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Francesco Caprini

Francesco Caprini

ESSERE E TEMPO.

  ESSERE E TEMPO.

 

“A chi importa

Se un’altra luce

Si spegne

In un cielo di milioni di stelle

Tremola, tremola

A chi importa quando il tempo

Di qualcuno si esaurisce

Se un momento

È tutto quello che siamo

O più breve, più breve

A chi importa se un’altra luce si spegne?

A me, sì.”

Mike Shinoda

Il filosofo Martin Heidegger mi scuserà se prendo “in prestito” il titolo della sua opera fondamentale. Credo che, mai come oggi, ci sia bisogno di pensatori dentro alla confusione che stiamo vivendo. Abbiamo bisogno molto più di loro che di chi ci sciorina opinioni casuali. Perché (ammettiamolo!) nessuno ci sta capendo nulla. Dal laureto all’Università di Google con la quinta elementare ai premi Nobel, sembra ci sia una gara… poi, mirando al bersaglio grosso, qualcosa si colpisce quasi sempre. Io avrei, comunque, qualcosa da eccepire sul metodo.

Mai come adesso ci sarebbe bisogno di chiarezza (visto che per le verità è prestino), magari mettendo davanti ad ogni allocuzione: “Secondo le scarse evidenze scientifiche in nostro possesso, possiamo dire…”

Il virus è nuovo. Non si può minimizzare, né drammatizzare prima che si sappia veramente come si comporta e come ci dovremo comportare noi. Non si può nemmeno sciorinare teorie a caso, vestendole di correttezza. Personalmente, non è questo che mi preoccupa di più.

Questa emergenza perseguiterà l’umanità per generazioni. Si potrebbe utilizzare il momento per cambiare le regole del gioco, per renderlo più giusto ed umano. Potrebbe essere un’occasione, anzi, quella giusta. Non succederà mai. Come abbiamo visto, egoismi e interessi particolari vincono sulla pelle del popolo e dei popoli. Dentro al gioco, com’è in ogni gioco, ci sono pochissimi che vincono e molti che perdono.

Questa volta sarà molto più dura e porterà con sé conseguenze di vario genere: una crisi economica senza precedenti, una sospensione di diritti e libertà fondamentali, un ulteriore pericoloso rigurgito nazionalistico e una diffidenza (se non, addirittura, ostilità) verso il nostro prossimo.

Salto a piè pari la crisi economica perché se ne stanno occupando già troppo (e troppo male) in tanti. Sembra che il capitalismo dal volto umano sia tanto utopico quanto vulnerabile. Questo new deal lo realizzeranno indebitandoci ulteriormente, fornendo ai giocatori altre debolezze su cui speculare. Non so cosa mi sono aspettato… Ma io sono un visionario e un ingenuo.

Sul problema delle sospensioni provvisorie di libertà e diritti, però, un’idea ve la racconto (ne ho già scritto). Al di là del fatto che siamo in emergenza sanitaria, bisogna dire che viviamo in uno strano paese. Pensate a tutti quei dispositivi che sono stati codificati per gestire situazioni straordinarie e vengono usati sistematicamente (il decreto, la fiducia, la carcerazione preventiva… per fare degli esempi). Questi strumenti, che dovrebbero essere l’extrema ratio, sono diventati, in modo naturale, procedure quotidiane e vengono utilizzati nell’interpretazione più ampia (in taluni casi, distorta). Non so voi, ma io sono spaventato dal fatto che qualunque nuova introduzione nata per contrastare il virus poi “muti” e divenga fatto compiuto e consuetudine. Di più, sono atterrito che quegli strumenti cambino funzione. State tranquilli che di scuse ne trovano tante ma, la prima, sarà ancora una volta una maggiore sicurezza. E’ la madre di tutti gli alibi. Ha il grande vantaggio di funzionare e di convincerci a consegnare nelle mani di altri i nostri destini, le nostre libertà e i nostri diritti… Se con il terrorismo non è andata un granché bene, vedrete che con la pandemia faranno meglio. Se pensate che esageri pensate a questi ultimi due mesi. Pensate all’applicazione che vogliono imporci…

Ad aggravare la situazione, c’è una stampa che, a parte sciorinarci i “bollettini di guerra”, ci racconta storie (spesso false) di cataste di bare (poi rivelatesi di altro drammatico evento), suggerisce che bisogna urlare all’untore lombardo (chi mette la bandierina sul balcone prenda atto che l’Italia non esiste!), testimonia i tracciamenti con elicotteri e termo-scan di chi fa jogging. Queste non sono mie elucubrazioni: sono fatti successi e documentati.

In geopolitica: la centralità del soggetto “Stato-Nazione” rispetto a quello di “federazione”, acuita dalla situazione, torna ad essere volontà egemonica e nazionalismo. Sui balconi e nelle dichiarazioni della nostra classe dirigente c’è sempre un certo compiacimento nell’indulgere nel nazional-popolare-populista. E’ cresciuto un sentimento di odio nei confronti di chi non ci vuole dare un assegno in bianco, del cosiddetto fronte rigorista. As usual, la colpa di qualcuno deve pur essere. E’ vero, tuttavia, che l’Europa non ha fatto nulla per contrastare il suo stato di nata morta. Non ha provveduto a fare qualche piccolo cambiamento (che ne so… trasformare la BCE in una vera banca centrale… stendere una Convenzione europea che si riconosca nei valori laici della democrazia e non in radici religiose o trascendenti…). Lo stato dell’arte è che, sotto la spinta di realtà più grandi e, forse, più importanti di lei, la povera Europa partecipa al gioco in ordine sparso alimentando così, appunto, nazionalisti, xenofobi, inimicizie e forze centrifughe. Siccome non c’è limite al peggio nell’economia globalizzata, esiste anche una competizione nell’allearsi con chi, in questo momento, è messo meglio di noi: Cina e Russia, su tutti. Paesi che non brillano certo per rispetto di diritti fondamentali e libertà. Su questo tema, c’è chi urla all’ipotesi fantasiosa e priva di fondamento (l’acquisto di porzioni del nostro debito pubblico da parte dei cinesi sta diventando più che una teoria geo-politica bizzarra) e chi grida “vergogna”. Questi urlatori dovrebbero ricordarsi di un accordo tra gli USA di Bush Jr. e la Cina e di un piccolo affaire tra un cancelliere tedesco e un colosso russo, in periodo di embargo della Federazione Russa da parte dell’UE. E’ vero, non era poi così piccolo!

Penso, anche, che la situazione sociale diventerà molto calda alla riapertura (quella vera … non le fasi 2, 3 e 4 che sono fumo negli occhi!) con molte persone che perderanno il lavoro e saranno certamente impossibilitate a trovarne nella congiuntura. Penso, anche, che le vertenze di questi e di quelli che sono già stati ridotti ad una semi-povertà prima del Covid 19 non saranno tanto pacifiche.

Non aiuta nemmeno la “dialettica” che si usa nello sforzo contro il virus. E’ un linguaggio bellico, filologicamente errato. Infatti, il nostro nemico è organico ma è molto controverso il fatto che sia una forma di vita (come, ad esempio, il batterio) o meno. Di fatto non può replicarsi se non all’interno di una cellula ospite, tanto è inabile. I messaggi e le informazioni date in questa modalità portano ad aggravare la situazione di incertezza e panico. Poi, come in ogni guerra che si rispetti, c’è la propaganda: chi ricorda la guerra di movimento? Quando si arretrava, soverchiati da forze più numerose, mica si poteva parlare di ritirata!!! Qui ci vogliono convincere a colpi di ce-la-faremismo e andrà-tutto-benismo. Come spesso accade, è stata una ragazzina ad aprire gli occhi per prima, dichiarando: io non ci credo che andrà tutto bene, mi hanno costretto a scriverlo i miei genitori. Lucida e onesta.

Per tornare al nostro filosofo tedesco, il Covid-19 ci ha relegato in vite esclusivamente esistentive. Non possiamo che occuparci della nostra sopravvivenza. Se usciamo a comprare il pane e vediamo qualcuno che si avvicina, istintivamente ci allontaniamo perché è potenzialmente un pericolo per la nostra salute. Stiamo elaborando un meccanismo che tende a solitudini da autoconservazione. Gli psicologi ci dicono che questo periodo lascerà strascichi, soprattutto, tra bambini e giovani, ma gli adulti non sono immuni (parola abusata… Non si chiama così il nuovo “guinzaglio” elettronico che ci vogliono imporre?) a danni significativi. Quindi, in molti, stiamo elaborando comportamenti anti-sociali che avranno conseguenze con vari gradi di gravità quando torneremo alla normalità… se così si può dire. Pensate a chi ha perso una persona cara senza più vederla … Pensate al carico di dolore e frustrazione che ci porteremo dentro e, conseguentemente, all’insensibilità che ne potrà scaturire. Ci stiamo consegnando ad esistenze meccanicistiche che avranno scarso valore esistenziale, prive di componenti emotive e poco incisive nel nostro appartenere ad una società.

Esistenze rivoltate dentro ad un tempo che perderà di significato. Un tempo sospeso e vuoto. Più che dei problemi economici esogeni, di questo dovremo occuparci, riappropriandoci della nostra umanità, recuperando l’empatia sopita, rive e di uno scopo che non sia la semplice sopravvivenza.

di Paolo Pelizza

© 2020 Rock targato Italia

I VIRUS DELL’OGGI, QUELLI DI DOMANI, L’ARTE E GLI ARTISTI, LA MUSICA E LA “GUERRA”

I VIRUS DELL’OGGI, QUELLI DI DOMANI, L’ARTE E GLI ARTISTI, LA MUSICA E LA “GUERRA”

Ovvero quattro chiacchiere con ROBERTO BONFANTI

Bentornati alle Visioni. In questo pezzo vi proponiamo una bella e lunga chiacchierata con Roberto  Bonfanti. Roberto, oltre a essere un decano della Giuria del contest di Rock targato Italia e a curare le recensioni dei migliori album italiani su questo stesso sito, è un giornalista, uno scrittore e un artista. Se qualcuno volesse urlare allo scandalo perché noi si parla di noi, sappia che è proprio vero! E’ un uso privatistico delle Visioni ma, credo che conoscerci meglio sia simpatico e forse utile anche per i nostri lettori. Sull’utilità sto, ovviamente, scherzando!

Visio: Ciao Roberto e grazie per aver accettato il nostro invito. In realtà, l’idea di questa nostra chiacchierata è di Francesco (Caprini, N.d.R.).

Roberto: Allora ci inchiniamo al suo volere (ridiamo).

Visio: Allora chi è Roberto Bonfanti? A noi risulta: giornalista, scrittore, artista, giurato e collaboratore di Rock targato Italia …

Roberto: Io ho cominciato a collaborare con Kronic, una fanzine cartacea che inizialmente si occupava di metal e si chiamava Suburbia, poi si sono aperti prima al goth, poi all’elettronica e al pop rock. Io ho cominciato a collaborare nel 2001. Era una delle prime webzine musicali: all’epoca c’eravamo noi, Music Boom e Rockit oltre a Rockol che è un’istituzione.

Visio: Tu ti occupavi della parte italiana?

Roberto: Sì, molte delle produzioni indie italiane di allora passavano sulla mia scrivania.

Visio: Tu nasci come giornalista, quindi e poi scrittore e artista. Io ricordo di avere recensito anche un tuo romanzo su questa stessa rubrica. Raccontaci un po’.

Roberto: Dopo Kronic, avevamo aperto un’etichetta musicale che è andata malissimo …

Visio: Ci puoi dire cosa è successo?

Roberto: E’ che eravamo delle teste di cazzo. Si chiamava “Ilrenonsidiverte”… Abbiamo fatto quattro album e poi abbiamo capito che non era roba per noi. Facevamo fatica a gestire i rapporti umani… soprattutto con l’ambiente circola attorno al mondo della musica. Sai, io venivo da qualche anno di Kronic, durante i quali ero un punto di riferimento per i gruppi, nell’area pop-rock-indie eravamo in pochi … Finito il mio scopo, la gente è un po’ sparita e mi sono trovato a capire che erano relazioni utilitaristiche da parte degli artisti …

Visio: Come spesso succede nell’incapacità di fare gruppo. Ma torniamo alla scrittura.

Roberto: Tutto nasce dal fatto che io ho sempre scritto racconti. Quando si è chiusa l’esperienza dell’etichetta, per rimettere insieme le idee, ho deciso di riprende i miei racconti e li ho pubblicati in una raccolta che si intitolava: Tutto Passa Invano. Da lì è iniziata la voglia di mettersi in gioco. Questo libricino è finito nelle mani di un piccolo editore che si chiamava Falzea che era distribuito da RCS (allora). Ho cominciato a lavorare più seriamente così è nato il mio primo romanzo: L’Uomo A Pedali (2009). Per quanto riguarda l’artista … E’ Francesco che mi definisce così … (ridiamo).

Visio: Qualche volta, Francesco aggiunge o toglie … Preso dalle sue presentazioni centrifughe qualche cosa rimane al centro, qualcosa d’altro viene sparato ai margini. Poi, leggendoci ci rimprovererà.

Roberto: In realtà, quando si è trattato di presentare il mio romanzo intitolato Alice (quello che tu hai recensito), siccome nel salottino culturale delle letture o in quello delle presentazioni in libreria non ci stavo comodissimo, mi sono inventato non uno spettacolino … più una performance durante la quale leggevo parti del libro in modo più teatrale, meno convenzionale. Stando sul palco con un mio stile.

Visio: Parliamo della tua esperienza nel contest di Rock targato Italia.

Roberto: Per me collaborare con Rock targato Italia è stata una bella chiusura del cerchio. Quando io ho cominciato ad  interessarmi di rock italiano erano gli anni Novanta e c’erano band come Litfiba, Timoria, Negrita, CSI, etc.

Visio: Molti di questi passati per Rock targato Italia …

Roberto: Tutti passati o come ospiti o, addirittura, lanciati dal concorso. Ai tempi sentivo e leggevo spesso il nome di Francesco e di Rock targato Italia. All’epoca c’erano le riviste, c’era Il Mucchio Selvaggio, c’era Tutto Musica del nostro amico Fausto Pirito e lì, mentre collaboravo con Kronic, li ho voluto incontrare e ho preso a collaborare con quella realtà. Pensa … Ho fatto la prima volta il giurato nel lontano 2001. Poi ho ripreso in tempi più recenti.

Visio: Parliamo del concorso.

Roberto: Quello che vedo è che c’è sempre molto entusiasmo ma, spesso, non molta consapevolezza. Capisci che artisti, anche di talento, non hanno molto l’idea di come ci si muove … Un’idea precisa ce l’ha data il comportamento dei musicisti durante la quarantena. In un periodo come questo, dove stanno succedendo un sacco di cose e tutte gravi, uno deve scegliere se essere un artista o un intrattenitore. Ho letto un post di Mauro Ermanno Giovanardi, il cantante dei La Crus, che è molto contrario ai concerti sui balconi o in streaming perché molti hanno voluto cavalcare l’onda, in modo autoreferenziale.

Visio: Bé, uno dei problemi non è proprio la visibilità?

Roberto: Certo. In fondo tutti cerchiamo, in qualche modo, visibilità. Però occorre stare molto attenti al messaggio che si trasmette. Il “vatuttobenismo” dilagante rischia di diventare un’arma anestetica pericolosa. Un po’ come le associazioni di categoria che a ogni decreto si limitano a tentare di elemosinare qualche spicciolo in più per la loro categoria di riferimento anziché provare a guardare la problematica in modo più ampio e magari, tutti insieme, tentare di rovesciare il tavolo e cambiare le cose in modo più radicale. Mi è piaciuto molto, parlando di un personaggio legato a Rock targato Italia,  Riccardo Autore che sta lanciando una serie di video,  facendo profonde riflessioni sul momento. Ha, anche, intervistato il sindaco del suo paese. Questa roba dei concertini in streaming è un accodarsi, estraniandosi dalla realtà.

Visio: In tempi non sospetti, Damon Albarn, ha parlato di selfie music. Una concentrazione su sé stessi senza o con scarso impegno rispetto a quello che succede intorno. Secondo lui l’artista ha delle responsabilità in relazione alla società.

Roberto: E’ esattamente quello che sta succedendo, in modo ancora più estremo. E’ il grande limite del rock emergente. Si diventa i burattini del sistema …

Visio: E’ il tema di quelli che scrivono poesie sotto le bombe … E’ quando le bombe smettono di cadere il momento, per usare una metafora, di scriverle. Se no, si cade nel tranello dell’”attualistico” e non si riesce ad essere critici in modo efficace.

Roberto: Si corre il rischio della instant song che tra due settimane non ha più senso …

Visio: Abbiamo virologi che, ormai, sono le nuove star della TV che hanno detto tutto e il contrario di tutto che escono con gli instant book … Cosa fai??? … privi i musicisti di questa possibilità (ridiamo)?

Roberto: Vero! Oggi si sta istituendo il Ministero della Verità … Quando quelli che si ergono come paladini contro le fake news sono i primi a diffonderle! Sono state le grandi testate giornalistiche a spacciarci immagini di repertorio di centri città molto frequentati, suggerendo che è così che si rispetta il lockdown … Pile di bare del 2013 di Lampedusa, spacciate come quelle di Bergamo (e ovviamente non sto assolutamente insinuando che la tragedia di Bergamo sia falsa. Ho diversi amici da quelle parti e so bene quanto la zona sia stata colpita. Parlo del modo in cui i media hanno cercato, all’interno della tragedia, la spettacolarizzazione del macabro per generare ulteriore ansia). L’assioma secondo il quale, più o meno esplicitamente, siamo ancora costretti a casa perché c’è qualcuno che non rispetta le regole. E’ dividi et impera. Ci spingono ad occuparci di quante volte il nostro vicino esce col cane … il Sud contro gli untori del Nord che ha sostituito quella contro quelli cinesi. Ci mettono gli uni contro gli altri.

Visio: E’ il punto. Cosa resterà di questi dispositivi liberticidi, di queste limitazioni? Al di là della gestione dell’emergenza… Cosa rimarrà di questa volontà di controllo delle persone.

Roberto: E’ un punto molto spinoso … Il pericolo è che stiamo creando un’emergenza democratica. Sta diventando vietato anche farsi delle domande. E sono gli artisti che sono deputati a farle! E’ legittimo governare a colpi di DPCM? Non è uno strumento nato per questo. Abbiamo un’informazione ufficiale fatta per creare panico e che spinga l’opinione pubblica a consegnarci nelle mani di chi governa … I casi che abbiamo citato prima dovrebbe portare alla chiusura di questi giornali. Il virologo che dice che il rischio in Italia è zero e poi diventa, senza soluzione di continuità, il più allarmista del mondo!

Visio: Parliamo un po’ di musica … Qualche nome di band o di artisti dell’indie rock italiano, che ti hanno fatto battere il cuore ultimamente? Anche emergenti ...

Roberto: La domanda è molto difficile … Io non ho ancora capito cosa vuol dire indie … Se prendi nomi come Paolo Benvegnù, Giorgio Canali, Filippo GattiGiulio CasaleRiccardo Sinigallia …  che sono, secondo me, alcuni dei più bravi. E’ gente che ha fatto dischi bellissimi, in un contesto vagamente normale sarebbero i nomi importanti …

Visio: In Italia esiste il miracolo del mainstream … La maggior parte degli attori della scena mainstream nascono e muoiono lì. Gli altri se sono passati dall’indie, diventano mainstream facendo cose radicalmente opposte.

Roberto: Sugli emergenti, ci provo. Ultimamente mi è piaciuto molto l’album di Lorenzo Del Pero che è un giovane. Grande vocalità e testi lirici, profondi ed evocativi.

Visio: Un altro regalo per i miei lettori?

Roberto: L’anno scorso a Rock targato Italia abbiamo premiato gli RCCM, molto politici che fanno un post rock asciutto. Sarebbe interessante chiedere loro cosa ne pensano della realtà attuale.

 Visio: Adesso cosa stai ascoltando?

Roberto: I Non Voglio Che Clara hanno fatto un bellissimo album che ho recensito. Ma faccio fatica a considerarli degli emergenti, visto che sono in giro da vent’anni.

Visio: Dai! Regalaci qualche altra chicca italiana … come sai tu sei la mia nemesi! Io mi occupo più di grandi classici anglosassoni e, solo, grazie a te e a Rock targato Italia, frequento l’indie italiano.

Roberto: Ti sorprendo … Sto ascoltando Murubutu, un rapper molto particolare. Ha scritto un album sull’Inferno di Dante. Tra l’altro, è anche insegnate di italiano e, quindi, maneggia molto bene la materia.

Visio: Concludiamo con i tuoi progetti per il futuro.

Roberto: Sto lavorando ad un nuovo romanzo ma i tempi non saranno maturi prima di un paio d’anni. Almeno credo …

Visio: Grazie Roberto!

di Paolo Pelizza con Roberto Bonfanti.

© 2020 Rock targato Italia

010 - Come scrivere una bella canzone di Antonio Chimienti

010 - Come scrivere una bella canzone

di Antonio Chimienti

 Bello il titolo vero? Be credo che sarà anche l’unica cosa bella di tutto l’articolo. 

Quando stavo pensando che era da un po’ che mancavo sulla mia rubrica e che era tempo di ravvivarla ho cominciato a pensare a qualcosa di interessante da scrivere e visualizzando le problematiche che meriterebbero dei sostegni ho pescato nei pensieri qualcosa di attuale e ricorsivo per abbracciare contemporaneamente più lettori interessati.

Il pensiero pescato sì rifà ad un episodio accadutomi in questo ultimo mese , ma che ho vissuto  nella mia carriera almeno 10 volte ogni anno.

Ve lo racconto così da riassumere esattamente il mood dell’argomento.

Nomi nessuno, ma credetemi tutti di altissimo profilo nazionale.

Autore di una cantante che ascoltate tutti i giorni in radio e tv mi chiede di produrre qualcosa perché ha sentito una mia produzione che sto per pubblicare e la trova “molto attuale” Su questo aggettivo ci ritorneremo perché è l’oggetto di questo articolo. Gli chiedo due testi , lì ricevo e comincio un arrangiamento. Anzi nello specifico per influenzarmi scarico un video di questa cantante che meglio sì adattava alla musica che avevo cominciato a scrivere. Creo il ritornello e la stesura della canzone. Genere Future Pop/ Funky House , ma pur sempre cantato in italiano.

Creo il drop et voilà lo provino con la mia voce. Data l’estensione del cantato dopo un ritornello con la voce utilizzo un suono lead per registrare la melodia perché sia chiara e facilmente apprendibile.

Riscontro: sai Antonio perché non la canti tutta? Ma perché hai messo quel suono a posto del tema? Ma…. non so….non mi convince tanto… ecc.ecc.

Dimenticandosi che me lo aveva chiesto lui sulla scia emotiva procuratagli da un mio lavoro che aveva ascoltato. Non che la cosa mi importi più di tanto, la farò cantare a qualcun’altra, ma la cosa che mi fa rabbia e credo avrà fatto arrabbiare tanti di voi musicisti è il perché a stabilire quale sia una bella canzone devono sempre essere degli individui privi di quella dose minima di immaginazione per vedere un successo prima che sia successo e scusate il gioco di parole, ma la questione è tutta qui.

Scommetto che sé avesse sentito il provino cantato dalla sua “ star” gli sarebbe piaciuto al volo.

Meglio ancora sé avessi speso 30K euro in produzione e avesse sentito già la canzone finita e masterizzata...anzi perché magari non anche appena cantata in uno stadio dalla suddetta “Star”? Ecco allora forse il successo gli sarebbe apparso subito evidente.

Ma allora come fare a scrivere una bella canzone?

Eh sì perché ora abbiamo isolato il “quid” e cioè che il bello è relativo alla fase raggiunta dal suo manifestarsi, ma noi nella musica degli anni 2020 siamo, per usare un eufemismo, veramente sfigati. Siamo come dei Michelangelo il cui pietrone da cui scalpellerà la sua Pietà non solo costa una enormità e non sé lo può permettere, ma oltre tutto il ricavo che ne conseguirà è legato in stretta misura alle decisioni di altri che faranno di tutto per preferire qualcosa che sia più facilmente consumabile piuttosto che penetrante nell’animo di pochi. Quindi poca poesia e molto business. Oggi uno come Bob Dylan dovrebbe nasconderli i suoi testi dentro una canzone per farli arrivare perché mettere sulla bancarella della sua arte i suoi testi non lo porterebbe più lontano del palcoscenico di qualche oratorio. Oggi ci vogliono i fuochi di artificio che ti esplodano sugli occhi per notare qualcosa. E difatti basta guardare gli ultimi Sanremo per identificare questi fenomeni da cinema il cui 90% sarebbe godibile anche con il Mute inserito.

Ma allora come fare a scrivere una bella canzone Antonio?

Analizziamo cosa è oggi una bella canzone. E da cosa deriva i senso del bello.

Io suono il pianoforte da 40 anni. Tu suoni la chitarra , il basso o la batteria da una vita , ma sé ed ascoltare è qualcuno che non ti conosce… magari nel mio caso una bella signora… questa letteralmente sì innamora all’istante, ma sé ed ascoltarmi è mia moglie o una delle mie figlie l’effetto è : ma quando la smetti che mi viene mal di testa. Fa ridere , ma è così.

Perché avviene? 

Ma è ovvio per assuefazione e questo capita anche nei numeri molto più allargati socialmente.

E’ vero ci sono musiche o canzoni definiamole intramontabili, ma comunque una canzone di Caruso o di Mina o dei Bee Gees non ci trascinerebbe più con il portafogli in mano all’acquisto. In questo caso ecco evidenziato che il “bello” è molto relativo sé connesso al raggiungimento limite di una spesa.

Ovviamente una bella canzone deve infrangere questo limite per diventare oggetto del desiderio e quindi : acquistata.

Dunque per riassumere sé ieri un provino pianoforte e voce era sufficiente per capire quanto bella fosse una canzone… oggi non è più così. Anzi siamo arrivati al punto in cui , come nel mio esempio su descritto, la canzone deve essere già completamente prodotta per essere apprezzata. 

Questo accade perché l’attenzione sì è spostata dal messaggio del testo.

E’ ovvio che sé in un epoca passata i canali tv erano 2 ed in bianco e nero non era necessario sviluppare o innescare una battaglia sul visuale come invece siamo arrivati a compiere noi.

Inoltre i testi bastavano perché non c’e’ ne erano abbastanza. Questi testi non erano scritti da dei geni unici al mondo, ma da quegli unici che arrivavano alla ribalta. Erano pochi e preziosi non perché gli unici, ma perché non c’erano le condizioni per divulgarne di più. Chissà quante meravigliose canzoni sì sono accumulate sulle scrivanie degli editori di allora.

Oggi basta scrivere un post commovente su facebook per sfamarci del necessario giornaliero. Sì è inflazionato. Il testo non è più raro e quindi chi vi ascolta dirà che è normale ...lo confronterà con qualcosa scritto da una altra parte e vi timbrerà come non super interessante. Ma d’altro canto finalmente stiamo dando un giusto valore alle cose, intendo dire che non potevamo continuare a pensare che una persona disinibita capace a manifestare i propri pensieri fosse migliore di un timido che non sentiamo parlare, stiamo comprendendo che nella generalizzazione dei generi il bello sì cela ovunque e che quindi non è prezioso , ma naturale. E’ come sé scoprissimo tutti dei tartufi nei nostri vasi di casa. Il tartufo ritornerebbe ed essere un tubero, semplicemente. Tutti gli esseri umani hanno un’anima. Non solo i poeti.

Quindi abbiamo scoperto che fare una bella canzone oggi non è più raggiungibile attingendo a pie mani alla lirica che abbiamo in dotazione tutti o a qualcosa in particolare , ma già in nostro possesso. Questo perché il mondo , così come mia moglie, sì è assuefatto ad una cosa “semplicemente bella” ed ora esige qualcosa di “complicatamente bella”. Diciamo un bello maggiormente articolato e pertanto frutto di un nuovo sforzo da parte di coloro che intendono produrlo. La natura è un esempio di “complicatamente bello” ed il termine deriva dal fatto che nessuno di noi riesce a coglierne la totale bellezza. Infatti tutti l’amiamo e la percepiamo , ma non siamo assolutamente in grado di ricrearla. Senza spingerci così oltre dobbiamo tuttavia concepire il fatto che una canzone oggi, “una bella canzone”, non può essere creata semplicemente come allora. Dobbiamo fare un upgrade così come ha fatto in realtà il pubblico stesso in cui anche noi artisti siamo pubblico di altri. Accettereste di ascoltare ancora musica replicata da una cassetta a nastro con i sui 15KhZ di limite e tutto il fruscio contenente? No non lo fareste. Volete di più? Anzi vi svelo un segreto...sapete perché al manager della famosa artista nazionale che vi ho raccontato non è piaciuto ”tanto” il mio provino? Perché non lo avevo trattato stereofonicamente e a lui è apparso piccolo. E’ grave? GRAVISSIMO, però non vi nascondo che non volevo relegare ed un trattamento psicoacustico il potere di giudizio sulla mia professionalità anche sé , e qui siamo veramente al paradosso, quello che lo aveva fatto innamorare del mio pezzo inizialmente e che lo spinse a chiedermi un pezzo era stato proprio il trattamento psicoacustico tipico di un brano Trance quale quello appena ascoltato.

Bene non vi ho spiegato come sì scrive una bella canzone, ma so che posso dirvi ancora molto sull’argomento.

Vi saluto elencandovi cosa oggi deve contenere una bella canzone:

  • L’immagine di un qualcuno, bello o brutto , giovane o vecchio non contano, ma che esprima un richiamo a quella promessa atavica che ognuno di noi ha nei confronti del destino in cui sì esce vittoriosi. Una obesa che sì prende una rivincita e ha successo, 5 giovincelli che spaccano il mondo, un non vedente che però ce l’ha fatta, una cassiera che sì sdogana ecc ecc.
  • Una produzione musicale che non importa sé sei di Messina, ma comunque deve SUONARE come fosse fatta nel cuore di NY. Non importa sé lì si usano 8 musicisti a 5k$ + 4$ di studio al giorno...è come un tavolo di poker ...sé vuoi sederti la posta minima è quella. La cosa incredibile è che questo cappio al collo sé lo è messo l’impiccato stesso.
  • La musica non conta! Conta sé sì adatta o meno al genere. Sé poi vuoi inventare un tuo genere.. prego , ma ricordati che ora sono tutti esperti e ti giudicheranno di conseguenza. Dimenticavo che ci sono già algoritmi che scrivono la musica a partire da un accordo. Lo so è assurdo , ma è così.
  • Il testo ha ancora un valore , ma per essere visibile ha bisogno di una grandissima attenzione in fase di scrittura della musica che lo supporta. Non solo, ma  in una maniera quasi tipica dei giocolieri che per qualche attimo hanno librati nell’aria diversi oggetti contemporaneamente così le parole dovranno magicamente essere accompagnate da più cose così come per un giocoliere e staranno magicamente sospese tra un modo di essere cantate ed un significato parimenti a braccietto con il tutto. Un esempio per tutti Vasco Rossi ed i suoi “eh” “uh” o Lucio Dalla con i suoi Skyliner di vocalizzi. per meno di questo sì dura una stagione non di più.
  • Essere titolari di una immagine socialmente riconosciuta. In altre parole sé hai un seguito sui social allora la tua canzone può essere presa in considerazione sé no niente. Non vale nulla.
  • Avere molte canzoni nel cassetto. Il senso è che sé non vuoi essere sfruttato devi inibire il cattivo ricattandolo con il fatto che non gli darai più altri successi, ma lì devi avere o aver dimostrato di saperli produrre. Allora la tua diventa una bella canzone perché potrà essere sfruttata.

Ultimo : una bella canzone resta una bella canzone. Non è importante sé la massa non l’ascolterà mai. Da essa deriva la tua soddisfazione di poter avere di fronte a te qualcosa che dimorava bellissima dentro di te. I tuoi amici e le persone che ti amano la sapranno riconoscere….. per un pò di tempo poi lo sai che gli verrà mal di testa! 

Antonio Chimienti

blog di Rock Targato Italia 2020

 

 

The New Abnormal [The Strokes] recensito da Massimiliano Morelli

The New Abnormal [The Strokes]

recensito da

Massimiliano Morelli

Diciannove anni dopo Is This It, i The Strokes incontrano e fanno incontrare l’arte di Jean-Michel Basquiat (copertina) e Rick Rubin (produttore)— diciannove anni dopo il clamore mai scemato, le sigarette, e tutte le parole non dette, parlano loro, gli (ora) adulti –The Adults Are Talking, opener del qui recensito The New Abnormal–, e la musica (non) cambia: silenzio in sala e nei forum, i cinque ragazzi (s)pettinati di New York sono tornati. Sfatiamo subito un mito: contrariamente alle credenze popolari, nessuno dei dischi rilasciati dalla band da dopo First Impressions Of Earth (2006) ha sancito il “return to form” tanto caro a, e talora dichiarato da, taluna stampa di settore angloamericana per il semplice fatto che il misfatto non sussiste: se non si può dir smagliante ché qualcuno magari s’offende, la forma dei The Strokes non è mai apparsa smagliata e tanto lo stato di salute degli album nel tempo quanto il tempo stesso ne sono testimoni autorevoli e difficilmente confutabili. Ma certa critica –come spesso il pubblico meno attento e/o coinvolto–, accelerata e resa schizofrenica dall’avvento di internet in avanti, il più delle volte dimentica o ritratta, quando per contro farebbe meglio a ricordare e, piuttosto, riconsiderare coscienziosamente, soprattutto se l’arte di combinare suoni e parole trattata (la cui qualità –leggi anche: successo–, forse poiché intrinseca, sembra sempre essere inversamente proporzionale alle risorse investite per conseguirla) nasce proprio dall’incontro dei cinque musicisti il cui rapporto con la (loro) musica viene costantemente percepito come idiosincratico e quello interpersonale quantomeno disfunzionale. Donde il bipolarismo, oscillante tra l’ostentazione del (finto) disincanto –disinteresse?– e il return to form di cui sopra (salvo poi negare tutto e il suo contrario), che colpisce e definisce da almeno quattordici anni a questa parte l’approccio critico (!) di detta stampa ogni qual volta si tratta di recensire la nuova uscita della band. The New Abnormal presenta in risposta, laddove i The Strokes avessero davvero bisogno di rispondere a qualcuno a riguardo, molti meno incisi e tra parentesi di questa mia recensione e già dalle prime note (la sopracitata The Adults Are Talking –“Ci incolperanno, crocifiggeranno, e svergogneranno/non potremo farci nulla se siamo un problema”– verrà facilmente ricordata come la miglior opener di questa primavera 2020) si evince che, nuovamente, musica e tempo vinceranno su tante delle parole che stanno proliferando in rete sin da quando la release del disco era stata annunciata e i primi singoli hanno iniziato a circolare. Avrete sicuramente letto, “Andatevi a (ri)ascoltare Comedown Machine.”; nel 2013, a proposito di Comedown Machine, avevano scritto, “(ri)Ascoltatevi Angles (2011).”; e, col prossimo album, puntuali come il giorno e la notte, ma senza più sapere a questo punto se si tratti effettivamente di giorno o di notte, vi rimanderanno al ritorno agli antichi fasti che era stato The New Abnormal, così compiendo il miracolo ultimo della stampa musicale contemporanea: il return to form a posteriori— orrore! E allora noi, che verosimilmente stiamo leggendo queste righe pressoché a ridosso della data d’uscita del disco (10 aprile 2020), avendo perciò un grande vantaggio spaziotemporale su tutte le psicosi dissociative del caso, non dobbiamo fare altro che scollegarci dalla rete e, ascoltandolo, gioire delle gioie e dei dolori che le n(u)ove canzoni che lo costituiscono hanno da darci. E, permettetemi, quando son dolori, sono meravigliosi: “Mi hai colpito come un accordo/Sono un brutto ragazzo/Resistendo la notte/Solo dopo il crepuscolo/Mi hai implorato di non andarmene/Affondando come una pietra/Usami come un remo/E portati a riva”, intona Julian Casablancas nel primo ritornello di At The Door, interpretando il suo peculiare ermetismo contemporaneo (e scrivo ermetismo assumendomi tutte le responsabilità che devo assumermi) con una profondità sonora e di intenti così persuasiva che, se ancora mi si volessero perdonare i giochi di parole, lascia davvero poco margine all’interpretazione altrui— i The Strokes sono presenti, qui e ora, e ancora una volta pronti a riaffermarsi come tali. Ma se non ci è dato decifrare un qualsivoglia prodotto artistico al fine di comprenderlo, quantomeno non da subito, alcuni passaggi di The New Abnormal suonano dunque talmente ispirati (“Non riesco a crederlo/Questa è l’undicesima ora/Psichedelico/La vita è un viaggio così divertente/Ercole, le tue fatiche non sono più richieste/È come una finzione”, dal ritornello di Eternal Summer) che ascolto dopo ascolto il suono avrà presto vinto sul significato, lasciando al tempo –e, auspicabilmente, senza più l’incombenza di schizofrenie di sorta– l’onere di risolverne l’enigmaticità. Certo, a quarant’anni compiuti (sia Casablancas che chi scrive sono del 1978) abbiamo Selfless (“La vita è troppo corta/Ma vivrò per te”) e Why Are Sundays So Depressing (“Voglio il tuo tempo/Non farmi domande/Di cui non vuoi/La risposta), sicuramente più riservate e posate, dal click ponderato e le chitarre coscienziose, laddove a ventitré avevamo avuto, tutto sesso, capelli, e nicotina, le sfrontate e strafottenti The Modern Age e Last Nite; ma del resto è anche fisiologico, e a quaranta non si fuma, pardon, suona come a venti— e meno male, aggiungerei:  Brooklyn Bridge To Chorus (Voglio nuovi amici ma loro non vogliono me/Si divertono un po’ ma poi non fanno altro che andarsene/Sono loro? O forse tutto io?/Perché i miei nuovi amici non sembrano volermi”) e Bad Decisions (“Prendere decisioni sbagliate/Prendere decisioni sbagliate/Sto prendendo decisioni sbagliate con te”), dall’incedere, soprattutto la seconda, tutto sommato non dissimile da quello pseudo-post-punk e quasi decadente di alcuni pezzi di Room On Fire (2003), lo confermano elegantemente e senza tema di smentita. Su una cosa, però, quei tanto finora da me stimmatizzati giornalisti musicali hanno ragione e bisogna dargliene atto: The New Abnormal è, tra le altre cose, un vero e proprio trionfo di autocompiacimento (in Not The Same Anymore –“Non sei più lo stesso/Non vuoi più giocare a quel gioco/Saresti più credibile come finestra che come porta/Gli estranei implorano/Diventa così facile ignorare/Proprio come la ragazza della porta accanto”–, ad esempio, i The Strokes suonano come gli Arctic Monkeys di Tranquillity Base Hotel & Casino che vogliono suonare come i The Strokes) e di citazionismo oltranzista al limite della più sfacciata ruberia, tanto che gli autori delle melodie originali, laddove riprodotte e “incorporate”, vengono giustamente citati nei songwriting credits. Ma le canzoni, e il suono, e i testi— e Julian Casablancas! “O Julian, Julian, wherefore art thou Julian?”, cinguetterebbe oggigiorno un’ipotetica Giulietta senza tempo (incidentalmente, l’ex moglie di Casablancas si chiama proprio Juliet...) rapita dalla suadente e piaciona autoreferenzialità lirico-sonica di tali sonetti pop. Wow. Suonare come sé stessi pur prendendo in prestito in maniera del tutto esplicita, quasi pornografica: è anche in questo, oltre al resto, che il compiacimento autoreferenziale dei The Strokes trionfa a sua volta e, finalmente, completa e chiude il cerchio magico. “Ascolta una volta, non è la verità/È solo la storia che ti racconto”, precisa Casablancas nella prima strofa della conclusiva Ode To The Mets (apparentemente nessun riferimento ai New York Mets oltre al titolo) per poi rimarcare, nell’ultimo ritornello dell’album prima dell’outro/gran finale, “È l’ultimo adesso, ve lo posso promettere/Scoprirò la verità quando sarò tornato”; e quale miglior chiusura per The New Abnormal se non quella che potrebbe non solo essere la canzone più bella del disco ma, di fatto, la summa di tutta una mitologia prettamente nordamericana che da sempre informa e influenza la dialettica dei The Strokes— quale miglior modo di chiudere The New Abnormal, dicevo, il disco che noi che siamo arrivati a questo punto della recensione stiamo ascoltando e ascoltando e ascoltando e ascolteremo ancora.

Massimiliano Morelli

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