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“Fuoco prendi tutto” di Luca Barachetti

“Fuoco prendi tutto” di Luca Barachetti

Luca Barachetti, Eraclito, il fuoco, la carne e la poesia.
[Intervista di Roberto Bonfanti]

Luca Barachetti, che molti conosceranno come leader dei Bancale o come attivissimo operatore del mondo della musica indipendente, è un personaggio da scoprire: persona di grande cultura, interlocutore mai banale, vero artista della parola e osservatore attento di tutto ciò che si muove attorno a lui. Affascinato dal suo esordio come poeta con il libro “Fuoco prendi tutto” (pubblicato proprio poche settimane fa da Edizioni Ensemble), mi è sembrato molto interessante andare a intervistarlo.

Da cosa nasce, nel 2018, l’esigenza di pubblicare un libro di poesie?

Da nessuna particolare esigenza, anzi. Ho terminato “Fuoco prendi tutto” più di due anni fa e ho trascorso questo tempo sino allo scorso ottobre, quando il libro è uscito per Edizioni Ensemble, a chiedermi se era necessario rendere pubbliche queste poesie o se magari andavo anche io come tanti, troppi, a sprecare carta e dunque alberi con parole assolutamente non necessarie. Tuttavia in questi due anni ho fatto leggere il mio libretto a diverse persone di fiducia, non tutte esattamente compiacenti, e non ho ricevuto pareri negativi. La scorsa estate, infine, ho avuto un periodo di tempo libero – ovvero non lavorativo – e allora ho pensato di fare un giro di mail per capire se qualche casa editrice (rigorosamente non a pagamento) potesse essere interessata a pubblicarmi. Così è stato. Non so ancora oggi se ho fatto bene, ma ormai è andata. Al massimo, come la maggior parte dei presunti scrittori e poeti, verrò coperto anche io dall'assoluta dimenticanza. E gli alberi, chiederai. Quando morirò verrò seppellito nella terra ai piedi di un albero. Sarò nutrimento e così chiederò scusa.

Hai incastonato nei tuoi versi dei frammenti di Eraclito. Cosa rappresenta per te il filosofo?

Quella di Eraclito è una delle esplorazioni filosofiche più affascinanti e lucide di tutta la storia del pensiero. Ciò ovviamente si deve anche al fatto che dei suoi pronunciamenti ci sono arrivate molte parti incomplete e frammentarie. Questa frammentarietà, in certi casi, ha reso ancora più incisiva la forza poetica delle sue parole. Per quanto mi riguarda la visione del filoso di Efeso – tragica nel senso greco del termine, senza sconti e profetica – è radicalmente vera e generativa. E difatti ha germinato le poesie. Ad un certo punto mi sono sentito “chiamato” dalle sue parole, mi ha “scritturato”, come direbbe Alessandro Bergonzoni, ed ho iniziato a scrivere un qualcosa che penso fosse già scritto, già presente e non destinato, nelle cose del mondo.

Sembri staccarti dall’immagine del poeta legato all’etereo per creare immagini impregnate di carne e di materia. Cosa origina i tuoi versi?

L'immagine del poeta legato all'etereo, per fortuna, è poco rintracciabile in chi pratica la poesia senza ciarlataneria. Come ho scritto sopra, i versi nascono dai frammenti di Eraclito, sono una sorta di rispettoso o irrispettoso completamento. E nascono anche dalle cose fondamentali della realtà: il dolore, la morte, l'amore, la trasformazione.

Nei tuoi versi parli del fuoco che purifica e cauterizza. Il fuoco non ha mai una valenza distruttiva nella tua poesia. Da cosa nasce questa visione?

Il Fuoco delle mie poesie, che è in parte quello eracliteo, è il mutamento estremo di ogni cosa vivente e non vivente. Il Fuoco non distrugge, semmai rigenera, anche quando non è fuoco cosmico ma “semplice fuoco” con cui ci scaldiamo. La bruciatura genera sempre qualcosa d'altro, nella fattispecie la cenere, che è rinascita, memoria, svelamento.

Sempre a proposito del fuoco, in una poesia dici che “con misura divampa e con misura si spegne”. Il fuoco diventa quindi anche il simbolo della ricerca di una dimensione più umana in un’epoca in cui tutto sembra meccanico e frenetico?

Fuoco prendi tutto” è un libro di meditazioni in forma di poesia. Tali meditazioni sono profondamente umane e si rivolgono all'uomo. E' un libro sull'uomo, sul suo significato, sul suo stare al mondo certamente non al centro di esso. Ma è anche un libro sull'inevitabile dolore delle cose (noi, le pietre, gli animali, tutto) che ci segna e misura in vampe e spegnimenti. Tutta la poesia è una pratica di meditazione contro l'andamento meccanico e frenetico del contemporaneo.

E quanto ho preso lo lascio. E quanto ho perso lo porto”. Anche questo sembra un messaggio piuttosto in controtendenza, in anni di neoliberismo sfrenato. C’è anche una chiave di lettura politica nella tua poesia?

La mia poesia, come tutte le opere d'arte di qualsiasi forma espressiva, è politica. Perché prova ad incidere sulla realtà umana, sulla polis, dunque è politica. Nell'essere contro l'antropocentrismo (enorme, cristiana causa della nostra tracotanza, ad esempio verso il mondo che abitiamo); nel ribadire con forza la presenza in tutto del grande rimosso della morte; nell'indicare il dolore come possibile strumento di conoscenza (laddove la tecnica lo vuole eliminare, fino all'eliminazione della morte) c'è un'azione politica. Di solito nelle presentazioni del libro uno dei primi concetti che esprimo è “Siamo tutti morti”. Lo siamo perché rischiamo la prima reale estinzione di specie della nostra storia a causa dello scempio che negli ultimi due secoli abbiamo commesso sulla natura. Lo siamo però anche prima di questo scempio: una vita disumana come quella che viviamo, dove contano solo il denaro, la performatività e troppe cose sono accelerate e non significanti (il lavoro, in primis) ci porta ad una morte in vita, spirituale e psicologica, di cui dobbiamo tenere conto. L'Occidente ha la pancia piena, ma sprofonda in un abisso di non-senso dove non vale più nulla.

Prima parlavamo di materia. Ho però la sensazione che, nel tuo caso, materia non coincida con materialismo. Si avverte anche una certa sacralità in alcuni passaggi. Sbaglio?

Sono un materialista e credo nella verticalità della materia, dunque nella sua sacralità. Osservare lo scorrere di un fiume, guardare per qualche minuto una roccia, lasciarsi incantare dall'infiammare l'aria del fuoco sono pratiche sacre che dovremmo riprendere. Ogni cosa ci dice tutto, noi compresi, è impermanente e mortale. Siamo coinvolti in una trasformazione più grande di noi, dovremmo inchinarci dinanzi al cosmo. Come fecero Lucio Fontana e Alberto Burri – che per questo libro sono stati dei riferimenti – i quali portarono la materia ad una ricognizione del mistero lontano da ogni credo e raramente così intensa.

In una poesia citi una frase dei Madrigali Magri. Credo che Giovanni Succi sia sempre stato un artista in qualche modo vicino al tuo universo. Qual è il tuo rapporto con la sua produzione?

I dischi dei Madrigali Magri e dei Bachi da Pietra sono stati una spinta importante per iniziare a fare il musicista e a praticare la parola in senso poetico, anche usando la voce. Non potevo evitare di omaggiarlo: “il rosario delle cose note si dipana come sempre ai tuoi sensi / nel flusso di immagini incerte che acceleri quando vai di un andare mentale”.

Stai presentando il libro con una serie di reading. Che effetto fa passare dalla parola stampata su carta a quella recitata?

Avendo militato in gruppi musicali dove usavo la voce non mi è sembrata chissà quale novità. Passare dalla carta alla carne è molto divertente e questo reading è una delle cose più belle e soddisfacenti che mi è capitato di fare. Del resto, io e gli amici che di volta in volta mi affiancano cerchiamo di portare il Fuoco.

Per maggiori informazioni su Luca Barachetti e il suo lavoro: www.facebook.com/barachettiluca

Roberto Bonfanti
[scrittore e artista]

www.robertobonfanti.com

 

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www.rocktargatitalia.eu

 

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