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Che dire? Le mutande non sono un capo molto chic, ma hanno la loro importanza.

IL CAVALIER SERPENTE

Perfidie di Stefano Torossi
15 giugno 2015

IN MUTANDE

Archeo inferno. Malgrado tutta la prosopopea del nostro passato imperiale di SPQR, della Veneziana Serenissima Repubblica, dei Magnifici Medici Toscani, del Primato Spirituale del Papato, di Leonardo, Michelangelo, Bernini, eccoci qua, noi italiani eredi di tanta gloria: in mutande.
Ce lo ha confermato un tristissimo “tour del brutto” che abbiamo seguito domenica 14, sotto la guida di Mario Tozzi, commissario del Parco dell’Appia Antica, e Roberto Ippolito, giornalista, nell’archeo inferno della Via Appia. Domenica, abbiamo detto. Ci sarebbe un rigoroso divieto di transito, tutti i giorni festivi, dalle 9 alle 18. Naturalmente neanche un vigile in vista, e traffico da terzo mondo, con i poveri turisti, come noi sfiorati da auto e moto a tutta velocità, perfino ambulan-ze a sirena spiegata sui sampietrini sconnessi e rumorosi.

E’ ovvio che non possiamo aspettarci pecore, pastorelli e la romantica solitudine della campagna romana dei secoli passati, ma non sembra giusto né intelligente trovarci addosso, nello spazio di neanche un miglio un’autocarrozzeria, un deposito di carburante, due orridi viadotti, uno ferroviario, l’altro automobilistico, mucchi di immondezza dappertutto, muri pericolanti o crollati, ristoranti annidiati dentro sepolcri imperiali, proprietà private sotto esproprio da decenni, che rimangono priva-te; e così via sottolineando il disprezzo di elementi che, presi da soli, sarebbero sufficienti per attirare carovane di turisti, figuriamoci tutti insieme.
Alla stupidità di chi dovrebbe rendere fruttuosa questa magnificenza di arte, natura e storia (un capitale che con due colpi di scopa, un dipendente in divisa a sorvegliare il traffico e il buon esempio da mettere sotto gli occhi dei cittadini maleducati, potrebbe diventare un conto in banca sempre in nero per la città) si aggiungono obiettive difficoltà: vere, questa volta. Due soprintendenze, tre comuni, l’onnipresente naso del Vaticano ficcato in mezzo alle mappe, competenze sovrapposte, servitù militari, Comune, Provincia, Regione, e così via burocratizzando quello che con un po’ di buon senso potrebbe essere semplicissimo.
In più, e questo ci sembra talmente meschino da poterlo definire quasi criminale, ci è stato raccontato da Tozzi in persona che la soprintendenza archeologica non ha gradito, anzi ha dichiarato che “l’Appia Antica non ha bisogno del tour del brutto”.
Come dire che i panni sporchi si lavano in famiglia. Nobile pensiero di tipo mafioso.

In mutande (segue). Visto che siamo in argomento (mutande e scempiaggini), abbiamo notato che si ricomincia a parlare di olimpiadi a Roma nel 2024. Evidentemente non basta come esempio la bancarotta in cui è precipitata la Grecia a causa delle spese folli per le sue del olimpiadi.
Recentemente sono spuntati dal mondo dello sport tutti quei bei casi di onestà e correttezza che ci fanno ben sperare, come cittadini italiani, che i pochi spiccioli che ci rimangono in tasca sarebbero, appunto, in buonissime mani se affidati a quel magico mondo dove l’unica cosa che conta è la fratellanza e la partecipazione. Mica i soldi.
L’altro giorno passeggiavamo per il Foro Italico, magnifico (lo diciamo sul serio) monumento costruito dal fascismo per celebrare lo sport italiano.
Le strutture sportive, insieme a quelle civili: uffici postali, municipi, città della bonifica, case dei mutilati, università e ospedali sono davvero la dimostrazione che ogni tanto anche i regimi, se sanno scegliere bene i propri uomini, sono capaci di produrre un’arte coerente, omogenea, moderna; in-somma, bella.
Poi, mentre facevamo il giro dello Stadio dei Marmi, alzando gli occhi, neanche poi tanto, ci siamo trovati davanti un campionario infinito dei protagonisti della nostra giornata: uomini in mu-tande.
Mutande di marmo, di bronzo, di corda, o addirittura inesistenti.
E ci è venuto in mente che questi magnifici omoni, opera di tanti scultori, alcuni più bravi o famosi di altri, ma tutti graditi al regime e quindi conniventi con questo stile imperiale e retorico, è possibile che siano stati usati, all’insaputa, appunto, del regime, il quale, assordato dal rumore dei suoi stivali e accecato dallo scintillio delle sue baionette, di nulla si accorgeva, come messaggeri per gli italiani: “Attenti: rischiate di finire in mutande!”
Il che è poi puntualmente accaduto.

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Perfidie di Stefano Torossi 8 giugno 2015: INVIDIA

Questa settimana ci siamo fatti travolgere da un'ondata lirico-turistica.
E veramente non ce ne saremmo mai andati da lassù
IL CAVALIER SERPENTE

Perfidie di Stefano Torossi
8 giugno 2015

INVIDIA


Proprio così, l’invidia è stata il primo inconfessabile sentimento che ci è montato nella strozza quando, giovedì 4, siamo approdati sulla terrazza della Fondazione Scelsi a Via San Teodoro. E non è difficile capire perché. Quello che appare nelle foto è solo metà del panorama che si vede da lassù. A sinistra, niente di meno che il tempio di Antonino e Faustina, quello dei Dioscuri, quello di Romolo e la Basilica di Massenzio. A destra, niente di meno che la chiesa di San Teodoro e la rupe del Palatino, con mura dirute e cipressi. L’altra metà del panorama è dietro le nostre spalle, e comprende, sempre niente di meno che, il Campidoglio, l’Altare della Patria, e poi il Foro e la colonna di Traiano, l’arco di Settimio Severo, tetti, cupole, campanili, terrazze fiorite e rondini in volo.
Da schiattare, perché, per di più, il sole tramonta nel quadrante giusto e così facendo illumina di quella speciale luce dorata di Roma i monumenti. E il relatore.
Eccolo: Giancarlo Schiaffini, esimio compositore, trombonista e tubista, da sempre compromesso con la Musica Contemporanea. Ci aspettava per parlarci di “Improvvisazione per scrivere, scrivere per improvvisare, improvvisare per improvvisare”. L’uomo è un paradossale (come si può facilmente dedurre dal titolo dell’incontro), garbato e interessante affabulatore. Ci ha tenuti incatenati alle sedie per quasi due ore, con l’aiuto del panorama, certo, ma anche di quella che Alessandra Carlotta Pellegrini, direttrice della Fondazione, ha definito presentandolo, la sua capacità di “snocciolare con semplicità tutta la sua conoscenza ed esperienza”.
Ci ha offerto un bel ripasso di storia dell’improvvisazione nella musica colta occidentale: dalla pratica sei-settecentesca del basso numerato con il solista al timone di comando, poi decaduta e pas-sata dalla totale libertà di prima all’imbalsamazione di tutto l’ottocento, alla rinascita a inizio nove-cento nel jazz, e al definitivo riemergere, a metà del secolo, nella Contemporanea.
Da buon maestro ci ha messo in guardia contro la faciloneria degli incompetenti e ci ha ricordato che anche in musica puoi avere grandi idee, ma se non hai la tecnica in mano non farai certo grandi cose. Neanche se improvvisi.
E poi ha imbracciato un euphonium (una specie di basso tuba in formato ridotto) e ci ha suonato “Maknongan” un brano di Giacinto Scelsi, il padrone di casa, da tempo dipartito, a cui la fondazione è intitolata.
Il glorioso tramonto romano, sui cui colori ci siamo già soffermati, avvolgeva il solista abbracciato al suo lucido strumento. Il quale, e non ce ne voglia l’amico Schiaffini, per sua natura (dello strumento, non di Schiaffini), e specialmente come solista (sempre lo strumento), non può che emettere, sotto il soffio dell’esecutore, sonore, talvolta vellutate, magari anche melodiose pernacchie.
Tutto intorno alla terrazza, nel dorato tramonto, volteggiavano sghignazzando i gabbiani.
Anche su questo termine, non fraintendeteci. Il verso del gabbiano, scientificamente chiamato “Larus cachinnans”, uccello sghignazzante, non ha evidentemente alcuna connotazione critica. E’ nella natura del larus emettere un richiamo che alle nostre orecchie suona come una sghignazzata.
Lui, ne siamo certi, non se ne rende conto. E soprattutto è garantito che non ha alcuna competenza sull’improvvisazione nella musica contemporanea.
A fine esecuzione si è alzato l’immancabile ponentino (altra pregiata esclusiva di Roma), e la fondazione Scelsi, oltre al panorama, di cui non ci stancheremmo mai di parlare, (che nel frattempo si era tinto di lilla, e poi di ombre azzurre) ci ha fatto omaggio di qualche calice di ottimo prosecco ben gelato.
Non volevamo più andarcene.


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Traduttori

IL CAVALIER SERPENTE

Perfidie di Stefano Torossi
25 maggio 2015

TRADUTTORI

A parte il gusto discutibile, non si può negare a questa vetrinetta entomologica un suo tono irri-spettosamente divertente (osservare con attenzione l’esemplare spillato al centro).
E’ uno dei giochetti (arte?) che abbiamo visto esposti alla mostra “I Belgi, barbari e poeti” inaugurata il 14 maggio al MACRO. Ridere, i giochetti fanno ridere, o magari solo sorridere. Stupire, stupiscono (ci sono scheletri che ballano il tango, quarti di bue appesi, inquietanti teste di gufi impagliate). Insomma, se uno non va proprio a cercare l’appagamento estetico, si può ac-contentare. (Fra le piacevolezze offerte, c’erano all’ingresso due ragazze della Ferrero che por-gevano, anche a chi come noi è entrato, uscito, rientrato e riuscito più volte spinto dalla gola, deli-ziosi cioccolatini).
Poi però, più che sorridere, abbiamo sghignazzato delle didascalie scritte in grande sui muri, in un italiano da peracottari. Ci corre l’obbligo civile e morale di denunciare i responsabili, traduttori, presumiamo, dal francese. Ecco i nomi, ripresi dal catalogo: Nicole Gesché-Koning e Lorenzo Van Elsen. Complimenti! Se il MACRO si fosse rivolto a un qualsiasi italiano di passaggio a Via Nizza, l’operazione sarebbe riuscita meglio.

“Art” in francese è maschile. “Arte” in italiano, invece no. Lo sanno un po’ tutti. Tranne, evidentemente, i Sigg. Gesché-Koning e Van Elsen.

Qui viene fuori la grandeur: “Noi non ci facciamo parlare dietro da nessuno. Nella parola “disagio” basterebbe una sola “g”? E noi ce ne mettiamo due, crepi l’avarizia e vive la France!”

Di fronte a questo ermetico “se tant’è”. Siamo rimasti senza parole.
Certo che per essere una mostra ufficiale, ospitata in un grande museo italiano, un bel quattro meno meno per le prodezze linguistiche se lo meritano.

Il povero Carravagio
Tanto per rimanere in argomento, qualche giorno fa, fendendo eroicamente le transumanze turistiche, spinti dal desiderio di rifarci gli occhi, ci siamo intrufolati nella chiesa di San Luigi dei Francesi che ospita in una cappella defilata uno dei cicli più famosi di Michelangelo Merisi, la Conversione di Matteo.
Sono tre capolavori da cui la chiesa trae giusto orgoglio, tanto che per illuminare il buio vano che li ospita (senza elettricità sono praticamente invisibili), e per trarne anche un certo utile, fa pagare un euro per pochi secondi.

Per l’acculturamento dei visitatori hanno piazzato nei pressi tre grandi pannelli (in inglese, francese, italiano) che spiegano la struttura, il significato e la simbologia delle opere.
Purtroppo le traduzioni nella nostra lingua sono anonime, altrimenti sapremmo chi ringraziare per queste perle; tante che a infilarle ci verrebbe fuori un bel girocollo.
Ecco il primo pannello, con il nome del famoso artista scritto in una grafia che possiamo senz’altro definire fantasiosa.

E, nel secondo pannello, il futuro santo che esita a presentarsi con l’altra mano, il dubbio che il personnaggio sia bene quello di Matteo, e la scena che si svolge nell’instante, eh!?

Nel terzo, poi, abbiamo addirittura un nuovo elemento: la finestra a crociata a forma di croce.

Dalla gran folla che ci stava intorno, facile calcolare che ogni giorno questi capolavori letterari finiscono sotto gli occhi di qualche migliaio di persone. Una bella figura davvero.

La biscia striscia. Alla Dante Alighieri, 20 maggio ore 18. Presentazione, nella magnifica Galleria del Primaticcio, di “L’ospedale della lingua italiana – Dove le parole usurpate dalle omologhe americane trovano cura e conforto”, libretto di Roberto Nobile.
Nobile iniziativa, scherziamo sul cognome dell’autore, e anche divertente; però si tratta di un al-tro (il milionesimo?) tentativo di demonizzare l’uso di parole straniere nella nostra lingua.
E’ inutile brontolare. La lingua non è una mummia e per rimanere viva (sia quella in bocca, sia quella sulla tastiera, o, per i più stagionati, nel pennino) deve continuare a guizzare come una biscia. Lo ha sempre fatto. E guizzando, inevitabilmente molla la pelle vecchia e sfoggia quella nuova che, se poi le rimane addosso, vuol dire che è abbastanza elastica e confortevole da durare.
Muffa rimpiangere le vecchie espressioni, snob e sciocco ridere di quelle nuove.
Tanto, e per fortuna, la biscia striscia senza dar retta ai lamenti di nessun saccentone.


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perfidie di Stefano Torossi: PROPRIO COME GLI ANIMALI

IL CAVALIER SERPENTE

 Perfidie di Stefano Torossi

 18 maggio 2015

PROPRIO COME GLI ANIMALI

Gli straccioni del Medio Evo.

Riflessione generale: tranne qualche caso di risparmio (scoiattoli, criceti) puramente istintivo, tutti gli animali arraffano solo l’osso o la ghianda che gli serve al momento. E poi, visto che non progettano (e soprattutto non hanno il frigorifero), neanche gli passa per la testa l’idea di conservare qualcosa per un futuro vicino o lontano.

Riferimento specifico: siamo nel Medio Evo. Il miserabile Medio Evo degli straccioni affamati di Roma (e d’Europa naturalmente) che più tardi saranno sostituiti da ricchi cardinali, papi o principi, anche loro ladri del passato.

Per ora fermiamoci agli anni bui. Manca tutto, e per di più non c’è nessuna capacità di organizzarsi per produrre e conservare quello che serve, proprio come gli animali.

E allora che si fa? Si va a frugare nella discarica della storia. L’unica cosa a buon mercato è la mano d’opera. A un lavoratore basta mezza pagnotta al giorno. E diventa conveniente (anche criminale, ma questo è un pensiero posteriore) metterlo con mazzuolo e scalpello a violare i mirabili monumenti romani (così ben costruiti che, malgrado gli attacchi dei secoli, molti di loro sono ancora in piedi) per recuperare le staffe di bronzo che tengono insieme i blocchi della muratura .

Proprio come gli animali, senza pensare al futuro distruggono capolavori del passato per arraffare un miserabile pezzo di metallo che serve al presente. E non solo quello. C’è bisogno anche di calce per tirare su le stalle in cui queste bestie vivono con i loro simili, e a portata di mano c’è tutto quel meraviglioso marmo. Basta spaccarlo a mazzate, buttarlo a cuocere in una calcara: capolavori di scultura, lastre, cornicioni, che stupido spreco! ed ecco la miglior calce del mondo. E la più costosa. Non per loro che la materia prima ce l’hanno gratis, ma per noi del futuro che non l’avremo mai più.

Naturalmente, siccome non c’è la tecnologia per salvare, si distrugge indiscriminatamente con lo scopo di recuperare fra le macerie quel poco di riutilizzabile che rimane. Ce lo testimoniano i segni di un disastro progettato, e per qualche fortunata circostanza non avvenuto, nel tempio di Antonino e Faustina al Foro Romano. Le magnifiche colonne monolitiche di cipollino già preparate con le scalpellature dei solchi in cui far passare le corde, attaccarle a un paio di buoi e tirare giù tutto. Con quale terribile, e soprattutto inutile danno, si può immaginare.

Tanto sono templi pagani, non hanno nessun valore; questa furia è autorizzata, addirittura incoraggiata da una religione rozza, egoista, antistorica. L’ISIS del nostro Medio Evo (che per noi fortunatamente è passato; per loro, a quanto pare, ancora no).

Il Martirologio. Per legittimare questa rapina in serie spuntano le leggende dei martiri. Schiere di vergini innocenti ed eroici catecumeni massacrati da feroci imperatori: Diocleziano, Massenzio, Nerone, Domiziano.

S. Stefano Rotondo a Roma. All’interno, tutt’intorno, una quarantina di colonne unite da un muro. E su questo muro c’è un gustoso campionario di fantasiosa macelleria a uso della Chiesa per l’edificazione dei semplici: il Martirologio.

Si tratta di una serie di affreschi attribuiti al Pomarancio che raccontano, con viva attenzione al macabro dettaglio, le più ingegnose torture che quei cattivoni dei romani infliggevano (e allora ci si può ben vendicare, no?) ai poveri cristiani.

A ogni quadro sono abbinate didascalie in cui al fedele che non avesse capito bene il senso del messaggio vengono meglio spiegati i tormenti rappresentati.

Seguendo questo elenco di posizioni, una specie di Kamasutra sacrificale per il vero cristiano, i martiri sono:

  1. Appesi per i polsi, stirati da un macigno fissato ai piedi, e arsi dalle torce di molti soldati.
  2. Con la bocca piena di piombo fuso versato da un crogiolo.
  3. Dati in pasto a un branco di leoni con buffe facce da gatto (il pittore non doveva avere mai visto un leone vero).
  4. Decapitati; ma anche dopo che la testa è rotolata per terra, loro rimangono in ginocchio, con regolamentare fontanella di sangue dal collo, le mani giunte in devota preghiera.
  5. Lapidati con bei sassi artistici della misura giusta.
  6. Crocefissi a testa in giù sopra un focherello acceso.
  7. Bolliti nell’olio o nell’acqua (il testo spiega la differenza di cottura).
  8. Bruciati (vivi, naturalmente).
  9. Sepolti (vivi, naturalmente).
  10. Bambini sgozzati a mucchi.
  11. Mani, lingue, nasi tagliati.
  12. Schiacciati fra due enormi lastre di pietra.
  13. Affettati a tranci come il tonno al mercato del pesce.
  14. Cavato un occhio, bruciate le mani, trafitta la gola, rosolati in graticola, ecc. (tutto diligentemente chiarito nelle scritte).
  15. E finalmente il più pittoresco: un nutrito gruppo di santi e sante, tutti insieme a mollo in una zuppa di pece bollente con la prescritta faccia beata degli eletti dal Signore, mentre un satanasso di carnefice in piedi sul bordo della vasca li rigira con un mestolone.

Vedere per credere. Chiesa di Santo Stefano Rotondo, Roma.

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