrocessione della sua squadra”) C’è chi, fra i presenti, ha chiesto ad alta voce il nome della squadra.
Ironia che naturalmente sfugge al presidente dell’Associazione Lagunari Truppe Anfibie (i padroni di casa) mentre lo presenta serio serio a noi del pubblico.
D’Andrea, consumata volpe del microfono e del palco, lascia dire, e poi, ecco il vero sbalsamatore (in certi momenti, secondo noi, a rischio corte marziale) che parte a intrattenerci, cantando senza vergogna, proiettando foto e documenti, parlando di pidocchi e topi di trincea e fornendoci sorprendenti notizie a denominazione di epoca controllata. Abbiamo così appreso che:
L’espressione “palle girate” deriva dal fatto che, per un maggiore effetto a distanza di trincea, i fanti toglievano i proiettili dai bossoli di fucile, li giravano e ce li rinfilavano al contrario. Con squarci negli elmetti nemici da far paura.
L’espressione “scemo di guerra” serviva a descrivere i soldati che perdevano la brocca per shell shock: scoppio ravvicinato di granata.
L’espressione, o meglio l’insulto “pezza da piedi” viene dall’uso di piccoli teli, molto efficaci per avvolgere le estremità, in sostituzione dei calzini.
E i bambini nati in quel periodo e chiamati “Firmato” devono gratitudine per questo bel nome ai bollettini di guerra prima sottoscritti da Cadorna, poi da Diaz. (firmato Cadorna, firmato Diaz)
Chiude la festa un secondo discorsetto del presidente dell’ALTA, sempre coerente e sempre ignaro di una possibile ironia, e tutti a casa. Molte risate sotto i baffi e onore al merito all’eroico fante Michele D’Andrea.


Emufest
Tutto il contrario, l’Emufest, International Electroacustic Music Festival, inaugurato alla Sala Accademica di Santa Cecilia lunedì 5: atmosfera informale, nessuna cravatta, tantomeno divise; fra il pubblico molti futuri musicisti, per il momento ancora senza ruolo.
Serata interessante, affidata interamente al flautista Gianni Trovalusci (che qui vediamo impicciato fra cavi, cavetti e microfoni) e all’elettronica live. Con diversi momenti di bassa pressione che noi crediamo di poter imputare alla mancanza di audacia delle composizioni. Gli autori, tutt’altro che vecchi, sembrano incapaci di osare e si limitano a ricucinare un po’ il vecchio repertorio di sbuffi, sfiati, chiavi e cuscinetti chiusi e aperti senza suono, e simili piacevolezze anni ’70.
Trovalusci è bravissimo, ma certo, come non si può spremere sangue dalla proverbiale rapa, così è difficile fare scandalo con uno strumento melodico come un flauto, sia pure in sol e amplificato a volontà.
Come è quasi impensabile ormai essere spiazzati dall’elettronica.
Quindi? Non abbiamo la risposta, naturalmente, ma avremmo preferito uscire da quella bellissima sala in stile ottocento sabaudo portandoci dentro qualcuna di quelle furie iconoclaste che tanto infiammavano i concerti della nostra gioventù.
O magari una nuova e più sottile inquietudine da terzo millennio.


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Perfidie di Stefano Torossi LO SBALSAMATORE - Emufest

IL CAVALIER SERPENTE

Perfidie di Stefano Torossi
12 ottobre 2015

LO SBALSAMATORE


Lo sbalsamatore
No, perché imbalsamare cose e persone è relativamente facile, avendo gli ingredienti, ma per sbalsamarle ci vuole qualcuno di speciale.
Come si fa a non definire imbalsamato questo virtuoso, non proprio acconciato da piano bar, piazzato su una sedia Luigi XVI, sullo sfondo della boiserie del Circolo Ufficiali dell’Esercito, che ci ha dilettati con un inqualificabile (nel senso che è proprio difficile qualificarlo) medley di “Ta-pum”, “La canzone del Piave” e “Il testamento del Capitano”.
Caserma Pio IX, Roma, 6 ottobre. Il Circolo naturalmente è una meraviglia di archi e tendaggi; l’ambiente è formalissimo: signori incravattati, militari in divisa, mogli in tiro e temibili generalesse della CRI in camice bianco e velo.
“Inediti dal fronte - Dietro le quinte della Grande Guerra”, titolo e sottotitolo dell’evento. L’audace che sfida la sorte con il suo testo e la sua persona è Michele D’Andrea, arguto esperto di cerimoniale, di onorificenze, di araldica militare e annessi e connessi, che si racconta in cartella stampa con una breve biografia ben bene inzuppata di ironia (“tiene seminari di protocollo, se ispi-rato presenta concerti bandistici e da giovanetto, giocando a basket, ha contribuito in maniera decisiva alla retrocessione della sua squadra”) C’è chi, fra i presenti, ha chiesto ad alta voce il nome della squadra.
Ironia che naturalmente sfugge al presidente dell’Associazione Lagunari Truppe Anfibie (i padroni di casa) mentre lo presenta serio serio a noi del pubblico.
D’Andrea, consumata volpe del microfono e del palco, lascia dire, e poi, ecco il vero sbalsamatore (in certi momenti, secondo noi, a rischio corte marziale) che parte a intrattenerci, cantando senza vergogna, proiettando foto e documenti, parlando di pidocchi e topi di trincea e fornendoci sorprendenti notizie a denominazione di epoca controllata. Abbiamo così appreso che:
L’espressione “palle girate” deriva dal fatto che, per un maggiore effetto a distanza di trincea, i fanti toglievano i proiettili dai bossoli di fucile, li giravano e ce li rinfilavano al contrario. Con squarci negli elmetti nemici da far paura.
L’espressione “scemo di guerra” serviva a descrivere i soldati che perdevano la brocca per shell shock: scoppio ravvicinato di granata.
L’espressione, o meglio l’insulto “pezza da piedi” viene dall’uso di piccoli teli, molto efficaci per avvolgere le estremità, in sostituzione dei calzini.
E i bambini nati in quel periodo e chiamati “Firmato” devono gratitudine per questo bel nome ai bollettini di guerra prima sottoscritti da Cadorna, poi da Diaz. (firmato Cadorna, firmato Diaz)
Chiude la festa un secondo discorsetto del presidente dell’ALTA, sempre coerente e sempre ignaro di una possibile ironia, e tutti a casa. Molte risate sotto i baffi e onore al merito all’eroico fante Michele D’Andrea.


Emufest
Tutto il contrario, l’Emufest, International Electroacustic Music Festival, inaugurato alla Sala Accademica di Santa Cecilia lunedì 5: atmosfera informale, nessuna cravatta, tantomeno divise; fra il pubblico molti futuri musicisti, per il momento ancora senza ruolo.
Serata interessante, affidata interamente al flautista Gianni Trovalusci (che qui vediamo impicciato fra cavi, cavetti e microfoni) e all’elettronica live. Con diversi momenti di bassa pressione che noi crediamo di poter imputare alla mancanza di audacia delle composizioni. Gli autori, tutt’altro che vecchi, sembrano incapaci di osare e si limitano a ricucinare un po’ il vecchio repertorio di sbuffi, sfiati, chiavi e cuscinetti chiusi e aperti senza suono, e simili piacevolezze anni ’70.
Trovalusci è bravissimo, ma certo, come non si può spremere sangue dalla proverbiale rapa, così è difficile fare scandalo con uno strumento melodico come un flauto, sia pure in sol e amplificato a volontà.
Come è quasi impensabile ormai essere spiazzati dall’elettronica.
Quindi? Non abbiamo la risposta, naturalmente, ma avremmo preferito uscire da quella bellissima sala in stile ottocento sabaudo portandoci dentro qualcuna di quelle furie iconoclaste che tanto infiammavano i concerti della nostra gioventù.
O magari una nuova e più sottile inquietudine da terzo millennio.


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SCHELETRI IN SACRESTIA

IL CAVALIER SERPENTE

Perfidie di Stefano Torossi
3 agosto 2015

SCHELETRI IN SACRESTIA


Se è vero che ognuno ha il suo scheletro nell’armadio, Santa Romana Chiesa ne ha sempre avuti parecchi; e per un lungo periodo li ha tenuti nascosti in sacrestia.
Poi non ce l’ha più fatta e a un certo punto (forse per far rabbia a Lutero, ai tempi della Contro-riforma), ha cominciato a piazzarli sulle tombe, sotto gli occhi di tutti, a scopo dimostrativo, ammaestrativo e, diremmo, anche terroristico.
Scheletri, mezzi scheletri e quando non c’era abbastanza spazio, teschi con tutti i ghigni possibili, coi femori incrociati o no, e coi simboli del tempo che passa e della fine che incombe: clessidre, falci e ossute dita puntate.
Per fortuna non sono mai mancati gli artisti che, magari all’insaputa del committente, o addirit-tura alle sue spalle si divertivano a infilare in queste rappresentazioni punitive imposte dall’alto qualcosa di ridanciano, di irrispettoso, anche di blasfemo.
Abbiamo fatto un istruttivo giretto nelle chiese di Roma.


SCHELETRI


S. Giacomo alla Lungara – Presentazione curriculum del defunto

S. Pietro in Vincoli – Impeccabili cerimonieri S. Lorenzo in Damaso – Portatore d’anima 

Gesù e Maria – Tormento (e dannazione?) S. Maria dell’Anima – Tempus fugit

S. Maria in Monterone – Riflessione S. Maria sopra Minerva – L’abbraccio

S. Pietro – Trionfo della morte (e del lusso)

S. Maria della Scala – C’è posta per te S. Maria del Popolo - Cucù

MEZZI SCHELETRI E SCHELETRINI

S. Maria della Vittoria – Ballerini a metà (il Cav. Bernini si diverte)

S. Marco uno S. Marco due

S. Pietro in Vincoli

TESCHI, TESCHIONI E TESCHIETTI

Realistico Sinistro Ridanciano

Pentiti, peccatore!

Chi, io?

Eccetera, eccetera E poi, oltre alle ossa di marmo, ci sono quelle vere:

Lo scheletro di Santa Francesca Romana nella sua chiesa al Palatino.

La “Sacra Testa” di S. Agnese nella sua chiesa a Piazza Navona.

Il non meno sacro cranio di S. Valentino alla Bocca della Verità…

…e lo scheletro, tutto intero, di S. Camillo de Lellis, ospite alla Maddalena.

 E per concludere:

“Questo è ciò che mi aspetta”

Buone vacanze.


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