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I VIRUS DELL’OGGI, QUELLI DI DOMANI, L’ARTE E GLI ARTISTI, LA MUSICA E LA “GUERRA”

I VIRUS DELL’OGGI, QUELLI DI DOMANI, L’ARTE E GLI ARTISTI, LA MUSICA E LA “GUERRA”

Ovvero quattro chiacchiere con ROBERTO BONFANTI

Bentornati alle Visioni. In questo pezzo vi proponiamo una bella e lunga chiacchierata con Roberto  Bonfanti. Roberto, oltre a essere un decano della Giuria del contest di Rock targato Italia e a curare le recensioni dei migliori album italiani su questo stesso sito, è un giornalista, uno scrittore e un artista. Se qualcuno volesse urlare allo scandalo perché noi si parla di noi, sappia che è proprio vero! E’ un uso privatistico delle Visioni ma, credo che conoscerci meglio sia simpatico e forse utile anche per i nostri lettori. Sull’utilità sto, ovviamente, scherzando!

Visio: Ciao Roberto e grazie per aver accettato il nostro invito. In realtà, l’idea di questa nostra chiacchierata è di Francesco (Caprini, N.d.R.).

Roberto: Allora ci inchiniamo al suo volere (ridiamo).

Visio: Allora chi è Roberto Bonfanti? A noi risulta: giornalista, scrittore, artista, giurato e collaboratore di Rock targato Italia …

Roberto: Io ho cominciato a collaborare con Kronic, una fanzine cartacea che inizialmente si occupava di metal e si chiamava Suburbia, poi si sono aperti prima al goth, poi all’elettronica e al pop rock. Io ho cominciato a collaborare nel 2001. Era una delle prime webzine musicali: all’epoca c’eravamo noi, Music Boom e Rockit oltre a Rockol che è un’istituzione.

Visio: Tu ti occupavi della parte italiana?

Roberto: Sì, molte delle produzioni indie italiane di allora passavano sulla mia scrivania.

Visio: Tu nasci come giornalista, quindi e poi scrittore e artista. Io ricordo di avere recensito anche un tuo romanzo su questa stessa rubrica. Raccontaci un po’.

Roberto: Dopo Kronic, avevamo aperto un’etichetta musicale che è andata malissimo …

Visio: Ci puoi dire cosa è successo?

Roberto: E’ che eravamo delle teste di cazzo. Si chiamava “Ilrenonsidiverte”… Abbiamo fatto quattro album e poi abbiamo capito che non era roba per noi. Facevamo fatica a gestire i rapporti umani… soprattutto con l’ambiente circola attorno al mondo della musica. Sai, io venivo da qualche anno di Kronic, durante i quali ero un punto di riferimento per i gruppi, nell’area pop-rock-indie eravamo in pochi … Finito il mio scopo, la gente è un po’ sparita e mi sono trovato a capire che erano relazioni utilitaristiche da parte degli artisti …

Visio: Come spesso succede nell’incapacità di fare gruppo. Ma torniamo alla scrittura.

Roberto: Tutto nasce dal fatto che io ho sempre scritto racconti. Quando si è chiusa l’esperienza dell’etichetta, per rimettere insieme le idee, ho deciso di riprende i miei racconti e li ho pubblicati in una raccolta che si intitolava: Tutto Passa Invano. Da lì è iniziata la voglia di mettersi in gioco. Questo libricino è finito nelle mani di un piccolo editore che si chiamava Falzea che era distribuito da RCS (allora). Ho cominciato a lavorare più seriamente così è nato il mio primo romanzo: L’Uomo A Pedali (2009). Per quanto riguarda l’artista … E’ Francesco che mi definisce così … (ridiamo).

Visio: Qualche volta, Francesco aggiunge o toglie … Preso dalle sue presentazioni centrifughe qualche cosa rimane al centro, qualcosa d’altro viene sparato ai margini. Poi, leggendoci ci rimprovererà.

Roberto: In realtà, quando si è trattato di presentare il mio romanzo intitolato Alice (quello che tu hai recensito), siccome nel salottino culturale delle letture o in quello delle presentazioni in libreria non ci stavo comodissimo, mi sono inventato non uno spettacolino … più una performance durante la quale leggevo parti del libro in modo più teatrale, meno convenzionale. Stando sul palco con un mio stile.

Visio: Parliamo della tua esperienza nel contest di Rock targato Italia.

Roberto: Per me collaborare con Rock targato Italia è stata una bella chiusura del cerchio. Quando io ho cominciato ad  interessarmi di rock italiano erano gli anni Novanta e c’erano band come Litfiba, Timoria, Negrita, CSI, etc.

Visio: Molti di questi passati per Rock targato Italia …

Roberto: Tutti passati o come ospiti o, addirittura, lanciati dal concorso. Ai tempi sentivo e leggevo spesso il nome di Francesco e di Rock targato Italia. All’epoca c’erano le riviste, c’era Il Mucchio Selvaggio, c’era Tutto Musica del nostro amico Fausto Pirito e lì, mentre collaboravo con Kronic, li ho voluto incontrare e ho preso a collaborare con quella realtà. Pensa … Ho fatto la prima volta il giurato nel lontano 2001. Poi ho ripreso in tempi più recenti.

Visio: Parliamo del concorso.

Roberto: Quello che vedo è che c’è sempre molto entusiasmo ma, spesso, non molta consapevolezza. Capisci che artisti, anche di talento, non hanno molto l’idea di come ci si muove … Un’idea precisa ce l’ha data il comportamento dei musicisti durante la quarantena. In un periodo come questo, dove stanno succedendo un sacco di cose e tutte gravi, uno deve scegliere se essere un artista o un intrattenitore. Ho letto un post di Mauro Ermanno Giovanardi, il cantante dei La Crus, che è molto contrario ai concerti sui balconi o in streaming perché molti hanno voluto cavalcare l’onda, in modo autoreferenziale.

Visio: Bé, uno dei problemi non è proprio la visibilità?

Roberto: Certo. In fondo tutti cerchiamo, in qualche modo, visibilità. Però occorre stare molto attenti al messaggio che si trasmette. Il “vatuttobenismo” dilagante rischia di diventare un’arma anestetica pericolosa. Un po’ come le associazioni di categoria che a ogni decreto si limitano a tentare di elemosinare qualche spicciolo in più per la loro categoria di riferimento anziché provare a guardare la problematica in modo più ampio e magari, tutti insieme, tentare di rovesciare il tavolo e cambiare le cose in modo più radicale. Mi è piaciuto molto, parlando di un personaggio legato a Rock targato Italia,  Riccardo Autore che sta lanciando una serie di video,  facendo profonde riflessioni sul momento. Ha, anche, intervistato il sindaco del suo paese. Questa roba dei concertini in streaming è un accodarsi, estraniandosi dalla realtà.

Visio: In tempi non sospetti, Damon Albarn, ha parlato di selfie music. Una concentrazione su sé stessi senza o con scarso impegno rispetto a quello che succede intorno. Secondo lui l’artista ha delle responsabilità in relazione alla società.

Roberto: E’ esattamente quello che sta succedendo, in modo ancora più estremo. E’ il grande limite del rock emergente. Si diventa i burattini del sistema …

Visio: E’ il tema di quelli che scrivono poesie sotto le bombe … E’ quando le bombe smettono di cadere il momento, per usare una metafora, di scriverle. Se no, si cade nel tranello dell’”attualistico” e non si riesce ad essere critici in modo efficace.

Roberto: Si corre il rischio della instant song che tra due settimane non ha più senso …

Visio: Abbiamo virologi che, ormai, sono le nuove star della TV che hanno detto tutto e il contrario di tutto che escono con gli instant book … Cosa fai??? … privi i musicisti di questa possibilità (ridiamo)?

Roberto: Vero! Oggi si sta istituendo il Ministero della Verità … Quando quelli che si ergono come paladini contro le fake news sono i primi a diffonderle! Sono state le grandi testate giornalistiche a spacciarci immagini di repertorio di centri città molto frequentati, suggerendo che è così che si rispetta il lockdown … Pile di bare del 2013 di Lampedusa, spacciate come quelle di Bergamo (e ovviamente non sto assolutamente insinuando che la tragedia di Bergamo sia falsa. Ho diversi amici da quelle parti e so bene quanto la zona sia stata colpita. Parlo del modo in cui i media hanno cercato, all’interno della tragedia, la spettacolarizzazione del macabro per generare ulteriore ansia). L’assioma secondo il quale, più o meno esplicitamente, siamo ancora costretti a casa perché c’è qualcuno che non rispetta le regole. E’ dividi et impera. Ci spingono ad occuparci di quante volte il nostro vicino esce col cane … il Sud contro gli untori del Nord che ha sostituito quella contro quelli cinesi. Ci mettono gli uni contro gli altri.

Visio: E’ il punto. Cosa resterà di questi dispositivi liberticidi, di queste limitazioni? Al di là della gestione dell’emergenza… Cosa rimarrà di questa volontà di controllo delle persone.

Roberto: E’ un punto molto spinoso … Il pericolo è che stiamo creando un’emergenza democratica. Sta diventando vietato anche farsi delle domande. E sono gli artisti che sono deputati a farle! E’ legittimo governare a colpi di DPCM? Non è uno strumento nato per questo. Abbiamo un’informazione ufficiale fatta per creare panico e che spinga l’opinione pubblica a consegnarci nelle mani di chi governa … I casi che abbiamo citato prima dovrebbe portare alla chiusura di questi giornali. Il virologo che dice che il rischio in Italia è zero e poi diventa, senza soluzione di continuità, il più allarmista del mondo!

Visio: Parliamo un po’ di musica … Qualche nome di band o di artisti dell’indie rock italiano, che ti hanno fatto battere il cuore ultimamente? Anche emergenti ...

Roberto: La domanda è molto difficile … Io non ho ancora capito cosa vuol dire indie … Se prendi nomi come Paolo Benvegnù, Giorgio Canali, Filippo GattiGiulio CasaleRiccardo Sinigallia …  che sono, secondo me, alcuni dei più bravi. E’ gente che ha fatto dischi bellissimi, in un contesto vagamente normale sarebbero i nomi importanti …

Visio: In Italia esiste il miracolo del mainstream … La maggior parte degli attori della scena mainstream nascono e muoiono lì. Gli altri se sono passati dall’indie, diventano mainstream facendo cose radicalmente opposte.

Roberto: Sugli emergenti, ci provo. Ultimamente mi è piaciuto molto l’album di Lorenzo Del Pero che è un giovane. Grande vocalità e testi lirici, profondi ed evocativi.

Visio: Un altro regalo per i miei lettori?

Roberto: L’anno scorso a Rock targato Italia abbiamo premiato gli RCCM, molto politici che fanno un post rock asciutto. Sarebbe interessante chiedere loro cosa ne pensano della realtà attuale.

 Visio: Adesso cosa stai ascoltando?

Roberto: I Non Voglio Che Clara hanno fatto un bellissimo album che ho recensito. Ma faccio fatica a considerarli degli emergenti, visto che sono in giro da vent’anni.

Visio: Dai! Regalaci qualche altra chicca italiana … come sai tu sei la mia nemesi! Io mi occupo più di grandi classici anglosassoni e, solo, grazie a te e a Rock targato Italia, frequento l’indie italiano.

Roberto: Ti sorprendo … Sto ascoltando Murubutu, un rapper molto particolare. Ha scritto un album sull’Inferno di Dante. Tra l’altro, è anche insegnate di italiano e, quindi, maneggia molto bene la materia.

Visio: Concludiamo con i tuoi progetti per il futuro.

Roberto: Sto lavorando ad un nuovo romanzo ma i tempi non saranno maturi prima di un paio d’anni. Almeno credo …

Visio: Grazie Roberto!

di Paolo Pelizza con Roberto Bonfanti.

© 2020 Rock targato Italia

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010 - Come scrivere una bella canzone di Antonio Chimienti

010 - Come scrivere una bella canzone

di Antonio Chimienti

 Bello il titolo vero? Be credo che sarà anche l’unica cosa bella di tutto l’articolo. 

Quando stavo pensando che era da un po’ che mancavo sulla mia rubrica e che era tempo di ravvivarla ho cominciato a pensare a qualcosa di interessante da scrivere e visualizzando le problematiche che meriterebbero dei sostegni ho pescato nei pensieri qualcosa di attuale e ricorsivo per abbracciare contemporaneamente più lettori interessati.

Il pensiero pescato sì rifà ad un episodio accadutomi in questo ultimo mese , ma che ho vissuto  nella mia carriera almeno 10 volte ogni anno.

Ve lo racconto così da riassumere esattamente il mood dell’argomento.

Nomi nessuno, ma credetemi tutti di altissimo profilo nazionale.

Autore di una cantante che ascoltate tutti i giorni in radio e tv mi chiede di produrre qualcosa perché ha sentito una mia produzione che sto per pubblicare e la trova “molto attuale” Su questo aggettivo ci ritorneremo perché è l’oggetto di questo articolo. Gli chiedo due testi , lì ricevo e comincio un arrangiamento. Anzi nello specifico per influenzarmi scarico un video di questa cantante che meglio sì adattava alla musica che avevo cominciato a scrivere. Creo il ritornello e la stesura della canzone. Genere Future Pop/ Funky House , ma pur sempre cantato in italiano.

Creo il drop et voilà lo provino con la mia voce. Data l’estensione del cantato dopo un ritornello con la voce utilizzo un suono lead per registrare la melodia perché sia chiara e facilmente apprendibile.

Riscontro: sai Antonio perché non la canti tutta? Ma perché hai messo quel suono a posto del tema? Ma…. non so….non mi convince tanto… ecc.ecc.

Dimenticandosi che me lo aveva chiesto lui sulla scia emotiva procuratagli da un mio lavoro che aveva ascoltato. Non che la cosa mi importi più di tanto, la farò cantare a qualcun’altra, ma la cosa che mi fa rabbia e credo avrà fatto arrabbiare tanti di voi musicisti è il perché a stabilire quale sia una bella canzone devono sempre essere degli individui privi di quella dose minima di immaginazione per vedere un successo prima che sia successo e scusate il gioco di parole, ma la questione è tutta qui.

Scommetto che sé avesse sentito il provino cantato dalla sua “ star” gli sarebbe piaciuto al volo.

Meglio ancora sé avessi speso 30K euro in produzione e avesse sentito già la canzone finita e masterizzata...anzi perché magari non anche appena cantata in uno stadio dalla suddetta “Star”? Ecco allora forse il successo gli sarebbe apparso subito evidente.

Ma allora come fare a scrivere una bella canzone?

Eh sì perché ora abbiamo isolato il “quid” e cioè che il bello è relativo alla fase raggiunta dal suo manifestarsi, ma noi nella musica degli anni 2020 siamo, per usare un eufemismo, veramente sfigati. Siamo come dei Michelangelo il cui pietrone da cui scalpellerà la sua Pietà non solo costa una enormità e non sé lo può permettere, ma oltre tutto il ricavo che ne conseguirà è legato in stretta misura alle decisioni di altri che faranno di tutto per preferire qualcosa che sia più facilmente consumabile piuttosto che penetrante nell’animo di pochi. Quindi poca poesia e molto business. Oggi uno come Bob Dylan dovrebbe nasconderli i suoi testi dentro una canzone per farli arrivare perché mettere sulla bancarella della sua arte i suoi testi non lo porterebbe più lontano del palcoscenico di qualche oratorio. Oggi ci vogliono i fuochi di artificio che ti esplodano sugli occhi per notare qualcosa. E difatti basta guardare gli ultimi Sanremo per identificare questi fenomeni da cinema il cui 90% sarebbe godibile anche con il Mute inserito.

Ma allora come fare a scrivere una bella canzone Antonio?

Analizziamo cosa è oggi una bella canzone. E da cosa deriva i senso del bello.

Io suono il pianoforte da 40 anni. Tu suoni la chitarra , il basso o la batteria da una vita , ma sé ed ascoltare è qualcuno che non ti conosce… magari nel mio caso una bella signora… questa letteralmente sì innamora all’istante, ma sé ed ascoltarmi è mia moglie o una delle mie figlie l’effetto è : ma quando la smetti che mi viene mal di testa. Fa ridere , ma è così.

Perché avviene? 

Ma è ovvio per assuefazione e questo capita anche nei numeri molto più allargati socialmente.

E’ vero ci sono musiche o canzoni definiamole intramontabili, ma comunque una canzone di Caruso o di Mina o dei Bee Gees non ci trascinerebbe più con il portafogli in mano all’acquisto. In questo caso ecco evidenziato che il “bello” è molto relativo sé connesso al raggiungimento limite di una spesa.

Ovviamente una bella canzone deve infrangere questo limite per diventare oggetto del desiderio e quindi : acquistata.

Dunque per riassumere sé ieri un provino pianoforte e voce era sufficiente per capire quanto bella fosse una canzone… oggi non è più così. Anzi siamo arrivati al punto in cui , come nel mio esempio su descritto, la canzone deve essere già completamente prodotta per essere apprezzata. 

Questo accade perché l’attenzione sì è spostata dal messaggio del testo.

E’ ovvio che sé in un epoca passata i canali tv erano 2 ed in bianco e nero non era necessario sviluppare o innescare una battaglia sul visuale come invece siamo arrivati a compiere noi.

Inoltre i testi bastavano perché non c’e’ ne erano abbastanza. Questi testi non erano scritti da dei geni unici al mondo, ma da quegli unici che arrivavano alla ribalta. Erano pochi e preziosi non perché gli unici, ma perché non c’erano le condizioni per divulgarne di più. Chissà quante meravigliose canzoni sì sono accumulate sulle scrivanie degli editori di allora.

Oggi basta scrivere un post commovente su facebook per sfamarci del necessario giornaliero. Sì è inflazionato. Il testo non è più raro e quindi chi vi ascolta dirà che è normale ...lo confronterà con qualcosa scritto da una altra parte e vi timbrerà come non super interessante. Ma d’altro canto finalmente stiamo dando un giusto valore alle cose, intendo dire che non potevamo continuare a pensare che una persona disinibita capace a manifestare i propri pensieri fosse migliore di un timido che non sentiamo parlare, stiamo comprendendo che nella generalizzazione dei generi il bello sì cela ovunque e che quindi non è prezioso , ma naturale. E’ come sé scoprissimo tutti dei tartufi nei nostri vasi di casa. Il tartufo ritornerebbe ed essere un tubero, semplicemente. Tutti gli esseri umani hanno un’anima. Non solo i poeti.

Quindi abbiamo scoperto che fare una bella canzone oggi non è più raggiungibile attingendo a pie mani alla lirica che abbiamo in dotazione tutti o a qualcosa in particolare , ma già in nostro possesso. Questo perché il mondo , così come mia moglie, sì è assuefatto ad una cosa “semplicemente bella” ed ora esige qualcosa di “complicatamente bella”. Diciamo un bello maggiormente articolato e pertanto frutto di un nuovo sforzo da parte di coloro che intendono produrlo. La natura è un esempio di “complicatamente bello” ed il termine deriva dal fatto che nessuno di noi riesce a coglierne la totale bellezza. Infatti tutti l’amiamo e la percepiamo , ma non siamo assolutamente in grado di ricrearla. Senza spingerci così oltre dobbiamo tuttavia concepire il fatto che una canzone oggi, “una bella canzone”, non può essere creata semplicemente come allora. Dobbiamo fare un upgrade così come ha fatto in realtà il pubblico stesso in cui anche noi artisti siamo pubblico di altri. Accettereste di ascoltare ancora musica replicata da una cassetta a nastro con i sui 15KhZ di limite e tutto il fruscio contenente? No non lo fareste. Volete di più? Anzi vi svelo un segreto...sapete perché al manager della famosa artista nazionale che vi ho raccontato non è piaciuto ”tanto” il mio provino? Perché non lo avevo trattato stereofonicamente e a lui è apparso piccolo. E’ grave? GRAVISSIMO, però non vi nascondo che non volevo relegare ed un trattamento psicoacustico il potere di giudizio sulla mia professionalità anche sé , e qui siamo veramente al paradosso, quello che lo aveva fatto innamorare del mio pezzo inizialmente e che lo spinse a chiedermi un pezzo era stato proprio il trattamento psicoacustico tipico di un brano Trance quale quello appena ascoltato.

Bene non vi ho spiegato come sì scrive una bella canzone, ma so che posso dirvi ancora molto sull’argomento.

Vi saluto elencandovi cosa oggi deve contenere una bella canzone:

  • L’immagine di un qualcuno, bello o brutto , giovane o vecchio non contano, ma che esprima un richiamo a quella promessa atavica che ognuno di noi ha nei confronti del destino in cui sì esce vittoriosi. Una obesa che sì prende una rivincita e ha successo, 5 giovincelli che spaccano il mondo, un non vedente che però ce l’ha fatta, una cassiera che sì sdogana ecc ecc.
  • Una produzione musicale che non importa sé sei di Messina, ma comunque deve SUONARE come fosse fatta nel cuore di NY. Non importa sé lì si usano 8 musicisti a 5k$ + 4$ di studio al giorno...è come un tavolo di poker ...sé vuoi sederti la posta minima è quella. La cosa incredibile è che questo cappio al collo sé lo è messo l’impiccato stesso.
  • La musica non conta! Conta sé sì adatta o meno al genere. Sé poi vuoi inventare un tuo genere.. prego , ma ricordati che ora sono tutti esperti e ti giudicheranno di conseguenza. Dimenticavo che ci sono già algoritmi che scrivono la musica a partire da un accordo. Lo so è assurdo , ma è così.
  • Il testo ha ancora un valore , ma per essere visibile ha bisogno di una grandissima attenzione in fase di scrittura della musica che lo supporta. Non solo, ma  in una maniera quasi tipica dei giocolieri che per qualche attimo hanno librati nell’aria diversi oggetti contemporaneamente così le parole dovranno magicamente essere accompagnate da più cose così come per un giocoliere e staranno magicamente sospese tra un modo di essere cantate ed un significato parimenti a braccietto con il tutto. Un esempio per tutti Vasco Rossi ed i suoi “eh” “uh” o Lucio Dalla con i suoi Skyliner di vocalizzi. per meno di questo sì dura una stagione non di più.
  • Essere titolari di una immagine socialmente riconosciuta. In altre parole sé hai un seguito sui social allora la tua canzone può essere presa in considerazione sé no niente. Non vale nulla.
  • Avere molte canzoni nel cassetto. Il senso è che sé non vuoi essere sfruttato devi inibire il cattivo ricattandolo con il fatto che non gli darai più altri successi, ma lì devi avere o aver dimostrato di saperli produrre. Allora la tua diventa una bella canzone perché potrà essere sfruttata.

Ultimo : una bella canzone resta una bella canzone. Non è importante sé la massa non l’ascolterà mai. Da essa deriva la tua soddisfazione di poter avere di fronte a te qualcosa che dimorava bellissima dentro di te. I tuoi amici e le persone che ti amano la sapranno riconoscere….. per un pò di tempo poi lo sai che gli verrà mal di testa! 

Antonio Chimienti

blog di Rock Targato Italia 2020

 

 

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Sesto episodio della rubrica 'Avere anni 20'

Guarda il video  https://www.youtube.com/watch?v=m5X0RTzVIBY 

sul canale  Youtube di Rock Targato Italia

 

La video-rubrica “Avere Anni 20” curata da Andrea Ettore Di Giovanni arriva alla sua sesta puntata. Andrea commenta tre nuovi brani selezionati:

Il primo è Good Times, di Ghali, singolo già molto conosciuto e famoso. Nel brano è molto importante il concetto di mood, termine che i giovani usano per indicare l’atmosfera e lo stato d’animo che una persona sta vivendo.

Segue Divanoletto di Luci da labbra. Un brano dall’arrangiamento morbido ed elegante che ha un testo in cui sono presenti diversi giochi di parole, stile che è possibile notare già nel nome dell’artista.  

Infine Missili a Baghdad di Zuin. Un brano cupo, ipnotico e martellante, un brano “scomodo” che ha cominciato con poche visualizzazioni, ma che secondo Andrea ha grandi possibilità di successo.

Biografia

Andrea Ettore Di Giovanni è un commediografo, artista, uomo di teatro e cantante del gruppo “Il Pesce Parla”, con il quale ha vinto la 31 edizione di Rock Targato Italia.  

IL PESCE PARLA è una band pavese formata da Andrea Ettore di Giovanni (voce),

Marina Borlini (chitarra e tastiere), Mattia Camussi (basso), Francesco Boggio Sola (batteria).

A causa delle differenze di influenze musicali personali, i brani de Il Pesce Parla non hanno un genere definito, ma vi è sempre la costante ironica nei testi. 

NEL WEB:

Facebook: https://www.facebook.com/andrea.e.giovanni

Instagram: https://www.instagram.com/teucoblonde/

 

CHIARA CALAMUSA – VALENTINA TRAVERSARI

Divinazione Milano S.r.l.
Ufficio Stampa, Radio, Tv, Web & Social Network
Via Andrea Palladio n. 16 - 20135 Milano

Tel. 393 2124576 – 392 5970778
web: www.divinazionemilano.it

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DODICI ALBUM PER L’APOCALISSE I PARTE.

DODICI ALBUM PER L’APOCALISSE

I PARTE.

“Quello che il bruco chiama fine del mondo,

il resto del mondo chiama farfalla.”

Lao Tze

Amici Visionari, ben trovati. Ho provato a cominciare con una citazione di speranza (per citare Robert Plant al Garden) anche se, mentre scrivo queste righe, mi trovo a considerare alcuni fatti che proprio non mi fanno pensare ad un futuro così roseo. Innanzitutto, la comprovata consapevolezza che il mondo scientifico sul Covid 19 si è diviso in due correnti principali, un po’ come la discografia negli anni Settanta. Abbiamo gli scienziati mainstream e quelli underground: quelli che lavorano per le major e gli altri per le etichette indie.

Premettendo che tra nessuno (neanche tra quelli mainstream!!!) di questi c’è accordo sul tema del momento, ci piacerebbe che, almeno, non si continuasse a gettare addosso notizie, speranze, illusioni e disillusioni sul pubblico che, al contrario, è bombardato da bollettini, decreti, ordinanze e modelli per autodichiarazione minuto per minuto. Da essere umano chiedo sommessamente che si allenti la pressione mediatica, che i decreti li facciano uscire in orari più potabili e che ci sia una linea di chiarezza ma, soprattutto, che non si invitino più virologi, infettivologi, microbiologi, etc. nelle trasmissioni televisive a dire tutto e il contrario di tutto (tra l’altro, con abbondanza di “leccate” agli stessi).

Ci hanno detto e indotto a pensare che, alla fine di questa triste vicenda planetaria, le cose cambieranno. Eh sì, perché dovremmo riflettere sul mondo, sui nostri sistemi e porre dei correttivi … Insomma, niente sarà come prima e le cose andranno meglio.

Ora, consentitemi di non essere molto fiducioso! Non si sta usando come scusa l’inosservanza delle regole per potersi dotare legalmente di un’applicazione che ci tracci tutti e che permetta (ulteriormente) di indagare sulle nostre vite, sui nostri movimenti, le nostre abitudini? Pensate che eravamo già oltre il grande fratello di Orwell ….

Di più, si chiede ai gestori di social media (che come sapete non mi sono particolarmente simpatici) di denunciare chiunque metta in dubbio la verità scientifica ovvero il verbo di (non meglio dichiarate) fonti scientifiche accreditate. A parte il metodo e il linguaggio, ma quale verità scientifica? Le abbiamo sentite tutte da due mesi a questa parte! Non è che la verità scientifica di cui parlano è quella diffusa dai governi e dai loro gabinetti di esperti? Sul concetto stesso di “verità” non troverete nessuno scienziato (degno di questo nome) che non troverebbe la questione mal posta e pericolosa. Non c’è bisogno che sia io a dirvi a cosa porta questo tipo di attitudine. Mi sembra che si stia facendo di tutto per evocare spettri che pensavamo di aver eliminato con un prezzo elevatissimo, come Manfred maldestri. Infatti, un conto è far osservare le regole che ci danno (lo facciamo!), un conto è non poter più esprimere un punto di vista o un’opinione, fosse anche la più stupida e priva di fondamento. Attenzione a smettere di vigilare ed indignarsi su questo tema. Se la pelle fosse stata più importante della libertà, probabilmente, nella storia degli uomini non ci sarebbe mai stata una rivoluzione.

Per farci un’idea piena di fondamenti e fondamentale per la sopravvivenza dentro all’Apocalisse, eccovi una selezione dei primi dodici album (prevediamo delle sorprese nelle prossime settimane!) per restare vivi e mentalmente funzionanti. Ecco i sei della settimana.

#1. Five Leaves Left di Nick Drake. Cinque foglie rimaste su un albero nella campagna inglese. Quella campagna autunnale dove le sagome delle piante costituiscono l’elemento definito del chiaroscuro nel bianco rarefatto della foschia. Come noi, quelle foglie precarie sono rimaste sul loro ramo in attesa che venga il loro turno di cadere. E’ quella campagna che vide la nascita di Nick. Questo è il primo album di tre. Poche vendite, scarso successo in vita, Drake verrà scoperto postumo. Il disco è grande e segnerà almeno una generazione di ascoltatori e musicisti per il suo interprete sobrio ed essenziale nel canto, per i preziosi arpeggi di chitarra e per il romanticismo malinconico e struggente di chi è vittima della sua arte. Nick scomparirà a 26 anni, in silenzio dentro al chiasso del successo di The Who e Led Zeppelin. Se ne andrà senza nemmeno entrare nel triste Club dei Ventisette, anche qui in controtendenza. Se ne andrà per un’overdose di farmaci. Non si capì mai se fosse stato suicidio (così venne ufficialmente definito: Nick soffriva di depressione) o errore nel dosaggio. Ci sarà chi mi dirà che preferisce Pink Moon (il terzo album, universalmente riconosciuto come il suo miglior lavoro) ma Five Leaves Left ha una tale carica di fresca precarietà, di sottile sofferenza, di attesa di destini ineluttabili da renderlo così “vivo” come l’immagine, evocata dal titolo, delle ultime cinque cartine nel pacchetto delle Rizla.

#2. Countdwon to Exinction dei Megadeth. E’ il quinto lavoro in studio per la band trash metal (etichetta che trovo riduttiva, personalmente) americana. Esce nell’estate del 1992 ed è una miscela riuscita tra gli stilemi armonici del genere e la stesura di melodie più strutturate ed orecchiabili. Il titolo evoca i tempi che stiamo vivendo come conto alla rovescia per l’estinzione. Non mi riferisco al virus di moda, oggi. Ma a tutta quella letteratura di azioni disattese e sottovalutate sulla salvaguardia del nostro pianeta, sui cambiamenti climatici, sulla conservazione della bio-diversità … Tornando in tema, il disco ebbe più successo presso un pubblico più eterogeneo che tra i fans della band che lo vogliono tra quelli dell’ineluttabile declino verso logiche più commerciali, forse perché mancante del ricorso sistematico a quelle chitarre monstre che i Megadeth hanno tra i loro “registri” e che, qualche volta, virano verso una noiosa evoluzione manieristica. Questo album mi è stato suggerito dal mio amico Davide dei Messer DaVil e lo inserisco volentieri.

#3. Close to the Edge degli Yes. Questo è suggerito da Giorgio. Siamo al cospetto di una delle più talentuose band del progressive rock e a uno degli album più importanti del genere oltre che del gruppo. Molti di voi farebbero un’altra classifica … ma questa non è una classifica! E’ un elenco di generi primari per sopravvissuti! Questo disco è una continua sorpresa nel susseguirsi dei brani con un’infinita citazione di generi e tecniche. Il basso di Squire segue la tradizione dei bassi “melodici” (tra tutti Beatles e The Who) liberando la chitarra di Howe a spaziare ed a portarci in viaggio dentro ad un rock marginale, fatto più di escursioni classiche sinfoniche, nel jazz e nel folk. La title track è una suite di diciotto minuti, tanto per gradire, ed è ispirata al romanzo Siddharta di Hesse. Il “baratro” esistenziale degli Yes è sicuramente molto lontano dal nostro ma il titolo e la grandezza dell’album ci stanno alla grande!

#4. Wish You Were Here dei Pink Floyd. Bacchettato da molti per non aver inserito questi ragazzacci britannici nella precedente playlist, me li sono conservati per la composizione della lista degli album per la fine del mondo. Dopo il successo epocale di Dark Side of the Moon, il gruppo si ritrova in preda a sé stesso. Troppi pochi stimoli dopo un’esperienza come quella, troppo tempo per pensare, perché sentimenti contrastanti facciano la loro comparsa accompagnati da quel sottile, freddo senso di colpa che da tempo era con loro. A volte rimanendo sullo sfondo, a volte risalendo il flusso delle coscienze. Così nasce Wish You Were Here, altro album capolavoro del gruppo. E’ per Syd Barrett, fondatore della band, malato di mente, tossico e genio, il senso di colpa. La consapevolezza di averlo abbandonato, di non aver fatto abbastanza sono i temi del disco: assenza, disagio mentale ma, anche, quello di un sotterraneo, malcelato cinismo dell’industria musicale. Attualmente, siamo tutti lontani per decreto e credo che tutti noi si stia esprimendo lo stesso augurio del titolo.

#5. The Wall dei Pink Floyd. Quarto ed ultimo capolavoro della gestione di Roger Waters dopo Dark Side of the Moon, Wish You Were Here e Animals, chiude gli anni Settanta e quella straordinaria stagione nella produzione musicale. Autobiografico per Waters, il concept racconta la storia di una rockstar chiamata Pink che attraverso una serie di episodi traumatici e di disagio psicologico arriva a costruirsi un muro con gli altri. La scomparsa del padre durante la Guerra (quello di Waters morì durante la battaglia di Cassino e lì è sepolto), gli insegnanti autoritari, la madre che aveva come unico oggetto d’amore il figlio e i tradimenti della moglie sono i mattoni del muro. I nostri muri sono reali e di mattoni solidi dentro agli arresti domiciliari nei quali ci hanno messo. Speriamo che questa situazioni duri il meno possibile e che non sia la scusa per costruirne altri, di muri.

#6. Darwin del Banco di Mutuo Soccorso. Secondo noi, il concept più importante del prog italiano e uno dei più significativi del prog tutto. Prodotto dall’etichetta di Emerson, Lake and Palmer (Manticore), il disco è una esplorazione per suoni, parole ed immagini della nascita e dello sviluppo delle forme di vita sulla Terra in chiave evoluzionistica (ci mancherebbe!) ma priva di dotte e barbose dialettiche di tipo scientifico/filosofico. Le liriche sono, in realtà, personali ed intime. Le tastiere e la chitarra (quella di Marcello Todaro) ci guidano attraverso fughe dal sapore “bachiano”, intermezzi jazz e ouverture tipiche del genere. Ma il paesaggio sonoro è ricco e scarsamente applicabile a quanto conosciuto e apprezzato nella Grande Isola, regalando all’ascoltatore un senso di fresco e di nuovo: direi vagamente mediterraneo. Un album che non ha avuto paura del tempo: suona nuovo dal 1972.

Così finisce la prima parte tra evoluzioni, muri, malinconie e conti alla rovescia. Per la seconda dovrete aspettare un’altra settimana e, come sapete, accetto consigli e suggerimenti. Intanto, vi invito a rispettare le regole ma, soprattutto, a non smettere mai di vigilare e stigmatizzare qualsiasi tentativo di annullare le libertà e di limitare i diritti conquistati a così caro prezzo e previsti dalla nostra Carta … mentre scrivo corre il triste anniversario delle Fosse Ardeatine, cerchiamo di raccogliere il testimone dei martiri e degli incalcolabili sacrifici fatti.

di Paolo Pelizza

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