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perfidie di Stefano Torossi: PROPRIO COME GLI ANIMALI

IL CAVALIER SERPENTE

 Perfidie di Stefano Torossi

 18 maggio 2015

PROPRIO COME GLI ANIMALI

Gli straccioni del Medio Evo.

Riflessione generale: tranne qualche caso di risparmio (scoiattoli, criceti) puramente istintivo, tutti gli animali arraffano solo l’osso o la ghianda che gli serve al momento. E poi, visto che non progettano (e soprattutto non hanno il frigorifero), neanche gli passa per la testa l’idea di conservare qualcosa per un futuro vicino o lontano.

Riferimento specifico: siamo nel Medio Evo. Il miserabile Medio Evo degli straccioni affamati di Roma (e d’Europa naturalmente) che più tardi saranno sostituiti da ricchi cardinali, papi o principi, anche loro ladri del passato.

Per ora fermiamoci agli anni bui. Manca tutto, e per di più non c’è nessuna capacità di organizzarsi per produrre e conservare quello che serve, proprio come gli animali.

E allora che si fa? Si va a frugare nella discarica della storia. L’unica cosa a buon mercato è la mano d’opera. A un lavoratore basta mezza pagnotta al giorno. E diventa conveniente (anche criminale, ma questo è un pensiero posteriore) metterlo con mazzuolo e scalpello a violare i mirabili monumenti romani (così ben costruiti che, malgrado gli attacchi dei secoli, molti di loro sono ancora in piedi) per recuperare le staffe di bronzo che tengono insieme i blocchi della muratura .

Proprio come gli animali, senza pensare al futuro distruggono capolavori del passato per arraffare un miserabile pezzo di metallo che serve al presente. E non solo quello. C’è bisogno anche di calce per tirare su le stalle in cui queste bestie vivono con i loro simili, e a portata di mano c’è tutto quel meraviglioso marmo. Basta spaccarlo a mazzate, buttarlo a cuocere in una calcara: capolavori di scultura, lastre, cornicioni, che stupido spreco! ed ecco la miglior calce del mondo. E la più costosa. Non per loro che la materia prima ce l’hanno gratis, ma per noi del futuro che non l’avremo mai più.

Naturalmente, siccome non c’è la tecnologia per salvare, si distrugge indiscriminatamente con lo scopo di recuperare fra le macerie quel poco di riutilizzabile che rimane. Ce lo testimoniano i segni di un disastro progettato, e per qualche fortunata circostanza non avvenuto, nel tempio di Antonino e Faustina al Foro Romano. Le magnifiche colonne monolitiche di cipollino già preparate con le scalpellature dei solchi in cui far passare le corde, attaccarle a un paio di buoi e tirare giù tutto. Con quale terribile, e soprattutto inutile danno, si può immaginare.

Tanto sono templi pagani, non hanno nessun valore; questa furia è autorizzata, addirittura incoraggiata da una religione rozza, egoista, antistorica. L’ISIS del nostro Medio Evo (che per noi fortunatamente è passato; per loro, a quanto pare, ancora no).

Il Martirologio. Per legittimare questa rapina in serie spuntano le leggende dei martiri. Schiere di vergini innocenti ed eroici catecumeni massacrati da feroci imperatori: Diocleziano, Massenzio, Nerone, Domiziano.

S. Stefano Rotondo a Roma. All’interno, tutt’intorno, una quarantina di colonne unite da un muro. E su questo muro c’è un gustoso campionario di fantasiosa macelleria a uso della Chiesa per l’edificazione dei semplici: il Martirologio.

Si tratta di una serie di affreschi attribuiti al Pomarancio che raccontano, con viva attenzione al macabro dettaglio, le più ingegnose torture che quei cattivoni dei romani infliggevano (e allora ci si può ben vendicare, no?) ai poveri cristiani.

A ogni quadro sono abbinate didascalie in cui al fedele che non avesse capito bene il senso del messaggio vengono meglio spiegati i tormenti rappresentati.

Seguendo questo elenco di posizioni, una specie di Kamasutra sacrificale per il vero cristiano, i martiri sono:

  1. Appesi per i polsi, stirati da un macigno fissato ai piedi, e arsi dalle torce di molti soldati.
  2. Con la bocca piena di piombo fuso versato da un crogiolo.
  3. Dati in pasto a un branco di leoni con buffe facce da gatto (il pittore non doveva avere mai visto un leone vero).
  4. Decapitati; ma anche dopo che la testa è rotolata per terra, loro rimangono in ginocchio, con regolamentare fontanella di sangue dal collo, le mani giunte in devota preghiera.
  5. Lapidati con bei sassi artistici della misura giusta.
  6. Crocefissi a testa in giù sopra un focherello acceso.
  7. Bolliti nell’olio o nell’acqua (il testo spiega la differenza di cottura).
  8. Bruciati (vivi, naturalmente).
  9. Sepolti (vivi, naturalmente).
  10. Bambini sgozzati a mucchi.
  11. Mani, lingue, nasi tagliati.
  12. Schiacciati fra due enormi lastre di pietra.
  13. Affettati a tranci come il tonno al mercato del pesce.
  14. Cavato un occhio, bruciate le mani, trafitta la gola, rosolati in graticola, ecc. (tutto diligentemente chiarito nelle scritte).
  15. E finalmente il più pittoresco: un nutrito gruppo di santi e sante, tutti insieme a mollo in una zuppa di pece bollente con la prescritta faccia beata degli eletti dal Signore, mentre un satanasso di carnefice in piedi sul bordo della vasca li rigira con un mestolone.

Vedere per credere. Chiesa di Santo Stefano Rotondo, Roma.

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L’archivio del Cavalier Serpente, o meglio la covata di tutte le sue uova avvelenate, sta al caldo nel suo blog. Per andare a visitarlo basta un click su questo link:  http://blog.libero.it/torossi

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Perfidie di Stefano Torossi: IL MESIODENS

IL CAVALIER SERPENTE

Perfidie di Stefano Torossi
11 maggio 2015

IL MESIODENS


Visto che la nostra non è una rubrica medica, questo titolo esige un’immediata spiegazione. Eccola. L’abbiamo sceneggiata un po’.
E’ un afoso pomeriggio di anticipatissima estate, il 6 maggio, e noi ci stiamo recando alla Sala della Crociera per affrontare il rischio di una conferenza, con mostra, su Michelangelo e Vittoria Colonna.
Contrariamente alle aspettative, la nostra sete di sapere e la speranza di un buono spunto per le perfidie del Cav. Serpente saranno entrambe appagate in pieno.
La sala è magnifica, come tutte le biblioteche della Roma barocca. E’ annidata dentro il grande isolato costruito quattro secoli fa dai gesuiti per ospitare l’immensa chiesa di S. Ignazio, il Collegio Romano, sale, alloggi e uffici vari (oggi Ministero dello Spettacolo), e la specola piazzata in una torretta alta sul tetto, dalla quale Roma, fino a non molto tempo fa, riceveva ogni giorno l’ora esatta.
La mostra è fatta di incisioni piccole, libretti piccolissimi, e medaglioni minuscoli in bacheche; roba che con la poca luce a disposizione (si sa che per non danneggiare i libri secolari, le biblioteche storiche sono ambienti in perenne penombra) praticamente non si vede.
Ma non importa. Perché quello che rende impagabile la nostra partecipazione all’evento è la presentazione da parte del professor Marco Bussagli, titolare della cattedra di Anatomia Artistica all’Accademia di Belle Arti di Roma (poi capiremo l’importanza di questo ruolo), del suo libro “I denti di Michelangelo”. E’ un testo di quasi duecento pagine tutto avvitato su una scoperta del pro-fessore: Michelangelo dipinge i personaggi che lui ritiene predestinati (al bene o al male, e non tutti i suoi soggetti, certo) con un dente in più: il mesiodens.
Si tratta di un’anomalia fisiologica, conosciuta fin dai tempi di Savonarola, e da quest’ultimo, insieme ai suoi superstiziosi contemporanei considerata una manifestazione del sovrannaturale, tendenzialmente maligno. Come altri simili difetti congeniti (rovinosi per la simmetria, simbolo della perfetta presenza del divino nell’umano) di cui il portatore non ha naturalmente nessuna colpa.
Il mesiodens, ovvero il dente di mezzo, è un incisivo supplementare che cresce dove non dovrebbe, cioè fra i regolamentari due superiori. Niente di grave, o forse anche sì: il suo possessore ha 33 denti, e siccome ci nasce è ritenuto un predestinato. Una delle prime esternazioni di questa simbologia, che il Maestro mantenne sempre segreta (per farla scoprire mezzo millennio più tardi dal professore) è sulla Sibilla Delfica. La quale, se uno va proprio a scrutarla maleducatamente da vicino, ha effettivamente un dentone supplementare che appare sotto la punta del labbro, in mezzo ai due incisivi a cui tutti siamo abituati.
Sul libro c’è la lista dei mesiodentati di Michelangelo: da Giona ai diavolacci, ai dannati, ai ri-sorgenti, ai predestinati. Sono centinaia; perfino il Cristo della pietà Vaticana mostra fra le labbra dischiuse nella morte il mesiodens. Anche qui bisogna andare scortesemente vicino per vederlo, e probabilmente ci arresterebbero. E’ una scoperta importante? Un’inutile scemenza? Non siamo in grado di dirlo. A occhio e croce saremmo per la seconda ipotesi, ma, per citare qualcuno più in alto, chi siamo noi per giudicare?
Riconosciuto a Bussagli il ruolo di star indiscussa di questo pomeriggio, nulla ci impedisce di procedere con l’aggiunta di qualche nuovo elemento al ritratto che andiamo completando dell’altro oratore che ha preso e fatto buon uso della parola dopo di lui: Claudio Strinati.
Studioso, storico, ricercatore: di lui siamo da sempre ammiratori per come parla. Le cose che dice sono interessanti, si sa, ma nel suo modo di raccontarle abbiamo intravisto un nuovo dettaglio. Lui gesticola poco, parla pacato, a tratti rallentando pensoso come se non riuscisse a trovare qualcosa: esita, si ferma quasi; poi eccola, la parola, che più giusta non potrebbe essere, esce da sola e sul suo volto si distende un’espressione quasi di stupore, quasi di piacere per il parto così ben riuscito.
Che naturalmente si trasmette al pubblico rinnovando l’attenzione e rinfrescando il discorso.
Dono naturale, abilissima tecnica affabulatoria? Non lo sappiamo e non ce ne importa. Certo l’effetto è quello di un’esitazione musicale, quasi un accenno di pericolosa deviazione che crea un sottile disagio in chi ascolta, per poi portarlo al condiviso sollievo della perfetta risoluzione.

Fiorenzo Carpi. 7 maggio, Parco della Musica. Presentazione del libro “Ma mi” su lui, la sua vita, la sua musica. Ci uniamo agli altri per rendere omaggio a un compositore raffinato e colto, morto poco meno di vent’anni fa e poi man mano svanito, molto immeritatamente, nella penombra.
Testimonianze piene di ammirazione e amicizia da parte di colleghi: Mazzocchetti, Piovani, Morricone; di Gregoretti che ha raccontato con la consueta arguzia qualche aneddoto, di Rigillo che ha letto bene, di Stella Casiraghi e della figlia Martina Carpi, cocuratrici del libro.
E poi finalmente, noi e il pubblico dei meno informati ci siamo chiariti il mistero delle due famose canzoni della tradizione popolare, portate al successo da Ornella Vanoni e Gabriella Ferri, e sempre vagamente associate (da noi meno informati) al suo nome, senza che nessuno sapesse pre-cisamente come e perché.
“Ma mi”: canzone tradizionale della mala milanese? “Nossignùr, t’el dis mi!”
“Le mantellate”: canzone tradizionale della mala romana? “Manco pe’ gnente!”
In realtà sono brani originali, su testo di Giorgio Strehler, composti da Carpi nel ‘52 e nel ‘59.
Ma talmente giusti che sembrano la vera voce del passato popolare.

P.S. Una nostra attenta lettrice ci ha scritto a proposito della somiglianza fra il Papa e Stan Laurel a cui avevamo accennato, anche se proprio non serviva, nell’articolo della scorsa settimana. E’ un’osservazione che vorremmo avere fatto noi, e di cui la ringraziamo per la finezza e la poesia. “Stanlio e Francesco sono uguali. Hanno anche la stessa ingenuità di "spalla": uno di Ollio, l'altro di Dio”.

 

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Perfidie di Stefano Torossi: IL MESIODENS

IL CAVALIER SERPENTE

Perfidie di Stefano Torossi
11 maggio 2015

IL MESIODENS


Visto che la nostra non è una rubrica medica, questo titolo esige un’immediata spiegazione. Eccola. L’abbiamo sceneggiata un po’.
E’ un afoso pomeriggio di anticipatissima estate, il 6 maggio, e noi ci stiamo recando alla Sala della Crociera per affrontare il rischio di una conferenza, con mostra, su Michelangelo e Vittoria Colonna.
Contrariamente alle aspettative, la nostra sete di sapere e la speranza di un buono spunto per le perfidie del Cav. Serpente saranno entrambe appagate in pieno.
La sala è magnifica, come tutte le biblioteche della Roma barocca. E’ annidata dentro il grande isolato costruito quattro secoli fa dai gesuiti per ospitare l’immensa chiesa di S. Ignazio, il Collegio Romano, sale, alloggi e uffici vari (oggi Ministero dello Spettacolo), e la specola piazzata in una torretta alta sul tetto, dalla quale Roma, fino a non molto tempo fa, riceveva ogni giorno l’ora esatta.
La mostra è fatta di incisioni piccole, libretti piccolissimi, e medaglioni minuscoli in bacheche; roba che con la poca luce a disposizione (si sa che per non danneggiare i libri secolari, le biblioteche storiche sono ambienti in perenne penombra) praticamente non si vede.
Ma non importa. Perché quello che rende impagabile la nostra partecipazione all’evento è la presentazione da parte del professor Marco Bussagli, titolare della cattedra di Anatomia Artistica all’Accademia di Belle Arti di Roma (poi capiremo l’importanza di questo ruolo), del suo libro “I denti di Michelangelo”. E’ un testo di quasi duecento pagine tutto avvitato su una scoperta del pro-fessore: Michelangelo dipinge i personaggi che lui ritiene predestinati (al bene o al male, e non tutti i suoi soggetti, certo) con un dente in più: il mesiodens.
Si tratta di un’anomalia fisiologica, conosciuta fin dai tempi di Savonarola, e da quest’ultimo, insieme ai suoi superstiziosi contemporanei considerata una manifestazione del sovrannaturale, tendenzialmente maligno. Come altri simili difetti congeniti (rovinosi per la simmetria, simbolo della perfetta presenza del divino nell’umano) di cui il portatore non ha naturalmente nessuna colpa.
Il mesiodens, ovvero il dente di mezzo, è un incisivo supplementare che cresce dove non dovrebbe, cioè fra i regolamentari due superiori. Niente di grave, o forse anche sì: il suo possessore ha 33 denti, e siccome ci nasce è ritenuto un predestinato. Una delle prime esternazioni di questa simbologia, che il Maestro mantenne sempre segreta (per farla scoprire mezzo millennio più tardi dal professore) è sulla Sibilla Delfica. La quale, se uno va proprio a scrutarla maleducatamente da vicino, ha effettivamente un dentone supplementare che appare sotto la punta del labbro, in mezzo ai due incisivi a cui tutti siamo abituati.
Sul libro c’è la lista dei mesiodentati di Michelangelo: da Giona ai diavolacci, ai dannati, ai ri-sorgenti, ai predestinati. Sono centinaia; perfino il Cristo della pietà Vaticana mostra fra le labbra dischiuse nella morte il mesiodens. Anche qui bisogna andare scortesemente vicino per vederlo, e probabilmente ci arresterebbero. E’ una scoperta importante? Un’inutile scemenza? Non siamo in grado di dirlo. A occhio e croce saremmo per la seconda ipotesi, ma, per citare qualcuno più in alto, chi siamo noi per giudicare?
Riconosciuto a Bussagli il ruolo di star indiscussa di questo pomeriggio, nulla ci impedisce di procedere con l’aggiunta di qualche nuovo elemento al ritratto che andiamo completando dell’altro oratore che ha preso e fatto buon uso della parola dopo di lui: Claudio Strinati.
Studioso, storico, ricercatore: di lui siamo da sempre ammiratori per come parla. Le cose che dice sono interessanti, si sa, ma nel suo modo di raccontarle abbiamo intravisto un nuovo dettaglio. Lui gesticola poco, parla pacato, a tratti rallentando pensoso come se non riuscisse a trovare qualcosa: esita, si ferma quasi; poi eccola, la parola, che più giusta non potrebbe essere, esce da sola e sul suo volto si distende un’espressione quasi di stupore, quasi di piacere per il parto così ben riuscito.
Che naturalmente si trasmette al pubblico rinnovando l’attenzione e rinfrescando il discorso.
Dono naturale, abilissima tecnica affabulatoria? Non lo sappiamo e non ce ne importa. Certo l’effetto è quello di un’esitazione musicale, quasi un accenno di pericolosa deviazione che crea un sottile disagio in chi ascolta, per poi portarlo al condiviso sollievo della perfetta risoluzione.

Fiorenzo Carpi. 7 maggio, Parco della Musica. Presentazione del libro “Ma mi” su lui, la sua vita, la sua musica. Ci uniamo agli altri per rendere omaggio a un compositore raffinato e colto, morto poco meno di vent’anni fa e poi man mano svanito, molto immeritatamente, nella penombra.
Testimonianze piene di ammirazione e amicizia da parte di colleghi: Mazzocchetti, Piovani, Morricone; di Gregoretti che ha raccontato con la consueta arguzia qualche aneddoto, di Rigillo che ha letto bene, di Stella Casiraghi e della figlia Martina Carpi, cocuratrici del libro.
E poi finalmente, noi e il pubblico dei meno informati ci siamo chiariti il mistero delle due famose canzoni della tradizione popolare, portate al successo da Ornella Vanoni e Gabriella Ferri, e sempre vagamente associate (da noi meno informati) al suo nome, senza che nessuno sapesse pre-cisamente come e perché.
“Ma mi”: canzone tradizionale della mala milanese? “Nossignùr, t’el dis mi!”
“Le mantellate”: canzone tradizionale della mala romana? “Manco pe’ gnente!”
In realtà sono brani originali, su testo di Giorgio Strehler, composti da Carpi nel ‘52 e nel ‘59.
Ma talmente giusti che sembrano la vera voce del passato popolare.

P.S. Una nostra attenta lettrice ci ha scritto a proposito della somiglianza fra il Papa e Stan Laurel a cui avevamo accennato, anche se proprio non serviva, nell’articolo della scorsa settimana. E’ un’osservazione che vorremmo avere fatto noi, e di cui la ringraziamo per la finezza e la poesia. “Stanlio e Francesco sono uguali. Hanno anche la stessa ingenuità di "spalla": uno di Ollio, l'altro di Dio”.

 

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Di sicuro qualcuno se la prenderà con noi perché ridiamo delle cose serie. Ma ridere di quelle buffe è troppo facile, no?

IL CAVALIER SERPENTE

Perfidie di Stefano Torossi
4 maggio 2015

BARBECUE SUL GANGE

In un bell’articolo del 30 aprile Giampaolo Visetti descrive le migliaia di pire accese in riva al fiume Bagmati, sotto il tempio di Shiva, per le esequie dei nepalesi morti nel terremoto. Incenso, fiori, legni odorosi, olii essenziali versati sulle braci, offerte di cibo e monete, insieme ai profumi della cremazione, per accompagnare il morto e le sue ceneri nel viaggio sulle acque verso l’aldilà. In un silenzio rispettoso e drammatico.
A proposito di profumi: 1973, eravamo appena arrivati a Benares, la città più santa dell’India. Quella dove ogni buon fedele desidera concludere il suo viaggio terreno. Schiere di dignitosi vecchi santoni, ma anche di mendicanti, storpi, malati dei più ributtanti morbi: lebbra, elefantiasi, infezioni; moribondi che si trascinavano verso l’accesso alla vita futura, il Sacro Fiume dei roghi. Un’orda orribile, forse troppo identificabile con lo stereotipo, eppure vera (di sicuro non era uno spettacolo messo su per noi stranieri) e drammaticamente angosciosa.
Ci mettemmo a seguire il flusso. Ormai vicini al Gange ci salì al naso un certo qual profumino di braciolette alla griglia (piuttosto fuori luogo secondo il nostro pensiero di impreparati fricchettoni, oltretutto obnubilati da fumi di altro genere, in un paese principalmente vegetariano e impla-cabilmente affamato) che aumentava sempre più. Finché, arrivati ai ghat ci rendemmo conto che effettivamente c'erano fuochi accesi e carni che bruciavano, ma non si trattava di un barbecue all’aperto, bensì dello spazio riservato alle pire funebri dei bramini. Membri di casta alta, quindi meglio nutriti degli altri indiani; superiore la qualità della legna delle cataste e anche quella degli olii rituali, le braci ben calde: ecco spiegato l’equivoco olfattivamente appetitoso.
Naturalmente sempre con tutto il rispetto per le credenze altrui.


Da che pulpito… Titolo su La Repubblica, pagina 28: “La battaglia di Francesco per la parità delle donne – Scandaloso pagarle meno”. Siamo tutti d’accordo, è ovvio, sull’argomento, sull’ingiustizia della situazione e sulla necessità di trovare una soluzione.
Un po’ meno nel constatare che questo accorato appello viene dal capo di una istituzione che le donne non pensa nemmeno a lasciarle entrare, se non con qualifiche di bassissimo livello. Probabilmente il massimo a cui una femmina può aspirare in Vaticano è il ruolo di cuoca di qualche cardinale, di cameriera che rifà il letto al Santo Padre o, vogliamo esagerare? di segretaria in ufficio. Non ci pare un gran che.
NB. I due signori in fotografia non sono la stessa persona.


Fuori tempo massimo. Facciamo un passo indietro (di calendario) e scendiamo un gradino (di argomento). MACRO, 16 aprile, inaugurazione di una mostra di Nakis Panayotidis “Guardando l’invisibile”. Opere degli ultimi dieci anni. Vetri rotti, sedie coperte di stracci e questa bella carriola piena di sveglie.
Presentazione fantozziana: microfono spento con conseguente vana agitazione degli addetti, incapaci di farlo funzionare; infelice ubicazione dell’evento sul pianerottolo accanto a un ascensore che fa din don a ogni apertura di porta. E altre piacevolezze tipiche della nazionale incapacità di organizzare anche un piccolissimo evento. In compenso, buone le cibarie e le bevande del rinfresco (almeno questo…)
Il perché del nostro titolo? Queste trovate ce le presentavano già anni fa, raggiungendo spesso l’obiettivo di scandalizzare il pubblico dei benpensanti per aprire la strada a nuove correnti. Riesu-marle oggi come frutti tardivi di inizio terzo millennio: questo ci sembra fuori tempo massimo.
Come obsolete erano le numerose, canute code di cavallo (maschili) in giro per le sale.


Quotazioni. Tanto per rimanere nel campo, abbiamo fatto un salto ai magnifici Musei di S. Salvatore in Lauro: chiostri, saloni, sotterranei, scale e scalette, per finire in un giardino segretissimo chiuso da alte mura.
Cocktail di presentazione dei quadri in vendita all’asta dalla Christie’s.
Non facciamo parte del mercato dell’arte, e questo di sicuro spiega la nostra ignoranza, ma ci hanno davvero stupito gli abissi che separano l’una dall’altra le quotazioni di artisti italiani più o meno contemporanei e per noi più o meno dello stesso valore estetico, e quindi (ingenui!) anche commerciale.
600.000 euro per un taglio di Fontana, media grandezza, 150.000 per un Severini più grande (e più bello). Inspiegabili 300.000 euro per un Paolo Scheggi (mai coverto), e 30.000 ciascuno per due oli di Vedova e Capogrossi. Mah!
Non avendo né il contante né l’intenzione di acquistare, per fortuna ci è rimasto, come in molte altre situazioni simili a Roma, il piacere di andare in giro per spazi bellissimi e spesso inaccessibili al pubblico.
E gratis.


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L’archivio del Cavalier Serpente, o meglio la covata di tutte le sue uova avvelenate, sta al caldo nel suo blog. Per andare a visitarlo basta un click su questo link: http://blog.libero.it/torossi

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