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Vittorio Veltroni: avrebbe quasi un secolo oggi!

A partire dal 3 gennaio le edizioni del Telegiornale saranno 5 settimanali…

Sono queste le prime parole del Telegiornale, che inaugurano la prima trasmissione del ’54 sul nuovo mezzo di comunicazione figlio della radio, Ed è la voce di Vittorio Veltroni a pronunciare queste parole, dirigente di questo nuovo giornale televisivo e membro del comitato generale delle trasmissioni televisive RAI con il direttore generale Filiberto Guala.

Nato a Tripoli esattamente 97 anni fa e spentosi prematuramente a 37 anni per una leucemia fulminante, a soli 19 anni viene a lui affidata l’organizzazione delle radiocronache della visita di Adolf Hitler in Italia, che si spostò da Roma a Napoli a Firenze dal 3 al 9 magio del 1938. Dopo aver iniziato la propria carriera come cronista sportivo l’anno precedente, seguendo le tappe del Tour de France, forma con Franco Cremascoli, Mario Ortensi e il direttore del Centro radiofonico sperimentale dove si è diplomato Fulvio Palmieri, l’equipe di radiocronisti che segue i maggiori avvenimenti della politica nazionale e internazionale del periodo fascista, distinguendosi per i servizi in diretta dagli aeroporti militari e dai sottomarini in perlustrazione del Mediterraneo. Nel dopoguerra, nonostante la giovane età, dimostra il proprio fiuto e la propria attitudine al comando, dirigendo la redazione di radiocronaca e scoprendo quelli che si dimostrano i giornalisti che segnano la storia italiana: Lello Bersani, Mike Buongiorno, Aldo Salvo, Sergio Zavoli. Insieme proprio a Bersani racconta l’espulsione dei socialisti e comunisti dai governi nazionali nel 1947, con il programma “Seguendo la crisi”, ed è sempre lui l’anno successivo a effettuare la radiocronaca dei 4 scrutini necessari all’elezione di Luigi Einaudi come Presidente della Repubblica. Dirige alcuni programmi negli anni successivi, fra cui “Voci dal mondo” (1951), e firma alcune riviste per Renato Rascel e le sorelle Nava, assieme a Mario Ferretti. Resta storico il suo commento, il 6 giugno 1954, della prima trasmissione della neonata Televisione Europea, poi Eurovisione, che vede le 9 nazioni collegate contemporaneamente.

Versatile nei vari ambiti, Vittorio è dunque cronista sportivo (è lui a raccontare la vittoria di Bartali al Tour de France) e politico, ma anche giornalista di attualità, come dimostra con il programma “La catena della fraternità” del ’51, per l’alluvione del Polesine. Ed è per questo che nel 1950 guadagna il Microfono d’argento per la rubrica “Arcobaleno”, per l’ideazione del Giornale Radio e per la sua diretta attività di cronista sul campo.

Il contributo dato da Veltroni alla radio italiana postbellica è incommensurabile. Egli innalza lo standard del settore della radiocronaca, firma alcune delle dirette storicamente più importanti per la società e contribuisce alla creazione di un nuovo linguaggio moderno e orizzontale, che abbatte i limiti di genere senza perdere mai la giusta professionalità. In RAI viene ricordato con nostalgia da chi, a quei tempi, era presente, è le memorie su di lui lo dipingono come un uomo di conoscenza, intelligenza e lungimiranza. Vittorio è ancora visto come un uomo di quella generazione nata durante il fascismo, quella contraddistinta dall’aver sempre lo sguardo rivolto al futuro e mai al passato, che si è rimboccata le maniche e ha riportato l’Italia in alto, raccogliendone i cocci e le macerie lasciate dalla guerra. Un giornalista dallo spessore estremo, che ha affrontato con passione, energia e divertimento ogni cosa che ha vissuto, fin quando a 37 anni non ha lasciato la moglie Ivanka Kotnik e i figli, Valerio e Walter, ma senza dedicare un’ultima parola piena di speranza, ispirazione e forza: “s o g n a r e”.

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Tutti i volti di Alighiero Noschese

“Ma come ti è venuto in mente, Giulio, di andare a cantare in televisione?”

Di certo non era Andreotti quello che si esibiva nei varietà RAI, ma lo sembrava così tanto che la povera madre non poté che chiedersi cosa ci facesse là. Ma quello che splendeva sul piccolo schermo non era, ovviamente, il politico, ma uno dei personaggi fondamentali per la storia della televisione italiana. Attore, comico, showman ma soprattutto imitatore, Alighero Noschese detiene il titolo di più fecondo e importante imitatore della televisione italiana di tutti i tempi.

Brillante, fine e camaleontico caricaturista delle personalità di spicco del suo tempo, dai compagni protagonisti dello spettacolo ai personaggi politici. E anche se adesso la cosa può sembrare normale routine, all’epoca fu una vera e propria rivoluzione. Fu Noschese, infatti, il primo a parodiare con una satira ironica e mai volgare o violenta, i politici italiani e stranieri. Prima a teatro, negli spettacoli di Garinei e GiovanniniScanzonatissimo” e “La voce dei padroni” a metà dagli anni ’60, e poi in televisione, durante il programma “Doppia Coppia”, che riesce a ottenere dalla televisione di stato l’approvazione per portare in scena le sue imitazioni. Pare proprio che il futuro Presidente della Repubblica, e imitato da Noschese, Giovanni Leone, abbia dato la propria spinta perché al comico fosse data libertà d’azione, essendo stato a Napoli, alla facoltà di giurisprudenza, professore proprio dell’attore.

Nonostante con gli anni la satira politica abbia acquistato tutto altro spessore, e i soggetti caricaturati abbiano iniziato a non gradire le proprie parodie, ai tempi di Noschese c’era addirittura chi chiedeva di essere imitato dallo showman. Motivo? Semplice. Essere imitati da lui era segno di una raggiunta importante notorietà, e comportava una visibilità maggiore e un pubblico più ampio che si poteva raggiungere.

Molte sono le leggende mai appurate che riguardano le famose imitazioni del multietnico artista, da quando, studente universitario, sostenne un esame orale con la voce di Nazzarri e un altro con quella di Totò, a quando, il giorno della sua morte, finse di essere il proprio neurologo al telefono con l’infermiere per avere accesso ai risultati delle proprie analisi eseguite nella clinica dove era ricoverato per curare la depressione.

Morto, infatti, a 47 anni, l’attore napoletano ha lasciato un non piccolo vuoto nel panorama televisivo italiano, nonostante fosse da qualche anno lontano dalle scene, a causa proprio di quella depressione dovuta al divorzio dall’amata moglie e ai rapporti incrinatisi e poi rotti con la RAI, che lo aveva visto come ospite fisso di Corrado e la Carrà nel ’71 con Canzonissima, e co-prodagonista di Loretta Goggi nel ’73, con la trasmissione “Formula Due”, il programma televisivo più seguito di quell’anno.

Ci sono tanti eventi e tante informazioni che è possibile apprendere dalla prima biografia di Noschese, “Alighiero Noschese, l’uomo dai 1000 volti”, di Andrea Jelardi, suo conterraneo, e pubblicata nel 2013, ma abbiamo già detto molto di lui.

La sua arte ha portato l’imitazione a livelli a cui poco prima non era neanche possibile pensare di arrivare, e nonostante le tecnologie in evoluzione resero più complesso il travestimento fisico, la sua dote naturale di riuscire a riprodurre perfettamente le voci, di emulare in modo incredibile atteggiamenti e quei “tic” caratteristici mantennero sempre la loro qualità eccellente, anche grazie all’aiuto dell’autore dei suoi testi Dino Verde e alla sua truccatrice e costumista Ida Montanari.

Ecco quindi che non resta altro da fare se non accennare qualcuno di quei suoi personaggi, spaziando da cantanti e attori a politici e conduttori, come Mike Buongiorno, Nino Manfredi, Alberto Sordi, Domenico Modugno, ma anche Nilla Pizzi, Ugo La Malfa, Giovanni Leone, Marco Pannella, Enrico Berlinguer, Amintore Fanfani, ma anche Richard Nixon.

 

Oggi, nel giorno dell’ottantatreesimo anniversario della sua nascita, Rock Targato Italia ha voluto rendere omaggio al grandissimo e mai dimenticato, Alighiero Noschese.

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Don't stop the show: Freddie Mercury

È senza dubbio una delle cose più difficili tentare di essere originali parlando di qualcosa, o in questo caso qualcuno, la cui fama è stata ed è tanto grande da far sì che tutto il possibile sia già stato detto in ogni modo e con ogni sfumatura. Qualunque discorso risulterebbe, dopo 24 anni dalla sua morte, ritrito e banale, ed allora ci possiamo limitare a ricordare dei momenti della sua carriera e della sua vita che hanno reso immortale uno degli uomini che ha dominato la dirompente onda rock degli anni ’70- ’80.

Parliamo allora di Freddie Mercury, nome d’arte di Farrokh Bulsara, l’uomo che insieme ai Queen fece la storia del rock ‘n roll. Visse nel silenzio la malattia che lo portò alla morte, rendendola nota ai fan e al mondo appena il giorno prima di spegnersi; al contrario la sua leggenda si è affermata nel clamore che era in grado di suscitare col suo talento e la capacità di intrattenere il pubblico.

Innovatore e sognatore, una tigre sul palco, eccentrico e teatrale, ma con stile, frontman esuberante e di talento che amava interagire col pubblico creando spettacoli unici e originali come l’esibizione al Live Aid del 1985, che vide il gruppo esibirsi allo Stadio di Wembley davanti a 72 000 persone, giudicata come la migliore esibizione dal vivo nella storia della musica rock.

A lui si deve il maggior numero di testi della band: le melodie più complesse di "Bohemian Rhapsody" e "Innuendo", quelle più semplici come "Crazy Little Thing Called Love", e successi come "Don't Stop Me Now", "Killer Queen", "Love of My Life", "Play the Game", "Somebody to Love" e "We Are the Champions" spaziando tra varie forme di musica rock già consolidate incorporando  numerosi altri generi passando dall'hard al pop rock, all'heavy metal, dal rock and roll al rock psichedelico e sperimentando anche blues, gospel, funk, folk, musica classica.

Oltre all'attivita' con i Queen, di cui fu fondatore nel 1970, negli anni ‘80 intraprese la carriera solista con due album: "Mr. Bad Guy" (1985) e "Barcelona" (1988), frutto della collaborazione con la cantante soprano spagnola Montserrat Caballè, il cui singolo omonimo divenne divenne nel 1992 l'inno ufficiale dei Giochi della XXV Olimpiade di Barcellona.

Negli anni cambiò notevolmente aspetto: dai capelli lunghi e unghie smaltate con abiti di Zandra Rhodes al look “Castro clone” con capelli corti e baffetti con la giacca gialla, divenuta suo simbolo, o con pelliccia e corona da re. Passava da un ruggito rock gutturale ad acuti cristallini passando più scale musicali in poche battute, fino alla rarefazione delle apparizioni pubbliche dopo la conferma della malattia nel 1987, quando il suo mito non venne da meno e rappresentò un passo importante nella storia dell’AIDS informando i suoi milioni di fan della minaccia dell’HIV con la sua dichiarazione pubblica, giusto il giorno prima di morire.

https://youtu.be/t99KH0TR-J4?list=RDt99KH0TR-J4 

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Un italiano a cavallo dei colossal americani

“Io che non vivo” è uno dei successi italiani più conosciuti al mondo, un successo internazionale cantato anche da Elvis Presley con il titolo “You don’t have to say you love me”, ed è la canzone che pur non vincendo Sanremo nel 1965, ha dato al suo cantore un grande successo. Il cantante in questione è Pino Donaggio, e la sua carriera è stata anche ricordata al Festival di Sanremo quest’anno, sullo stesso palco che ha visto i suoi esordi nel 1961 con la canzone “Come sinfonia”, realizzata inizialmente per essere interpretata da Mina.

Da lì inizia il suo successo, divenuto mondiale poi con la canzone presentata a Sanremo ormai 50 anni fa. Ha proseguito negli anni ’70 dedicandosi alla composizione di colonne sonore per numerose pellicole cinematografiche che hanno fatto il giro del mondo e più tardi anche per fiction italiane.

Da cantautore di musica leggera a compositore di colonne sonore, soprattutto per film horror, western ma anche commedie dei Vanzina e di Tinto Brass; senza dimenticare le serie tv che vanno da "Don Matteo" a "Provaci ancora prof" e tanto altro, cercando di essere sempre originale e distaccarsi dai compositori americani andando ad attingere direttamente dalle radici del melodramma tipicamente italiano.

Il suo debutto come compositore si ha nel 1973 con la musica per "A Venezia... un dicembre rosso shocking"; da lì produce più di 200 colonne sonore tra cui importanti collaborazioni con registi del calibro di Brian De Palma in "Carrie, lo sguardo di Satana", "Vestito per uccidere", "Blow out" e "Passion", di Dario Argento, e tra le produzioni italiane "Non ci resta che piangere" di Massimo Troisi, "L’arcano incantatore" di Pupi Avati e "Colpo d’occhio" di Sergio Rubini.

Al successo dice di esserci arrivato per caso, avendo cantato appunto una canzone inizialmente destinata alla voce di Mina, ma da lui poi interpretata, ed è dal palco del Festival di Sanremo, da cui è iniziato il suo destino musicale, che invita i giovani a credere in sé stessi e nelle proprie potenzialità.

https://youtu.be/N3W7qlMZTXY

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