Menu

Le Stelle dell’Occidente.

Le Stelle dell’Occidente.

Da che mondo è mondo i naviganti si sono orientati con le stelle. Conoscere il firmamento era condizione fondamentale per non perdersi, per non smarrire la via. Giusto?

No. Non per tutti. Bruce Springsteen ci si perde, invece, in un modo assolutamente inedito per lui e per chi lo segue dal lontano 1984 (parlo di me).

Il nuovo album del Boss è diverso da qualunque cosa possiate avere ascoltato in passato da parte del più grande trovatore americano. Il folk rimane sul fondo schiacciato da orchestrazioni pop anni Sessanta e Settanta, poca chitarra (e niente armonica) ma, archi, moog, fiati con strumenti inusuali e aulici per un disco che ha nelle armonie, il suo punto di forza.

Devo ammettere che, ascoltando i primi due singoli, mi sono trovato avvolto dalla strana sensazione di un vago sentore “balneare” in salsa californiana. Soprattutto, per quanto riguardava Hello Sunshine perché There Goes My Miracle è aiutato da una ricchezza di suoni (che funzionavano!) a fare da contraltare a un eccesso di sentimentalismo.

Ero quasi deluso. Un Boss che non fa più il Boss … Un po’ Glenn Miller, un po’ Billie Joel, tutti e due in spiaggia! Mi sono detto che mi sarei consolato con l’album che ha scritto per la E Street Band dopo questo (la notizia è uscita contemporaneamente al primo singolo di Western Stars).

Non c’era niente in quei due pezzi che mi riportassero all’artista che conoscevo. A quello di Born To Run, The River ma, neanche a quello di The Ghost of Tom Joad … Una deriva così popular per quanto raffinata, poi!!!! Scherziamo?  

Come spesso mi succede, mi sbagliavo e alla grande!

Western Stars è un monumento suggestivo e avvolgente alla musica, prima che ad un genere o ad un altro. Non sarà il Bruce che conosciamo (e amiamo) ma, il Bruce sofisticato inventore di atmosfere e storie, un musicista capace e ispirato.

Western Stars potrebbe essere un concept e, invece, è un viaggio tra Nashville, Tucson e Hollywood ma, anche e soprattutto, nella parte più delicata del Sogno. Quello americano, soffocato da menzogne, ambizioni irrealizzabili, delusioni e ferite. Il sogno, nell’America di oggi, è un sogno più prosaico. Ma, non fraintendete, non è un album politico o di critica al “trumpismo” imperante, né c’è l’impegno verso la workin’ class.  Il Boss che non ti aspetti non è solo un raffinato e inedito compositore e arrangiatore, anni luce dall’impeto della sua Telecaster ma, traccia il profilo di una nazione perduta per lo più dal punto di vista esistenziale. Brani come la title track, Western Stars, sono profonde e commuoventi riflessioni su una vita che è passata, su un Paese che non c’è più. Su una fama di cui, ora, sono rimaste solo le cicatrici. Springsteen ci racconta con precisone aristotelica, con simboli semplici evoca intere esistenze. La prosa dei testi è contemporaneamente misurata e potente e, la musica è lei stessa parte del racconto. Un racconto profondo e malinconico.

Ma il viaggio della nostra esistenza non può essere inutile. Nella solitudine degli spazi aperti, nella desolazione dei nostri cuori, dentro l’amarezza di tempi duri, di vite che ci sfuggono, tra i cocci di sogni frantumati … è là che si deve accendere la speranza.

Là e in quel momento, bisogna trovare la forza di rialzarsi, di smettere di guardare il fondo (anche quello della bottiglia), di continuare a resistere perché domani potrebbe essere la volta buona, la svolta, un nuovo incontro con l’amore, una riconciliazione con i propri spettri … l’ olio balsamico a lenire il dolore della ferita, della sconfitta, della perdita.

Mai arrendersi. E questo nella sua poetica, non è mai cambiato: da giovane, da adulto quando rivendicava di esser nato negli USA e, anche ora, da settantenne maturo e istrionico.

Il 4 luglio 1776 qualcuno a Philadelfia lesse due parole scritte da un grande toscano (Philip Mazzei N.d.R.) insieme Thomas Jefferson, dando di fatto il calcio d’inizio a tutte le rivoluzioni dell’era moderna. Quel testo ci ricorda come sia fatto incontrovertibile che tutti gli uomini siano uguali e abbiano uguale diritto alla vita, ad essere liberi e a cercare la felicità.

Perché, almeno da questo punto di vista, siamo nati tutti negli Stati Uniti.

di Paolo Pelizza

© 2019 Rock targato Italia

Leggi tutto...

Ostaggi del Concept.

Ostaggi del Concept.

Cosa direste a qualcuno che oggi … Anno Domini 2019, vi dicesse: “Ehy! Sai che c’è? Esco con un concept album!”. Non riesco ad immaginare la sequenza ma, sicuramente, ci sarebbe una controllatina al calendario (giusto per essere certi di non essere finiti in una anomalia spazio-temporale e di essersi ritrovati nel 1976), la telefonata al numero unico emergenze, il tentativo di consolare i parenti e, infine, la conseguente disamina delle cause del disturbo … è caduto dalle scale, si è tirato la basculante del box sulla testa, si droga, ha elaborato un importante disagio psichico.

Vi do una notizia: è successo! L’opera (forse) anacronistica è frutto delle fatiche della band ligure Messer Davil. Il gruppo di ex ragazzi, molto giovanili, nasce dalle ceneri dei Soja Dream FM attivi per un decennio tra 2000 e il 2010, di cui condividono tutta la compagine tranne per la defezione del bassista Emiliano Goso, sostituito da Federico Fughiz Fugazza. L’album, dal titolo “La Sindrome di Stoccolma”, è figlio del chitarrista e compositore Davide Aicardi che è il  vero deus ex machina dell’insano progetto.  Completano il gruppo: Maurizio DePalo alla batteria, Mauro Max Maloberti arrangiamenti e tastiere e il cantante Alessandro Lamberti cantante rock classico che ha impreziosito assolutamente il disco con le seconde voci e le loro orchestrazioni . Infine, menzione speciale per l’incosciente coraggio al produttore Alessandro Mazzitelli … che, dico io, non poteva produrre un paio di trapper come vanno adesso massimizzando l’investimento???

La “Sindrome di Stoccolma” è un disco “indie-pop-rock” ma, come avviene spesso in questi tempi di crossover (loro parlano di crossover orizzontale indipendente perché è nato dall’insieme di molti generi diversi … mah … fa un Frankenstein, no?), pieno di paesaggi sonori contaminati che coinvolgono generi e atmosfere anni ’80 e ’90 con escursioni tra il delta del Mississippi, i Caraibi, la Giamaica e l’elettronica. Le chitarre, in particolare, intervengono spesso con quell’acidità tradizionale dei meravigliosi Settanta a creare un amalgama di sicuro gradevole e non banale. Facile da ascoltare è, anche, poco mainstream per il lavoro fatto su suoni e arrangiamenti. Percettibile, sotto i molti strati, una volontà cantautoriale che rimanda a Gazzé e Silvestri ma, anche, una fibra rockettara “ignorante” che ci riporta più spesso a Timoria e Subsonica, tra gli altri.

Se non fosse così dannatamente retrò da parte mia, darei il bentornato alla musica, quella che viene dopo lavoro di mesi, quella che si fa con gli strumenti musicali con la testa, le mani e il cuore.

In definitiva, le diciotto tracce de La Sindrome di Stoccolma sono gradevoli e ben fatte. Menzione di merito, per i testi di Aicardi. Intelligenti, a tratti ironici, graffianti e profondi per i temi trattati e per i punti di vista non convenzionali.

Ed eccoci qui … Vi state tutti domandando ma di cosa parla il concept? Ed ecco la sorpresa: in questo mondo immatricolato ed omologato, qualcuno riesce a parlare di cosa ci rende ostaggi.

Prigionieri soggiogati da una realtà dominata dalle tecnologie (oltre ogni visione pessimistica, abbiamo superato la mitica Skynet), autocontrollo, ideologie, fobie, convinzioni, religioni, superstizioni, etc.

Il mondo è di chi è contro i vaccini, dei creazionisti, di chi crede che la Terra sia piatta, di chi diffonde verità che noi tutti ignoriamo sulle “scie chimiche”. Attualmente è troppo facile esprimersi senza sapere e riuscire ad avere una pletora anche ampia di chi ci seguirà sul terreno dell’idiozia.

Interessante su questo tema, il singolo da cui è stato tratto anche un videoclip (si può vedere su YouTube): L’Idiota Digitale.

Così diventa difficile non pensare che ci siamo cascati e che questa è più di un’ipotesi di complotto ma la dimostrazione di un teorema. Ed è ulteriormente arduo non pensare che il titolo dell’opera sia assolutamente azzeccato, in quanto, ci siamo innamorati dei nostri carcerieri, tanto da esserci consegnati tra i loro artigli spontaneamente.

Che dire, l’album anacronistico ci è piaciuto. Speriamo di poter ospitare una loro show-case magari durante le finali di Rock targato Italia e che a voi sia venuta voglia di chiudere la traccia del rapper di turno (diamogli un nome di fantasia: Cistifellea?) e, magari, di sentire qualcosa di diverso, qualcosa di intelligente.

di Paolo Pelizza

© 2019 Rock Targato Italia

 

Leggi tutto...

La solitudine del codice binario, di Paolo Pelizza

La solitudine del codice binario.

Il mondo è decisamente un posto strano in cui vivere. Spesso brutture e distorsioni sono maggioritarie rispetto alle cose belle, alle cose per cui vale la pena. La storia di oggi è che stiamo diventando fragili, spaventati e ignoranti rispetto a quello che c’è qui fuori. Anche noi ma, soprattutto, i nostri giovani.

Non voglio generalizzare. Ci sono tanti ragazzi che vivono fuori, che vanno al cinema e a teatro, che leggono libri, vanno ai concerti, che vivono il mondo. Io li sperimento tutti i giorni nel mio lavoro e quando insegno.

Purtroppo, ne esistono altri che sono caduti nella “grande trappola” del mondo virtuale. Senza scomodare quelli che si sono addirittura auto-segregati in camera loro (fenomeno nato in Giappone e noto con il nome di hikikomori), ce ne sono molti che, considerati non patologici, hanno elaborato o elaborano disagi che si ripercuotono su loro stessi e sugli altri. Qualche volta in modo tragico.

 Di fatto il mondo della rete e dei social media è un mondo facile. Un mondo semplificato, potrei dire, per avere una base imponibile più ampia di utilizzatori (seguaci, direi io). Le logiche su cui si basa sono banalissime: mi piace e non mi piace. Cosa c’è di più a prova di idiota? E, anche, di assurdamente acritico, diseducativo e superficiale che chiedere ad una persona un giudizio senza che abbia l’obbligo di argomentare?

I nostri adolescenti non vivono più nella “società”, non conoscono i fatti, non si occupano delle questioni della politica o dell’attualità, etc.

Non devono fare fatica per “approfondire” un argomento che è a portata di click, ora. Ai miei tempi erano lunghe giornate in biblioteca, dovevamo investire tempo e soldi per recuperare quel testo e quell’altro. Probabilmente, nell’era digitale, non ci si rende conto che su internet ci sono delle informazioni (a volte anche false e/o discutibili) ma, sicuramente, su cui non si può contare per costruirsi una formazione specifica o, più semplicemente, per elaborare un pensiero, un’idea propria del mondo e dell’esistenza.

Anche ai miei tempi c’erano le enciclopedie ma, si consultavano non ci si studiava sopra e non erano considerati testi sacri o oracoli.

E, comunque, quella della pubertà è un’età complicata, la confusione esistenziale si mescola a allo scompenso ormonale, acuendo disagi e sofferenza. Chi vorrebbe tornare a quell’età, probabilmente, non si ricorda bene cosa ha passato. Oggi, dentro a questo momento difficile di crescita c’è il carico delle relazioni e delle amicizie virtuali. Nascosti dietro a uno schermo e una tastiera si può dire di tutto e si possono coltivare pensieri morbosi, degradati e solitudini.

Pensate a un ragazzo oggi che viene educato all’affettività e al sesso dalla rete. E’ incredibile credere che elabori comportamenti violenti o deviati? No, ovviamente.

Intendiamoci bene, anche la mia generazione è stata educata dalla pornografia, rendendo, la morale cattolica dominante, impossibile accedere a corsi di (allora si chiamava così) “educazione sessuale” e, in famiglia, essendo un argomento tabù.

Ma, allora, il consumo del porno tra i giovani era una cosa sociale. Si consumava in gruppi misti di maschi e di femmine che stavano scoprendo la loro identità e i loro orientamenti. La faccio breve: si cresceva insieme da tutti i punti di vista. Non si tolleravano comportamenti violenti, di prevaricazione o irrispettosi. Pur essendo tutti diversi, condividevamo (veramente) dei valori (laici, per giunta!).

Volete un esempio, molto recente di come funziona? Eccolo.

E’ successo che una ragazza adolescente, lanciando un grido di allarme ha chiesto ai suoi “amici” se dovesse continuare a vivere o morire. Lo ha fatto con la stessa semplicità che ha imparato: Live/Die al posto di Like or Not.

In un mondo così deteriore, la conclusione della storia può indignare ma non è stupefacente: gli “amici” a larga maggioranza hanno deciso che dovesse morire e lei si è tolta la vita. Non è così tragicamente semplice?

In un gruppo vero, fatto da persone che si frequentano questa cosa non sarebbe mai successa. Per esperienza personale, se uno si vuole togliere la vita davvero, non lo dice a nessuno. Quello della ragazzina era un grido di aiuto, un S.O.S.

A cui hanno risposto con la stessa superficialità e la stessa noncuranza con la quale avrebbero deciso le sneakers di moda fosse meglio averle verdi o rosse.

Il problema che dietro a quella tastiera e quello schermo c’era una persona sola e vera che aveva bisogno di aiuto. La hanno fatta sentire ancora più sola e indesiderata. Non credo che gli “amici” volessero la morte della ragazza realmente. Non voglio.

Dico solo questo: esiste un reale progresso per l’umanità se gli strumenti che usiamo, mediano così tanto le esperienze e relazioni tra noi da non farcele percepire come vere? Se ci privano prima del senso di responsabilità e poi della coscienza? Non sarebbe meglio ridimensionare l’impatto che hanno queste piattaforme sulla nostra vita? Chi le gestisce è davvero lecito che abbia tutto questo potere senza nessun controllo  (tra l’altro, ormai, per loro stessa ammissione) sulle nostre vite?

Ieri, hanno fatto eleggere un presidente al posto di un altro, oggi ucciso una ragazzina.

Voglio fare un appello: il mondo non sarà il posto migliore in cui vivere ma, almeno, scopriamolo per nostro conto.

di Paolo Pelizza

© 2019 Rock targato Italia

blog www.rocktargatoitalia.eu

Leggi tutto...

Le Visioni di Demon, Greta e Leonardo.

Le Visioni di Demon, Greta e Leonardo.

Per una volta vi risparmio (non entusiasmatevi troppo … alla prossima non la scampate) la mia Visione e vi omaggio del racconto di tre altri autorevoli punti di vista.

Demon Albarn, già frontman dei Blur e dei Gorillaz, in una recente intervista ha dichiarato che oggi lo status di musica e musicisti, di non essere più impegnati, di non veicolare più messaggi politici o sociali è un problema per la società. Invece di essere di ispirazione e dare alle persone altri punti di vista, gli artisti si sono adeguati a quello che la congiuntura vuole. Demon parla apertamente di selfie music. Ormai, appoggiati supinamente alle dinamiche della modernità, come l’utente medio di un qualsiasi social media, il musicista ha abiurato a sensibilizzare il mondo contro la segregazione, a lottare per i diritti umani e civili, etc. … si è ritirato nella sua storia personale generando curiosità pret a porter sul colore delle sue mutande, sulla sua posizione preferita durante la copula e sulle sue sbronze.

Il Nostro sostiene che questa tendenza debba cambiare. La musica deve tornare ad essere di ispirazione, di esempio, critica e “cattiva” contro le distorsioni dei nostri tempi. Tiriamo su la testa dalle nostre meschine faccende e usiamo l’unico linguaggio universale per provare a migliorare le cose.

Qualche detrattore potrebbe eccepire che Albarn è la stessa persona che non ha collaborato con Prince perché in studio non si poteva fumare (salvo poi smettere). E’ lo stesso sciroccato che dimentica il suo pc portatile sui taxi … che rilascia interviste in cui dice di non essere mai contento delle cose che fa e che vorrebbe una voce diversa da quella che ha?

Sì è lui. Questo non vuol dire che quello che ha rilevato coraggiosamente (visto anche il modello di business operante nel suo mondo) non sia corretto. Chi ha uno spazio così importante, globale, ha l’obbligo di dire cose che siano utili per il progresso dell’umanità che è cosa ben diversa dal progresso tecnologico.

Un’altra Visione che ho trovato interessante, è quella di Greta Thunberg. Da anni, nonostante la sua giovanissima età, in prima linea per sensibilizzare i potenti del mondo sulla questione del Global Warming e del rischio (ormai oltre il potenziale) di estinzione della nostra specie (tirandocene dietro molte altre che a differenza nostra, sono incolpevoli del guaio).

Non sono così ingenuo da non sapere che Greta è una “testimonial” e che dietro di lei c’è, ovviamente, ben altra organizzazione. Non posso, però, negare la sua efficacia nell’eseguire la missione. La missione è la stessa che la compagine degli scienziati più autorevoli del mondo hanno fallito. Forse, perché gli scienziati non hanno quella freschezza oppure non sono bravi a comunicare? Niente di tutto questo! Greta non è un simbolo, una Giovanna d’Arco. Greta Thunberg è parte di quella generazione che vivrà un mondo dove scarseggerà l’acqua e il cibo, dove aumenteranno esponenzialmente, invece, i melanomi, le malattie respiratorie e le catastrofi naturali.

Per questo è credibile oltre ogni ragionevole dubbio e fa un lavoro molto più che meritorio.

Anche per questa Cassandra dei nostri tempi, non si risparmiano gli insulti. In realtà, la prassi consolidata è attaccare la persona, non l’idea. Così non si perde mai: dice il vero ma, ha i denti storti! Non posso controbattere sul tema ma, è antipatica. Addirittura porta sfortuna!!!

Peccato che la sfortuna ce la siamo portata noi, immettendo nella nostra atmosfera, in poco più di due secoli, quello che Madre Natura aveva impiegato milioni di anni a seppellire. Il nostro regno non finirà gloriosamente per l’impatto di un meteorite, si estinguerà lentamente e atrocemente per nostro stesso meteorismo.

Ma quest’anno è, anche, il Cinquecentesimo Anniversario dalla Morte del più grande genio della Storia: Leonardo da Vinci.

Il Maestro, ha inventato e contribuito ad inventare la modernità. Ma, rispetto a questa, era critico.

Alcune sue invenzioni non le aveva disegnate perché era molto sfiduciato sulla natura degli uomini e sull’uso scellerato che ne avrebbero fatto. Il Moro disse che Leonardo era vittima del suo stesso genio.

In realtà, era il migliore figlio del suo tempo. Era stato artista, scienziato ed inventore. Oggi, dentro alla bolgia del modernismo non sarebbe possibile avere più “specializzazioni”. Il “nuovo a tutti i costi” ci comprime in ruoli precisi e limitati. Da lui possiamo imparare la più importante delle lezioni: Il genio di Vinci ha, anche, inventato e progettato macchine da guerra, strumenti di morte come richiesto nella sua epoca ma, certamente, aveva una coscienza.

Mi piacerebbe che ne spuntasse una anche ai detrattori per mestiere e ai potenti del mondo.

di Paolo Pelizza

©2019 Rock targato Italia

Leggi tutto...
Sottoscrivi questo feed RSS

Contatti

ROCK TARGATO ITALIA
c/o Divinazione Milano Srl
Via Palladio 16 20135 Milano
tel. 02.58310655
info(at)rocktargatoitalia.it

Log In or Sign Up

Password dimenticata? / Nome utente dimenticato?