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TRA DESIDERIO DI FAMIGLIA E AMMUCCHIATA

TRA DESIDERIO DI FAMIGLIA E AMMUCCHIATA.

Lo so … direte che ne avete piene le scatole di sentire parlare di questo argomento.

Infatti, sui tram, nelle stazioni, nei salotti e nei bar non si discute che di questo. La questione appassiona talmente tanto da far passare in secondo piano il Campionato Europeo di Calcio.

Il tema, parlandone da viva, è l’Europa.  In particolare, l’uscita della Gran Bretagna dalla UE.

Chiedo venia ma, anche io non riesco ad esimermi da consegnarvi una visione. Lo faccio con l’umiltà di chi non conosce approfonditamente il tema e con la volontà di restituirvi una percezione non la verità assoluta. Vero è, che sul tema è stato detto tutto e il contrario di tutto non solo da politicanti alla ricerca di conferme su tesi irrazionali ma da esperti politologi, economisti, sociologi e autorevoli giornalisti esperti in queste questioni. Mai, come su questo ci sono state ricette e convinzioni diverse.

Tant’è. La Storia o meglio l’Utopia di un’Europa Unita davvero è naufragata drammaticamente come drammaticamente è tramontata l’idea delle Comuni e delle Famiglie Allargate dei tempi dell’Amore Libero. In definitiva, per le stesse ragioni.

In famiglia bisognerebbe essere tutti uguali e i più forti dovrebbero aiutare i più deboli.

In famiglia (allargata o no) ci si vuole bene e non si impongono punizioni fuori misura ai propri familiari che hanno sbagliato.

In famiglia ci si difende gli uni con gli altri.

O si dovrebbe …

L’Unione Europea è stata costruita è come una combriccola di hippies. Una famiglia allargata dove tutto funziona fino a quando l’amore libero e senza vincoli si scontra con l’egoismo e le gelosie facendola implodere.

E’ appunto su egoismo e gelosie ma, anche, diffidenza e scarsa stima dei propri familiari che la UE sta cominciando un percorso che (credo) la porterà ad essere più piccola e meno influente.

Si pensava fosse una famiglia e invece era un’ammucchiata dove a godere dandolo sono sempre gli stessi.

Io non sono in grado di prevedere quello che succederà, tuttavia, penso che se vogliamo perseguire il sogno di Rossi e Spinelli si dovrà tornare a quello.

Che i cittadini britannici restino fuori o rientrino l’Europa da costruire è unita e democratica non accartocciata esclusivamente sui temi della finanza.

Non un’accozzaglia dove i singoli Stati concorrendo vanno a cercarsi il loro “posto al Sole” in barba agli interessi degli altri. Tra l’altro, spesso, dialogando con gente poco raccomandabile.

Un’Europa dei popoli, un’Europa della solidarietà, un’Europa in cui i cittadini eleggono democraticamente il Governo dell’Unione.

Soprattutto, un’Europa dove non governino lobbies, banchieri e tecnocrati.

Una famiglia vera, dove le risorse sono a disposizione di tutti senza tattiche ed egoismi. Una famiglia che rimetta al centro i temi fondamentali: la difesa dell’ambiente e della bio-diversità (vera emergenza sottovalutata), del sociale, dello sviluppo culturale e artistico (per cui non basta fare bandi scritti da tecnocrati che niente ne capiscono).

Se non si andrà in quella direzione, la sorte dell’Unione è segnata indipendentemente da uscite democratiche o rientri forzati. E sarebbe un peccato, le ultime generazione hanno creduto a quel sogno. Si sono sentite autenticamente europee:le generazioni Erasmus.

Io stesso, molti anni fa, ho vissuto a Londra (guarda caso) e ho apprezzato quel popolo fiero e gentile. Ho capito perché sotto le bombe tedesche sono riusciti a resistere così a lungo difesi soltanto da un manipolo di aviatori spesso stranieri riparati lì da Polonia, Francia e altri Paesi occupati. Quel sacrificio ha permesso la controffensiva e di sconfiggere il nazi-fascismo in Europa.

Ho respirato quella tensione di libertà che solo dentro alla più antica democrazia del mondo si può provare.

Oggi, critichiamo quella democrazia come metodo perché potrebbe sottrarre chi ha maggiormente fornito le condizioni e l’humus per la nascita dell’Unione.

Eppure, l’esame di coscienza dovrebbero farselo altri, non gli inglesi.

Paolo Pelizza

 

2016 Rock targato Italia

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Gli dei del Metallo

Gli Dei del Metallo.

2 giugno 2016.

Festa della Repubblica in Italia, Festa del popolo del Metal all’Autodromo di Monza.

Se si arriva da Biassono, si trova anche parcheggio facilmente (soprattutto con la proverbiale fortuna del mio amico ed editore Francesco) e la passeggiata di circa un chilometro per arrivare al sito dove si svolgerà l’happening musicale è in mezzo al verde e allietata dal passaggio in pista di alcuni centauri indemoniati.

Le chiacchiere si concentrano sul fatto che dovevano esserci due giornate, una annullata per via della defezione di Kiss e Down. C’è entusiasmo, sì ma, con una venatura di tristezza e con la grande speranza che gli headliner Rammstein non facciano sentire troppo la mancanza degli illustri assenti.

Arriviamo (colpa mia, stavolta!) in ritardo per ascoltare gli Halestorm e tutte le altre band mattiniere … l’evento cominciava alle 11.00 antimeridiane!

Per noi inizia con i Gamma Ray. La band tedesca capitanata da Kai Hansen ha un nome e una storia, essendo in giro dalla fine dei meravigliosi anni Ottanta. La prima cosa che balza all’occhio (o meglio all’orecchio) è la loro assoluta assonanza con il metal di quegli anni. Più Judas Priest e Saxon che Iron Maiden e Black Sabbath.

Una difficoltà che trovo nel seguirli è che, anche il loro modo di tenere il palco è rimasto a quel passato decennio.

Così si trascinano in una performance un po’ stanca con qualche punta di eccellenza nelle armonizzazioni ma, dando la precisa sensazione di essere arrivati all’appuntamento con il Gods of Metal di Monza, stremati.

Dopo la loro esibizione e dopo l’intervento di roadies  veloci quanto si può andare sulla pista di Monza, si esibiscono i Sixamm.

La prima cosa che mi colpisce è l’impatto con il pubblico. Promettono divertimento urlando Your Motha Fucka come se fosse un mantra. La seconda è la base ritmica solida e poderosa gestita con la precisione di un metronomo dal bassista. E’ una band che non conosco e chiedo lumi ad un vicino di prato. Mi conferma che il bassista e fondatore è Nikki Six che aveva prestato un più che onorato servizio tra i mitici Motley Crue. Fantasia e un po’ di solarità come solo una band californiana può mettere in album che hanno titoli come Prayers for Damned (in due volumi), This is Gonna Hurt e il meno recente The Heroin Diaries Soundtrack, ad esempio. Grande l’idea del duello-duetto con una delle due formidabili coriste di cui erano dotati. Bravi e divertenti.

A questa punto, cominciano le band di culto. Così arriva il momento dei Megadeth.

La banda di Mustaine mette subito le cose in chiaro. Questo genere si chiama heavy metal e, nel caso non abbiate ancora capito, da adesso non avrete più bisogno di spiegazioni. In realtà, i Megadeth esplorano molti dei sottogeneri (trash, speed metal, etc.) e lo fanno da virtuosi. Anche la loro base ritmica è dritta e potente come un treno ma, qui si tratta di alta velocità.

Rispetto a due anni fa a Rho Fiera sono anche più in forma, è vero. Tuttavia, dopo qualche brano pur apprezzandoli, non riesco ad evitare di cominciare ad annoiarmi un po’ a seguire scale che vanno e vengono. Mi sembra uno sfoggio di virtuosismo fine a sé stesso. Tra l’altro, la scarsissima indulgenza verso momenti, suites, intro che abbiano un  qualche cosa di melodico me li rende un po’ uguali e piatti.

Applaudo comunque il loro talento e la loro generosità. Pochi artisti si concedono come loro con il pubblico.

Ad anticipare lo show dei Rammstein  arrivano i Korn. Insieme ad un altro paio di band americane, sono i sommi sacerdoti di quello che è stato chiamato in molti modi: nu metal, rap metal, funk metal, etc.

Premetto che non sia propriamente il mio genere: sul metal sono più amante dei classici e delle avanguardie, piuttosto che delle contaminazioni che trovo più appropriate quando avvengono in altri generi musicali … li trovo, comunque, divertenti. Purtroppo la mia conoscenza della loro musica si limita alla cover dei Metallica, One … che è bellissima in qualunque modo la si interpreti.

E’ il turno dei Rammstein … come poi avranno fatto, in poco più di un’ora, a montare il palco del loro spettacolo attiene più a specialisti dell’esoterismo che a tecnici dell’organizzazione!

Nel frattempo, ci mangiamo un panino insieme ad un’allegra comitiva di tedeschi che, sfatando un po’ di mitologia su loro stessi, ci appaiono affabile, amichevoli e equipaggiati con un discreto senso dell’umorismo.

I Rammstein mettono in scena un vero e proprio recital e, in barba a tutto quello che posso pensare e che ho espresso più sopra, il loro industrial metal è bello, coinvolgente e pieno di suggestioni. In più, tra ironia, citazioni di Metropolis di Fritz Lang, pirotecnia, effetti di luce, fumo e fiamme la band ex DDR ci piace per musica e atmosfere.

Anzi, al di là di effetti speciali e pantomime, la loro musica è davvero interessante e di qualità.

Stupefacente poi, vedere i fan italiani cantare in tedesco insieme ai loro colleghi arrivati dalla Germania … meno male che gli italiani non conoscono le lingue straniere.

Forse, vista la ricchezza e la qualità generale dello show, un po’ sottotono il bis.

Ce ne andiamo, certi di aver passato una bella giornata e un po’ scorati per il fatto che una esplorazione, una nuova esperienza come quella della band tedesca in Italia è quasi impossibile per piccolezza di intenti e miopia di chi gestisce il mercato della musica. Tutto deve essere uguale, dello stesso genere, con personaggi e voci identici, con arrangiamenti fotocopia … noioso e poco vantaggioso se ci si rivolge al mercato globale.

 

Per quanto riguarda l’evento, da rilevare: l’atavica scarsità di bagni chimici, mitigata dalla possibilità di approvvigionarsi del vicino boschetto.

Come al solito, impeccabile l’azione del personale di servizio e della sicurezza: sereni, autorevoli e cortesi.

Un paio di interventi dei paramedici (discreti ed efficienti) ha dato assistenza ad alcuni ragazzi che avevano esagerato.

Per il resto, un happening rock come tutti gli altri: vecchietti, famiglie e ragazzi tutti insieme senza problemi per godersi la musica e la grazia degli Dei.

 

Paolo Pelizza

© 2016 Rock targato Italia

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Un paio di righe per Muhammad Ali

Un paio di righe per Muhammad Ali

Ieri, ci ha lasciato una leggenda del pugilato, un campione di pacifismo e un combattente per i diritti civili.

La parabola di Mohammed Ali musulmano e icona del ‘900 è finita. Il suo ultimo incontro, l’ultimo round l’ha perso contro la malattia.

Oggi è il giorno delle lacrime ma, domani sarà il momento della riflessione.

Riflessione sul suo esempio, il suo altruismo, la sua gentilezza e il suo impegno civile. Spero che ci sia di ispirazione. Spero che possa farci anche un po’ vergognare per la nostra indifferenza e il nostro qualunquismo.

Ieri, sono stati anche ritrovati i corpi di tanti esseri umani come noi. Nei nostri mari, nei nostri fiumi, sulla nostra terra. Gente che scappava dal proprio paese per carestia o guerra. Uomini, donne e bambini disperati che hanno rischiato tutto per venire qui e hanno perso. Persone che hanno coltivato il miraggio che noi si sia come Ali.

Si sono sbagliati

Paolo Pelizza

© 2016 Rock targato Italia

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Marco, eroe di civiltà.

Marco, eroe di civiltà.

Era il 1978.

Due donne: una più avanti con l’età, l’altra intorno ai trent’anni.

E’ domenica e siamo fuori dalla bellissima Basilica di San Lorenzo, davanti alle Colonne a Milano. E’ un maggio primaverile, di quelli miti e piovosi. Nelle orecchie, ancora l’eco della voce profonda del prete. Durante, l’omelia aveva tuonato, richiamando tutti ai valori della vita e del diritto naturale. Di più. Se fossero passati i quesiti referendari dei Radicali, si sarebbe dato il via ad una moderna “strage degli innocenti”.

La più giovane ha la stessa idea del parroco. L’aborto è omicidio volontario e difende con l’anziana il suo punto di vista. La donna più matura le sorride. E’ cattolica, dice. Non vuole, però, che la sua fede impatti sulla vita degli altri. Per questo, voterà al referendum: perché le donne siano libere di decidere e non siano obbligate ad essere prigioniere della loro biologia. Impensabile oggi vincere un referendum con il voto delle “beghine” cattoliche!

Ero bambino e ne capivo poco. Frequentavo le elementari dalle suore ed ero stato imbevuto, indottrinato quotidianamente di fede e valori cristiani. Allora, non sapevo quello che so ora. Come potevo …

E’ stato più avanti che ho incontrato Marco Pannella e il Partito Radicale. Sono stato, anche, iscritto per un breve periodo. Ne ho condiviso e ne condivido molte delle battaglie. Dico questo, per onestà intellettuale. Come ho detto: io non mi nascondo.

Le lotte referendarie vittoriose (sul carretto dei Radicali, poi, salirono in troppi … tanti da far scendere chi aveva condotto la battaglia e l’aveva vinta!), l’antiproibizionismo, l’impegno internazionale per la moratoria sulla pena di morte, l’accorata richiesta di un’amnistia in Italia e di condizioni più umane per i detenuti  … Marco Pannella era ed è un eroe di civiltà. Senza di lui e il suo partito, il nostro Paese vivrebbe una stagione ancora più oscurantista e medievale.

Negli ultimi anni, infatti, sulla laicità dello Stato (sancita dalla nostra Costituzione) si è un po’ derogato. Forse perché, con l’ascesa del fondamentalismo terrorista islamico e la sua globalizzazione, viene più comodo definire una dicotomia noi-loro. Questa logica così semplice è quella che ha animato tutti i genocidi della Storia: se stiamo male è perché ci sono loro. Così ci siamo rinchiusi volontariamente in un recinto di identità di maniera che ci cela la vista del mondo, che ci priva delle necessarie conoscenze ed esperienze che sono la chiave della comprensione.

Pannella e i Radicali sono stati i primi a denunciare il fallimento delle decennali politiche di proibizionismo sulla droga. Sono stati i primi ad intuire che si creavano due business: quello illecito dello spaccio da parte delle organizzazioni criminali e quello della repressione. Ma sono le mafie per prime a non volere la legalizzazione: le perdite le renderebbero molto meno influenti e perderebbero di attrattiva e potere.

Anche su una giustizia più giusta. Una giustizia “vera” che non sia vendetta sociale, ci siamo un po’ persi. Abbiamo incoronato la Magistratura inquirente come se fossero i nostri vendicatori contro la politica. Peccato che i politici nelle Istituzione e nel Governo li mettiamo noi: con il voto. Indebolendo la politica, abbiamo “spuntato” le armi che ci permettevano di decidere, di cambiare.

Tutte le battaglie dei Radicali sono state condotte con lo strumento della Non Violenza.

Potremmo allungare di molto l’elenco dei meriti e delle suggestioni che Marco e i Radicali ci hanno portato: l’accordo ottenuto dalla Bonino in alcuni Paesi africani per la messa al bando delle mutilazioni genitali femminili, l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti (il referendum passò e il finanziamento rimase … solo i Radicali decisero di non accettarlo), la grazia a Saddam Hussein, il testamento biologico, l’eutanasia, i diritti civili … ci potremmo scrivere un tomo di grosse dimensioni. Qui, lo spazio è poco.

Marco Pannella è stato un Campione della nostra democrazia. L’ultimo.

Al di là del cordoglio e dei rimpianti, spero che la sua eredità di passione e contenuti non veda persa.

Grazie, Marco.

Paolo Pelizza

© 2016 Rock targato Italia

 

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