Menu

Il ritorno dei limiti delle libertà e dell’assurdo.

Il ritorno dei limiti delle libertà e dell’assurdo.

Dopo il ritorno sul mercato della rivista satirica francese con nuove vignette su Maometto, avevamo rilevato una sottile, insistente contrarietà da parte di geniali benpensanti che ritenevano che correre altri rischi esercitando la libertà di espressione non era responsabile. Tra di loro, c’erano giornalisti, opinionisti di grido (pare che sia una nuova professione in tv), politici, politologi e, anche, il Sommo Pontefice si era iscritto all’autorevole club.

Da questo spazio, avevo lanciato l’allarme nel “pezzo” intitolato “Il limite della libertà e il bazar dell’assurdo”. Non è possibile derogare su questo. Neanche, se non ci piace quello che qualcun altro esprime, se è offensivo, se è di cattivo gusto  o pericoloso.

Tutti coloro che avevano orgogliosamente urlato “Je suis Charlie” e che avevano battezzato l’attentato alla redazione della rivista come un attacco simbolico contro la più importante delle libertà, il giorno dopo, erano più tiepidi e non sui temi della rivista ma, sul concetto. A loro modo di pensare, la libertà va bene se è tiepida, sussurrata, equidistante … se è responsabile, politicamente corretta.

Oggi, ci risiamo. La vignetta pubblicata sul terremoto in Centro Italia ha suscitato feroci contrarietà e polemiche. Vogliamo dire che erano becere e di cattivo gusto? Sicuramente.

Ora, le vignette non  sono piaciute neanche a me. Penso che siano tra le cose meno riuscite dei sagaci ragazzi di Hebdo.

Come sapete, la penso come Voltaire: non sono d’accordo quello che dici ma, sono disposto a morire perché tu possa continuare a dirlo.

Concludendo, agli amici di Charlie Hebdo dico che sono più bravi di così ma, non mi pento di essere stato “Charlie” e di esserlo ancora.

Alle popolazioni colpite va il nostro pensiero più profondo: il cordoglio per quelli che abbiamo perso e la speranza che quelli che ci sono ancora, vengano aiutati e possano ricostruirsi le loro esistenze nei tempi più brevi e con tutto l’aiuto possibili. Questa è la priorità non rimettere in discussione diritti inalienabili.

di Paolo Pelizza

© 2016 Rock targato Italia

Leggi tutto...

Alice, il Signor Spock e la macchina a vapore.

Alice, il Signor Spock e la macchina a vapore.

Questo pezzo ha avuto una lunga gestazione. Normale, quindi, che esca dopo la pausa estiva, potreste dire.

Invece, no.

Questa idea nasce qualche mese fa. Una chiacchierata con un coetaneo in un bar ricordando i miti della nostre (ormai) lontane infanzie e adolescenze.

La prima cosa che ci viene in mente è Le avventure di Alice nel paese delle Meraviglie. Io ricordo meglio il testo, il mio amico una delle numerose pellicole (vanta anche una versione pornografica!) che sono state fatte del romanzo di Carroll (al secolo Charles Dodgson di professione reverendo e matematico inglese). Allora, avevamo apprezzato la natura fantastica delle vicende avventurose di Alice alla caccia del coniglio, ignorando il rigore, l’ironia critica fortemente simbolica e anche qualche intuizione scientifica sulla fisica dei quanti ante litteram (alcuni paradossi sulla velocità delle particelle si sono rivelati fondati).

Carroll vive in piena Victorian Age. L’impero britannico è il più grande del mondo e i sudditi di Sua Maestà celebrano tale grandezza con opere letterarie e poemetti pregni di superba superiorità del Regno Unito su tutte le altre nazioni della Terra. Gli inglesi sono grandi, potenti, buoni e belli come nessun altro.

Così dentro a Le Avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie, troviamo quei poemetti e quelle canzoni sotto forma di allegoriche parodie a significare che, forse, i suoi connazionali si stimavano un po’ troppo e, anche, la facile previsione che quella grandezza era arrivata al culmine, perché  inevitabilmente non iniziasse una fase di declino. Una facile profezia.

Quello era anche il periodo di uno sfrenato positivismo e dell’apice della rivoluzione industriale. La macchina a vapore faceva andare navi, treni, tipografie, etc.

Si cominciava a disseppellire carbone e petrolio senza rendersi conto che in poco più di due secoli abbiamo tirato fuori quello che la natura ci ha messo milioni di anni a sotterrare. Nessuno allora si rendeva conto di quale sarebbero state le conseguenza per il futuro del pianeta e dell’umanità.

E’ vero che la rivoluzione industriale comincia virtualmente con l’invenzione della stampa. Il primo libro stampato è una Bibbia in tedesco, lingua volgare e proibita se usata per tradurre testi sacri. I membri della Chiesa, infatti, sono gli unici autorizzati a interpretare le scritture e quella versione pop crea un po’ di confusione, una riforma e uno scisma nella cristianità … guarda un po’!

La verità è che la macchina da stampa ha positivamente liberato una spinta evolutiva sia da un punto di vista sociale che culturale… un bell’esempio di innovazione costruttiva: facebook di certo non è stato così determinante nel creare una nuova coscienza, semmai ha determinato una sorta di incoscienza … di torpore collettivo.

Dentro al Paese delle Meraviglie che è il nostro mondo i paradossi si sprecano: è vero che ai tempi nessuno poteva neanche lontanamente immaginare dove positivismo, industria e capitale ci avrebbero portati ma questo non è valido oggi. Avremmo potuto e dovuto mettere i correttivi alle distorsioni dell’economia globale. Non l’abbiamo fatto perché eravamo troppo ideologizzati nel contrastare il fenomeno o nel sostenerlo. Non riusciamo neanche a cambiare il meccanismo dell’economia finanziaria che è un videogame slegato da qualunque aderenza all’economia reale e alla realtà nell’accezione più ampia.

Quindi, oggi, conoscere Alice è molto più importante di quello che si dicono al G8 se vogliamo provare a leggere il presente in un altro modo (magari, progettando pure un futuro migliore), se cerchiamo uno sguardo diverso sulla realtà.

L’altro grande mito dei tempi fuggevoli della nostra giovinezza è stato l’incontro con la serie TV di fantascienza di Star Trek nata dal genio di Gene Roddenberry. Da noi arriva nei primi anni Ottanta ma, è “in giro” dal 1966.

Siamo molto lontani da sequel, prequel e spin off che hanno animato i decenni successivi della fortunatissima serie originale, a parte The Next Generation.

L’universo di StarTrek è un luogo dove non mancano conflitti e avventure ma, soprattutto, è un luogo dove tutte le tensioni sono orientate a comprendere gli altri, alieni umanoidi o no, per costruire rapporti di pace stabile.

La Flotta Astrale, infatti, ha come scopo l’esplorazione di altri mondi per venire in contatto con altri popoli ed altre civiltà. Quando gli uomini dell’Enterprise capitanati da James Tiberius Kirk visitano un pianeta lo fanno nel rispetto di un codice che prevede di non ingerire con i suoi abitanti o di farlo solo in caso di forza maggiore. Conoscere gli altri è fondamentale perché non siano più “alieni” e i viaggi dell’astronave Enterprise servono a questo: sono viaggi di conoscenza.

Roddenberry si inventa un mondo allegorico e completo. Dentro c’è tutto quanto si poteva trovare nella Storia americana dell’epoca: i diritti civili e le lotte per quelli degli afroamericani (nella serie c’è il primo bacio interrazziale della televisione americana), il rapporto complicato con altre culture e quello con la divinità, la Guerra Fredda, il Vietnam e altri temi più filosofici.

Imperdibile il dialogo tra Data (un androide) e la portavoce dei Borg, un popolo governato da una coscienza collettiva. Meglio una coscienza individuale o una collettiva organizzata che gestisce tutti gli individui della propria specie? Data è un’intelligenza artificiale che ha consapevolezza di sé eppure, la sua presenza a se’ stesso è diversa perché non umana.

L’eterna dicotomia tra ragione e irrazionalità: i continui confronti tra il passionale Dottor McCoy e il Signor Spock proveniente da un pianeta dove tutti i mali sono stati scongiurati votandosi completamente alla logica.

L’ingegnere Scott sempre pronto a fornire l’energia necessaria.

Tutta quella tecnologia meravigliosa … Oddio, chi avrebbe detto che i nostri smartphone sarebbero stati ancora più avveniristici di quelli della serie di fantascienza più famosa della Storia televisiva.

Così siamo passati dalla macchina a vapore ai motori a curvatura.

Magari, facendo uno sforzo di volontà e di fantasia anche nella realtà possiamo provare a correggere gli errori, cambiare i sistemi che non funzionano, diventare più giusti e misericordiosi e arrivare là dove l’utopia di Roddenberry ci ha voluto portare.

Quella sarà davvero l’ultima frontiera.

di Paolo Pelizza

2016 Rock targato Italia

Leggi tutto...

Noi non abbiamo tempo.

Noi non abbiamo tempo.

Scusate per il ritardo. La ragione dello stesso è che stiamo vivendo strani giorni per vicende che riguardano tutti ed alcune più personali che ci sottraggono tempo ed energia.

Non potevamo stare, però, lontani a lungo dal vostro affetto … Non lo facciamo mai ma, va detto, che questa rubrica la scriviamo per voi cercando sempre argomenti, formule o pensieri che possano interessare o far riflettere o divertire. Quindi, grazie. Davvero.

Strani giorni, dicevo. Giorni in cui ci sono state stragi e golpe. Giorni in cui si sono perse irragionevolmente delle vite. Giorni in cui l’uomo ha dimostrato la sua stupidità, la sua barbarie, la sua follia. Il susseguirsi di questi eventi mi ha fatto pensare ad altri fatti: alla situazione in Yemen di cui nessuno parla, ai diritti umani in Cina, alla situazione in alcuni Paesi dell’Africa, etc.

In buona sostanza, al fatto che il mondo è uno schifo, per farla facile.

Mercoledì, in fondo al tunnel si è accesa una lampadina. Sono andato al concerto di Robert Plant con i Sensational Space Shifters, la band con cui il cantante dei Led Zeppelin porta avanti un progetto basato sulla ricerca di sonorità e armonizzazioni (un po’ World Music) e di reinterpretazione dei cavalli di battaglia dei Led Zeppelin.

Il concerto dura solo un’ora e mezza ma, Robert e i suoi, in questo lasso di tempo così limitato (mezz’ora in più, sarebbe stata cosa gradita), ci portano in giro tra l’animismo africano, il delta del Mississipi, una cantina al confine tra Texas e Messico, tra druidi e folletti nelle fredde foreste del Nord fino ad arrivare nel Valhalla e dentro alla tradizione melodica napoletana … dentro e fuori dalla musica dei Led Zeppelin arrangiata in modo originale e senza provocare traumi né agli spettatori, né ai brani senza tempo della più grande rock band di tutti i tempi  … neanche fosse il Capitano Kirk con il teletrasporto dell’Enterprise. L’esperienza è unica e meravigliosa. Le prime note di Kashmir ci provocano lacrime e pelle d’oca.

I Sensational Space Shifters fanno onore al loro nome. Sono sensazionali. Difficilmente si sente suonare a quel livello senza errori o indecisioni. Robert Plant è un vecchio leone con gli artigli ancora affilati. Sa stare ancora bene sul palco. Il cherubino sardonico della gioventù è trasfigurato in un artista colto, maturo ma che si diverte ancora. Una nota sulla sua voce: è vero che ha perso un tono (ok … magari uno e mezzo) ma, anche la sua voce è maturata senza perdere energia e guadagnando in profondità interpretativa. Lo show è colto ma, divertentissimo ed emozionante. Siamo lontanissimi da altri esperimenti dello stesso tipo che, seppur interessantissimi risultavano a volte manieristi e noiosi.

Torno a casa completamente rigenerato dalla musica. Niente produce più endorfine della buona musica.

Mentre l’umanità procede tra una follia e un’altra, arriviamo alla fine della settimana e al Forum vanno in scena gli Iron Maiden. Siamo all’interno del Forum di Assago e la band britannica è anticipata dagli energetici The Raven Age, la band del figlio di Steve Harris (George) il bassista dei Maiden (e leader del gruppo).

Portano in giro il loro ultimo album: The Book of Souls uscito lo scorso autunno. L’album è stato in cima alle classifiche in 40 Paesi … Manco fossero una boy band o una popstar qualsiasi … Come si permettono???

Una cosa è chiara fin dall’inizio dello show: Milano è Milano. La band resta stupita dal calore e dall’amore del pubblico. Bruce Dickinson è costretto ad ammettere che nessun posto è come Milano (non è il primo e non sarà l’ultimo). Non ci sono solo gli italiani a cantare, ballare ed applaudire ma, svedesi, tedeschi, turchi, etc.

Un’umanità legata dall’amore per la musica, dal piacere di stare insieme e condividere davvero, non come su facebook.  Lo show è strepitoso. L’iconografia è la loro solita: macabra, kitsch e straordinaria. Questa volta, la salsa è quella del centro America precolombiano. C’è addirittura un duello tra il mostriciattolo (un trampoliere formidabile in costume) e Bruce che, alla fine, ha la meglio, gli strappa il cuore e lo getta al pubblico.

Quando ho raccontato ad una mia studentessa che andavo a questo concerto mi ha chiesto se fossero ancora vivi … Mi sarebbe piaciuto vedere la sua faccia mentre questi ex ragazzi correvano sul palco saltavano, ballavano e suonavano come quando avevano vent’anni, forse meglio. Il nuovo album è bello (lo comprerò e lo consiglio), i cavalli di battaglia del passato come Fear of the Dark e The Number of the Beast mettono a dura prova la solidità strutturale del palazzetto. Il concerto finisce con la benedizione di Nicko McBrain e tutto il pubblico in piedi.

E’ l’ennesimo ritorno a casa con le endorfine che ci fanno stare bene. L’ennesimo, pensando che il Forum di stasera o di mercoledì, come San Siro di qualche settimana fa dovrebbero essere il paradigma di come si sta insieme, di come si dovrebbe  vivere su questo pianeta.

Invece no.

Invece, passiamo da una cosa orribile all’altra. Da un bagno di sangue all’altro. Poco importa se a compiere questi atti sia qualche idiota ispirato da qualche divinità che non è altro che la proiezione mentale della propria piccolezza o qualche complessato o, ancora, chi ha brame di inutile potere. Poco importa se qualcuno riesce a mettere nella stessa frase “democrazia” e “stato di diritto” insieme a “pena di morte”: è l’ossimoro del terrore! Poco importa se chi attua purghe di staliniana memoria impone una cura peggiore del male. Il mondo va così.

Per questo abbiamo deciso che non ne parleremo più.

Non perché noi si abbia paura. Non ci fanno paura, né mai succederà. Se non ammazzassero la gente, ci farebbero solo pietà.

E’ che non abbiamo inchiostro abbastanza. Abbiamo troppa musica da ascoltare, troppe mani da stringere, troppi abbracci da dare e ricevere, troppe cose da scoprire e condividere veramente, troppe pacche sulle spalle da prendere, troppa aria da respirare, troppi libri da leggere, troppi film da vedere, troppe persone da amare.

Noi, per loro, non abbiamo tempo. Non più.

di Paolo Pelizza

©2016 Rock targato Italia

 

Leggi tutto...
Sottoscrivi questo feed RSS

Contatti

ROCK TARGATO ITALIA
c/o Divinazione Milano Srl
Via Palladio 16 20135 Milano
tel. 02.58310655
info(at)rocktargatoitalia.it

Log In or Sign Up

Password dimenticata? / Nome utente dimenticato?