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Perfidie di Stefano Torossi: QUELL’ANIMA NERA DI VINILE

IL CAVALIER SERPENTE

23 febbraio 2015


Per colpa di Sanremo siamo rimasti indietro. Dobbiamo recuperare.
Quell’anima nera di vinile
8 febbraio, Music Day, mostra mercato del vinile. Lo abbiamo già scritto: il collezionismo, in generale, è un fenomeno per noi incomprensibile. Va bene raccogliere futuristi italiani o ceramiche etrusche (avendo i soldi) perché, se non si è tanto paranoici da chiudere tutto nel caveau di una banca, significa mettersi in casa un sacco di belle cose da guardare. Ma i vecchi LP!? Il disco è un supporto tecnologico che quando non è più nuovo funziona male, fruscii, scrocchi e salti di solco che rendono il suo contenuto inascoltabile. Allora si collezionano le copertine? Certo, le copertine dei vecchi LP, quelle sì, erano opere d’arte. A due, anche tre facce. Quell’anima nera di vinile che gli dorme dentro forse non è altro che una scusa.
Certo è un po’ una raccolta fantasma: il materiale sta piazzato su uno scaffale, di costa, e lo si tira giù di rado, per un minuto, per riguardarselo, per mostrarlo a qualche amico fidato o a qualche rivale da ingelosire. Per non rovinarlo, probabilmente il collezionista neanche osa ascoltare il suo amato, raro vinile. E poi non ne avrebbe il tempo. Abbiamo calcolato che per suonare venticinquemila LP, che è il folle traguardo raggiunto da alcuni nostri amici maniaci, servono dodicimilacinquecento ore, ovvero cinquecentoventi giorni, quasi due anni senza fermarsi mai.
Gli basta sapere di averlo, l’amato vinile. Lì, al sicuro dentro la sua bella copertina.
Detto ciò, partecipare a questo evento che Francesco Pozone organizza due volte l’anno è un divertimento. Si rivedono amici e colleghi e si è informati delle novità di un mondo che, anche se vive nel passato, è gestito da giovani. E ci si stupisce delle incredibili valutazioni di alcune edizioni che a suo tempo noi abbiamo avuto fra le mani, e poi abbiamo regalato o addirittura buttato. (Meglio che non si sappia in giro: una notizia del genere potrebbe provocare un coccolone a qualcuno. D’altra parte se non ci fosse gente come noi, le rarità non sarebbero rarità, ma oggetti comuni).
Giovanni Tommaso e Bruno Biriaco hanno presentato il nuovo cofanetto del mitico Perigeo. Tommaso, che come sappiamo è il nostro migliore contrabbassista, è anche quello dei jazzisti italiani che ha più la faccia da americano, un po’ maledetto. Una di quelle facce che starebbero bene in una foto anni cinquanta/sessanta, vicino a Dizzy, o a Charlie, in qualche Jazz Club semibuio.
Poi abbiamo festeggiato tutti insieme l’ottantesimo compleanno di Edda Dell’Orso. Timida e umile come persona, stratosferica come apparato vocale, è lei che ha dato un’impronta inconfondibile a centinaia di colonne sonore; più famosa di tutte: “Giù la testa”.
C’erano anche Claudio Simonetti, Fabio Frizzi e Stelvio Cipriani, quest’ultimo noto fra gli amici per la sua narcisistica incontinenza verbale. In pochi secondi ci ha raccontato che negli ultimi tempi ha composto la musica su parole del Vangelo (Cipriani – Gesù di Nazaret), di Michelangelo (Cipriani – Buonarroti) e di Giovanni Paolo II (Cipriani – Wojtila).

Lya de Barberiis
Torniamo all’attualità. Martedì 17, ore 16.30. Le giornate si sono allungate un bel po’, e ancora non c’è un accenno di buio. Anche se siamo a metà febbraio, ci sono diciotto gradi e l’aria è cristallina e balsamica. Nel centro di Roma da qualunque finestra ti affacci inquadri un capolavoro. Vicinissima la cupola di S. Maria di Loreto, un po’ più in là, la Colonna Traiana e la Loggia dei Cavalieri di Rodi; sullo sfondo i Colli Albani, una ventina di chilometri e li puoi quasi toccare. Da un altro angolo, ma sempre con la Colonna sullo sfondo, questo tipaccio ci guata.
Siamo arrampicati al quinto piano del Palazzo delle Assicurazioni a Piazza Venezia. Qui l’Associazione Civita organizza oggi un incontro per presentare un libro sulla pianista Lya de Bar-beriis.
Si apre con un filmato d’epoca. Il nostro occhio pignolo è colpito da una trasandatezza frequente in queste manifestazioni: dopo, e anche prima del film, incombe dietro il tavolo dei relatori la inutile proiezione del salvaschermo del computer, in questo caso la classica collina verde sotto il cielo blu con nuvolette. E’ brutto, e non è neanche difficile spegnerlo. Un click. Basta ricordarselo.
Apre l’incontro la forbita, perfetta introduzione di Gianni Letta, del quale siamo convinti che condivida con Padre Pio un dono soprannaturale: la bilocazione. E’ dappertutto nello stesso istante e con la stessa inappuntabile eleganza e garbo. Naturalmente a un certo punto svanisce (questa volta, ci racconta, per raggiungere il Papa e il Presidente della Repubblica in Vaticano).
Fra un ricordo e l’altro dell’illustre scomparsa trova posto il doloroso sfogo del musicologo Agostino Ziino, al quale ci associamo in pieno, che denuncia lo scandalo dell’archivio musicale Rai. Di che si tratta è presto detto: la maggior parte delle registrazioni delle orchestre che agivano nelle sedi Rai e fuori (ora abolite, altro scandalo nello scandalo) sono state semplicemente buttate. La giustificazione di questo sacrilegio? Non c’era abbastanza posto sugli scaffali. Non siamo al livello dei nazisti (e adesso dell’ISIS) e dei loro roghi di libri, ma poco ci manca. Risultato, la drammatica rarefazione del repertorio italiano del ‘900: Malipiero, Casella, Petrassi…
Malgrado tutte le nostre cupole, le colonne e i fori, rimaniamo un Belpaese da terzo mondo.
Dopo un non indimenticabile concertino, a chiudere l’incontro ci pensa il cielo di Roma.
Le nuvole tiepolesche cominciano a diventare viola, l’azzurro si incupisce, le terrazze si accendono e i gabbiani si abbandonano alle loro volgari sghignazzate.
Il gabbiano reale, quello grande, che è arrivato negli anni ’70 dal nord Europa e si è piazzato, trovandosi benissimo, anche da noi, si chiama “Larus Cachinnans”. Il cachinno, come molti sanno è lo sghignazzo. Ed è proprio quello che il larus fa: sghignazza. C’è chi si chiede cosa avrà da sghi-gnazzare, dato che si accoppia solo una volta all’anno e mangia rifiuti. Ma tant’è. Evidentemente a lui va bene, e sghignazza. Noi intanto scendiamo a livello strada, e ce ne torniamo a casa.

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L’archivio del Cavalier Serpente, o meglio la covata di tutte le sue uova avvelenate, sta al caldo nel suo blog. Per andare a visitarlo basta un click su questo link: http://blog.libero.it/torossi

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SANREMO DUEMILAQUINDICI - Perfidie di Stefano Torossi

IL CAVALIER SERPENTE

Perfidie di Stefano Torossi
16 febbraio 2015

SANREMO DUEMILAQUINDICI


10 Febbraio – L’AMATRICIANA CON L’AGLIO

Sì, perché l’ultima notizia del TG 1, prima dell’Evento, riferiva la secca smentita del Consiglio Comunale di Amatrice con in testa il sindaco: “No, nel sugo all’amatriciana non ci vuole l’aglio!” Questo per controbattere la blasfema dichiarazione di senso opposto dello chef Cracco, che aveva generato non poche preoccupazioni fra i buongustai italiani.
Chiarito questo punto fondamentale, rimaniamo su RaiUno e passiamo al sessantacinquesimo Festival di Sanremo che inizia con una breve intervista a un barbiere in ghingheri e panama e a una pingue matrona: Al Bano e Romina.
Poi, interrotta da un indecente numero di annunci pubblicitari, attacca l’Anteprima Sanremo.
Carrellata (finalmente un montaggio veloce e moderno, anche se lungo) sui personaggi del festival. Ci hanno colpito i denti ferrati di Malika Ayane (sempre pensato che quella protesi fosse un fatto adolescenziale) e una bella patacca di grasso sulla camicia di Platinette. Non fa niente. I per-sonaggi sono, ognuno per il suo verso, abbastanza robusti da reggere queste piccolezze.
Comincia lo spettacolo. Come da tradizione si ripetono i tempi lenti e imprecisi, le pause lunghe, gli attacchi in ritardo; il presentatore che a un certo punto chiama un rullo di tamburo, e il batterista chissà a cosa stava pensando perché non risponde, e lui, veloce: “Ma ce le hai le bacchette?” Insomma le solite cose all’italiana.
Conti, bisogna dirlo, a parte il vezzo, che a un certo punto diventa fastidioso, di ripetere mille volte “meraviglioso”, è bravo, prontissimo e mai volgare.
E siamo al primo momento di estasi nonché a un’altra botta di oratorio parrocchiale.
Appare sul palco la famiglia Anania di Catanzaro: marito, moglie e sedici figli. Alle prevedibili domande sul perché di una famiglia di quelle dimensioni, il paterfamilias ringrazia Dio e dichiara che la sua figliolanza la deve allo Spirito Santo. A questo punto ci è venuto il sospetto che i coniugi Anania non abbiano chiara la differenza fra coito (umano) e intervento (divino).
Tiziano Ferro, in impeccabile papillon, canta con il suo simpatico sorriso, mentre dietro di lui torreggia una specie di Mastrolindo gigante con violino fra le braccia, giacchetta striminzita e jeans da barbone. Come mai uno in smoking e l’altro in stracci?
Ma arriviamo al vero momento di abiezione. L’entrata in scena di un personaggio obbrobrioso; il classico servo insolente della commedia dell’arte, il guitto che ridacchia dopo aver detto la battuta, che sfotte i compagni di lavoro insultandoli per far ridere il pubblico, forte della protezione del microfono che ha in mano e del palco che indegnamente calpesta.
Per prima cosa offende un bambino grasso chiedendogli come riesce a entrare nella poltrona. Poi si dedica ai musicisti dell’orchestra, puntando comunque e sempre sul difetto fisico (pelata, statura, ciccia): un classico. Infine scivola nella vera volgarità quando, verso la chiusura del suo troppo lungo intervento (12’), la butta sul patetico, cambia registro, si mette a piagnucolare e a chi manda il suo pensiero nell’alto dei cieli? Ma a Pino Daniele, naturalmente! Applausi lacrimosi.
Non vorremmo che vi sfuggisse il nome di costui: Alessandro Siani.
Avanti intrepidi. Cantano Romina e Al Bano. A Conti non riesce la progettata rappacificazione fra i coniugi litigati. La figura della zitella stizzosa comunque la fa Al Bano, mentre alla rubiconda Romina sembra non gliene importi gran che.
Siamo in chiusura. Ma non prima di aver registrato un terzo momento di schietto livello parrocchiale: il numero dei tre giornalisti finti che fanno le domante. Battutacce, doppi sensi, ammic-camenti. Squallore.
E finalmente, per chiudere davvero, arriva per bocca di Conti un annuncio che supera ogni decenza: Alessandro Siani devolverà il compenso per la sua prestazione a due ospedali pediatrici, uno di Genova, ci pare, e uno di Napoli.
Eh? L’avesse fatto sapere prima forse avrebbe guadagnato un po’ della nostra stima, ma detto a fine trasmissione, dopo che qualcuno gli avrà fatto notare la sua cafonaggine, fa l’effetto di una bella toppa piazzata su uno strappa irrammendabile.
Quando uno è guitto, guitto rimane, non c’è niente da fare.


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11 Febbraio – DONNA BARBUTA SEMPRE PIACIUTA

Superfluo specificare di chi si tratta. Prima di andare a raccontare lo spettacolo, ci pare giusto fare le nostre più vive congratulazioni alla donna barbuta di stasera. Non tanto per la canzone che ha cantato, un pezzo commerciale niente male e con un bell’arrangiamento, quanto per lo spirito con cui ha scelto il proprio nome d’arte, bisex e bilingue.
In Sudamerica “concha” vuol dire conchiglia, ma anche vulva, e il suo diminutivo conchita, sta per fighetta. In tedesco ”wurst” significa salsiccia, come sanno tutti quelli a cui piacciono gli insaccati. I riferimenti ci sembrano indicativi: Conchita Wurst, ovvero Fighetta Salsiccia. Geniale.
Seconda puntata. Avanti di un giorno e indietro di cinquant’anni nella formula blanda e funzionante, formato famiglia. Solita scenetta parrocchiale Conti-Caizzi con smorfie e occhioni sgranati, tanto per far capire bene al pubblico quando ridere. Anche stasera quantità esagerata di pubblicità. Se ci regge il fisico, domani promettiamo di contare gli spot.
Superate di corsa le prime canzonette arriviamo alla comparsata di Joe Bastianich, il superchef, di fronte al quale Conti, l’inappuntabile, discreto Conti fa una lieve scivolata. Lo chef accenna a un piatto americano molto popolare: spaghetti with meatballs, che vuol dire spaghetti con polpette. Ma la parola inglese può essere maliziosamente tradotta letteralmente con “palle di carne”. E qui il nostro non ha resistito: “Ma sono solo due?” “No, sono di più” risponde l’ignaro Joe. “Ah, meno male, perché se erano solo due…” Prevedibili sghignazzate del pubblico; poi Conti per fortuna si riprende.
Rocìo fa la spiritosa da copione, ma con l’espressione tesa della brava studentessa che non vuole sbagliare l’interrogazione. Certo è proprio bella. E alta.
Come Charlize Teron, bella e alta anche lei, ma (è un’attrice professionista) molto più rilassata. Chi è decisamente simpatica; di più: simpaticamente ruspante è Emma, che sembra non prendersi mai troppo sul serio, rara e pregiata caratteristica in quell’ambiente.
Sotto il monologhino comico di Angelo Pintus confessiamo di esserci appisolati per risvegliarci, per fortuna, verso la fine dell’inqualificabile marcetta dei Soliti Idioti.
Fiacchissimi i Boiler che replicano il numerino dei tre finti giornalisti. Davvero pietosi: dialetto, smorfie e parrucche. Il comico, quando c’è, dovrebbe reggere senza questo patetico armamentario.
Di Conchita Wurst abbiamo già detto; c’è da aggiungere che riesce a essere nello stesso ambiguo momento un bell’uomo coi capelli lunghi ed elegante abito femminile, e una bella donna senza finte poppe, ma con barba vera. E canta pure bene.
Sorpresa finale con Javier Zanetti, che dimostra con lo spirito e i tempi giusti del parlare che il vecchio tipo dello sportivo mezzo intronato è proprio estinto.


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12 Febbraio – PUBBLICITA’!

Wind, Unicredit, Suzuki, Conad, Wind, Unicredit, Suzuki, Conad, Wind, Unicredit, Suzuki, Conad, Conad, Regina, Hyundai, Emoform, Lidl, Yamamay, Mutà, Chateau d’Ax, Aquafresh, Audi, Libretto Smart. Aiuto! In quest’ordine: 23 annunci pubblicitari nei primi 14 minuti. Se tengono questa media, fa più di trecento tormentoni a fine serata. Con la contabilità noi ci fermiamo qui.
Ma procediamo con ordine. Nell’insertino del TG 1, Luca e Paolo, di cui avevamo già notato la delicatezza in passato, ci comunicano che stare sul palco di Sanremo li fa cagare addosso. Prosit.
Momento di brivido marinaro quando Conti (sulla cui faccia non è mai apparsa, da quando lo guardiamo, la più piccola goccia di sudore; e questo è davvero autocontrollo ai massimi livelli, oltre a una bella tenuta epidermica o magari qualche fondotinta segreto) rivendica l’onore e l’onere di comandare la nave del festival. Attenzione, proprio in questi giorni la figura del comandante di nave, anche se simbolica, è parecchio screditata, e sappiamo chi ringraziare.
Arriviamo al bel collegamento con la Cristoforetti dallo spazio, che è una doppia lezione: di fisica e di spettacolo. La prima non l’abbiamo capita. Perché fra la domanda di Conti in studio e la risposta di lei dal satellite passano almeno cinque secondi di silenzio? Eppure il segnale elettrico che trasporta la voce e l’immagine viaggia alla velocità della luce. Ci dev’essere qualche fatto tecnologico che ci sfugge. Non ci sfugge invece il disagio che in uno spettacolo rappresentano cinque, solo cinque se-condi di silenzio. Un’eternità.
Cantano insieme una delle cover in gara Grazia Di Michele e Platinette. Non ce ne voglia quest’ultimo ma come uomo in vesti femminili trasforma in triste macchietta quella che per Conchita Wurst rimane una forse ambigua ma indiscutibile eleganza. Per chiarire meglio, lo sappiamo be-nissimo che lui, con la sua indubbia intelligenza, lo fa consapevolmente e in maniera ironica, ma a guardarlo con quel panzone e la parrucca si prova comunque una certa patetica malinconia, mentre per Conchita no. Lei è qualcosa. Qualcosa di serio e per niente patetico. E’ una o uno (non importa) in un certo senso normale.
Cominciavamo a preoccuparci: come, siamo già alla terza puntata e ancora non è arrivata? Non avranno mica deciso di eliminarla? Invece eccola, recitata, si fa per dire, da Luca e Paolo, l’attesa, l’ovvia, l’inevitabile scenetta gay! Uno degli stereotipi dello spettacolo popolare più duri a morire. E comunque, gay o no, tanto per rimanere nello schema, anche questa finisce con il prevedibile vaf-fanculo. Però ci è sembrato che il pubblico fosse più freddino del previsto. Hanno riso meno. Buon segno: forse stiamo uscendo dall’adolescenza parolacciaia.
E finisce anche la terza serata. Breve giro su facebook e scopriamo un’ondata di indignazione, che condividiamo, per la bocciatura istantanea di Serena Brancale, ottima jazzista (questa dev’essere la ragione) e con un buon pezzo. In questo caso l’esclusione è un vero e proprio riconoscimento. Quindi va bene lo stesso. Anzi, meglio.


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13 Febbraio – UNA MERAVIGLIOSA VECCHIA PAZZA

Pillola del TG 1. Lettore, immagina di essere un professionista che ha sudato per mesi a preparare uno spettacolo impegnativo come questo. Arriva un giornalista che chiede, in tua presenza, ai collaboratori e alla gente intorno come ti vedono, e questi rispondono, testuale: “Come Charlie Chaplin. Come un pelouche. Come Calimero, così piccolo e nero”. Come reagiresti? Al tuo posto Carlo Conti ha finto di essere felice e contento. Questa è professionalità. Andiamo al Festival.
Nella prima puntata abbiamo criticato Conti per l’uso eccessivo e ripetuto di una parola. Bene, dopo essere stati testimoni (insieme a 15 milioni di altri italiani) con crescente stupore e ammirazione della scarica di disinvoltura, spirito, padronanza della scena di Ornella Vanoni, dobbiamo usarla, quella parola. Ornella è una MERAVIGLIOSA vecchia pazza. (E’ Virginia Raffaele, lo sappiamo, ma l’imitazione è così ben fatta che abbiamo voluto esagerare l’omaggio alla genialità di Virginia continuando a chiamarla Ornella).
E invece, che immagine di dignità serena, tanto a proprio agio da mettere a disagio il perfetto Carlo Conti, che a un certo punto non sapeva più bene come congedarlo, e infatti lo abbiamo visto per la prima volta incerto. Parliamo naturalmente di Sammy Basso, il diciannovenne malato di progeria, che vive in un corpo di ottantenne.
Spesso noi anziani pensiamo e ci raccontiamo quanto sarebbe bello tornare ai vent’anni, ma mantenendo il cervello e l’esperienza che abbiamo adesso. Un sogno, naturalmente, della cui irrea-lizzabilità ci consoliamo perché comunque il nostro tempo lo abbiamo vissuto. E invece che ingiusta tragedia quella di uno come Sammy che vive (e non può neanche illudersi che sia un sogno dal quale potersi svegliare) con la mente di un ragazzo nel corpo di un vecchio, che non potrà ospitarlo ancora per molto perché sta per morire. A diciannove anni!
Una testimonianza così intensa ha gettato un’ombra, peraltro meritata, sulla successiva scenetta comica di Gabriele Cirilli. Battute su mogli e suocere e sulla paura di volare. Solita robetta.
E finalmente arriva quella che il presentatore definisce un’eccellenza italiana. Un jeans e una maglietta (più un paio di Superga e un sacco di capelli). Suona un motivetto insignificante, fa un di-scorsetto new age a base di amore e comprensione, un po’ di umiltà e tanta semplicità, si tira i riccioli e si aggiusta gli occhiali sul naso.
Abbiamo raccolto con devozione, perché lo consideriamo un vero genio dell’autopromozione, quello che in varie occasioni, ha detto di sé stesso: “Travolto dalla musica abbandono ogni difesa, e, fragile ed emotivo, guardo il mondo col cuore di un bambino. La mia evoluzione giunge qui all’ingenuo e sublime incanto”... “La musica mi arriva in testa già strutturata”…”Mentre dirigevo il concerto, saltellavo giulivo davanti all’orchestra”. Travolti anche noi da un irresistibile imbarazzo di fronte a questa scarica di scemenze (non dimentichiamo che il nostro non è un teenager con turbe adolescenziali, ma uno scaltro ultraquarantenne), non possiamo fare a meno di spiattellarvi il nome del responsabile: Giovanni Allevi!
E con questo chiudiamo la serata, ma non senza chiederci: quanto tempo passerà prima che Giovanni Caccamo si cambi il cognome?


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14 Febbraio – CINQUANTA SFUMATURE DI BRONZO

Festival start. Finalmente dopo anche troppi riferimenti all’abbronzatura, chiaramente artificiale, del conduttore e di altri, è arrivato il vero nero: Will Smith, così la piantiamo con le cinquanta sfumature di bronzo.
Dentro una torta di fragole camuffata da albero di natale semovente e sbrilluccicante si presenta in scena, camuffato da Renato Zero, Panariello. Anche lui fa battute sul fisico delle politichesse, sulle troike da pagare o no, sui testi ambigui delle canzoni, ma avendo un’esperienza, una tenuta, e un livello comico ben superiore, anche se adopera gli stessi ingredienti, i suoi timballi risultano molto più gustosi di quelli insipidi di Cirilli, scotti di Luca e Paolo, rancidi di Siani.
E poi, col fatto che sbeffeggia Schettino (quando morirà, all’inferno è probabile che non ci arrivi mai: riuscirebbe a far naufragare anche la barca di Caronte), guadagna la nostra totale simpatia. Perché, se fra le eccellenze italiane ci hanno messo Allevi, come è successo ieri, forse c’è un posto, in fondo, anche per il Comandante. Naturalmente stiamo esagerando l’accostamento e i termini del paragone: uno è solo innocuo, l’altro è laidamente pericoloso, ma sono entrambi degli impostori.
Fin qui tutto bene. La chiacchierata con Will Smith va bella sciolta, con l’aiuto della prontezza dell’americano, della sua bella presenza e delle risate (di tanto in tanto fra i due il più chiaro effetti-vamente risulta Smith, saranno le luci?). Ottima la reazione al dramma di Conti quando si è guastato il tabellone della classifica, e davvero professionale la sua disinvoltura. Immaginiamo il panico da controllare, ma ci è riuscito benissimo.
Insomma, stavamo al livello alto della prestazione scenica, e poi…(ma che bisogno c’era, ci siamo chiesti), siamo precipitati di nuovo all’oratorio con le scenette di San Valentino: troppe, troppo lunghe, troppo volgari, troppo forzate; inutili. I responsabili (oltre agli autori dello spettacolo, certo): tali Marta & Gianluca, da aggiungere di diritto alla lista dei cuochi che il timballo lo fanno molto peggio di Panariello. Troppo salato, diremmo.
Letterine delle vallette, lacrimuccia di Rocìo e buonanotte ai suonatori.


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Perfidie di Stefano Torossi: Indagine Psico-Zoologica


IL CAVALIER SERPENTE

Perfidie di Stefano Torossi
9 febbraio 2015

INDAGINE PSICO-ZOOLOGICA

Sironi e il Criticus Constrictor
Tutti abbiamo visto nei documentari l’elegante e ipnotico boa constrictor che si avvicina alla preda inspiegabilmente indifferente al pericolo (è qui che lavora l’ipnosi), la cattura nelle sue spire, la stritola e poi se la pappa in un boccone.
Martedì 3 al Vittoriano, presentazione del libro “Mario Sironi, la grandezza dell’arte, le tragedie della storia”. Il boa, anzi il Criticus Constrictor è Claudio Strinati, uno dei più pericolosi intellettuali ipnotizzatori in circolazione; la preda: l’autrice del libro, Elena Pontiggia. Noi, i testimoni.
Non c’è niente da fare. La facondia inarrestabile, la proprietà di linguaggio, la elastica concatenazione dei contenuti stemperata nella civetteria di ripetizioni, pause sapienti e finte amnesie, è ipnotizzante come dovevano esserlo le leggende dello sciamano accanto al fuoco.
Ecco la depressione cronica, l’artrite, l’incapacità di Sironi a mantenere gli impegni con il suo gallerista, con conseguente causa persa e obbligo di risarcimento da parte del poverissimo artista, che diventa ancora più povero, ma a un certo punto riceve una piccola eredità che lo mantiene a galla per un po’. E poi incontra la Sarfatti che gli spiega quello che sta facendo. Ma continua a essere perseguitato dalle tasse (dietro c’è la mano del bieco Farinacci.)
Arrivati a questo punto della storia sono passati senza che ce ne accorgessimo 58 minuti (cro-nometro alla mano). Quasi un’ora di ipnoterapia.
Strinati momentaneamente rinsavisce e ammette che all’inizio aveva progettato un dialogo con l’autrice, ma poi, com’è come non è, è scivolato nel monologo. Si dichiara pentito. Subito dopo però, trascinato da se stesso, e trascinando anche noi, riattacca con il denso racconto di tutti gli altri tormenti esistenziali e artistici del pittore che non piaceva a certi critici i quali trovavano la sua pro-duzione antipatica e monotona. Un uomo nato deluso, che muore deluso il 13 agosto; e al funerale naturalmente non c’è nessuno. Come nelle sue desolate periferie.
Sono passati altri venti minuti. Qualche mormorio fra il pubblico, e finalmente le spire del Cri-ticus Constrictor si allentano e l’autrice rifiata e chiude l’incontro con poche frasi che ci sono sem-brate un po’ stremate e forse anche un po’ risentite.
Possiamo dire che non ce ne importa un gran che? Stiamo leggendo il libro, e la Pontiggia at-traverso le pagine ci parlerà con il tempo che ci vuole. In compenso abbiamo vissuto il grande piacere di farci (se pure a distanza di sicurezza) anche noi incantare.

Un grande timido?

Mercoledì 4 alla Fandango Incontri. Presentazione del libro di Alberto Tovaglieri: “La dirom-pente illusione, il cinema Italiano e il ’68”. Naturalmente, ospite d’onore è il figlio di quell’epoca: Marco Bellocchio. Non lo riconosciamo nelle prime immagini: ha sempre la faccia nascosta dalle mani. Per la foto segnaletica è stato necessario aspettare che gli dessero un microfono. Ma anche con quell’attrezzo a disposizione è tutto un mmmm, beh, mah; e in coda ad alcuni suoi interventi chiude con un forse timido, certo poco comunicativo “basta”.
Magari lui non è proprio così. E’ che di sicuro è passato attraverso questo tipo di routine chissà quante volte e deve averne fin sopra i capelli. I tre che lo circondano, oltre all’autore del libro, che lo sommerge di domande ingarbugliate e un po’ pedanti, sono Stefania Parigi, che modera dietro il sorrisetto forse saccente, forse mondano, di sicuro compiaciuto e complice di chi ne sa qualcosa di più perché fa parte del gruppo degli eletti. Il terzo, Christian Uva, è sobrio.
Una tripletta di quel genere di critici che, dopo aver approfondito il personaggio, sono sicuri di saperne di più di lui e gli attribuiscono valori e intenzioni che forse non si è mai sognato di avere. Insomma, che un po’ si bagnano nel riflesso della star.
Con il bel sottotono di chi non ha bisogno di mettersi in mostra, Bellocchio racconta, fra tante altre cose, di aver fatto, nel ’65, “I pugni in tasca” solo seguendo il suo estro senza chiedersi a quale movimento o tendenza fare riferimento. Poi, insieme al ’68, è arrivato tutto il resto: l’attribuzione a movimenti e tendenze, il successo, l’ingresso nella storia del cinema, i trattati, ecc. ecc.

P.S. Impossibile sottrarci all’irresistibile tentazione di segnalare un paio di delizie serviteci, come si suol dire, su un vassoio d’argento da stampa e TV negli ultimi giorni.
Ventuno. I colpi di cannone che hanno accompagnato l’elezione del Presidente della Repub-blica. Forse ci avete fatto caso, forse no ed è un peccato: tutti, ma proprio tutti, giornalisti, cronisti, commentatori sono stati ben attenti a specificare che i colpi erano a salve. Ma secondo loro qualcuno di noi poteva pensare che i cannoni del Gianicolo fossero caricati a proiettili perforanti, o magari incendiari? Tanto più che, dato l’alzo, risultavano puntati precisamente sul Palazzo del Quirinale.
No, l’oroscopo no! La faccia di Renzi, quando, a metà della sua brillantissima e implacabile ospitata a Porta a Porta, gli hanno fatto l’oroscopo! Si è trattenuto, naturalmente, nascosto dietro il suo solito sorrisetto, ma a guardarlo bene sembrava che avesse davanti Vanna Marchi. La vecchia Italia credulona pilotata da quel furbacchione di Vespa e il giovane manager efficiente e perplesso di fronte a tanta scempiaggine. Impagabile.

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Il Cavalier Serpente: Tre tipi Tosti

Perfidie di Stefano Torossi
2 febbraio 2015

TRE TIPI TOSTI

Harold Bradley
Lunedì 26 gennaio. Sul jazz, Adriano Mazzoletti è senza dubbio l’archivio vivente più completo che abbiamo in Italia. Saggi, libri, un’immensa enciclopedia, innumerevoli trasmissioni radio e TV; insomma, come lui non c’è nessuno.
Sua l’iniziativa di riunire in una serata al Teatro dell’Angelo alcuni vecchi leoni di cui sentiamo parlare da sempre. Praticamente un revival degli anni 80, ma anagrafici, non da calendario.
Harold Bradley (appunto 85 anni) cantante di blues e gospel, nero americano che vive dalle nostre parti da più di mezzo secolo ma quando parla ha ancora un accento da macchietta.
Dino Piana (anche lui 85 anni), trombonista di grande livello, rappresentante di quell’eleganza all’inglese che caratterizzava i jazzisti italiani della sua generazione: giacchetta attillata, colletto alto e cravatta, scarpe lucide e impeccabile piega ai pantaloni.
Gianni Coscia (un po’ più giovane, solo 84) fisPerfidie di Stefano Torossi armonicista piemontese, come ha tenuto a rimarcare più volte, e molto più pittoresco. Due secoli e mezzo in tre. E poi c’erano colleghi normalmente cinquantenni, e perfino un trio il cui pianista di anni ne ha solo diciassette.
Il teatro un po’ sgangherato, la fonica piuttosto avventurosa e le poltrone tutt’altro che anatomiche, non hanno impedito all’evento di diventare una piacevole riunione fra vecchi amici.
Raccontando al microfono la storia della segregazione e della successiva emancipazione dei musicisti di colore, Mazzoletti ha prodotto un’interessante riflessione, non musicale ma sociale.
La ragione, ha detto, per cui l’America è riuscita a scegliersi oggi un presidente nero, sta (non solo, naturalmente, ma anche) nel suono non domestico del nome di Barack Obama. Se si fosse chiamato, mettiamo Tommy Williams, questo nome anglosassone avrebbe richiamato in modo ancora troppo vicino e sensibile la sua discendenza da antenati schiavi, i quali al momento dell’emancipazione prendevano appunto il nome dai loro padroni. Non ci avevamo mai pensato, ma ci sembra sensato.

Mauro Ottolini da Bussolengo (Vr)
Martedì 28, mattina, Spazio Ascolto del Parco della Musica. Mauro Ottolini presenta il suo CD “Musica per una società senza pensieri”, prodotto dalla PdM Records.
Il maestro Ottolini, gesticolante a sinistra (una sorprendente somiglianza con Alexandre Dumas, a destra), è un superentusiasta del suo lavoro di contaminatore musicale, tanto è vero che nel CD ci sono brani cantati in dodici lingue, dall’arabo al finlandese, suonati su strumenti normali, etnici o immaginati per l’occasione: conchiglie, pietre sonore, sax di bambù e simili, articolati in modi e scale di ogni genere, con audaci artifizi (sfuggitici) per aggirare l’ostacolo dei microintervalli.
Il problema di questi entusiasmi è la tendenza, evidentemente irrinunciabile a debordare. I brani sono tutti lunghissimi, farciti di ogni genere di sonorità e colori, pieni di cambiamenti di atmosfere, di invenzioni, di salti d’umore. Bulimia musicale.
La conferenza stampa è durata quasi un’ora e mezzo, con gli ascolti, che sono indispensabili quando si parla di musica, protratti per troppi compiaciuti minuti (con il rischio di bruciare il CD), durante i quali abbiamo sorpreso più di un giornalista con lo sguardo perso nel vuoto, sbadigli soffocati o, peggio, sbirciate neanche tanto furtive agli orologi, mentre il maestro se ne stava adagiato in poltrona, in preda a una legittima beatitudine e inconsapevole di questi limiti temporali.
Tutta roba bella e interessante, intendiamoci, ma l’indigestione è sempre in agguato.
(Piccola digressione da Wikipedia, che volendo si può anche saltare: l’odierna Bussolengo, patria di Mauro Ottolini, era, intorno all’anno mille, conosciuta come Gussilingus, e il suo signore era il nobile Garzapane. Fa ridere, ma pare che sia storia vera).

Sandro Cappelletto
Martedì 28, pomeriggio, Sala Casella, Filarmonica Romana. Qui si vola alto.
“Fortissimo nel mio cuore”, Schubert, l’ultimo anno. Titolo e sottotitolo del recente libro di Cappelletto, presentato dall’autore, il quale, oltre a essere un sopraffino musicologo, è un perfetto entertainer. Bella voce profonda, pause e accenti giusti, senso dell’umorismo e della misura. Doti sconosciute al direttore dell’Istituto Austriaco di Cultura che gli sedeva a fianco e che ha letto, manifestando a ogni parola le carenze di cui sopra, un lungo discorso con una bella cadenza crucca.
Inutile entrare nei dettagli: c’è solo da aprire il libro. Sul palco si è raccontata l’omosessualità, non dichiarata ma più che probabile, di Schubert, vissuta come un male vergognoso nella Vienna dell’epoca; la sifilide contratta certo in modo peccaminoso che di lì a poco lo avrebbe ammazzato; il caratteraccio, e la difficoltà per gli amici a portarlo in società, data la sua tendenza a ubriacarsi e a puzzare per la scarsa igiene. Però si è anche evocata una fratellanza con Leopardi, suo sfortunato (e, si dice, altrettanto puzzolente) coetaneo e contemporaneo.
Ha chiuso l’incontro l’amico Marco Scolastra squisitamente sfiorando, o robustamente percuotendo a seconda della necessità artistica, la tastiera per noi.
Ma non finisce qui. Con il suo consueto sense of humour, Cappelletto, in coda allo sterminato numero di opere dedicate al musicista, ha citato quella che vince il premio del kitsch: il film “Angeli senza paradiso”, anno 1970, del giustamente dimenticato regista Ettore Fizzarotti, con Al Bano nella parte di Franz e Romina in quella della contessina Anna. Se ne trovano pezzi su You Tube. Noi siamo andati a guardarceli, e ve li consigliamo. Meritano.

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L’archivio del Cavalier Serpente, o meglio la covata di tutte le sue uova avvelenate, sta al caldo nel suo blog. Per andare a visitarlo basta un click su questo link: http://blog.libero.it/torossi

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