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Talkin' all that Jazz

A vederlo non lo diresti mai: occhiali sempre sul naso, sguardo presente e rigorosamente volto all’orizzonte, ma la corporatura esile esile. Un fuscello quasi. Poi lo senti suonare e come suonava lui il contrabbasso! Ci vuole una certa forza per tenere quel ritmo cosi robusto e corposo. Africano. Anche se lui era statunitense.
Stiamo parlando di George Murphy, forse sconosciuto ai più, ma fu uno dei più grandi contrabbassisti nella storia del jazz. Uno di quelli che ha fatto il New Orleans per intenderci: il jazz della prima ora.

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L'innovazione si fa uomo: Rino Gaetano

Oggi avrebbe compiuto 65 anni uno dei cantautori più innovativi e dissacranti della musica leggera italiana, ma che leggera non era e non rispettava i soliti cliché.

Sono passati più di trent’anni dalla scomparsa di Rino Gaetano, il “grillo parlante” di una società e di un periodo storico, quello degli Anni di Piombo, che non erano ancora preparati a capire le sue filastrocche satiriche e nonsense che con ironia alleggerivano tematiche ancora oggi attualissime.

Sviscera i malcostumi italiani, sberleffa la classe politica italiana con “Nuntereggae più”  facendo nomi e cognomi di uomini di potere, l’emarginazione, l’emigrazione, l’alienazione, l’incomunicabilità e la falsità dei rapporti umani e ancora oggi la sua ricca miniera di testi è depredata da generazioni di cantanti tramandando sorrisi amari e riflessioni nel tempo.

Un’intensità emotiva supportata dalla sua voce ruvida e “sporca” sottovalutata dai suoi contemporanei lo ha consacrato allo status di artista di culto solo dopo la morte.

Il successo gli arrise nel 1975 con il 45 giri "Ma il cielo è sempre più blu"; "Mio fratello è figlio unico" lo consacra l’anno seguente nell’olimpo dei cantautori italiani grazie al nuovo linguaggio più complesso e maturo  e alle nuove soluzioni musicali, come l’utilizzo di sitar, banjo e mandolino, ma punto di svolta della sua carriera fu il terzo posto ottenuto al Festival di Sanremo del 1978 con "Gianna" eclissando i lavori precedenti,  ispirati a Jannacci, De André, Celentano e Ricky Gianco e nati durante l’esperienza  del Folkstudio, locale romano in cui si esibivano molti artisti e dove conobbe Francesco De Gregori e Antonello Venditti per cui fu apripista in numerosi concerti dal vivo.

Innovatore vicino a musicisti emergenti, da vivo come conduttore di Canzone d’Autore, programma radiofonico su Radio Uno in cui musicisti emergenti avevano uno spazio per commentare un proprio brano e dopo la morte con il premio Rino Gaetano, spettacolo nato per ricordare il cantautore calabrese e lanciare giovani voci nel panorama musicale. Un genio artistico indipendente dalle mode e precursore dei tempi.

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Lo "zotico" francese che ispirò De Andrè.

34 anni fa, la musica internazionale perdeva uno dei più grandi maestri della musica d’autore. Dalle sonorità tipicamente popolari, che hanno segnato l’evoluzione dei successivi cantautori europei, Georges Brassens nacque a Sete nel 1921.

Dal tono anarco-individualista e antimilitarista, l’artista francese è stato definito da Fabrizio De Andrè come “Il Mio Maestro”, essendo stata la sua opera la base primaria a cui lo stile di De Andrè si è ispirato, grazie a un suo disco ascoltato dopo un viaggio in Francia del padre.
Brassens prese ispirazione non soltanto dalla propria creatività, bensì molti suoi testi si basarono su poesie e opere di importanti letterati come Victor Hugo, Francois Villon e Paul Verlaine. E anche in questo possiamo trovare un collegamento futuro del suo “allievo”, che con l’Antologia di Spoon River diede forma a uno dei suoi album più conosciuti.
I suoi testi sono stati tradotti in vari paesi, Paco Ibáñez lo ha portato in Spagna, dove lo stesso Brassens ha poi cantato proprio quei testi iberici, mentre in Italia sono stati in molti a riscrivere i suoi brani fedelmente al concetto originale, in primis il già detto De Andrè, ma anche Nanni Svampa, Beppe Chierici e Gino Paoli, per citarne alcuni.

La carriera di George Brassens prese il via in un locale parigino dove fino a quel momento era stata un’altra cantante ad esibirsi nei suoi pezzi, e per molti anni molte delle sue canzoni, capitanate da "Le Gorille", vennero censurate in Francia per i testi troppo sboccati e sfacciati. L’intento rivoluzionario del cantautore era quello di trasformare una canzone “da osteria” in una denuncia sociale, un modo metaforico e più che diretto per attaccare leggi e usanze a suo avviso sbagliati.

Nonostante il famosissimo lavoro sia stato tradotto fedelmente e messo in scena da Fabrizio De Andrè (Il Gorilla 1969) e così conosciuto nel Bel paese, abbiamo deciso di proporvi la versione originale del 1952 per ricordare al meglio la memoria di Brassens.

Le Gorille – Georges Brassens – 1952

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Quei "drammatici tasti" per 60 anni: Roger O'Donnell

“For it's much too late to get away or turn on the light. The spiderman is having you for dinner tonight…”

A prima lettura non sarà per molti facile, probabilmente, capire di cosa si tratta, ma se alla frase venisse aggiunto uno spezzone di video che sembra uscito direttamente da "Eraserhead”, il primo film di David Lynch, le cose sarebbero decisamente più chiare.
Si tratta della filastrocca dalle sfumature aracnofobiche “Lullaby”, nata dalla creatività tenebrosa e malinconica di uno dei gruppi alternative inglesi più conosciuti al mondo: The Cure.
E proprio di un membro a più riprese del gruppo parlerà oggi divinazione.

Roger O’Donnell, inizialmente seconda tastiera, per poi assumerne il pieno controllo, è stato parte della formazione nei periodi ‘87/’90, ‘95/’05 e ne è tornato membro fisso dal 2011. Nato il 29 Ottobre 1955 nella parte est di Londra, collaborò con Arthur Browns e fece parte delle band Thompson Twins e Psychedelic Furs, prima di approdare sul palco dei The Cure.

Uno dei gruppi più parlati e particolari della storia inglese, conosciuti negli Stati Uniti quando ancora le radio non erano inclini a sporcarsi di musica straniera, sono, malgrado il frontman Robert Smith abbia rifiutato la definizione, un’icona della musica post-punk e goth, che hanno arpionato le caratteristiche del genere ai loro brani. Il look particolarmente eccentrico dei componenti del gruppo, in special modo del cantante, hanno condizionato la creazione di personaggi cinematografici come Edward Mani di Forbice e Il Corvo, per cui la band ha composto inoltre parte della colonna sonora.
Le atmosfere drammatiche, darkwave, tristi e decadenti, i testi ispirati da artisti della grande letteratura, le sonorità evolute e variate nel corso della lunga carriera, grazie anche ai continui cambiamenti di formazione, sono il tratto distintivo dei The Cure.
Lo stesso Smith ha dichiarato che O’Donnell ha potuto creare in brani come Homesick e Lullaby partiture orchestrali da eseguire con l’ausilio di tastiera e sintetizzatori che hanno lasciato un segno importante nelle decantazioni dei testi.

The Cure - Lullaby

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