Menu

LA VARIANTE DI FRANKENMUTH. di Paolo Pelizza

 

Cinquemila anime piccolo-borghesi e i dischi dei genitori come colonna sonora della noia, come finestra sul mondo che, al paesello, è fatto di domeniche in chiesa, di scuola, di romanzi distopici e di lettura della Bibbia. Questo potrebbe essere l’incipit di un bel romanzo sulla storia di tre fratelli e di un loro amico: del loro mondo ordinario e di come hanno accettato il confronto con l’esterno, con la loro crescita e con la modernità,  di quello che sanno fare, di quello che hanno imparato e stanno imparando. Questa è anche la storia di quattro ragazzini che ci stanno dando una lezione.

Una lezione che ho cominciato a capire in un novembre che sembra passato remoto, avvolto nelle nebbie del tempo. Un altro mondo di uomini e donne, liberi. C’era un locale. Uno scatolone in muratura con un’acustica pessima, un pubblico eterogeneo, una fila di Marshall e i quattro ragazzini della provincia pingue del Michigan. Non mi erano sconosciuti né loro, né la loro musica. Ho apprezzato la prima canzone dei Greta Van Fleet guardando una puntata della serie TV Shameless. Ho drizzato le antenne, sono andato a cercarli e ho scoperto che si trattava di una band di bambini, praticamente. Poi l’Alcatraz (lo scatolone in muratura di cui sopra) della puntata milanese del loro tour mondiale (che strano scrivere tour mondiale, oggi …), ancora troppo pochi i pezzi del gruppo, qualcuno un po’ più deboluccio, diciamolo. Ma già dal primo urlo di Joshua, dalla prima esplorazione del manico della sua Gibson di Jake si capivano tante cose. Questi poppanti suonano di brutto! Suonano anche sui soloni che li criticano perché li considerano gli emuli di un mondo che non esiste più, di una rock band estinta, la migliore di sempre. E imitateli voi se ci riuscite, amici miei. Magari mettetevi anche a suonare … Ah, è fuori moda? Già, perché non suona più nessuno, oggi. E’ il nuovo mondo di omologati, di talentuosi del software, del vacuo pieno di banalità..

Al contrario, loro suonano e suonano. Suonano perché a loro piace così e, se ricordiamo bene, è piaciuto anche a noi. E’ il momento di Anthem of Peaceful Army, il primo album dopo tre singoli e due EP. Il palco dell’Alcatraz brucia di sapiente potenza e il pubblico esplode praticamente dopo ogni brano. Non c’è bisogno di “cavalli di battaglia” (anche se tre o quattro li hanno già), loro suonano e a noi basta e di mancia ce ne lasciano tanta.

Così bisogna procedere. Sempre barra a dritta, mettendo a terra le esperienze fatte, quelle più dure… quelle che fanno diventare grandi. Imparando ed insegnando. Scrivendo e suonando. Così, da facile profeta, scrissi (proprio qui) che questi mocciosi ci avrebbero fatto altri regali e sempre migliori. Dopo quattro singoli, un anonimo donatore mi omaggia della possibilità di ascoltare tutto il nuovo album dei giovani “imitatori”, degli emuli del Nord America.

E’ un’epifania.

I ragazzi sacrificano sull’altare del rock classico (ma anche di blues e psichedelia) tutta la birra che hanno ed è tanta, tantissima. Inesauribile. L’autorevole rivista Rolling Stones ha parlato di riscoperta di un genere. Sbagliano. E’ rinascita. Torna, finalmente, la musica con la sua capacità di compenetrare i corpi, con buona pace delle leggi della fisica. Torna con tutta la sua autenticità, con quel suo modo primordiale di farci tornare allo stato di esseri essenziali. Puro istinto. Tornano anche i grandi temi: i ragazzi hanno girato il mondo per il primo disco. Hanno visto un pianeta vero fatto di foreste arse, di trascendenza, di riflessioni religiose, di guerre per gli dei e per il capitale, della fame, delle disuguaglianze, delle ristrettezze reali che loro non hanno mai vissuto nella provincia grassa del grande Stato del Michigan. La ricerca di una qualche salvezza o redenzione. Una lezione, appunto.

Vietato scrivere con niente da dire. Non si è artisti senza fare politica perché tutto lo è, l’arte non è tale se non vuole cambiare il mondo. Se il vostro sogno è il sogno americano delle mogli trofeo e del denaro a carrettate, non ascoltate i Greta van Fleet. Non sono per voi. Se fate musica per le donne, i soldi e la fama, lasciate perdere. Siete stati lasciati indietro. E, oggi siete lontanissimi.

Perché, oggi, per noi, è il giorno delle rivelazioni, oggi ci si svela The Battle At The Garden’s Gate, il secondo LP dei quattro ragazzini. In Italia, dovrebbe uscire il prossimo 16 aprile. Lo dico per chi si dovesse meritarsi di acquistarlo. L’album è un concept che parla di un viaggio, un’odissea spaziale dentro a un cosmo altro, un’altra dimensione. L’allegoria è molto diversa da quella di Splendor and Misery dei Clipping (di cui qui vi ho parlato). Qui la strada non è lineare verso a better place. E’ la storia circolare del vecchio tempo, dell’eterno ritorno. Al di là, del “collante” narrativo e dei temi di cui ho già parlato, il disco entra dalle orecchie e arriva direttamente alla pancia dell’ascoltatore ma non è musicalmente semplice. Direi il contrario. Grazie anche al loro saggio produttore (Greg Kurstin, N.d.R.) i gemelli (Josh e Jake) e i loro soci alternano pezzi più radiofonici e brevi a suite complesse di otto minuti, i paesaggi sonori hanno radici forti nel rock classico e sperimentale dei favolosi Seventies ma le strutture sono più solide, moderne e mature.  C’è anche una ballad non convenzionale che parla d’amore (tema per loro inesplorato, a quello ci pensano già Jay Z e Rihanna), dal titolo Light My Love.

Decisamente, c’è tanto da scoprire ad ogni nuovo ascolto.

In questo mondo dove impazzano un sacco di varianti della stessa solfa, di superficialità, dove si risponde coi manganelli a chi fa domande, dove quelli che non sono mainstream sono buffoni, io scelgo questa di variante. Quella di Frankenmuth.

Perché, come dovrebbero fare tutti i giovani, loro, oltre all’indiscutibile talento, sognano ancora.

Long live rock’n roll!

di Paolo Pelizza

© 2021 Rock targato Italia

 

Leggi tutto...

L’UOMO A PEDALI.

L’UOMO A PEDALI.

In questo periodo folle e disperatissimo, ci sono poche cose che si possono fare per provare a “mettere a terra” una serenità difficile. Certamente, una di queste cose è l’amore. E cosa c’è di meglio che riscoprirlo?

Così il ritorno di Roberto Bonfanti in sella alla sua amata bicicletta coincide (più una prova che un sospetto!) con la “riedizione” di un suo romanzo del 2009. A onor del vero, il romanzo, edito da Edizioni del Faro, è stato riscritto, senza modificarne la storia, con uno stile diverso. Sulla cartella stampa è scritto “più incisivo” ma io non ho letto la versione precedente, quindi ve la consegno così come me l’hanno venduta. Detto questo, siccome non sono qui a smaltare le unghie alle tigri, una recensioncina quasi quasi ve la faccio.

Sergio è stato alle prese con una chimera giovanile, riuscire nello sport che ama di più: il ciclismo. Ma succede qualcosa. Tra i suoi sogni da ragazzo e la realtà si mette di mezzo un brutto incidente. Ginocchio KO. Sergio tornerà in bici e ripercorrerà su quella sella, su quei pendii, su quelle pianure i suoi ricordi, le sue aspettative deluse, i sogni da archiviare. Il romanzo comincia con l’ultima salita, con il ginocchio che fa male e quel dolore che è il ricordo del sapore del sangue e dell’asfalto. Ma è anche l’inizio del racconto di una vita consumata tra passione e ordinarietà. Sono i frammenti delle passioni, dei treni persi, di un mondo mutato, di amici cambiati e di amori finiti. Frammenti dolorosi per un’anima inquieta come quella di Sergio.

Così tra i capitoli, che hanno i titoli mutuati dal gergo ciclistico, il lettore ripercorre la vicenda di Sergio fino al suo epilogo attraverso i ricordi della sua esistenza ma anche il fluire delle sue emozioni.

Il romanzo ha più il formato di pamphlet, breve e denso che si legge in pochissimo tempo (purtroppo).

Bonfanti, da par suo, racconta la vicenda con sobrietà e bello stile: un sarto inesorabile.  Quando si va in profondità, au contrair, diventa uno dei migliori palombari, un grande esploratore dell’abisso di pulsioni, sensazioni, gioie e dolori. Lì c’è il suo straordinario talento. In quel suo modo così immediato e potente di raccontare tutto un universo interiore, nel portarci in un attimo dentro il mondo di felicità perdute o irraggiungibili di Sergio. Come ho detto, non ho letto la prima edizione del romanzo, ma il Bonfanti di questa stesura è uno scrittore in grande spolvero. Ho solo un piccolo neo da imputargli … Quanto dovremo ancora aspettare per un nuovo romanzo? Dopo Alice (che sempre qui ho recensito) stiamo aspettando troppo, caro Roberto.

Come dirlo, diversamente… Hai voluto la bicicletta?

di Paolo Pelizza

© 2021 Rock targato Italia

Leggi tutto...

IN CASO DI COSCIENZA …

 IN CASO DI COSCIENZA …

   E’ inutile che insistiate. Non parlerò di Sanremo 2021.

Non vi dirò che quest’anno le polemiche ci sono state dopo e non in anticipo. Forse, in questo periodo surreale, se ne sono dimenticati e sono corsi ai ripari in seconda battuta. Non vi dirò nemmeno che, in questa edizione, hanno riguardato la “copertura” di un seno femminile, alcune accuse di plagio (un paio di brani erano davvero un po’ più che liberamente ispirati da precedenti altri ma nulla di legalmente rilevante) e sul flop degli ascolti.

Non vi spiegherò che ci sono state altre questioni controverse. Ad esempio, uno speech un po’ “spericolato” su un illustre e tragico suicidio che ha fatto molto indignare famiglia e amici del tormentato artista. Un’altra sulla dimenticanza dell’omaggio previsto per celebrare Stefano D’Orazio. E ancora, la polemica innescata da una storica e stagionata interprete sul fatto che il (bel) canto non è per tutti e con l’aria di una saccente anziana zia, ha chiosato: “ho sentito molte stonature …”. Peccato che la storia della musica contemporanea è piena di “stonati”. Un esempio? Un tale Kurt Cobain non aveva nell’essere perfettamente intonato, il suo punto di forza, eppure ha portato i suoi Nirvana nell’Olimpo delle band più significative di sempre a livello planetario. Quasi, quasi viene voglia di chiedere alla signora se a Chiasso sanno chi lei sia.

Nemmeno parlerò dell’ospite fisso. Sapete cosa si dice degli ospiti … A dirla tutta, è stato interessante su vari piani. Quello più significativo è, indubbiamente, quello delle neuroscienze: tutti i cultori e gli studiosi della materia hanno dovuto rivedere le loro convinzioni sull’egocentrismo infantile. Infatti, ora sappiamo che non sparisce alla fine dell’età evolutiva ma può restare (o incarnarsi) in un marcantonio di quarant’anni e in modo manifesto, non latente. Tenere l’amico ipertrofico, tutte le serate, è stato un po’ di troppo, diciamolo francamente.

Non mi esprimerò sul fatto che mentre il mondo e il nostro Paese è in ginocchio per la pandemia (da cui, ormai, è noto che non si uscirà tanto presto) “fare” Sanremo (con quei cachet poi …) è uno schiaffo alla gente che langue, a cui hanno tolto il reddito, a quelli che perderanno il lavoro un secondo dopo che rimuoveranno il blocco dei licenziamenti (si stima più di un milione di persone), alle attività che hanno chiuso o che chiuderanno e, soprattutto, a quei lavoratori dello spettacolo che non hanno la fortuna di lavorare in grembo a mamma RAI. Se qualcuno avesse tenuto viva una coscienza, probabilmente, avrebbe soprasseduto e magari, quei soldi, pochi o tanti, li avrebbe fatti arrivare in qualche modo (che ne so … costituendo un fondo?) a quelli che non hanno la fortuna di essere protetti dal broadcaster di Stato.

Inoltre, non parlerò (nemmeno sotto tortura!) del fatto che, al di là dell’assenza di mascherine sul palco (comprensibile, peraltro) la kermesse, in assenza di pubblico, ci sia sembrata asettica, sottotono … No, è più corretto, sottovuoto. L’entusiasmo dell’orchestra che ha svolto, anche, la funzione di claque, ha sottolineato la forma di sterilizzata orgia onanistica che ha caratterizzato la manifestazione.

Non vi racconterò dei look e delle esibizioni di Achille Lauro. Bisogna stare attenti a non confondersi: questo ragazzo è un simpatico performer ma non è David Bowie e, purtroppo per noi e per lui, non lo sarà mai. Ma, diciamolo, per Sanremo è addirittura troppo bravo.

Tacerò sulle riesumazioni che il miracoloso Festival ogni anno compie. In questa edizione erano piuttosto tristi e una, addirittura, semi afona. Niente di preoccupante, magari stonava. Chi la sentiva, poi, la zia?

Infine, terrò la bocca chiusa sul fatto che ha vinto una giovanissima band con un bel pezzo rock. Per Sanremo è hardcore. Penso che sulla Riviera tutta, abbiano portato i bambini di corsa a casa, rimesso nella stalla gli animali e sprangato porte ed imposte. Non hanno fatto, probabilmente, molta fatica perché stavano già così per la pandemia. Dico io … ma il rapper che fa lo stesso pezzo che l’hip hop italiana ci propina da un decennio pur cambiando autori e interpreti, dov’era? Oppure, il melenso e/o la melensa super-impostati con la canzone triste e melassata sul fatto di essere stato o stata lasciata? Eppure, c’erano …

Perché non hanno vinto loro? Mah … Strano, perché chi ha vinto ha fatto il pieno dei voti del pubblico. Ci deve essere un errore, perché sono anni che ci dicono che il rock è morto, che non riesce più a parlare ai giovani …

Come Trump. Voglio anche io il ri-conteggio dei voti!

Acqua in bocca, anche sul sospetto di plagio … Sì. Quello era uno dei due pezzi incriminati.

Non vi dirò nulla. Quindi basta … state zitti e buoni.

di Paolo Pelizza

© 2021 Rock targato Italia

blog www.rocktargatoitalia.it

 

Leggi tutto...

YES, THEY DID IT.

YES, THEY DID IT.

Ricordate quel vecchio adagio? Quello che recitava che ci si può guardare dai nemici ma è meglio chiedere ad entità superiori e, possibilmente, onnipotenti se si tratta di amici? Ecco, non avendolo considerato affidabile mi sono trovato a mal partito.

Sono sulla scala mobile della metropolitana “lilla” (la chiamano così ma in realtà è viola per essere benaugurante per tutti i passeggeri ma, in particolare, per quelli che lavorano nello spettacolo) e guardo in alto verso il cielo terso di una bella giornata milanese di primavera anticipata. Il mio umore è buono (considerato il periodo in generale) anche se, come sempre, uscendo dalla stazione vicina alla scuola dove insegno, devo fare i conti con i due ecomostri che mi si parano davanti altezzosi, orrendi ed inesorabili. Sembrano dirmi: noi siamo qui e tu non puoi farci nulla. Sono le prime cose che vedi mentre sei sulla scala mobile (… so cosa state pensando! Smettetela, non c’è altra soluzione per uscire di là) e ti provocano una discreta  voglia di tritolo di prima mattina. Sono anche disposto a farmene una ragione, oggi. Mentre sono perso in questi pensieri, il mio telefonino vibra ed io, incautamente, rispondo.

E’ un amico. Dopo alcuni secondi di convenevoli, parte  con un “pippone” articolato e fastidioso. Il suo tema è: “ … perché cazzo non hai mai scritto degli Yes?”

Cerco di argomentare … Non è proprio vero … Bla … bla … Nel ciclo di articoli che parlavano delle Generazioni dei decenni della seconda metà del secolo scorso, ne avevo parlato tra i padri del progressive rock insieme a King Crimson, Genesis e Gentle Giant ... bla … bla …

Ammetto onestamente che il maledetto ha ragione! Non mi ci sono mai dedicato. Li ho citati ma non li ho mai celebrati. A mia discolpa, non mi sono mai dedicato nemmeno ai Gentle Giant o ai Genesis! Eppure, sono gruppi di cui ho apprezzato e apprezzo storia e composizioni. Ne parlo con Francesco (Caprini, N.d.R.) che mi snocciola tutta una serie di altri gruppi di cui non ho parlato … andiamo bene!

A questo punto, non posso più esimermi. Gli Yes nascono dall’idea di Chris Squire (basso e cori) e Jon Anderson (voce solista, chitarra, arpa e cori) nel 1968. I due si conoscono per caso in un bar grazie alla presentazione del titolare. Così Squire ingaggia come cantante Anderson nel suo gruppo dal nome: Mabel Greer’s Toyshop. I due cominciano a scrivere insieme. Tuttavia, a loro due ed agli altri membri della band, il nome sembra poco memorabile e, comunque, lungo. E’ la formazione delle origini con Bruford alla batteria e l’inserimento di Tony Kaye all’Hammond e tastiere e di Peter Banks alla chitarra solista. E’ quest’ultimo, narra la leggenda, a suggerire il nuovo nome al gruppo: Yes. Semplice e incisivo, oltre ad essere indimenticabile.

Così succede che, pronti via, i ragazzi firmano un contratto con i potentissimi discografici dell’Atlantic e partono con due album: Yes (1969) e Time And A Word (1970). Sono due dischi dove il quintetto mette in mostra delle abilità compositive, di ricerca e un virtuosismo musicale di grande livello. Non hanno però trovato ancora la loro strada, il loro registro e le vendite sperate. Questa cosa non sfugge ai discografici che danno ai ragazzi un aut aut: o il prossimo disco sancirà una loro propria identità (e farà profitti, aggiungerei) oppure sono fuori. La situazione si aggrava quando Peter Banks se ne va. Sembra che non apprezzi le eccessive orchestrazioni propugnate da Kaye e che creda che il Rickenbacker di Squire gli tolga quella parte solista che nel rock la chitarra ha, di solito. Così, in fretta e furia, trovano Steve Howe chitarrista rock con formazione e passione per il jazz. Questo porterà sul palco una Gibson ES 175, non una solid body come era comune, allora.

L’epifania avviene nel 1970. Gli Yes percorrono il solco tracciato dalla Corte del Re Cremisi l’anno prima. Nel 1971 uscirà The Yes Album. La svolta prog è compiuta. L’album è contrassegnato da suite favolistiche e sinfoniche,  liriche, virtuosi solo, esplosioni armoniche e tecnica superiore.

Questi sono gli Yes. Direi, anche questi saranno gli Yes. Tutto questo materiale incredibile, suonato a quel livello delle formazioni del prog, i testi allegorici e quel mondo di idee compositive  e di armonizzazione, cambiano il mondo. la musica non è per tutti … gente, non illudetevi!

Gli Yes cambieranno più volte formazione, dopo questo straordinario e mai dimenticato disco, Kaye lascerà e arriverà Rick Wakeman. Bisogna dire che la loro forza anche cambiando membri, sarà sempre un’amalgama riuscita. Perché gli Yes sono un molteplice esperimento alchemico dove tutto diventa sempre oro con facilità (per loro).

Passeranno i meravigliosi Settanta ma i ragazzi ci regaleranno un’altra perla (anche commercialmente … in un mondo così standardizzato dove tutti fanno la stessa cosa è quasi impossibile credere che dischi così “avanti” anche per oggi potevano essere validissimi anche per il business): nel 1983 esce 90125. Dall’album verranno tratti alcuni singoli di successo.

Ed è proprio così che scopro che il mio amico mi aveva stimolato perché aveva letto che il 3 maggio prossimo uscirà un bel cofanetto della band inglese con nuovo video del brano (famosissimo) Owner Of A Lonely Heart. Il box set in stile flight case conterrà ben 30 dischi e si chiamerà “Union 30 Live”. Wakeman ha definito questa collection: l’evento più importante della storia degli Yes.

Ma la giornata è destinata a peggiorare. Il telefono vibra ancora. E’ un altro amico che mi comunica che lo Spazio Ligera chiuderà per sempre. La causa è da ricercare nelle chiusure coatte a causa dei provvedimenti di contrasto alla pandemia.

La notizia è orribile da tutti i punti di vista.

Dal punto di vista personale, perché consideravo il Ligera un po’ “casa mia”. Ci tornavi magari dopo sei mesi o un anno e ti salutavano come se ti avessero visto il giorno prima. Di solito, Federico mi accoglieva con un “ciao, belva”. Organizzavano qualsiasi evento o iniziativa ed eri sempre coinvolto in un modo o nell’altro. Sempre disponibili a partecipare anche ad altri eventi, anche fuori di là.

Da un punto di vista professionale perché erano sempre permeabili a mie proposte (e di altri) di manifestazioni anche strane o che rischiavano di essere poco partecipate (ma che poi funzionavano grazie alla magia del posto) come, ad esempio, la presentazione di un libro di poesie. Federico e Riccardo poi riuscivano a inventarsi produzioni che coinvolgevano anche gli avventori oltre ad organizzare live di tutto rispetto.

Da un punto di vista sociale: il Ligera era (mi si umidiscono gli occhi ad usare l’imperfetto) posizionato in una periferia “difficile” dove vive un’umanità varia. Il locale era diventato un po’ il fulcro della comunità ma, anche, punto di riferimento per la città tutta. Un esperimento riuscito di accoglienza, di empatia, di comprensione del fatto che tra diversi abbiamo più cose in comune di quelle che ci dividono. Sembra che tuto ciò che sia cultura, aggregazione e fratellanza sia pericoloso per la collettività, ormai. Non si può più credere, per quanto si possa essere ingenui, che sia solo per il virus.

Via Padova, Milano ed anche io saremo più orfani, soli e spaventati senza il Ligera. Decisamente oggi non sarà una buona giornata. Non chiamatemi. Ho gettato il telefono.

di Paolo Pelizza

© 2021 www.rocktargatoitalia.it

 

Leggi tutto...
Sottoscrivi questo feed RSS

Contatti

ROCK TARGATO ITALIA
c/o Divinazione Milano Srl
Via Palladio 16 20135 Milano
tel. 02.58310655
info(at)rocktargatoitalia.it

Log In or Sign Up

Password dimenticata? / Nome utente dimenticato?