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015a - Le Casse Acustiche

015a - Le Casse Acustiche di Antonio Chimienti

prima parte

Questa volta ci butteremo a capofitto in un articolo, anzi una serie di puntate su un unico enorme argomento : le casse acustiche. Dopo tanti voli pindarici sulla teoria e sulla spiritualità conseguente...ritorniamo con un argomento tecnico. 

Certamente non mancherà occasione che io faccia qualche riferimento alla introspezione e consapevolezza, ma credo che vi stia bene così altrimenti non sareste qui ad alimentare la schiera del mio pubblico lettore.

 

Nella musica  e ovviamente in maniera allargata per quello che riguarda ogni suono il collo di bottiglia è rappresentato dalle nostre orecchie. Inutile sottolineare che questo mondo è relativo ( ecco che ci risiamo con le mie riflessioni ) al nostro sentire. Infatti è facile accettare il concetto di relatività se pensiamo ad un cane che con i suoi 40mila Hz di capacità ricettiva ha una consapevolezza del mondo , capite , molto diversa da noi, più del doppio degli esseri umani. Quindi senza divagare diciamo che il nostro “mondo acustico” ha come punto di riferimento il nostro apparato uditivo. Il nostro apparato uditivo registra una realtà udibile che va dai 30 hertz ai 20k hertz ( qualcosa di meno), ma ovviamente i limiti non ci interessano poiché sono legati a troppi fattori personali. Diciamo che da quando nasciamo a quando moriremo ..sicuramente il mondo dai 60 hertz ai 15k herts non ce lo perderemo mai.

Bene fin qui ci siamo e siamo tutti d’accordo. 

Nella musica tuttavia , esclusa quella acustica dei concerti dal vivo con strumenti reali ( No Chitarre elettriche o strumenti amplificati, ma solo strumenti come violini, chitarre acustiche , pianoforti , arpe ecc ecc flauti, corni, clarini, la voce umana…… ci siamo capiti!)  fra il nostro orecchio e questa benedetta  MUSICA ci saranno sempre le casse acustiche.

E questa verità proietta questi oggetti in una posizione di assoluta preminenza nel vasto mondo della cosiddetta musica “riprodotta”.

Attenzione in realtà c’è un’altra cosa , invisibile e più importante delle casse acustiche : l’ambiente in cui ascoltiamo. Questo ambiente è per sua natura non solo determinante, per cui due casse identiche suoneranno differentemente in due ambienti differenti, ma soprattutto , l’ambiente non è costante nel suo comportamento e questo lo rende oltre che determinante anche imprevedibile, insomma non solo sta in mezzo al tutto , ma difficilmente lo sì può interpretare o prevedere. Ecco già a questo punto il “caos” e la dinamica naturale suggerirebbe che ogni sforzo umano proteso ad analizzare, predire e controllare la natura è seriamente destinata a fallire, ma noi , compreso me , siamo umani e quindi ostinati e cocciuti e pertanto io continuo il mio articolo sulle casse tentando di profilare una “verità” assoluta che però essendo di natura umana è istantaneamente da considerarsi “fallibile”. Ricordatevi comunque che ogni cosa che vi spiegherò è traballante perche l’ambiente non lo potrete controllare… probabilmente quasi mai.

Ancora una parola su questa affermazione, perché mi è venuto in mente che qualcuno fra voi , più umano di me avrebbe da ridire sulla sua concezione di infallibilità, ma tranquillo ...l’ambiente non lo puoi controllare perché fra le variabili delle condizioni alla base dell’ipotetico controllo ci sarebbe la temperatura che influisce non poco sulla divulgazione delle onde sonore sia nella velocità che nella diffrazione (quindi direzione). Il calore non sì può controllare sé non a scapito della innaturalezza del suono medesimo. Le condizioni di un buon suono infatti sono legate alla possibilità che esso “risuoni” , cioè che esso possa impattando nell’ambiente generare   a sua volta una serie di armoniche.

Possiamo dire che perciò ci sono ambienti più “musicali di altri, questo si, ma non possiamo dire che essi siano controllabili nel senso che ho spiegato. Il controllo , sé anche fosse possibile, non sarebbe auspicabile, poiché alla base di una grande musicalità troviamo la creatività in tutte le sue forme, comprese quelle non auspicabili, ma che a loro volta indicano la strada per quelle auspicabili. Complicato da capire? Ma no .. sé non vedessimo il brutto, non sapremmo che strada cambiare per incontrare il bello. Dai non era difficile!

Le casse acustiche. Il concetto di efficenza.

Il principio di funzionamento di una cassa acustica sì basa sulla sua capacità di spostare l’aria. E’ un pò come sé con una mano spingessimo l’aria e questa come fosse acqua , investisse il nostro orecchio , muovendo a sua volta il timpano e a questo punto muovendo i nervi,  ci regalasse il suono prodotto dalla nostra mano. Il suono è una onda. Per produrla sì sposta l’aria.

Semplicemente nel vuoto non sì può produrre un suono. Ecco Semplice semplice.

Nel produrre il suono, tuttavia , il cono della cassa ( quella circonferenza che sì vede su ogni casse con in centro un cerchio solitamente a cupola) sì deve spostare. Lo fa attraverso il meccanismo di un magnete. La corrente dice al magnete di muoversi ora in avanti , ora indietro e le onde prodotte arrivano al nostro orecchio magicamente regalandoci il motivetto che tanto ci fa piacere ascoltare, MA…….il movimento che produce il suono è corrotto dalla meccanica presente a livello del magnete ed anche della membrana stessa. In altre parole il cono riproduce delle onde il cui limite è rappresentato dall'efficienza di spostamento e di funzionamento del magnete stesso e delle altre componenti che non sì possono escludere dal funzionamento medesimo.

 E’ un pò come sé per produrre la copia di un quadro di Monet chiamaste uno studente del primo anno piuttosto che un grande artista. Il quadro da riprodurre  ed i colori sono gli stessi per entrambi, ma il grado di efficienza dei due esecutori porterà ed una realizzazione assai diversa.

La qualità di questi magneti ed anche quella di tutti i componenti della cassa acustica determinano la fedeltà di ciò che state ascoltando. Ricordatevi anche dell’ambiente, che è sempre accovacciato là nell’angolo...  non sì fa vedere, ma regna sovrano come un capo supremo nella torre del signore degli anelli.

Scientificamente l’efficienza della cassa è rappresentata dallo sforzo che deve compiere la membrana per spostarsi ed il consumo di energia che essa utilizza per il movimento stesso. Il magnete è il motore che sposta e mentre lavora “sporca” il lavoro della membrana, Vi faccio un esempio esemplificativo. Per produrre un “bel suono” devo avere una membrana  di almeno di 35 cm di diametro. Non chiedetemi perché sé no davvero non ne usciamo più ( la larghezza dell’onda prodotta dipende dal diametro della membrana). Diciamo che una membrana di diametro di 35 cm sarà in grado di spingere l’aria a sufficienza per creare un’onda di 40 hz, quindi per farci ascoltare quello che possiamo godere. Ma , attenzione qui, per muovere una membrana di 30/40 cm di diametro , capite che ci vuole un certo sforzo. Questo sforzo è sviluppato da un motore, Questo motore nella casse acustiche sì chiama magnete. Il magnete è un gomitolo di filo di rame che deve avere una certa consistenza e che sarà proporzionata al lavoro da compiere. Ora viene il bello. Sé questo magnete per muovere quella membrana deve avere 4kg di avvolgimento di rame per riuscire a smuovere la membrana a sufficienza considerando anche l’influenza che esso ( il magnete) ha sul segnale elettrico….capirete che più il magnete sarà costruito in maniera “leggera”, “ininfluente” ( poi vi spiegherò meglio questo passaggio) più il segnale arriverà alla membrana depurato dall’influenza del magnete stesso.

Come  sì fa realizzare questo grado di efficienza? Costruendo un magnete più privo di altri di influenza sul segnale elettrico. Come sì fa? Per esempio riuscendo a concentrare i 4kg di rame in uno spazio più piccolo. E’ lo stesso risultato ottenuto sé riuscissimo ad utilizzare lo stesso motore di una macchina in una carrozzeria che però pesa molto meno, perché magari sì sono usati altri metalli per la carrozzeria, ed esempio dell’alluminio ( Il motore di una Ferrari montato su una 500. Quale sarà il risultato? Maggiore efficienza. Con lo stesso motore la macchina ( la 500)va più veloce ( di una Ferrari). Stessa cosa nella cassa acustica. Creare un magnete a mano dove il gomitolo viene fatto  a mano intrecciando i fili di rame in maniera più compatta permette al costruttore di produrre una cassa di minori dimensioni  con una membrana che dissipa meno energia per spostarsi  e che quindi potrà usufruire di tutta l’energia che il magnete produce.

fine prima parte

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FRINGE NIGHT Seratina con asta di beneficenza

28 maggio – ore 21.00

in diretta facebook sulla pagina del NoLo Fringe Festival

FRINGE NIGHT
Seratina con asta di beneficenza
In collaborazione con Radio NoLo

 

Il 28 maggio, alle ore 21.00 in diretta facebook sulla pagina del NoLo Fringe Festival, sarà possibile assistere alla FRINGE NIGHT. Una serata con tanti ospiti, durante la quale saranno messe all'asta sette borse speciali, ricavate dai banner in pvc del Fringe 2019. Il ricavato dell'asta sarà devoluto interamente in beneficenza.

Petra Loreggian, speaker di RDS, Riccardo Poli, Beppe Salmetti, Alessandro Longoni e Andrea Roccabella di Off Topic (Radio24), Valeria Perdonò de Il Menu della Poesia, l'attore Ivan Bellavista, ecco alcuni dei tanti ospiti che parteciperanno alla diretta, recitando una poesia, cantando una canzone o semplicemente strappandoci una risata.  Tra un intervento e l'altro verranno battute all'asta le sette borse, partendo da una base d'asta di 40 euro a borsa. Per partecipare basterà connettersi durante la diretta e rilanciare, scrivendo nei commenti.

Solidarietà

Il ricavato dell'asta andrà a sostenere due realtà importanti per Milano: la spesa sospesa organizzata nel quartiere di NoLo e la scuola del Parco Trotter (IC Giacosa).

La spesa sospesa è un'iniziativa spontanea di solidarietà tra vicini di casa nata all'interno di Nolo Social District. Iscrivendosi sul sito della spesa sospesa è possibile donare, mettersi a disposizione per consegnare fisicamente una spesa, oppure in completo anonimato chiedere un aiuto. https://spesa-sospesa.web.app/

La scuola del Parco Trotter (IC Giacosa) è uno dei comprensori scolastici più grandi di Milano, modello di multiculturalità e inclusione. In collaborazione con la Cartoleria Gambardella (viale Monza 61/A), il ricavato dell'asta servirà a fornire kit scolastici alle famiglie in difficoltà.

Il Fringe e l'ambiente

Da sempre crediamo nella sostenibilità come fattore creativo e siamo molto felici che qualcosa del Fringe continui a vivere con voi!

Ci è stato chiaro fin da subito che anche gli eventi culturali non sono esenti dalla produzione diretta e indiretta di inquinamento, per questo motivo la nostra azione è duplice. Da un lato ci impegnamo ad adottare sistemi a basso impatto su tutti gli aspetti che riguardano l’evento, dall’altro produciamo idee e soluzioni concrete dalle quali il pubblico possa trarre spunto e ispirazione.

In particolare il riuso creativo dei materiali, soprattutto quelli di scarto, è una delle sfide fondamentali che ci troviamo ad affrontare.

Le borse che venderemo all'asta sono pezzi unici fatti a mano, create da GarbageLab, che per i suoi prodotti utilizza materiali di recupero come banner pubblicitari in pvc e cinture di sicurezza rigenerate. www.garbagelab.it

Cos’è NoLo Fringe Festival

Il Fringe è un festival di teatro che nasce a Edimburgo nel 1947 e oggi arriva a Milano. Il NoLo Fringe Festival è nato nel 2019 a Milano ed è organizzato dall’associazione culturale Bardha Mimòs. NoLo è l’acronimo di un quartiere milanese che significa “a Nord di piazzale Loreto”, e delimita un’area, particolarmente attiva e multietnica, alla periferia nord della città.

 

Informazioni

evento fb: www.facebook.com/events/277514660307671/

facebook@nolofringefestival
www.nolofringe.com
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
instagram NoLo Fringe Festival

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Chi intervista l’intervistatore? Due chiacchiere con Paolo Pelizza

Chi intervista l’intervistatore? Due chiacchiere con Paolo Pelizza.

di Roberto Bonfanti

“Chi controlla il controllore?” si diceva un tempo. Allo stesso modo: chi intervista l’intervistatore?
In queste settimane Paolo Pelizza è stato impegnato in un giro di interviste a una serie di personaggi vicini al mondo di Rock Targato Italia. Era quanto meno doveroso che qualcuno si impegnasse ad andare a intervistare lui, che da anni porta avanti sul sito del concorso la rubrica “Le Visioni di Paolo” e che è ormai una colonna portante anche della giuria della manifestazione.

Partiamo dalle basi: chi è Paolo Pelizza?

Paolo Pelizza è uno che da ragazzino ha studiato un po’ di pianoforte e un po’ di chitarra, e per qualche tempo nella sua vita ha anche cantato e composto con scarsissimi risultati sia commerciali che qualitativi. Il fatto è che non ero un gran musicista né un gran compositore, però avevo una discreta voce con una buona sporcizia blues, così per qualche tempo si è ritrovato a cantare in un locale che era anche ristorante, per cui si suonavano pezzi di Battisti, Billy Joel o Sinatra. Comunque ben presto ha capito che non aveva i numeri per vivere con la musica così ha cercato di lavorare in mondi che fossero consoni alla sua indole e alle sue capacità … Quindi, ho iniziato scrivendo per la pubblicità e, frequentando quell’ambiente, sono finito a lavorare nella produzione di spot e da lì nel cinema e nella televisione, sempre per ciò che riguarda la produzione. Insomma, fondamentalmente ora gestisco budget e organizzo produzioni per cui, anche se il fuoco sacro dell’arte non si è mai spento, le mie velleità artistiche hanno lasciato spazio, per ragioni “alimentari”, a ruoli più prosaici. Oltre a questo, insegno produzione al Centro Sperimentale di Cinematografia, la scuola nazionale di cinema, che è un’esperienza che mi riempie tantissimo la vita, anche se ora siamo fermi per le ragioni che tutti conosciamo.

Che affinità e divergenze vedi fra il mondo del cinema e quello della musica?

Il mondo del cinema è un argomento complesso da trattare perché negli ultimi anni è entrato in tackle scivolato, come ovunque, il digitale. Per questo molte delle grandi produzioni adesso le fanno Netflix o Amazon. E la grande domanda è: perché chi gestisce fondamentalmente degli algoritmi si deve impegnare in attività di tipo artistico, creativo e dell’intrattenimento? Però lo fanno e, oltre a farlo, quel mondo lo governano anche. Ognuno di noi può pensare che gli piaccia o meno ma è così. Queste realtà ormai si sono prese tutto, dalla consegna delle pizze alla produzione dei film di Scorsese.  Oltretutto l’invasione del digitale ha influito molto anche sulla concezione stessa di cinema: un tempo il cinema era quello che vedevi in sala, e ci sono ancora registi che lavorano con quella concezione -penso a Nolan, Inarritu o Tarantino, tanto per fare qualche nome. C’è tutto un mondo che fa anche cose di qualità e le fa pensandole per una fruizione digitale, proponendo quindi un altro tipo di esperienza concepita per essere individuale. Un altro linguaggio, per così dire. Io, come tutti, ho gli abbonamenti alle piattaforme e non nego che producano cose ottime, ma l’esperienza del cinema in sala è ovviamente un’altra cosa. Scrivere un film per una grande proiezione collettiva o per un’esperienza individuale in cui sei da solo, metti in pausa perché ti suona il cellulare o ti cade il mozzicone sul tappeto oppure ti interrompi perché è pronto l’arrosto, sono cose completamente diverse. Anche lo stesso film visto in sala e poi  a casa è un film completamente diverso.

Sulla musica il discorso è simile: cambiando il tipo di fruizione e il modello di business, è cambiato anche l’ascoltatore. L’utente medio ora è più predisposto ad ascoltare ciò che gli propinano piuttosto che andare a cercarsi delle cose, a provare a coltivarsi un gusto e questo porta inevitabilmente a un appiattimento, all’omologazione.

Da insegnante invece che idea ti sei fatto delle nuove generazioni?

Premetto che il mio osservatorio è quello di uno che lavora in una scuola di cinema, per cui è sicuramente un punto di vista privilegiato rispetto a chi lavora in altri ambiti. Io credo che i giovani d’oggi abbiano realmente una marcia in più in termini di sensibilità, di creatività e di capacità di intuire il mondo che stanno per affrontare. E sicuramente non sono contenti di ciò che stanno per ereditare da noi e, su questo, è difficile dargli torto. Quello che noto però è che da un lato c’è una grande consapevolezza ma dall’altro un senso di resa rispetto ai mutamenti che impatteranno sulla loro vita. Sono come “arresi” a ciò che hanno di fronte. Questo senso di resa è la cosa che più mi dispiace vedere ed è quello che tarpa loro  maggiormente le ali. Il fatto di sapere usare i social, poi, permette a ognuno di loro di avere un proprio pubblico ma ha frammentato la comunità in milioni di piccolissime particelle sociali, di comunità microscopiche, per cui non riescono ad avere un’idea unitaria confrontandosi,  né a creare movimenti che siano realmente efficienti nel perseguire il cambiamento. Poi forse anche i grandi movimenti degli anni Sessanta e Settanta non hanno di fatto portato a chissà quale grande risultato, però quanto meno il movimento c’è stato e nella maturazione delle coscienze e del vivere civile qualcosa ha saputo smuovere.

A proposito di grandi movimenti degli anni ’60 e ’70: le tue radici musicali vengono da lì, giusto?

Sì. Io ho avuto due momenti di formazione importanti: uno è stato la musica degli anni ’60, con il movimento hippie e il rock psichedelico americano, dai Grateful Dad ai Jefferson Airplane per fare i nomi più famosi. Il secondo invece è stato la sponda più popular britannica di quel movimento, per cui: i Beatles, gli Stones, ecc… Poi dentro quel movimento ho iniziato a scoprire cose che erano un po’ meno scanzonate. Insomma, negli anni ’60 c’erano degli artisti immensi ma anche molta positività e molta voglia di fare anche del casino. Negli anni ’70 invece tutto questo si è evoluto in qualcosa di più cupo e cattivo ma anche, dal punto di vista sonoro, più aperto alla sperimentazione e al cercare di fare cose non necessariamente facili da ascoltare. Insomma, i Led Zeppelin, a parte qualche canzone, non è che fossero così semplici. Poi in quel periodo è esploso un rock più scuro e robusto che è poi confluito nella nascita dell’heavy metal. Ovviamente sto sintetizzando moltissimo: so bene che le cose sono molto più complesse e ci sarebbero molte altre sfumature da raccontare. Ma credo che tu a una certa ora debba andare … Secondo me gli anni ’70 sono gli anni della “Grande Isola”, perché è dalla Gran Bretagna che è esploso il fermento maggiore. Nella seconda metà di quel decennio poi c’è stata una grande divisione: da un lato quelli che sono diventati musicisti più raffinati e colti dando origine alla corrente del rock progressivo, di cui noi abbiamo avuto un bellissimo movimento misteriosamente dimenticato, e dall’altro l’estremo opposto che ha fatto emergere il punk. Però la cosa bella degli anni ’70 è che c’erano delle correnti molto definite ma anche molta voglia di mescolarsi e mischiare le carte.  C’è stato anche l’inizio dell’elettronica, i primi synth, i Kraftwerk, i Neu, i Tangerine Dream e altri. È stato un decennio pazzesco che secondo me è finito in grande con la pubblicazione di “The Wall” dei Pink Floyd. Ma la fine degli anni ’70 è stata anche l’inizio della fine perché grandi musicisti, con l’avvento degli ’80, hanno scelto di convertirsi al pop. Penso ad esempio a David Bowie. Anche se il pop che David Bowie ha fatto negli anni ’80 era di livello eccelso e, ovviamente, non mi permetterei mai di dire nemmeno che il pop di Madonna o Michael Jackson non sia stato di alto livello e non abbia lasciato qualcosa di importante. Però è stato l’inizio della stagione dedicata al dare in pasto al pubblico cose più immediate. Io non ho niente contro il pop. Il pop c’è sempre stato: pensa ai Beatles che hanno fatto anche delle straordinarie canzonette oltre ai vari capolavori come “Revolver”, “White album” e “Sgt. Pepper”. Però, secondo me, quel periodo ha creato una china che è poi quella da cui, negli ultimi anni, siamo rotolati. Anche se il rock non è morto negli anni ’80, né tantomeno nei ’90 e ancora oggi ci sono band e dischi eccellenti in quell’ambito. È solo più difficile farlo ascoltare alla gente perché è meno curiosa e appagata da quello che viene loro propinato.

Tornando a Rock Targato Italia: tu hai iniziato a collaborare tramite la rubrica “Le visioni di Paolo”, prima di fare il giurato nel concorso. Ci racconti come è nata la tua collaborazione con Rock Targato Italia?

“Le visioni di Paolo” è nata come rubrica su una radio che si chiamava Radio Meneghina e che era portata avanti da Francesco Caprini. Era una radio che trasmetteva solo in dialetto milanese. Io facevo due ore alla settimana in cui, mentre Francesco parlava di musica indie italiana, io parlavo un po’ di quello che mi pareva, anche di cinema e libri. Avevo anche intervistato un paio di scrittori. Poi, finita l’esperienza in radio, Francesco mi ha invitato a dargli un seguito scrivendo direttamente sul sito di Rock Targato Italia. Così è nata la rubrica e da lì, continuando a collaborare con il sito e a frequentare Francesco, sono finito anche nella giuria del concorso.

Da giurato che idea ti sei fatto di ciò che ruota attorno al concorso?

La mia idea è quella che credo ci siamo fatti tutti: c’è tantissimo entusiasmo, c’è anche un certo tipo di qualità, ma c’è pochissima consapevolezza. Ovviamente è anche cambiato il mondo: un tempo c’erano i produttori che investivano sulle band per permettere loro di crescere e di emergere mentre oggi se vai da un produttore devi essere tu a pagarlo. Per cui la musica la fai a casa tua col computerino e questo purtroppo è triste.
Ciò non toglie che negli ultimi anni siano passati dal palco di Rock Targato Italia almeno 5 o 6 band o artisti che meriterebbero una chance seria e che, se avessero avuto alle spalle un minimo di investimenti, sarebbero usciti molto bene.

Abbiamo parlato del Paolo Pelizza produttore, del Paolo Pelizza insegnante, del Paolo Pelizza ascoltatore di musica, del Paolo Pelizza de “Le visioni di Paolo” del Paolo Pelizza giurato. Ci manca il Paolo Pelizza scrittore.

Il Paolo Pelizza scrittore è uno che scrive cose che non leggerà mai nessuno. Scherzi a parte, ho scritto un romanzo e ho avuto varie vicissitudini con un paio di editori. Di recente un amico mi ha proposto di provare a trasformarlo in una sceneggiatura perché secondo lui la storia è meravigliosa e potrebbe diventare un lungometraggio. Io non sono uno sceneggiatore per cui ho lasciato tutto nelle mani di questo mio amico e vedremo cosa ne uscirà. Di questo romanzo ho abbozzato anche una prima stesura di un seguito e un plot di un ulteriore seguito che andrebbe a chiudere la trilogia. Però sono abbastanza tranquillo sul fatto che chiuderò gli occhi senza vederlo pubblicato. Sono ottimista per questo: nessuno sarà costretto a leggerlo!
A parte questo, al di là di Rock Targato Italia, scrivo delle cose o correggo delle cose per altri scrittori di cui non farò i nomi neanche sotto tortura ...

Credo che ci siamo già detti molto. C’è qualcosa che vuoi aggiungere?

L’unica cosa di cui non abbiamo parlato è il Covid, ma ne parlano già tutti. Direi che nessuno ci sta capendo un cazzo. Oggi leggevo che un virologo ne ha querelato un altro, per cui siamo veramente al tutti contro tutti. Siamo in un periodo davvero oscuro. Ci sono troppe cose che sfuggono. Già cinque o sei anni fa c’era stato un allarme della comunità internazionale su un virus che sarebbe potuto arrivare, per cui forse già lì si sarebbe dovuto iniziare a mettere in pista dei protocolli globali per far sì che le cose andassero diversamente. Invece questo allarme è stato completamente ignorato da tutti e, alla resa dei conti, in un mondo in cui tutti siamo tracciati e ognuno di noi ha in tasca un affare che si collega a un satellite a ogni passo che facciamo, non hanno trovato di meglio che chiuderci in casa come per la peste del ‘500. Allora qualcuno dovrebbe spiegarci a cosa serve tutta questa tecnologia, questa fiducia cieca nella scienza salvifica. Se ci siamo evoluti per tornare alle situazioni di 500 anni fa, forse non ci siamo evoluti poi così tanto. Se ci dobbiamo salvare da soli e chi garantisce la sopravvivenza della specie sono i gendarmi c’è qualcosa che mi sfugge. Insomma, si evolvono le macchine ma non noi. Siamo in una situazione quanto meno bizzarra. E meno male che questo virus, che è veramente molto contagioso, non è altrettanto letale. Prova a pensare allo stesso virus con la letalità dell’Ebola…

Poi è naturale che, in una situazione nuova e imprevista -anche se tanto imprevista abbiamo visto che non era- chi deve governare possa commettere degli errori. E ci sta. Ci sta, anche, che si debbano fare delle rivoluzioni copernicane di fronte a situazioni che magari inizialmente si pensava potessero essere in un determinato modo e alla fine si sono invece rivelate tutt’altro. Non ci sta però che su queste cose ci si giochi. Non ci sta che determinate situazioni diventino colpose o addirittura dolose. Ma questo purtroppo noi lo sapremo solo fra chissà quanti decenni. D’altra parte, quando si inaugura una stagione di questo tipo, c’è chi vince e c’è chi perde, ma quelli che vincono sono sempre pochissimi.

Roberto Bonfanti, scrittore e artista

blog di Rock Targato Italia 

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ATMOSFERE MODIFICATE.

ATMOSFERE MODIFICATE.

Prima di entrare nel vivo di questo pezzo, consentitemi di fare un paio di brevi premesse. La prima: ho pensato molto a come scriverlo, alle parole da usare, al tono di voce … insomma, a come dire quello che voglio dire lasciando il minor margine possibile alle controversie e ai fraintendimenti che sicuramente susciterà. La seconda è che dal mese scorso (dicembre 2019) ci sto studiando … ascolto e riascolto.

Sia come sia. Io non ho la presunzione di essere un’entità superiore con la verità in tasca. Non sono un cronista, non sono un critico. Sono uno che ha le Visioni e sono le mie. Con queste riempio questo spazio, qualche volte felice di quello che voglio dire e dico, qualche altra con disappunto e tristezza, altre ancora, con ironia. Sento già qualcuno di voi sussurrare excusatio non petita … Il tema è: come si fa di fronte ad una cosa (la stessa cosa!) ad avere due punti di vista divergenti. Quante volte abbiamo recensito un disco, un libro o un film? Mai ci siamo trovati davanti ad una così difficile soluzione del caso. Il caso, per un Visionario modello Poirot, è stata l’uscita un nuovo disco: Who.

Esce a metà di dicembre, anticipato da tre singoli accompagnati da alcune stranezze. Il primo esce in settembre, s’intitola Ball and Chain. All’ascolto è un bel pezzo che sembra riportare alle origini di una delle più importanti band della Storia. Il pezzo è di ottima fattura per stesura e arrangiamento, la voce di Daltrey è quella di un grande interprete invecchiato bene. Soffre, forse, di un’eccessiva linearità che alla lunga lo fa percepire lievemente banale.

E qui si inserisce la prima stranezza: l’altro mito superstite del gruppo epocale planetario, Pete racconta urbi et orbi, che non ha scritto un album rivolto al passato e l’ha volutamente scritto moderno e lontano dalle nostalgie. Mi domando: ma, come?

Esce a novembre, il secondo pezzo, e qui si capisce cosa dice Pete Townshend! All this Music Must Fade è un bel pezzo moderno, direi contemporaneo. Super qualità nella stesura, curato nei suoni… eppure c’è qualcosa che non torna. A me, almeno.

Tra settembre e novembre dello scorso anno, si inseriscono altre due stranezze. La prima è l’indiscrezione secondo la quale in uno dei brani dell’album Pete volesse che Roger rappasse. Il cantante ha cordialmente rimesso al mittente la richiesta con un deciso diniego.

La seconda è che Pete rilascia un’intervista a Rolling Stones in cui sostiene sostanzialmente che è stato un bene che Moon e Entwistle fossero defunti … Ok, dirlo agli amici al bar che condividono il tuo stesso livello di ubriachezza cattiva … ma ad un giornalista di autorevole rivista pare, eufemisticamente, una battuta scomposta. Chiederà a breve giro, scusa pubblicando un post intitolato (più o meno) “Pete, chiudi il becco”.

Terza ed ultima stranezza (io perderò l’uscita dell’ultimo singolo e salterò direttamente all’ascolto dell’intero album), diventa di dominio pubblico, più di quanto lo fosse prima, che i due superstiti di uno dei migliori gruppi di tutti i tempi, per quanto affezionati l’uno all’altro, non si sopportino ormai più e siano costretti a registrare in sessioni separate e a pernottare in hotel diversi durante i tour. Su questo, si torna e ritorna come se fosse una novità o una notizia importante. Ci tornano critici e giornalisti, intervallando questo pettegolezzo trito e ritrito con gli osanna per il grande lavoro. Io ho pensato: saranno affaracci loro. E, se posso chiedere, a voi piacciono tutti quelli con cui lavorate?

Passo all’album. Who (intendiamoci bene) è un grande disco. Anche con Townshend il tempo è stato mite e ci ha concesso un songwriter di altissimo livello (scrive insieme al fratello Simon), ancora una volta. Dentro ci sono due brani particolarmente interessanti  come Break The News e Rockin’ in Rage. Ma tutto, in realtà, denuncia una fattura di eccellente livello e compositori e musicisti in stato di grazia (ci suonano dentro amici come Palladino, Starkey, Giltrap e altri …).

Sto sentendo aumentare i vostri: “e quindi?”.

Quindi, come direbbe il Commissario Montalbano, ho un cuore d’asino e uno di leone.

Se fossi, come sono, un cultore della musica e un appassionato della materia non perderei tempo e correrei a comprare il disco. Lo consiglierei a tutti e, se lo avesse registrato chiunque altro, urlerei di gioia. Urlerei al miracolo. Se poi lo avesse composto e arrangiato qualche giovane contemporaneo, mi straccerei le vesti e  farei abiura per tutto ciò di negativo pensato e scritto sulla musica degli ultimi due decenni.

Se fossi, come sono, un fan sfegatato degli The Who, lo comprerei perché è un bel disco e perché non puoi non avere la discografia di una band come quella.

State aspettando il “ma”, vero? MA, sulla copertina c’è scritto che è un disco de The Who e s’intitola Who. Della band di My Generation, Tommy e Quadrophenia ci sono solo tracce e se Pete Townshend è stato lontano dalla nostalgia, io la provo e copiosamente.

Qualcuno potrebbe dire che uso due pesi e due misure: se vi ricordate la mia recensione di Western Stras del Boss, sostengo che lo Springsteen maturo e esistenzialista ci è piaciuto molto. Avete ragione. Però è esistenzialista e questo assolve all’assenza di armonica e Telecaster. E’ una generalizzata malinconia americana, giocata usando degli attori anziani, acciaccati ma che hanno ancora voglia di chiedere qualcosa alla vita. Who è una intera rivoluzione copernicana che comprendo (anche se non completamente) ma mi risulta particolarmente lontana.

Non sarebbe meglio usare un’altra etichetta quando nella bottiglia, al posto di un ottimo vino hai messo dell’eccellente sherry?

Posso sbagliare.

D’altra parte, questo è il periodo dell’anno in cui tutto sembra avvolto da un’atmosfera strana, modificata. Le città soffocate dall’inquinamento luminoso delle luci delle feste. L’era del cross over che impazza. L’annuncio (senza grandi palpitazioni) di chi concorrerà a Sanremo. L’inverno che comincia caldo e soleggiato.

Sì. E’ un’epoca strana. Come ho detto, consentitemi di cedere all’obbligo di dare a Cesare quello che è di Cesare … con un piccolo moto di tristezza.

di Paolo Pelizza

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