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Bruno Venturini: lo scugnizzu che ha conquistato il mondo

L’Italia è sempre stata la terra del bel canto, il luogo dove un tipo di musica specifico, di melodia e sonorità si è evoluto ed è diventato famoso in tutto il mondo: la musica partenopea.

Conosciuta e apprezzata in praticamente ogni angolo del pianeta, ritenuta la madre di svariati generi musicali di cui ha influenzato la nascita e l’evoluzione, la canzone tipica napoletana ha visto nomi illustri come portatori della propria effige. Da Caruso a Gigli, da Ranieri a Bruni, i nomi citati non sono casuali, perché sono tutti parte viva della vita del tenore che oggi vogliamo omaggiare, uno dei primi a portare la canzone napoletana in tour nel mondo, a cantare in Cina, in Russia, in America e non soltanto in Europa: Bruno Venturini.

Al secolo Bonaventura Esposito, nacque a Pagani e fu il talento, unito a una serie di coincidenze, a farlo divenire uno dei più grandi tenori che il mondo può vantare. Dopo un iniziale trasferimento a Salerno, a causa di una malattia del padre, si trasferì con la famiglia a Roma per poterlo curare e fu lì che, cantando a Porta Portese per promuovere insieme al fratello un banco del mercato, incontrò Mario Lanza nel mezzo delle riprese di “Arrivederci Roma”. Un Mario Lanza che gli consegnò dieci dollari autografati per la sua bravura. Ma la fortuna della capitale non si concluse lì, perché grazie all’intercessione dei padroni della pensione dove alloggiava riuscì a farsi ascoltare anche da Beniamino Gigli, che riconobbe il suo talento. Cosa che fece anche la signora Fanale, ex soprano al San Carlo di Napoli, che sentendolo cantare dentro le mura domestiche gli procurò un’audizione al Liceo Musicale di Porta Nova, con Franz Carella e Alfredo Giorleo.

E fu così che, a soli 15 anni, si presentò all’audizione per il Festival Voci Nuove che si teneva a Napoli. La sua esibizione stupì così tanto Felice Genta che egli convinse don Raffele Russo a inserire non nei dilettanti il giovane tenore ma nei professionisti, in lizza con nomi come Claudio Villa, Sergio Bruni e Gino Latilla. Fu proprio quest’ultimo ad aprire il concorso con una performance talmente unica e impressionante che quando Corrado, chiamato a presentare, chiese chi fosse l’artista successivo, nessuno dei presenti provò a proporsi, troppo spaventati dal confronto. Tutti, meno Bruno. Salì sul palco, con quei suoi avventati anni e guadagnò una standing ovation, un bis e un contratto discografico con Phonotype.

E fu così che nacque una stella, un uomo che ha potuto portare la canzone napoletana nel mondo, capace di stregare e far innamorare della propria voce personaggi illustri di tutto il mondo, da Jacqueline Kennedy a Gorbaciov, da Grace Kelly a Papa Giovanni Paolo II. È stato il secondo, dopo Gigli, a cantare dall’altare maggiore di Piazza San Pietro, il primo ad esibirsi in Alaska, nella sede NATO per i soldati americani, ed è anche l’unico a cui in Cina è stato dedicato il nome di una pizza (pensare che l’altro alimento italiano sono gli spaghetti, definiti “Marco Polo”).  

La musica partenopea e il ricordo di Caruso sono stati esportati e resi ancora più celebri e amati nel mondo grazie a Venturini, che ha donato la sua intera discografia, composta da 650 incisioni, all’Archivio Sonoro della Canzone Napoletana, cosa mai fatta prima.

Un ricordo orgoglioso quindi, di una pietra miliare del bel canto, della canzone napoletana e non solo. A un Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana e Cavaliere dell’Ordine di Malta.

Rock Targato Italia celebra Bruno Venturini e condivide con i propri lettori una delle sue più belle esibizioni.

 

O' Sole Mio - Bruno Venturini

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"Dove eravamo rimasti?" In ricordo di Enzo Tortora

Gli anni ’60 e ’70 sono stati per l’Italia quelli dell’esplosione della televisione, della creazione di quei format che si sarebbero poi affermati negli anni seguenti e che tuttora persistono, quelli del cabaret, del varietà, dove la televisione era quella nuova amica e amante che soddisfaceva tutta la famiglia, che la raccoglieva e che si faceva da lei amare e attendere come si aspetta il rientro a casa del proprio coniuge. E sono proprio i personaggi di quegli anni ad entrare letteralmente nelle famiglie, a farne parte, a divenire come quello zio simpatico o come il nonno saggio. Ed è quello il periodo dove fioriscono e raggiungono la notorietà presentatori e showman rimasti nei cuori di ogni telespettatore, Mike Buongiorno, Pippo Baudo, Corrado ed Enzo Tortora.
Ed è proprio quest’ultimo ad aver dato la sferzata più rivoluzionaria ai formati della nuova tv casalinga, presentando qualcosa di così innovativo e pieno da essere stato definito come “il format dei format”, proprio grazie all’ampia gamma di momenti che arricchivano ogni minuto, e che hanno poi ispirato la nascita di programmi come “Carramba che sorpresa”, “Chi l’ha visto?”, “I cervelloni” e “Stranamore”: “Portobello”.

Dal nome ispirato al famoso mercato londinese, il programma vide fiorire personaggi che sarebbero poi divenuti famosi a livello nazionale, e donando a Tortora la notorietà massima e il massimo del successo, premiandolo anche come il programma più seguito dell’anno.
Ma come si sa, la notorietà porta amore, affetto e benevolenza da parte del pubblico, ma anche invidia, gelosia e una certa dose di vendetta. Specialmente se nella parte di vendita dei prodotti del proprio programma non si inseriscono i centrini inviati da un boss.
È il 17 ottobre del 1983 quando Enzo Tortora viene arrestato con l’accusa di associazione per delinquere di stampo camorristico dalla Procura di Napoli. Sono anni quelli che seguono densi di processi, dove vengono portate dall’accusa confessioni di diversi pentiti della malavita e di un pittore, Giuseppe Margutti, e della moglie. Le testimonianze dichiarano la vicinanza del presentatore alla camorra, e la sua attività di spaccio di sostanze stupefacenti all’interno delle emittenti televisive. Tortora trascorre 7 mesi in carcere e poi ai domiciliari, il processo prosegue con il verdetto di ben 10 anni di reclusione, nel 1985, ma un anno dopo la corte si pronuncia in modo completamente opposto e il presentatore genovese viene assolto da tutte le accuse. Le dichiarazioni che erano state presentate dal pubblico ministero erano, infatti, tutte false. C’era chi aveva sfruttato il nome di Tortora (in realtà Tortona) trovato nell’agenda del camorrista Giuseppe Puca per avere uno sconto di pena, o per raggiungere abbastanza notorietà per riuscire a vendere i propri dipinti.

È il 20 febbraio 1987 quando Enzo Tortora ricompare in televisione, alla guida del suo programma "Portobello", e commuove il pubblico con il suo storico discorso. Un caso mediatico, quello del presentatore, che ha segnato un periodo storico e una nazione, e ha portato alla creazione di un referendum sulla responsabilità civile dei magistrati, che ottiene responso positivo ma che si vede poi portare all’abrogazione di una legge non esattamente come era stata presentata. Tocca infatti aspettare fino al 2015 perché finalmente ai magistrati venga imposta una maggiore responsabilità civile sui propri errori.

Alcuni avranno pensato, e penseranno ancora, che non solo Tortora ma molti altri innocenti hanno nel corso degli anni scontato pene ingiuste, e che nessuno ha avuto la giustizia o la risonanza che il presentatore ha ottenuto. Nulla in contrario, ma il "Caso Tortora” ha senza dubbio dato voce alle ingiustizie, ai problemi delle persone comuni che altrimenti non avrebbero potuto sperare di far conoscere le proprie storie, ed è stata la prima dimostrazione di come i media, le invidie, le vendette personali e il parere che qualsiasi cittadino ha, di antipatia o simpatia, nei confronti di qualcuno, influenzino il suo giudizio. Chiunque si espresse ai tempi sull’innocenza e colpevolezza del presentatore, come oggi accade ogni giorno con tutti i casi di violenza, di morte, di discriminazione che vengono presentati nella maggior parte dei programmi di intrattenimento e non solo nei telegiornali. Quello di Enzo Tortora fu senza dubbio il primo, e a più ampia risonanza, dei seguenti milioni di casi in cui il pubblico si impose come opinionista, come fondamentale, come voce importante per il verdetto e l’opinione pubblica di un indagato.
Molte altre le occupazioni del presentatore, in televisione come in politica, dove ha sempre ricevuto il sostegno del Partito Radicale e del suo leader Marco Pannella, come in associazioni per i diritti dei cittadini. Certo è che egli rimarrà sempre non solo un pilastro della televisione, non solo un exemplum giuridico, ma un pezzo di cuore di tutti gli italiani che hanno conosciuto la sua verve e il suo animo combattivo e ironico.

Rock Targato Italia lo ha voluto ricordare oggi nel giorno in cui avrebbe festeggiato il suo 87esimo compleanno, e vi lascia con lo storico attacco della trasmissione Portobello, il giorno del ritorno ufficiale sulle scene nazionali dopo essere stato assolto da tutte le accuse.

Portobello - "Dove eravamo rimasti?"

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Il fuoco ardente di genio, follia e una Fender Stratocaster : Jimi Hendrix

Non esiste grande genio senza una dose di follia.”
___cit. Aristotele


E nessuna frase risulta azzeccata quanto questa quando ci si riferisce a Jimi Hendrix, uno dei nomi che ha segnato irreversibilmente la storia del rock mondiale. Ma cosa sappiamo davvero di questo chitarrista dalle origini nere, native e bianche? Beh, diciamo che nasce a Seattle il 27 novembre del 1942 e la sua gavetta inizia molto presto, prima ancora di finire la scuola, cosa che non farà mai. Orfano di madre dall’età di 16 anni avrà una lunga serie di toccate e fughe all’interno di diverse band, dove si forma il suo bagaglio musicale ed artistico, fino al giorno in cui è Chas Chandler non assiste a un suo concerto e non forma, appositamente per lui, la Jimi Hendrix Experience, con l’ausilio del bassista (nato chitarrista) Noel Redding e il batterista Mitch Mitchell, facendoli volare a Londra con la promessa di un incontro con Eric Clapton.

La capitale inglese è la rampa di lancio per il successo, che spinge la nascente fama del trio in tutta Europa. Ma un gradino manca ancora, il successo in patria, che viene raggiunto nel 1967, al Monterey International Pop Festival, dove ha luogo la prima delle esibizioni che entrerà nella storia di Hendrix e del suo spirito demoniaco, antisociale, rivoluzionario e allusivo. Jimi, al termine dei 40 minuti nei quali ha suonato la propria Fender Stratocaster con i denti, dietro la schiena e simulandovi un atto sessuale , la cosparge di liquido incendiario e appicca su esse il fuoco con un fiammifero, prima di distruggerla contro il microfono, gli amplificatori, il palco e qualsiasi cosa si trovi su esso.
Basta pensare a questo momento per comprendere quanto l’animo e la natura selvaggia del chitarrista fossero destinati a segnare la storia del rock, e ad essere più volte fraintesi. Evidenti allusioni falliche, sessuali, sataniche, continue provocazioni religiose, belliche e anti-patriottiche segnano le esibizioni di Hendrix, immerso nella sua trance metaforica che troppe volte gli causa problemi non solo con la legge ma con i propri compagni. L’ Experience si scioglie, infatti, per il modo in cui il chitarrista dimostra la propria puntigliosità eccentrica ed eccessiva con gli altri membri del gruppo, oltre che dagli attacchi che essi ricevono durante i concerti, dove il pubblico si lascia trascinare dalle tematiche e dalle eccessività di Hendrix arrivando ad attaccare la band.


Per la formazione delle band successive bisogna attendere il post-evento del decennio. Siamo a Woodstokc, al termine dei tre giorni di “peace, love and music” del 1969, è l’alba del quarto giorno, a causa di una pioggia che si è abbattuta sulle migliaia di persone presenti, quando per 2 ore, in una delle esibizioni più lunghe della sua carriera, Hendrix arriva ad eseguire una dissacrante versione dell’inno degli Stati Uniti, ricreando con l’ausilio della propria chitarra il rumore dei bombardamenti, dei mitra e di altri suoni della guerra che sta sconvolgendo il Vietnam e contro cui si schiera insieme a tutto il movimento flower power.
La carriera di quello che è ritenuto il miglior chitarrista di tutti i tempi dalla rivista Rolling Stones, prosegue la sua carriera fra alti e bassi, purtroppo forse più bassi, a causa dell’utilizzo di droghe che sembrano essergli somministrate, come per il concerto del Winter Festival of Peace del ’70 al Madison Square Garden di New York, dal manager Michael Jeffery. Ed è proprio a causa di un cocktail di barbiturici che il chitarrista, il mostro dissacrante del rock nero, colui che ha introdotto l’uso di modifiche, del wha-wha, del feedback e delle stonature come un vanto e un nuovo modo di suonare la chitarra elettrica, muore prima ancora di compiere 28 anni, dopo l’ultimo live pochi giorni prima al Festival di Fehmarn, lasciato sotto una finale pioggia di fischi.
L’eredità lasciata dall’uomo è fondamentale per ogni genere successivo, dal blues all’heavy-metal, dal jazz al rock, segnando l’alternative e l’indie e rendendo al mondo indispensabile l’utilizzo della chitarra elettrica per riuscire a definire una qualsiasi canzone “rock”.


Quando morirò voglio che la gente suoni la mia musica, perda il controllo e faccia tutto ciò che vuole.
___cit. Jimi Hendrix


Rock Targato Italia ricorda così l’estremo e fuori dagli schemi Jimi Hendrix, il giorno dell’anniversario della sua nascita, e condivide con i propri lettori la canzone che lo ha portato alla fama e che ha segnato il resto della sua carriera, la cover di Billy Roberts : Hey Joe.

Hey Joe - Jimi Hendrix

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Vittorio Veltroni: avrebbe quasi un secolo oggi!

A partire dal 3 gennaio le edizioni del Telegiornale saranno 5 settimanali…

Sono queste le prime parole del Telegiornale, che inaugurano la prima trasmissione del ’54 sul nuovo mezzo di comunicazione figlio della radio, Ed è la voce di Vittorio Veltroni a pronunciare queste parole, dirigente di questo nuovo giornale televisivo e membro del comitato generale delle trasmissioni televisive RAI con il direttore generale Filiberto Guala.

Nato a Tripoli esattamente 97 anni fa e spentosi prematuramente a 37 anni per una leucemia fulminante, a soli 19 anni viene a lui affidata l’organizzazione delle radiocronache della visita di Adolf Hitler in Italia, che si spostò da Roma a Napoli a Firenze dal 3 al 9 magio del 1938. Dopo aver iniziato la propria carriera come cronista sportivo l’anno precedente, seguendo le tappe del Tour de France, forma con Franco Cremascoli, Mario Ortensi e il direttore del Centro radiofonico sperimentale dove si è diplomato Fulvio Palmieri, l’equipe di radiocronisti che segue i maggiori avvenimenti della politica nazionale e internazionale del periodo fascista, distinguendosi per i servizi in diretta dagli aeroporti militari e dai sottomarini in perlustrazione del Mediterraneo. Nel dopoguerra, nonostante la giovane età, dimostra il proprio fiuto e la propria attitudine al comando, dirigendo la redazione di radiocronaca e scoprendo quelli che si dimostrano i giornalisti che segnano la storia italiana: Lello Bersani, Mike Buongiorno, Aldo Salvo, Sergio Zavoli. Insieme proprio a Bersani racconta l’espulsione dei socialisti e comunisti dai governi nazionali nel 1947, con il programma “Seguendo la crisi”, ed è sempre lui l’anno successivo a effettuare la radiocronaca dei 4 scrutini necessari all’elezione di Luigi Einaudi come Presidente della Repubblica. Dirige alcuni programmi negli anni successivi, fra cui “Voci dal mondo” (1951), e firma alcune riviste per Renato Rascel e le sorelle Nava, assieme a Mario Ferretti. Resta storico il suo commento, il 6 giugno 1954, della prima trasmissione della neonata Televisione Europea, poi Eurovisione, che vede le 9 nazioni collegate contemporaneamente.

Versatile nei vari ambiti, Vittorio è dunque cronista sportivo (è lui a raccontare la vittoria di Bartali al Tour de France) e politico, ma anche giornalista di attualità, come dimostra con il programma “La catena della fraternità” del ’51, per l’alluvione del Polesine. Ed è per questo che nel 1950 guadagna il Microfono d’argento per la rubrica “Arcobaleno”, per l’ideazione del Giornale Radio e per la sua diretta attività di cronista sul campo.

Il contributo dato da Veltroni alla radio italiana postbellica è incommensurabile. Egli innalza lo standard del settore della radiocronaca, firma alcune delle dirette storicamente più importanti per la società e contribuisce alla creazione di un nuovo linguaggio moderno e orizzontale, che abbatte i limiti di genere senza perdere mai la giusta professionalità. In RAI viene ricordato con nostalgia da chi, a quei tempi, era presente, è le memorie su di lui lo dipingono come un uomo di conoscenza, intelligenza e lungimiranza. Vittorio è ancora visto come un uomo di quella generazione nata durante il fascismo, quella contraddistinta dall’aver sempre lo sguardo rivolto al futuro e mai al passato, che si è rimboccata le maniche e ha riportato l’Italia in alto, raccogliendone i cocci e le macerie lasciate dalla guerra. Un giornalista dallo spessore estremo, che ha affrontato con passione, energia e divertimento ogni cosa che ha vissuto, fin quando a 37 anni non ha lasciato la moglie Ivanka Kotnik e i figli, Valerio e Walter, ma senza dedicare un’ultima parola piena di speranza, ispirazione e forza: “s o g n a r e”.

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