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Francesco Caprini

Francesco Caprini

LEONARDO in cinque voci.

LEONARDO in cinque voci.

Cinque artisti (più uno) dialogano con Leonardo da Vinci a 500 anni dalla scomparsa.

Milano, davanti alla storica LIBRERIA BOCCA in galleria Vittorio Emanuele, alle 17.30 di venerdì 12 aprile e di giovedì 18 aprile. 

S’intitola "Leonardo in cinque voci", la particolarissima performance attraverso la quale cinque artisti, accompagnati da un musicista, proveranno a dialogare con Leonardo da Vinci a 500 anni dalla scomparsa. Nulla di celebrativo né di “ingessato”, ma un vero e proprio caleidoscopio di storie e pensieri in cui ognuno dei protagonisti, prendendo il lavoro di Leonardo come punto di partenza, si avventurerà su percorsi imprevedibili dando così vita a uno stravagante incrocio di sensibilità e personalità diverse.

Autori e attori della performance saranno: Clara Bartolini, Roberto Bonfanti, Vanna Mazzei, Cristina Rossi e Ada Eva Verbena, con l’accompagnamento musicale di Jack Anselmi.

Così l’ideatrice del progetto, Clara Bartolini, presenta lo spettacolo:

Cinque artisti-poeti e un musicista, in un virtuale incontro con Leonardo, si confrontano sulla visone del mondo attuale. La performance sintetizza gli studi di Leonardo riportando il suo pensiero espresso in tante frasi premonitrici, sul tema dell'acqua, sui problemi della natura, sul corpo umano, e naturalmente sulla bellezza. Cinque diverse visioni si intrecciano e si mescolano come accade nella vita, quasi in modo surreale, come nei discorsi al bar o nei salotti, una trama frizzante che propone le diverse problematiche del nostro tempo, anticipate da Leonardo e proposte con lo sguardo di ognuno degli "attori" autori. Ogni spettatore potrà calarsi nel personaggio e nelle osservazioni che più condivide e lo rappresenta. Un momento di riflessione nel gioco delle parti, per onorare la memoria del più grande genio universale a cui l'Italia si onora di aver dato i natali, e per questo ne tiene viva la memoria.

Lo spettacolo sarà messo in scena in anteprima nel cuore di Milano, davanti alla storica libreria Bocca in galleria Vittorio Emanuele, alle 17.30 di venerdì 12 aprile e di giovedì 18 aprile.

 

FRANCESCO CAPRINI - FRANCO SAININI

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Mentre tutto cadeva - intervista a Giulio Casale. di Roberto Bonfanti

Mentre tutto cadeva - intervista a Giulio Casale.
di Roberto Bonfanti

Giulio Casale è un artista dal carisma raro ma soprattutto un uomo estremamente coerente con sé stesso e con la propria storia, capace di guardare il mondo con uno sguardo che non fa sconti e di raccontare ciò che vede attraverso una poetica tanto dolorosa quanto affascinante. Confrontarsi con lui è sempre un enorme piacere, specie dopo un album come “Inexorable” che fa i conti in modo lucidissimo con il tempo presente.

Con “Inexorable” hai scelto di confrontarti in tutto e per tutto con il tempo presente. Dai tempi degli Estra sembra che il mondo sia cambiato parecchio: il modo in cui si comunica e ci si relaziona con gli altri, il modo in cui ci si informa, e ovviamente anche ciò che ruota attorno alla musica…

Sì, tutto cambia continuamente. Infatti la canzone che chiude “Inexorable” s’intitola “Comunque resto io” proprio pensando al fatto che attorno a noi tutto chiamerebbe a continui adeguamenti e a un continuo conformarsi all’aria che tira. Anche pensando solo al mondo della musica, ciò che è cambiato maggiormente è proprio il fatto che, quando noi abbiamo cominciato, nessuno aveva l’ambizione di andare al numero uno in classifica o di essere il più cliccato o il più visto. Al contrario: tutti volevano fare una piccola rivoluzione estetica e quindi, che la declinassero nel reggae, nell’elettronica o nel power rock, in tutti c’era l’idea di lasciare un segno poetico di novità. Era quella la cosa più importante: essere veramente originali e innovativi. Oggi invece le priorità, per chi comincia a fare musica, sono altre.

Tutto questo mi sembra abbia portato anche a un appiattimento generale verso il politicamente corretto. Per esempio: un pezzo come “Nessuno” oggi sarebbe quasi impossibile da pubblicare…

Sì, infatti il così detto “indie” -che poi quest’anno era tutto a Sanremo- negli ultimi anni ha avuto un’evoluzione precisissima. Oggi sembra che ci sia un’unica possibilità e soprattutto un unico obbiettivo: quello di “funzionare” e di puntare ai grossi numeri. Invece è chiaro che qualunque ricerca estetica in senso ampio non può avere quello come obbiettivo finale. Quella può essere una conseguenza, ma non l’obbiettivo di partenza. Il successo fa piacere, ovviamente, anche se poi è una cosa pericolosa da gestire a livello personale. Anche io nel mio piccolo l’ho sentito, proprio nel periodo fra “Nessuno”, “Miele” e “Vieni”, cosa può significare essere richiesto e inseguito. Per questo mi fa sorridere quando dei ragazzini di diciotto anni mi spiegano che io sono un pirla perché non produco dei prodotti atti a diventare di massa ma mi costringo ogni volta a fare una ricerca. E’ interessante che dei diciottenni mi dicano questa cosa, no? Quasi come per dirmi: “l’hai scelto tu di restare nel ghetto. Te la sei cercata!”

Ricordo che, alla presentazione del disco precedente, avevi chiuso il concerto dicendo: “dite in giro che Estremo è tornato”. Questa volta invece ho l’impressione che non si possa parlare di un ritorno: in fondo Estremo, in questi anni, non è più andato via…

Mi piace questa considerazione. Purtroppo ci sono un sacco di fan degli Estra che non mi seguono più perché non riescono ad accettare che io continui un percorso: vogliono restare nostalgicamente fedeli a “L’uomo coi tagli”, a “Miele” e a “Risveglio”. Ma, come dicevamo prima, comunque resto io. Anche quello che faccio a teatro è molto coerente con quello che scrivo da autore o da cantautore. Tra l’altro in questo disco sono meno che mai cantautore classico: il lavoro che ho fatto con i produttori artistici testimonia proprio la volontà di togliermi dal ruolo di cantautore novecentesco seduto con la chitarra acustica. La ricerca è la stessa di sempre.

Fin dagli esordi degli Estra, quasi in ogni tuo disco c’è almeno un ritratto di donna. C’è stata Giulia, poi Hanabel, Madeleine, Nina… e nell’ultimo album c’è Bice. Tutte queste donne sembrano avere in comune un senso di decadenza o una malinconia di fondo.

Mi sono reso conto anche io di questo. È che, se devo dire una cosa che mi sembra proprio vera, profonda e dolente, mi piace che a dirlo sia una ragazza. Penso che le ragazze abbiano tutto il diritto di dire delle cose definitive, molto più dei maschi che spesso sono più inclini all’inseguimento del potere e quindi più propensi a dichiarazioni che possono essere paracule o tendere a qualcosa. Una donna invece è spietata nel senso bello della parola. Poi c’è una differenza biologica enorme che secondo me porta spesso a una verità più immediata ma anche più profonda. L’immediatezza è una categoria da cui mi tengo sempre molto distante anche nella scrittura, perché l’immediatezza prevede lo slogan e quindi la facilità e la brutalità. Ma, se a dire qualcosa di definitivo è una ragazza, io ci sto molto più attento. Per questo mi rendo conto di avere spesso messo in scena delle donne per dire delle cose molto dolorose, anche se poi non sono mai delle donne sconfitte del tutto ma sempre intrise da una sofferenza esistenziale che già rilancia a una vita vera, compiuta e adempiuta: proprio perché so che le ragazze hanno questa forza.

Credo che questo sia il disco in cui hai usato più volte la parola “amore” o in cui comunque hai girato attorno a quel concetto in tutte le possibili sfumature.

Sì, perché la battaglia è quella di cantare veramente il sentimento. In questi anni tutto è pop e quindi tutti cantano il sentimentalismo come scorciatoia senza mai dare conto del mondo, del tempo e della società. Io nella canzone più pop che abbia mai scritto canto: “salvami da questo tempo che mi ha quasi ucciso”. Questo per dire che per me non si può cantare il sentimento se non si dà conto del luogo e del tempo in cui quel sentimento si inscena. Quanto mai in questo disco ho avuto chiaro questo fatto, e potrei approfondire molto di più la cosa: potrei anche fare un disco solo di canzoni d’amore. Mi sento pronto per farlo, a patto però che non si venga mai meno alla complessità di due persone che vivono la loro storia d’amore nonostante il tempo presente e dentro il tempo presente.

Ho l’impressione che, nelle canzoni di “Inexorable”, spesso abbiano molta importanza i versi conclusivi…

Sì, è un’altra cosa che ho cercato di fare: lavorare all’interno della forma canzone, inserire pochi ritornelli, cercare delle strutture il più possibile originali e creare sempre un’intro e un’outro. Spesso la canzone è come un cortometraggio con un epilogo.

Fra gli epiloghi, mi ha incuriosito quello di “Un giorno storico”: “e neanche questa volta Alice capirà”. Sa di disillusione, no? Un po’ come dire: “io il messaggio l’ho lanciato, ma tanto so già che non verrà recepito”.

Può essere così. Tanto più che parliamo di un singolo che doveva essere proprio il brano di lancio del disco con un video e tutto quanto il resto. Eppure è una canzone particolare, brevissima, in cui il cantato dura un minuto e quaranta secondi. È un brano in cui cito una quantità di cose che succedono ogni giorno ma, mentre tutti corrono per essere i migliori, i più in vista o i più cliccati, il protagonista della canzone ha vinto il premio per la persona meno rilevante in assoluto. Ma, appunto, “neanche questa volta Alice capirà”: non capirà quanta bellezza c’è nell’orgoglio di essere il meno visto e in questo modo sottrarsi alla volgarità di questi anni. Qui si potrebbe veramente aprire un piccolo saggio, per quanto mi riguarda, ma preferisco lasciare a chi ascolta il compito di trarre le proprie conclusioni.

Oltretutto il richiamo a De Gregori è una delle tante citazioni presenti nel disco. In “Bice”, per esempio, cito i Joy Division. Nel disco precedente citavo Battiato. Credo che il mondo della canzone abbia ormai una sua classicità, per cui è bello, pur senza mai citarli nella composizione e senza mai plagiare nessuno, ogni tanto lanciare degli echi della tradizione. Soprattutto in un disco che invece a livello di composizione non deve niente a nessuno, credo. Credo sia un disco molto coraggioso.

Assolutamente sì. Oltretutto è particolare anche il modo in cui è uscito: sei partito un paio di anni fa pubblicando una canzone al mese, poi l’EP che conteneva praticamente mezzo disco e alla fine l’album intero…

Quella in realtà non era una cosa studiata a tavolino fin dall’inizio. Il percorso ha preso forma strada facendo. Dopotutto Fossati diceva: “chi si guarda nel cuore sa bene quello che vuole e prende quello che c’è”. Ma credo che nel 2019 questo valga un po’ per tutti.

Però forse il fatto che il disco si sia spalmato su un tempo così lungo ha fatto sì che ci abbiano collaborato diverse persone: prima i Norman, poi Alessandro Grazian e Lorenzo Tomio… quanto hanno influito tutte queste collaborazioni?

Tanto. Le cose belle non le fai mai da solo: c’è sempre bisogno di confronti. Io sono molto felice perché chiunque ha messo le mani sulle canzoni le ha rispettate tantissimo, però gli apporti sono stati tutti decisivi. Tutte le soluzioni che si sentono nel disco sono state trovate solo in studio dopo giorni e giorni di prove. Per questo sono molto gratificato dal fatto di non essere solo e non sentirmi solo. Questo non è il disco di un cantautore che mette due microfoni e suona le sue canzoni: è un album fatto di tanti apporti.

A proposito di percorsi particolari: “Le nostre piccole e medie imprese” è una canzone che portavi nei concerti già da un po’ di tempo e finalmente l’hai pubblicata...

Sì, ma solo sul vinile perché comunque fa parte di sessioni molto antecedenti alle altre. Per me è importante che il blocco d’ispirazione venga rispettato, per questo sul cd non ci stava: ha un suono molto diverso dagli altri brani, avendola registrata due anni prima. Però resta il fatto che quella è una delle canzoni a cui sono più affezionato in assoluto perché mi sembra che tratteggi molto bene il misunderstanding che stiamo vivendo a livello culturale: siamo tutti immersi in macro argomenti e nessuno dà conto della nostra personale individuale fatica quotidiana nell’essere imprenditori di noi stessi. Cioè nel portare a termine la giornata. Dunque le nostre piccole e medie imprese sono i nostri gesti quotidiani e la nostra nobiltà nell’essere persone dall’alba fino all’alba seguente e poi ancora e ancora. Per esempio nel primo verso canto “avendo mantenuto fede alla propria infanzia”, cioè ai propri sogni d’infanzia, quindi rimanendo non stupidamente coerente ma fedele alla propria natura e alla propria inclinazione. Questa è la vera impresa: essere sé stessi in un momento in cui chiunque sembra attratto dall’adeguarsi e allinearsi per farcela.

Chiudiamo con un ricordo: hai vinto Rock Targato Italia con gli Estra 25 anni fa, e all’epoca avevi già pezzi come “Non canto” o “L’uomo coi tagli”. Che rapporto hai oggi con quelle canzoni e che ricordo hai del concorso?

Non canto” è ancora in scaletta in questo tour, e l’ho scritta nel ’93, per cui ci sono cose che sento ancora precisissime. Al di là di questo, io ho una gratitudine immensa nei confronti di Rock Targato Italia perché noi siamo davvero figli di quell’esperienza. Pensa che la sera delle finali c’era in sala un discografico della Warner che era lì per seguire un’altra band, poi vide noi che facevamo “L’uomo coi tagli” e ci mise il biglietto da visita in mando dicendo: “quando volete, il contratto è già fatto”. E così fu, per cui tutto è iniziato lì. Noi avevamo già vinto praticamente tutti i concorsi d’Italia ed era un momento in cui si sentiva un’aria di grande apertura, ma evidentemente dovevamo vincere proprio Rock Targato Italia per arrivare a fare sul serio. Ci sono, nella vita, degli appuntamenti in cui ci devi essere. E per fortuna noi eravamo lì.

Roberto Bonfanti
[scrittore e artista]

www.robertobonfanti.com

Blog www.rocktargatoitalia.eu

ZIGOTA a Rock Targato Italia

Domenica 14 e 28 aprile al Greenwich di Curtarolo (PD) appuntamento con le selezioni di Rock Targato Italia area Italia NordEst. Conosciamo più da vicino gli artisti in programma con delle interviste a cura dell'Ufficio Stampa DivinazioneMilano. 

Nome artista: ZIGOTA

Come vi siete avvicinati alla musica?

Indistintamente tutti da ragazzi.
Credo sia il sentire una sorta di emozione fortissima che deriva dall'ascoltare profondo, abbinato ad una necessità di voler creare.
Credo siano istinti primordiali.La musica è unione e contatto con il tutto, avere la possibilità di crearla, è per noi l'essenza del tutto.

Qual'è stata la scintilla che ha fatto scattare la fantasia e la necessità di cantare brani propri?

La necessità di comunicare agli altri il proprio disagio cercando una sorta di comunione delle emozioni. Con parole vostre come definireste la vostra musica?Un lungo, magnifico viaggio attraverso la coscienza.

 

Il nome della band o il nome da artista come nasce?

Una "versione personalizzata" della cellula madre da cui nasce la vita. Una sorta di fonte inesauribile. Durante i vostri concerti cosa vi stimola a dare di più e cosa cercate dal pubblico? Non deve esistere la ricerca di stimoli esterni per cercare di dare il massimo, dare il massimo deve essere lo standard. Cerchiamo di arrivare alle loro coscienze attraverso il racconto dell'esperienza e del risultato di unione delle nostre.

Qual'è un risultato che maggiormente vi aspettate dalla vostra produzione musicale e cosa non vorreste?

Siamo consci di come inserirsi non sia affatto facile, ma il nostro obiettivo non è vivere la musica come un'azienda.Non abbiamo aspettative.Sono acerrime nemiche del fare e del risultato.Lo scopo è comunicare, e il motore è il bisogno di farlo.

La musica è relazione, condivisione, partecipazione, lavoro, economia, svago, divertimento, altro?

Una delle forme più pure di amore incontaminato condiviso, una delle poche cose che in questo marcio mondo riesce ad unire le persone.

Realizzare un singolo o un CD o un EP autoprodotto, vi affidate ad un arrangiatore? Contattate lo studio di registrazione?Una volta realizzato, distribuirlo prevede un piano di lavoro, come vi organizzate?

Gli arrangiatori siamo noi e lo studio di registrazione anche.Due elementi della band lavorano nel settore tecnico dell'audio, quindi puntiamo all'autoproducione in tutti i sensi almeno per quanto riguarda le registrazioni e l'edit, poi per il "lavoro fino" ovvero mix e master ci affidiamo ad un'amico che ha uno studio a New York. Per la distribuzione siamo orientati verso le piattaforme a pagamento, anche perchè per una band emergente è impensabile di distribuirlo fisicamente negli store "alla vecchia maniera". Lo showbiz con l'avvento del web ha subito radicali cambiamenti mentre il diritto d'autore è rimasto vincolato a regi decreti ed a una gestione statale malata e marcia fin dalle sue fondamenta, e questo per un emergente rappresenta un problema che non è di poco conto.

Il significato di etichetta indipendente?Il suo ruolo è ancora importante?E' diminuito?Non serve?E' cresciuto?
Crediamo abbia perso valore. Ci colleghiamo alla risposta precedente. Il web ha cambiato le carte in tavola. Fino a che il diritto d'autore non verrà rivisto in funzione del web, questo divario tra il ruolo delle etichette e l'artista secondo noi aumenterà esponenzialmente. Forse cambieremo idea quando verremo a contatto con una produzione seria. Ormai ad un certo livello ci arrivi se hai il grano, perchè oltre quel livello ( e mi riferisco alle agenzie di booking) DEVI PAGARE se vuoi vedere risultati; e questo sistema di gestione ha permesso a qualsiasi individuo di poter raggiungere dei risultati se sovvenzionato a dovere.Quindi se sei bravo o hai argomenti per il pubblico ma non hai i soldi, sei praticamente tagliato fuori, tranne rarissime eccezioni.

Cosa fareste in Italia per migliorare l'organizzazione a livello musicale?Sale prove, produzione discografica, promozione, organizzazione concerti.Altro?

Estirpare e debellare il cancro SIAE. La gestione fallimentare dello stato è il primo fondamentale problema da risolvere. In Italia c'è un sacco di gente che si sbatte per la musica mettendoci ore di lavoro, tempo e soldi e spesso per creare eventi che generano passivo, proprio perchè la sordità da parte dello stato ha raggiunto livelli inenarrabili in merito alla promozione della cultura e dell'arte da parte dei singoli o degli enti no profit. Oltre allo stato assente ed al cancro SIAE, la tv e i talent show non aiutano la diffusione della cultura musicale in modo sano. Le nuove generazioni sono sempre più vicine a cose che con la musica hanno poco a che fare. Manca una consapevolezza di base ma questo dipende dalle persone, non dalla struttura che le deve supportare.

Nei vostri sogni quali sono i locali in Italia dove vi piacerebbe suonare?e quali quelli della vostra regione di origine?

Posti come il Legend o l'Alcatrazz, inutile citarli tutti, sarebbero troppi.Sostanzialmente quelli in cui siamo andati a vedere i nostri artisti preferiti nel corso degli anni, ed il discorso vale anche per la nostra regione.

Quali sono gli artisti che vi hanno maggiormente influenzato?
Tutti quelli che in noi sono riusciti a suscitare un'emozione, senza distinzioni di genere.

Cosa pensate dei talent show e della musica che generalmente gira intorno?

Potremmo rispondere a questa domanda con l'ascolto di una canzone di un gruppo di nostri amici i Mr. Bernywood? Li si spiega molto bene in visione ironica quanto schifo ci faccia il fenomeno talent. Come anticipato prima,  i talent per noi, per come sono usati sono la morte della musica d'autore in particolare della musica rock.

Progetti futuri?

suonare, suonare, suonare.Dando il massimo.
Nel mentre stiamo registrando un album che una volta ultimato, ci darà la possibilità di affacciarci al mondo delle piattaforme per diffondere la nostra musica.
Tutto quello che deve venire dopo non lo conosciamo, sarà in qualunque caso il risultato delle nostre azioni.

Fondo di Acquisizione di Fondazione Fiera Milano

Il fondo di acquisizione è destinato ad opere che vanno ad arricchire la collezione di Fondazione Fiera Milano per un valore di 100.000 Euro.

La giuria - composta da Giovanni Gorno Tempini, Presidente, Fondazione Fiera Milano (Presidente di Giuria); Sarah Cosulich, Direttore Artistico, La Quadriennale di Roma; Matthias Mühling, Direttore, Lenbachhaus, Monaco di Baviera; Ernestine White, Direttrice, William Humphreys Art Gallery, Kimberley - ha selezionato le opere dei seguenti artisti: 

Tomaso Binga (Bianca Pucciarelli Menna) – Tiziana Di Caro, Napoli
Benni Bosetto – ADA, Roma
Simon Fujiwara – Dvir Gallery, Bruxelles - Tel Aviv
Francesco Gennari – Antoine Levi, Parigi
Frances Goodman – SMAC, Città del Capo - Johannesburg - Stellenbosch
Tina Lechner – Hubert Winter, Vienna
Franco Mazzucchelli – Chertlüdde, Berlino
Vasilis Papageorgiou – UNA, Piacenza
Francesco Pedraglio – Norma Mangione, Torino
Cinzia Ruggeri – Campoli Presti, Londra - Parigi
Ignacio Uriarte – gaep | Estwards Prospectus, Bucarest

Premio Rotary Club Milano Brera per l'Arte Contemporanea e i Giovani Artisti
Il premio, giunto alla sua XI edizione, è stato istituito nel 2008 come primo riconoscimento nel contesto di miart. Esso consiste nell’acquisizione di un’opera di un artista emergente o mid-career da donarsi a un’istituzione museale milanese.

Dopo un'attenta analisi la giuria - composta da Laura Cherubini, Curatrice, Docente di Storia dell’Arte Contemporanea, Accademia di Belle Arti di Brera, Milano; Christian Marinotti, Editore, Docente di Storia dell’Arte, Politecnico di Milano e ideatore del premio; Bartolomeo Pietromarchi, Direttore, MAXXI Arte, MAXXI Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo, Roma - ha deciso di conferire all’unanimità il premio a June Crespo per la scultura Instruments and fetishes presentatata dalla galleria P420 di Bologna, con la seguente motivazione:

"L'artista si è dedicata particolarmente ad indagare il tema del corpo femminile, assumendo il linguaggio classico della scultura in bronzo e rinnovandolo profondamente sia dal punto di vista della tecnica che da quello dell'iconografia, in un ribaltamento delle convenzioni."

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miart 2019
5 – 7 aprile 2019
fieramilanocity
gate 5, pad. 3
www.miart.it

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c/o Divinazione Milano Srl
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