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Noi non abbiamo tempo.

Noi non abbiamo tempo.

Scusate per il ritardo. La ragione dello stesso è che stiamo vivendo strani giorni per vicende che riguardano tutti ed alcune più personali che ci sottraggono tempo ed energia.

Non potevamo stare, però, lontani a lungo dal vostro affetto … Non lo facciamo mai ma, va detto, che questa rubrica la scriviamo per voi cercando sempre argomenti, formule o pensieri che possano interessare o far riflettere o divertire. Quindi, grazie. Davvero.

Strani giorni, dicevo. Giorni in cui ci sono state stragi e golpe. Giorni in cui si sono perse irragionevolmente delle vite. Giorni in cui l’uomo ha dimostrato la sua stupidità, la sua barbarie, la sua follia. Il susseguirsi di questi eventi mi ha fatto pensare ad altri fatti: alla situazione in Yemen di cui nessuno parla, ai diritti umani in Cina, alla situazione in alcuni Paesi dell’Africa, etc.

In buona sostanza, al fatto che il mondo è uno schifo, per farla facile.

Mercoledì, in fondo al tunnel si è accesa una lampadina. Sono andato al concerto di Robert Plant con i Sensational Space Shifters, la band con cui il cantante dei Led Zeppelin porta avanti un progetto basato sulla ricerca di sonorità e armonizzazioni (un po’ World Music) e di reinterpretazione dei cavalli di battaglia dei Led Zeppelin.

Il concerto dura solo un’ora e mezza ma, Robert e i suoi, in questo lasso di tempo così limitato (mezz’ora in più, sarebbe stata cosa gradita), ci portano in giro tra l’animismo africano, il delta del Mississipi, una cantina al confine tra Texas e Messico, tra druidi e folletti nelle fredde foreste del Nord fino ad arrivare nel Valhalla e dentro alla tradizione melodica napoletana … dentro e fuori dalla musica dei Led Zeppelin arrangiata in modo originale e senza provocare traumi né agli spettatori, né ai brani senza tempo della più grande rock band di tutti i tempi  … neanche fosse il Capitano Kirk con il teletrasporto dell’Enterprise. L’esperienza è unica e meravigliosa. Le prime note di Kashmir ci provocano lacrime e pelle d’oca.

I Sensational Space Shifters fanno onore al loro nome. Sono sensazionali. Difficilmente si sente suonare a quel livello senza errori o indecisioni. Robert Plant è un vecchio leone con gli artigli ancora affilati. Sa stare ancora bene sul palco. Il cherubino sardonico della gioventù è trasfigurato in un artista colto, maturo ma che si diverte ancora. Una nota sulla sua voce: è vero che ha perso un tono (ok … magari uno e mezzo) ma, anche la sua voce è maturata senza perdere energia e guadagnando in profondità interpretativa. Lo show è colto ma, divertentissimo ed emozionante. Siamo lontanissimi da altri esperimenti dello stesso tipo che, seppur interessantissimi risultavano a volte manieristi e noiosi.

Torno a casa completamente rigenerato dalla musica. Niente produce più endorfine della buona musica.

Mentre l’umanità procede tra una follia e un’altra, arriviamo alla fine della settimana e al Forum vanno in scena gli Iron Maiden. Siamo all’interno del Forum di Assago e la band britannica è anticipata dagli energetici The Raven Age, la band del figlio di Steve Harris (George) il bassista dei Maiden (e leader del gruppo).

Portano in giro il loro ultimo album: The Book of Souls uscito lo scorso autunno. L’album è stato in cima alle classifiche in 40 Paesi … Manco fossero una boy band o una popstar qualsiasi … Come si permettono???

Una cosa è chiara fin dall’inizio dello show: Milano è Milano. La band resta stupita dal calore e dall’amore del pubblico. Bruce Dickinson è costretto ad ammettere che nessun posto è come Milano (non è il primo e non sarà l’ultimo). Non ci sono solo gli italiani a cantare, ballare ed applaudire ma, svedesi, tedeschi, turchi, etc.

Un’umanità legata dall’amore per la musica, dal piacere di stare insieme e condividere davvero, non come su facebook.  Lo show è strepitoso. L’iconografia è la loro solita: macabra, kitsch e straordinaria. Questa volta, la salsa è quella del centro America precolombiano. C’è addirittura un duello tra il mostriciattolo (un trampoliere formidabile in costume) e Bruce che, alla fine, ha la meglio, gli strappa il cuore e lo getta al pubblico.

Quando ho raccontato ad una mia studentessa che andavo a questo concerto mi ha chiesto se fossero ancora vivi … Mi sarebbe piaciuto vedere la sua faccia mentre questi ex ragazzi correvano sul palco saltavano, ballavano e suonavano come quando avevano vent’anni, forse meglio. Il nuovo album è bello (lo comprerò e lo consiglio), i cavalli di battaglia del passato come Fear of the Dark e The Number of the Beast mettono a dura prova la solidità strutturale del palazzetto. Il concerto finisce con la benedizione di Nicko McBrain e tutto il pubblico in piedi.

E’ l’ennesimo ritorno a casa con le endorfine che ci fanno stare bene. L’ennesimo, pensando che il Forum di stasera o di mercoledì, come San Siro di qualche settimana fa dovrebbero essere il paradigma di come si sta insieme, di come si dovrebbe  vivere su questo pianeta.

Invece no.

Invece, passiamo da una cosa orribile all’altra. Da un bagno di sangue all’altro. Poco importa se a compiere questi atti sia qualche idiota ispirato da qualche divinità che non è altro che la proiezione mentale della propria piccolezza o qualche complessato o, ancora, chi ha brame di inutile potere. Poco importa se qualcuno riesce a mettere nella stessa frase “democrazia” e “stato di diritto” insieme a “pena di morte”: è l’ossimoro del terrore! Poco importa se chi attua purghe di staliniana memoria impone una cura peggiore del male. Il mondo va così.

Per questo abbiamo deciso che non ne parleremo più.

Non perché noi si abbia paura. Non ci fanno paura, né mai succederà. Se non ammazzassero la gente, ci farebbero solo pietà.

E’ che non abbiamo inchiostro abbastanza. Abbiamo troppa musica da ascoltare, troppe mani da stringere, troppi abbracci da dare e ricevere, troppe cose da scoprire e condividere veramente, troppe pacche sulle spalle da prendere, troppa aria da respirare, troppi libri da leggere, troppi film da vedere, troppe persone da amare.

Noi, per loro, non abbiamo tempo. Non più.

di Paolo Pelizza

©2016 Rock targato Italia

 

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presenti Ucronici

PRESENTI UCRONICI.

Milano, Corso Buenos Aires. Oggi è l’ultimo giorno di vendita promozionale dell’ultimo negozio indipendente. Il Corso, infatti, è stato colonizzato da punti vendita di multinazionali e catene. Neanche a dirlo, quel negozio era una libreria. Del resto, quelli che escono di casa per fare spesa sono una minoranza. Oggi, non si esce quasi più … Basta una connessione e il mondo ti arriva a casa in un click.

Il debito sovrano di molti Paesi è stato rilevato da un Consorzio di Stati emergenti. Di fatto, nei Paesi che hanno beneficiato di questo aiuto la democrazia è stata molto ridimensionata. L’uomo della strada chiama questi nuovi padroni del mondo “gli stranieri”.

La guerra globale al terrorismo è ancora in corso. Dopo Al Qaeda e Isis, sono apparse altre formazioni che pretendono di cacciare gli infedeli dalle terre di chi crede nell’unico vero Dio e nel suo Profeta e combattono massacrandosi tra loro. Naturalmente, l’Occidente diviso prende più o meno le parti dell’una o dell’altra fazione a seconda degli interessi propri, della possibilità di  ricavarsi un posto al sole a tutti i costi.

I colossi dell’economia sono sempre più imprese che si occupano di tecnologia ma, anche, le aziende farmaceutiche vanno alla grande. Infatti, la gente ha sempre più bisogno di cure. Il vantaggio competitivo di fabbricare pillole per i più svariati scopi ha creato una condizione generalizzata di dipendenza da medicine che ci cureranno per sempre senza mai guarirci.

La Cina è diventata economia di mercato ma, forse, era una procedura non necessaria visto che si era già comprata tutto il comprabile in Europa. La Repubblica Popolare è la potenza mondiale più importante e il Paese che capeggia il Consorzio degli “stranieri”. E’ quasi tutto nelle loro mani: imprese internazionali, squadre sportive, agenzie di rating, banche, l’Africa, etc. e, in ultimo, i debiti pubblici dei Paesi più deboli.

Anche, l’informazione è cambiata. Ci sono pochi punti di vista fuori da un coro che vuole che quello che si sta vivendo sia il miglior periodo possibile viste le condizioni. Così, ogni giorno, si sprecano gli “osanna” per il nuovo status quo e per i nostri salvatori.

Un gruppo di stupidi sovversivi che vengono regolarmente arrestati e processati sostengono che i cambiamenti climatici non sono stati determinati da una particolare congiuntura naturale ma, dall’incremento dell’emissione dei gas serra. Tutti i protocolli precedenti per il contenimento, ovviamente, sono stati revocati perché ritenuti non corretti e superati. Così come sono sospesi tutti gli accordi internazionali per la tutela della biodiversità.

Nota dell’Autore: Quello più sopra potrebbe essere (tranquillamente) uno spunto per la storia di background di un bel romanzo di fantascienza o di un racconto ucronico (ambientato, cioè, in un presente alternativo). E’ un’opera di fantasia? Certo, volevo giocare un po’… divertirmi scrivendo un po’ di fiction.

Siamo lontani dalla realtà? Non lo so.

Provate a dirmelo voi.

di Paolo Pelizza

© 2016 Rock targato Italia

 

 

 

 

 

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Dall’altra parte del Ponte.

Dallaltra parte del Ponte.

Ci sono luoghi speciali. Alcuni sono straordinari in sé stessi, altri diventano simbolo di cambiamenti importanti.

C’è un luogo, in particolare, dove nel Grande Stato delle Foreste, un ponte mette in comunicazione due mondi.

Uno è quello della Grande Mela, dei luxury shops sulla Quinta, della più importante piazza finanziaria del pianeta, delle grandi torri che sfidano il cielo.

L’altro è dalla parte sbagliata del ponte dove la sequenza di fabbriche è interrotta solo da small towns dormitorio.

E’ uno degli insediamenti simbolo della working class americana rimasta orfana di frontiere libere, di sogni più o meno a Stelle e Strisce.

E’ il sito di umanità dolenti, di scarsi miti e speranze.

La sera, gli occhi puntati sulle luci della città che non dorme mai. Sono gli immensi lustrini di una puttana d’alto bordo. Irraggiungibile.

Sono un sicuro miraggio, non una flebile promessa.

L’unica promessa è l’incertezza: lì si può perdere lavoro, famiglia e salute. Lì si può essere licenziati dall’automazione, dai calcoli sbagliati dei cannibali usciti dalle business school, dall’avidità dei banchieri, dall’inerzia della finanza virtuale.

Lì come qui e in qualunque altro posto al mondo.

Lì come qui si subiscono i capricci inumani di un videogame globale.

I ragazzi appena maggiorenni vengono mandati in fabbrica, in catena di montaggio. Qualche volta anche un po’ di anni prima della maggiore età.

Dentro, in mezzo agli altri operai, ce n’è uno che non si rassegna. Un giovane che crede che il sogno americano esista ancora. Così decide di imbracciare una chitarra e cominciare a raccontare, moderno menestrello, le storie della fabbrica, dei suoi colleghi, della tristezza, della speranza e dei fantasmi che affliggono gli uomini e le donne che condividono lo stesso destino.

Rivendica orgogliosamente di essere nato negli Stati Uniti, di essere parte di quella Nazione che ha per norma il diritto alla felicità.

Il suo nome è Bruce Springsteen e ieri, ha suonato a San Siro.

Chi scrive lo ha visto dal vivo quattro volte. La prima nel 1985: il tour di lancio di Born in The USA (che credo esegua solo al Meazza, ormai).

Sì. Esistono posti speciali. Per il Boss, uno di questi è lo Stadio Giuseppe Meazza a San Siro, Milano. Ha dichiarato più volte che quella struttura ha un’aura speciale. Sarà per le gradinate ripidissime che si alzano davanti e ai lati del palco? Sarà perché vibra come animato di vita propria seguendo il ritmo di chi balla sugli spalti? Sarà per l’amore immenso del pubblico che Bruce ricambia con una generosità di pari grandezza?

E’ difficile scrivere la recensione di un concerto del Boss soprattutto dopo averne visti alcuni, un po’ uguali a sé stessi. Non fraintendete: è sempre un artista formidabile, come formidabile è la E Street Band.

Non parlo di noia o di mancanza di originalità: è che Springsteen è Springsteen. Il trovatore della working class vale sempre il prezzo (altino …) del biglietto.

Il viaggio tra i sobborghi e la provincia, tra vizi privati e pubbliche virtù, dentro alla vita vera come quella di operai e vagabondi è un itinerario da una costa all’altra dell’esistenza più che del Continente e tra folk, country, blues e rock. Bellissima la cover eseguita magistralmente di Lucille di Little Richard.

Alle 21,30 il Nostro e la E Street avevano già suonato per un’ora buona. In quel momento a San Siro arriva il tramonto tardivo dell’ora legale. Il cielo biancastro sporco regala qualche striatura rosa in contemporanea con l’intro di The River. Così è il pubblico, immobile e silente, per tutta la durata del pezzo che accende piccole luci con gli accendini e gli smartphone (io mi sono scottato ma, sapete cosa penso dell’eccesso di tecnologia). L’atmosfera è inedita e commuovente, il colpo d’occhio bellissimo.

Il concerto pieno di momenti divertenti e toccanti dura quasi altre tre ore … Il Boss dirige la sua Band, canta, suona (si lancia anche in qualche assolo di chitarra, non molto usuale per lui) e coreografa il pubblico. Lo fa come lo farebbe un ragazzino di vent’anni e, invece, le primavere sono quasi sessantasette. Inossidabile.

Bruce e i fans sono sempre a contatto anche e soprattutto fisicamente. Quando arriva il momento di Dancing in the Dark fa salire sul palco tre ragazze e un ragazzo. A una delle ragazze viene offerta anche una chitarra con la quale può “suonare” con la leggendaria E Street Band.

Emozionante e senza retorica il ricordo di Ray e Clarence.

Divertente il momento in cui chiede ironicamente che ore sono. Ha già sforato, le luci di servizio sono tutte accese. si va avanti per un’altra ora buona.

Thunder Road chiude la serata. La ragazza vicino a me, mi tocca il braccio e mi dice: che bello! E’ la prima volta, ha una ventina di anni scarsa.

Mi guardo in giro per la prima volta da quando è cominciato lo show. Intorno a me ci sono giovani, vecchi, padri, madri, nonni e nonne con i nipoti. Anche per questo Bruce è grande.

Torno a casa e penso che oggi è il 4 luglio e che ci sono davvero posti speciali. Sono e restano nella nostra memoria come i fiumi della nostra infanzia che sappiamo oggi essere secchi. Come i miraggi al di là del Ponte.

Alla fine, viviamo tutti sul lato sbagliato.

di Paolo Pelizza

© 2016 Rock targato Italia

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TRA DESIDERIO DI FAMIGLIA E AMMUCCHIATA

TRA DESIDERIO DI FAMIGLIA E AMMUCCHIATA.

Lo so … direte che ne avete piene le scatole di sentire parlare di questo argomento.

Infatti, sui tram, nelle stazioni, nei salotti e nei bar non si discute che di questo. La questione appassiona talmente tanto da far passare in secondo piano il Campionato Europeo di Calcio.

Il tema, parlandone da viva, è l’Europa.  In particolare, l’uscita della Gran Bretagna dalla UE.

Chiedo venia ma, anche io non riesco ad esimermi da consegnarvi una visione. Lo faccio con l’umiltà di chi non conosce approfonditamente il tema e con la volontà di restituirvi una percezione non la verità assoluta. Vero è, che sul tema è stato detto tutto e il contrario di tutto non solo da politicanti alla ricerca di conferme su tesi irrazionali ma da esperti politologi, economisti, sociologi e autorevoli giornalisti esperti in queste questioni. Mai, come su questo ci sono state ricette e convinzioni diverse.

Tant’è. La Storia o meglio l’Utopia di un’Europa Unita davvero è naufragata drammaticamente come drammaticamente è tramontata l’idea delle Comuni e delle Famiglie Allargate dei tempi dell’Amore Libero. In definitiva, per le stesse ragioni.

In famiglia bisognerebbe essere tutti uguali e i più forti dovrebbero aiutare i più deboli.

In famiglia (allargata o no) ci si vuole bene e non si impongono punizioni fuori misura ai propri familiari che hanno sbagliato.

In famiglia ci si difende gli uni con gli altri.

O si dovrebbe …

L’Unione Europea è stata costruita è come una combriccola di hippies. Una famiglia allargata dove tutto funziona fino a quando l’amore libero e senza vincoli si scontra con l’egoismo e le gelosie facendola implodere.

E’ appunto su egoismo e gelosie ma, anche, diffidenza e scarsa stima dei propri familiari che la UE sta cominciando un percorso che (credo) la porterà ad essere più piccola e meno influente.

Si pensava fosse una famiglia e invece era un’ammucchiata dove a godere dandolo sono sempre gli stessi.

Io non sono in grado di prevedere quello che succederà, tuttavia, penso che se vogliamo perseguire il sogno di Rossi e Spinelli si dovrà tornare a quello.

Che i cittadini britannici restino fuori o rientrino l’Europa da costruire è unita e democratica non accartocciata esclusivamente sui temi della finanza.

Non un’accozzaglia dove i singoli Stati concorrendo vanno a cercarsi il loro “posto al Sole” in barba agli interessi degli altri. Tra l’altro, spesso, dialogando con gente poco raccomandabile.

Un’Europa dei popoli, un’Europa della solidarietà, un’Europa in cui i cittadini eleggono democraticamente il Governo dell’Unione.

Soprattutto, un’Europa dove non governino lobbies, banchieri e tecnocrati.

Una famiglia vera, dove le risorse sono a disposizione di tutti senza tattiche ed egoismi. Una famiglia che rimetta al centro i temi fondamentali: la difesa dell’ambiente e della bio-diversità (vera emergenza sottovalutata), del sociale, dello sviluppo culturale e artistico (per cui non basta fare bandi scritti da tecnocrati che niente ne capiscono).

Se non si andrà in quella direzione, la sorte dell’Unione è segnata indipendentemente da uscite democratiche o rientri forzati. E sarebbe un peccato, le ultime generazione hanno creduto a quel sogno. Si sono sentite autenticamente europee:le generazioni Erasmus.

Io stesso, molti anni fa, ho vissuto a Londra (guarda caso) e ho apprezzato quel popolo fiero e gentile. Ho capito perché sotto le bombe tedesche sono riusciti a resistere così a lungo difesi soltanto da un manipolo di aviatori spesso stranieri riparati lì da Polonia, Francia e altri Paesi occupati. Quel sacrificio ha permesso la controffensiva e di sconfiggere il nazi-fascismo in Europa.

Ho respirato quella tensione di libertà che solo dentro alla più antica democrazia del mondo si può provare.

Oggi, critichiamo quella democrazia come metodo perché potrebbe sottrarre chi ha maggiormente fornito le condizioni e l’humus per la nascita dell’Unione.

Eppure, l’esame di coscienza dovrebbero farselo altri, non gli inglesi.

Paolo Pelizza

 

2016 Rock targato Italia

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