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METTI, UN ROMANO QUALSIASI

METTI, UN ROMANO QUALSIASI

IL CAVALIER SERPENTE

 

                Perfidie di Stefano Torossi

                          27 febbraio 2017

                           

METTI, UN ROMANO QUALSIASI

Metti, un romano qualsiasi (anche un qualsiasi turista straniero, naturalmente) che si trovi a passare in un giorno qualsiasi, poco prima del tramonto, davanti alla chiesa del Gesù, forse diretto a Piazza Venezia per prendere un bus qualsiasi per la stazione.

Se decide di entrare, spinto da un impulso mistico, o anche dal semplice desiderio di riposarsi un attimo, ecco cosa gli capita.

Si ritrova, smarrito, in un antro buio (il tramonto è vicino).

Naturalmente si avvia all’altar maggiore fiocamente illuminato. Si siede in uno dei primi banchi. All’improvviso dal transetto sinistro parte una musica, qualcosa di barocco per coro e orchestra; per fortuna non le solite canzoncine delle suorine con le chitarrine e dei chierichetti coi bonghetti che imperversano normalmente nelle chiese.

Si gira in quella direzione; c’è un altare su cui si intuisce a stento, nella penombra, un quadrone seicentesco con S. Ignazio assunto in cielo.

Purtroppo sulla musica si sovrappone una voce registrata esageratamente melensa che comincia (e continuerà fino alla fine della funzione) a recitare un atto di fede che poco alla volta degenera in una dichiarazione di amore divino, quasi erotica, certo molto, troppo, appassionata. Per fortuna la musica prosegue nel sottofondo.

A un certo punto il quadrone si illumina e con lui tutta la sontuosa macchina barocca che lo incornicia (alabastro, marmi, onice, ametista, cristallo, bronzo). Ad arricchire la musica entrano trombe e tromboni che aggiungono un’atmosfera di trionfo, ma ancora sobria. La voce melensa continua imperterrita. Non sappiamo cosa sta per succedere; la tensione sale.

Colpo di scena! Subito dopo, le luci si abbassano e così la musica. Tornati al buio dell’inizio, intuiamo sull’altare un marchingegno meccanico che fatichiamo a identificare, ma qualcosa si muove. Bisogna aguzzare gli occhi (e seguire lo scomparire graduale di un elemento vistoso del quadro: per esempio lo stendardo rosso triangolare che fa da sfondo alla testa di S. Ignazio) e ci si accorge, anche se a fatica, che la pala è diventata una saracinesca che piano piano sprofonda nel pavimento.

Questa scomparsa è quasi impercettibile e, naturalmente, il colpo di teatro funziona proprio per questo; un esempio della grande sapienza scenica barocca (bisogna pensare che a suo tempo lo spettacolo nasce senza elettricità, senza riflettori, senza musica registrata, giusto  un paio di chierici appesi a due carrucole e qualche moccolo acceso; eppure con le sole candele e un probabile coretto di confratelli doveva funzionare molto bene anche allora).

      Dopo questo intervallo di penombra, carico di suspense, all’ improvviso le fanfare e i cori raddoppiano, si accendono tutti i fari, e dietro la paratia scomparsa appare il prodigio: una nicchia scintillante di gemme e lapislazzuli in cui domina in trionfo una divina (è il caso di dirlo) statua di S. Ignazio, tutta d’argento.

     E’chiaro, il copione della messa in scena è questo: per cominciare vi presentiamo una scatola dignitosa, sobria, poco appariscente, niente di più. State calmi e convincetevi che sia finita lì.

Poi questa scatolona la apriamo a sorpresa per voi, e dentro c’è il più sontuoso gioiello del mondo.

Insieme alla nicchia s’illumina tutta la chiesa che, da buia, diventa anch’essa splendente di ori e stucchi.

Musica a palla con il sostegno del naturale eco delle volte (sempre cori e orchestrona barocca) e il miracolo si compie in gloria.

Noi siamo convinti che, dopo un’emozione del genere, il romano, o il turista di passaggio, che per la meraviglia si è trattenuto più del previsto, può anche essere contento di aver perso il treno.

O no?

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L’archivio del Cavalier Serpente, o meglio la covata di tutte le sue uova avvelenate, sta al caldo nel suo blog. Per andare a visitarlo basta un click su questo link: www.ilcavalierserpente.it

 

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