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Perfidie di Stefano Torossi: IL MESIODENS

IL CAVALIER SERPENTE

Perfidie di Stefano Torossi
11 maggio 2015

IL MESIODENS


Visto che la nostra non è una rubrica medica, questo titolo esige un’immediata spiegazione. Eccola. L’abbiamo sceneggiata un po’.
E’ un afoso pomeriggio di anticipatissima estate, il 6 maggio, e noi ci stiamo recando alla Sala della Crociera per affrontare il rischio di una conferenza, con mostra, su Michelangelo e Vittoria Colonna.
Contrariamente alle aspettative, la nostra sete di sapere e la speranza di un buono spunto per le perfidie del Cav. Serpente saranno entrambe appagate in pieno.
La sala è magnifica, come tutte le biblioteche della Roma barocca. E’ annidata dentro il grande isolato costruito quattro secoli fa dai gesuiti per ospitare l’immensa chiesa di S. Ignazio, il Collegio Romano, sale, alloggi e uffici vari (oggi Ministero dello Spettacolo), e la specola piazzata in una torretta alta sul tetto, dalla quale Roma, fino a non molto tempo fa, riceveva ogni giorno l’ora esatta.
La mostra è fatta di incisioni piccole, libretti piccolissimi, e medaglioni minuscoli in bacheche; roba che con la poca luce a disposizione (si sa che per non danneggiare i libri secolari, le biblioteche storiche sono ambienti in perenne penombra) praticamente non si vede.
Ma non importa. Perché quello che rende impagabile la nostra partecipazione all’evento è la presentazione da parte del professor Marco Bussagli, titolare della cattedra di Anatomia Artistica all’Accademia di Belle Arti di Roma (poi capiremo l’importanza di questo ruolo), del suo libro “I denti di Michelangelo”. E’ un testo di quasi duecento pagine tutto avvitato su una scoperta del pro-fessore: Michelangelo dipinge i personaggi che lui ritiene predestinati (al bene o al male, e non tutti i suoi soggetti, certo) con un dente in più: il mesiodens.
Si tratta di un’anomalia fisiologica, conosciuta fin dai tempi di Savonarola, e da quest’ultimo, insieme ai suoi superstiziosi contemporanei considerata una manifestazione del sovrannaturale, tendenzialmente maligno. Come altri simili difetti congeniti (rovinosi per la simmetria, simbolo della perfetta presenza del divino nell’umano) di cui il portatore non ha naturalmente nessuna colpa.
Il mesiodens, ovvero il dente di mezzo, è un incisivo supplementare che cresce dove non dovrebbe, cioè fra i regolamentari due superiori. Niente di grave, o forse anche sì: il suo possessore ha 33 denti, e siccome ci nasce è ritenuto un predestinato. Una delle prime esternazioni di questa simbologia, che il Maestro mantenne sempre segreta (per farla scoprire mezzo millennio più tardi dal professore) è sulla Sibilla Delfica. La quale, se uno va proprio a scrutarla maleducatamente da vicino, ha effettivamente un dentone supplementare che appare sotto la punta del labbro, in mezzo ai due incisivi a cui tutti siamo abituati.
Sul libro c’è la lista dei mesiodentati di Michelangelo: da Giona ai diavolacci, ai dannati, ai ri-sorgenti, ai predestinati. Sono centinaia; perfino il Cristo della pietà Vaticana mostra fra le labbra dischiuse nella morte il mesiodens. Anche qui bisogna andare scortesemente vicino per vederlo, e probabilmente ci arresterebbero. E’ una scoperta importante? Un’inutile scemenza? Non siamo in grado di dirlo. A occhio e croce saremmo per la seconda ipotesi, ma, per citare qualcuno più in alto, chi siamo noi per giudicare?
Riconosciuto a Bussagli il ruolo di star indiscussa di questo pomeriggio, nulla ci impedisce di procedere con l’aggiunta di qualche nuovo elemento al ritratto che andiamo completando dell’altro oratore che ha preso e fatto buon uso della parola dopo di lui: Claudio Strinati.
Studioso, storico, ricercatore: di lui siamo da sempre ammiratori per come parla. Le cose che dice sono interessanti, si sa, ma nel suo modo di raccontarle abbiamo intravisto un nuovo dettaglio. Lui gesticola poco, parla pacato, a tratti rallentando pensoso come se non riuscisse a trovare qualcosa: esita, si ferma quasi; poi eccola, la parola, che più giusta non potrebbe essere, esce da sola e sul suo volto si distende un’espressione quasi di stupore, quasi di piacere per il parto così ben riuscito.
Che naturalmente si trasmette al pubblico rinnovando l’attenzione e rinfrescando il discorso.
Dono naturale, abilissima tecnica affabulatoria? Non lo sappiamo e non ce ne importa. Certo l’effetto è quello di un’esitazione musicale, quasi un accenno di pericolosa deviazione che crea un sottile disagio in chi ascolta, per poi portarlo al condiviso sollievo della perfetta risoluzione.

Fiorenzo Carpi. 7 maggio, Parco della Musica. Presentazione del libro “Ma mi” su lui, la sua vita, la sua musica. Ci uniamo agli altri per rendere omaggio a un compositore raffinato e colto, morto poco meno di vent’anni fa e poi man mano svanito, molto immeritatamente, nella penombra.
Testimonianze piene di ammirazione e amicizia da parte di colleghi: Mazzocchetti, Piovani, Morricone; di Gregoretti che ha raccontato con la consueta arguzia qualche aneddoto, di Rigillo che ha letto bene, di Stella Casiraghi e della figlia Martina Carpi, cocuratrici del libro.
E poi finalmente, noi e il pubblico dei meno informati ci siamo chiariti il mistero delle due famose canzoni della tradizione popolare, portate al successo da Ornella Vanoni e Gabriella Ferri, e sempre vagamente associate (da noi meno informati) al suo nome, senza che nessuno sapesse pre-cisamente come e perché.
“Ma mi”: canzone tradizionale della mala milanese? “Nossignùr, t’el dis mi!”
“Le mantellate”: canzone tradizionale della mala romana? “Manco pe’ gnente!”
In realtà sono brani originali, su testo di Giorgio Strehler, composti da Carpi nel ‘52 e nel ‘59.
Ma talmente giusti che sembrano la vera voce del passato popolare.

P.S. Una nostra attenta lettrice ci ha scritto a proposito della somiglianza fra il Papa e Stan Laurel a cui avevamo accennato, anche se proprio non serviva, nell’articolo della scorsa settimana. E’ un’osservazione che vorremmo avere fatto noi, e di cui la ringraziamo per la finezza e la poesia. “Stanlio e Francesco sono uguali. Hanno anche la stessa ingenuità di "spalla": uno di Ollio, l'altro di Dio”.

 

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Perfidie di Stefano Torossi: IL MESIODENS

IL CAVALIER SERPENTE

Perfidie di Stefano Torossi
11 maggio 2015

IL MESIODENS


Visto che la nostra non è una rubrica medica, questo titolo esige un’immediata spiegazione. Eccola. L’abbiamo sceneggiata un po’.
E’ un afoso pomeriggio di anticipatissima estate, il 6 maggio, e noi ci stiamo recando alla Sala della Crociera per affrontare il rischio di una conferenza, con mostra, su Michelangelo e Vittoria Colonna.
Contrariamente alle aspettative, la nostra sete di sapere e la speranza di un buono spunto per le perfidie del Cav. Serpente saranno entrambe appagate in pieno.
La sala è magnifica, come tutte le biblioteche della Roma barocca. E’ annidata dentro il grande isolato costruito quattro secoli fa dai gesuiti per ospitare l’immensa chiesa di S. Ignazio, il Collegio Romano, sale, alloggi e uffici vari (oggi Ministero dello Spettacolo), e la specola piazzata in una torretta alta sul tetto, dalla quale Roma, fino a non molto tempo fa, riceveva ogni giorno l’ora esatta.
La mostra è fatta di incisioni piccole, libretti piccolissimi, e medaglioni minuscoli in bacheche; roba che con la poca luce a disposizione (si sa che per non danneggiare i libri secolari, le biblioteche storiche sono ambienti in perenne penombra) praticamente non si vede.
Ma non importa. Perché quello che rende impagabile la nostra partecipazione all’evento è la presentazione da parte del professor Marco Bussagli, titolare della cattedra di Anatomia Artistica all’Accademia di Belle Arti di Roma (poi capiremo l’importanza di questo ruolo), del suo libro “I denti di Michelangelo”. E’ un testo di quasi duecento pagine tutto avvitato su una scoperta del pro-fessore: Michelangelo dipinge i personaggi che lui ritiene predestinati (al bene o al male, e non tutti i suoi soggetti, certo) con un dente in più: il mesiodens.
Si tratta di un’anomalia fisiologica, conosciuta fin dai tempi di Savonarola, e da quest’ultimo, insieme ai suoi superstiziosi contemporanei considerata una manifestazione del sovrannaturale, tendenzialmente maligno. Come altri simili difetti congeniti (rovinosi per la simmetria, simbolo della perfetta presenza del divino nell’umano) di cui il portatore non ha naturalmente nessuna colpa.
Il mesiodens, ovvero il dente di mezzo, è un incisivo supplementare che cresce dove non dovrebbe, cioè fra i regolamentari due superiori. Niente di grave, o forse anche sì: il suo possessore ha 33 denti, e siccome ci nasce è ritenuto un predestinato. Una delle prime esternazioni di questa simbologia, che il Maestro mantenne sempre segreta (per farla scoprire mezzo millennio più tardi dal professore) è sulla Sibilla Delfica. La quale, se uno va proprio a scrutarla maleducatamente da vicino, ha effettivamente un dentone supplementare che appare sotto la punta del labbro, in mezzo ai due incisivi a cui tutti siamo abituati.
Sul libro c’è la lista dei mesiodentati di Michelangelo: da Giona ai diavolacci, ai dannati, ai ri-sorgenti, ai predestinati. Sono centinaia; perfino il Cristo della pietà Vaticana mostra fra le labbra dischiuse nella morte il mesiodens. Anche qui bisogna andare scortesemente vicino per vederlo, e probabilmente ci arresterebbero. E’ una scoperta importante? Un’inutile scemenza? Non siamo in grado di dirlo. A occhio e croce saremmo per la seconda ipotesi, ma, per citare qualcuno più in alto, chi siamo noi per giudicare?
Riconosciuto a Bussagli il ruolo di star indiscussa di questo pomeriggio, nulla ci impedisce di procedere con l’aggiunta di qualche nuovo elemento al ritratto che andiamo completando dell’altro oratore che ha preso e fatto buon uso della parola dopo di lui: Claudio Strinati.
Studioso, storico, ricercatore: di lui siamo da sempre ammiratori per come parla. Le cose che dice sono interessanti, si sa, ma nel suo modo di raccontarle abbiamo intravisto un nuovo dettaglio. Lui gesticola poco, parla pacato, a tratti rallentando pensoso come se non riuscisse a trovare qualcosa: esita, si ferma quasi; poi eccola, la parola, che più giusta non potrebbe essere, esce da sola e sul suo volto si distende un’espressione quasi di stupore, quasi di piacere per il parto così ben riuscito.
Che naturalmente si trasmette al pubblico rinnovando l’attenzione e rinfrescando il discorso.
Dono naturale, abilissima tecnica affabulatoria? Non lo sappiamo e non ce ne importa. Certo l’effetto è quello di un’esitazione musicale, quasi un accenno di pericolosa deviazione che crea un sottile disagio in chi ascolta, per poi portarlo al condiviso sollievo della perfetta risoluzione.

Fiorenzo Carpi. 7 maggio, Parco della Musica. Presentazione del libro “Ma mi” su lui, la sua vita, la sua musica. Ci uniamo agli altri per rendere omaggio a un compositore raffinato e colto, morto poco meno di vent’anni fa e poi man mano svanito, molto immeritatamente, nella penombra.
Testimonianze piene di ammirazione e amicizia da parte di colleghi: Mazzocchetti, Piovani, Morricone; di Gregoretti che ha raccontato con la consueta arguzia qualche aneddoto, di Rigillo che ha letto bene, di Stella Casiraghi e della figlia Martina Carpi, cocuratrici del libro.
E poi finalmente, noi e il pubblico dei meno informati ci siamo chiariti il mistero delle due famose canzoni della tradizione popolare, portate al successo da Ornella Vanoni e Gabriella Ferri, e sempre vagamente associate (da noi meno informati) al suo nome, senza che nessuno sapesse pre-cisamente come e perché.
“Ma mi”: canzone tradizionale della mala milanese? “Nossignùr, t’el dis mi!”
“Le mantellate”: canzone tradizionale della mala romana? “Manco pe’ gnente!”
In realtà sono brani originali, su testo di Giorgio Strehler, composti da Carpi nel ‘52 e nel ‘59.
Ma talmente giusti che sembrano la vera voce del passato popolare.

P.S. Una nostra attenta lettrice ci ha scritto a proposito della somiglianza fra il Papa e Stan Laurel a cui avevamo accennato, anche se proprio non serviva, nell’articolo della scorsa settimana. E’ un’osservazione che vorremmo avere fatto noi, e di cui la ringraziamo per la finezza e la poesia. “Stanlio e Francesco sono uguali. Hanno anche la stessa ingenuità di "spalla": uno di Ollio, l'altro di Dio”.

 

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Di sicuro qualcuno se la prenderà con noi perché ridiamo delle cose serie. Ma ridere di quelle buffe è troppo facile, no?

IL CAVALIER SERPENTE

Perfidie di Stefano Torossi
4 maggio 2015

BARBECUE SUL GANGE

In un bell’articolo del 30 aprile Giampaolo Visetti descrive le migliaia di pire accese in riva al fiume Bagmati, sotto il tempio di Shiva, per le esequie dei nepalesi morti nel terremoto. Incenso, fiori, legni odorosi, olii essenziali versati sulle braci, offerte di cibo e monete, insieme ai profumi della cremazione, per accompagnare il morto e le sue ceneri nel viaggio sulle acque verso l’aldilà. In un silenzio rispettoso e drammatico.
A proposito di profumi: 1973, eravamo appena arrivati a Benares, la città più santa dell’India. Quella dove ogni buon fedele desidera concludere il suo viaggio terreno. Schiere di dignitosi vecchi santoni, ma anche di mendicanti, storpi, malati dei più ributtanti morbi: lebbra, elefantiasi, infezioni; moribondi che si trascinavano verso l’accesso alla vita futura, il Sacro Fiume dei roghi. Un’orda orribile, forse troppo identificabile con lo stereotipo, eppure vera (di sicuro non era uno spettacolo messo su per noi stranieri) e drammaticamente angosciosa.
Ci mettemmo a seguire il flusso. Ormai vicini al Gange ci salì al naso un certo qual profumino di braciolette alla griglia (piuttosto fuori luogo secondo il nostro pensiero di impreparati fricchettoni, oltretutto obnubilati da fumi di altro genere, in un paese principalmente vegetariano e impla-cabilmente affamato) che aumentava sempre più. Finché, arrivati ai ghat ci rendemmo conto che effettivamente c'erano fuochi accesi e carni che bruciavano, ma non si trattava di un barbecue all’aperto, bensì dello spazio riservato alle pire funebri dei bramini. Membri di casta alta, quindi meglio nutriti degli altri indiani; superiore la qualità della legna delle cataste e anche quella degli olii rituali, le braci ben calde: ecco spiegato l’equivoco olfattivamente appetitoso.
Naturalmente sempre con tutto il rispetto per le credenze altrui.


Da che pulpito… Titolo su La Repubblica, pagina 28: “La battaglia di Francesco per la parità delle donne – Scandaloso pagarle meno”. Siamo tutti d’accordo, è ovvio, sull’argomento, sull’ingiustizia della situazione e sulla necessità di trovare una soluzione.
Un po’ meno nel constatare che questo accorato appello viene dal capo di una istituzione che le donne non pensa nemmeno a lasciarle entrare, se non con qualifiche di bassissimo livello. Probabilmente il massimo a cui una femmina può aspirare in Vaticano è il ruolo di cuoca di qualche cardinale, di cameriera che rifà il letto al Santo Padre o, vogliamo esagerare? di segretaria in ufficio. Non ci pare un gran che.
NB. I due signori in fotografia non sono la stessa persona.


Fuori tempo massimo. Facciamo un passo indietro (di calendario) e scendiamo un gradino (di argomento). MACRO, 16 aprile, inaugurazione di una mostra di Nakis Panayotidis “Guardando l’invisibile”. Opere degli ultimi dieci anni. Vetri rotti, sedie coperte di stracci e questa bella carriola piena di sveglie.
Presentazione fantozziana: microfono spento con conseguente vana agitazione degli addetti, incapaci di farlo funzionare; infelice ubicazione dell’evento sul pianerottolo accanto a un ascensore che fa din don a ogni apertura di porta. E altre piacevolezze tipiche della nazionale incapacità di organizzare anche un piccolissimo evento. In compenso, buone le cibarie e le bevande del rinfresco (almeno questo…)
Il perché del nostro titolo? Queste trovate ce le presentavano già anni fa, raggiungendo spesso l’obiettivo di scandalizzare il pubblico dei benpensanti per aprire la strada a nuove correnti. Riesu-marle oggi come frutti tardivi di inizio terzo millennio: questo ci sembra fuori tempo massimo.
Come obsolete erano le numerose, canute code di cavallo (maschili) in giro per le sale.


Quotazioni. Tanto per rimanere nel campo, abbiamo fatto un salto ai magnifici Musei di S. Salvatore in Lauro: chiostri, saloni, sotterranei, scale e scalette, per finire in un giardino segretissimo chiuso da alte mura.
Cocktail di presentazione dei quadri in vendita all’asta dalla Christie’s.
Non facciamo parte del mercato dell’arte, e questo di sicuro spiega la nostra ignoranza, ma ci hanno davvero stupito gli abissi che separano l’una dall’altra le quotazioni di artisti italiani più o meno contemporanei e per noi più o meno dello stesso valore estetico, e quindi (ingenui!) anche commerciale.
600.000 euro per un taglio di Fontana, media grandezza, 150.000 per un Severini più grande (e più bello). Inspiegabili 300.000 euro per un Paolo Scheggi (mai coverto), e 30.000 ciascuno per due oli di Vedova e Capogrossi. Mah!
Non avendo né il contante né l’intenzione di acquistare, per fortuna ci è rimasto, come in molte altre situazioni simili a Roma, il piacere di andare in giro per spazi bellissimi e spesso inaccessibili al pubblico.
E gratis.


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L’archivio del Cavalier Serpente, o meglio la covata di tutte le sue uova avvelenate, sta al caldo nel suo blog. Per andare a visitarlo basta un click su questo link: http://blog.libero.it/torossi

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le Perfidie di Stefano Torossi. Anastilosi

Perfidie di Stefano Torossi
27 aprile 2015

ANASTILOSI

Anastilosi: s.f. In archeologia, ricostruzione di edifici ottenuta mediante la ricomposizione, con i frammenti originali, delle antiche strutture.
21 aprile, Natale di Roma. Brezza tiepida, sole scintillante. Notizie lette qua e la ci dicono di un programma di anastilosi sulle colonne del Tempio della Pace, due delle quali dovrebbero essere visibili proprio oggi.
L’idea di ritrovare in piedi monoliti che giacciono da secoli sdraiati e a pezzi ci fa saltare sulla sedia, e usciamo di corsa.
Folla di turisti chiassosi e distratti. Incomprensibile attenzione dei più su insignificanti scemenze: il ragazzotto accovacciato a terra con musica tecno che dipinge orribili paesaggi con le bombolette spray, il chitarrista che rifà a modo suo i Pink Floyd, e poi, se avanza qualche neurone, un’occhiata al Colosseo.
Di anastilosi si intravvede appena un accenno. C’è un’impalcatura con un alto tendone che co-pre e scopre, a seconda della brezza, un paio di cilindri di granito che potrebbero essere le famose colonne, e da cui provengono rumori di attività.
Suoni artigianali che fanno pensare alla bottega di Mastro Geppetto piuttosto che a un cantiere in grande stile, ma in ogni caso qualcosa si muove e prima o poi porterà a un risultato.
In compenso ci sono i papaveri nuovi che a nostro parere stanno benissimo insieme ai marmi vecchi. Della brezza abbiamo parlato, del sole anche. Ci pare proprio che per festeggiare il compleanno di Roma non serva altro.


Un concerto informale “.in my life.” 23 aprile, Parco della Musica
Un evento di Contemporanea è normalmente considerato un’occasione molto seriosa (e spesso molto noiosa). Noi invece ci siamo fatti un sacco di risate.
In primo luogo perché siamo arrivati alla biglietteria già dotati del propedeutico Negroni che al bar dell’Auditorium preparano così bene. Poi perché l’atmosfera che ci ha accolto era davvero informale: l’amico Enrico Marocchini, compositore in forza a Nuova Consonanza, anche senza Ne-groni era al meglio delle sue caratteristiche di sublime cazzeggiatore. Fausto Sebastiani, uno degli autori in programma, inappuntabile e garbato maestro di cerimonie, è stato capace, durante la performance del suo bel pezzo per chitarra ed elettronica, di buttarsi a sedere sul pavimento per manovrare le manopole del cassone tecnologico.
Il decano Marcello Panni presentando il suo brano che chiudeva la manifestazione, scritto, come usava negli anni Sessanta in forma di gioco colorato ad arbitraria disposizione degli esecutori (omaggio alla Settimana Enigmistica) ne ha dette tante, e divertenti, fra cui una che facciamo nostra per la sua indiscutibile, sorprendente verità. “La musica aleatoria è l’unica veramente fedele al pensiero del suo compositore. Perché, se un mezzoforte scritto da Beethoven in partitura sarà inevitabilmente interpretato dall’esecutore in un modo forse giusto per lui stesso, ma non necessa-riamente corrispondente all’intenzione dell’autore, l’esecuzione, appunto aleatoria, proprio perché ogni volta diversa, coincide esattamente con quanto indicato dal compositore con l’uso di questo termine“.
A noi è sembrato ineccepibile. Forse il Negroni?


Risotto al barrito. Abbiamo gustato questo insolito piatto al tramonto di lunedì 20 nella sede dell’Associazione dei Veneti a Roma.
Eravamo invitati a un incontro su Ercole Venetico e l’eredità politica di Ottaviano Augusto, nonché alla presentazione di un libro; il tutto seguito da una degustazione.
L’argomento im¬pegnativo e la temperatura tropicale in sala (finestre ermeticamente chiuse: pubblico in età) a un certo punto ci hanno suggerito di sgattaiolare fuori e rifugiarci nella adiacente magnifica ter¬razza con affaccio sulla jungla (vedi foto).
Dal folto della quale hanno cominciato a salire terrificanti barriti, ruggiti paurosi e altri inquietanti richiami non identificabili, ma di sicuro esotici e primordiali.
Finita la conferenza (noi sempre in esterno e colpevolmente assenti agli applausi), è apparso il rinfresco promesso: pentoloni fumanti di risotto tipico veronese. Mentre i selvaggi ululati aumentavano, uno dei cuochi ci ha soccorso nel nostro smarrimento: “Nol se preocupi, siòr, xe l’ora del pasto e i animali del zoo, che i ga fame come noialtri, i fa un gran bacàn”.
Insomma, niente Salgari, siamo a Roma: sul retro del terrazzo e precisamente in Via Al¬drovandi ci passa il tram, e, di fronte, la foresta pluviale altro non è che gli alberi rigogliosi di Villa Borghese.
E le bestie feroci ci sono, sì, ma nelle gabbie del Giardino Zoologico.


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