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Impressioni di novembre…

Un muro, un bambino che disegnava chitarre e “qualcosa”.

Impressioni di novembre…

Era novembre, trenta anni fa. Un novembre freddo e nebbioso. Non uno di questi nuovi “novembri” soleggiati con ventiquattro gradi che si alternano a piovaschi monsonici. Eppure, era, a suo modo, caldo. Era il calore di una speranza che si è miseramente spenta, soffocata da un mondo diventato sempre più gretto, stupido ed egoista.

Il mondo stava conoscendo la fine della Guerra Fredda, la fine del terrore dell’Olocausto nucleare. Il mondo stava sperimentando il seme della speranza nel futuro. Un futuro di pace e di prosperità, si credeva. Il mondo così come lo conoscevamo, finisce. Demolito come quel muro che divideva una Berlino libera da una Berlino prigioniera del totalitarismo della “Cortina di Ferro”.

Ma quella “fine” ci ha portati a concetti ed esperienze più deteriori (se possibile). Il mondo divenuto più piccolo della globalizzazione è più piccolo solo per le merci. Per le persone “muoversi” è impossibile. Il Capitale rimasto unica dottrina decide i destini di popoli e nazioni su base aritmetica. La finanza diventa il Grande Gioco virtuale ma che impatta sulla vita della gente in modo dirompente… Se pensate che sono problemi dei Paesi del Terzo Mondo e che esagero, provate a chiedere ai greci. Chiedete ai medici senza farmaci negli ospedali. Chiedete alle scuole senza insegnanti.

No. Non rimpiango la tirannia. Nessuna tirannia è degna e non esiste segno o genere nei regimi. Sono regimi e basta. Ma, anche, questo della gestione del pianeta per via finanziaria è un regime. Più asettico ma altrettanto cruento e talmente efficace da essere capace di sospendere la sovranità popolare in paesi dalla grande tradizione e consapevolezza democratica senza che nessuno possa opporsi.

Oggi abbiamo anche il problema del riscaldamento globale, del sovrappopolamento planetario e dell’inquinamento. Problemi che non si risolvono con le auto elettriche (tra l’altro, l’elettricità è prodotta, per la maggior parte, bruciando carburanti fossili) o contingentando l’uso della plastica … Servono misure draconiane che ci porterebbero per direttissima a due secoli fa. Misure draconiane che solo il Fondo Monetario Internazionale può applicare se un paese indebitato viene sottoposto agli stress delle speculazioni del videogame globale che gestisce. Vi sembra credibile che si possa risolvere? A  me, francamente, no.

Così ricordo con grande tenerezza quel giorno di trent’anni fa. Un gruppo di ragazzi pieni di ideali davanti alla televisione. Qualche applauso ad accompagnare i colpi di piccone o di mazza. Qualche lacrima quando partono i primi abbracci tra le brecce aperte. Sembrava che, davvero, fosse in atto un cambiamento per il meglio. Che grande ingenuità averci creduto.

Era sempre novembre. Era appena l’inizio di questo millennio … eravamo scioccati dalle immagini delle due torri abbattute a New York. Eravamo in attesa che le guerre di Bush Jr. (ma dovremmo dire, quelle di Cheney) ci consegnassero ad un altro incubo che dura da allora. Era l’anno di Al Qaeda e di Osama Bin Laden. Era l’anno di Jennifer Lopez, di Alicia Keys e di Lenny Kravitz.

Mentre tutto non sarebbe più stato come prima, in un letto circondato dall’affetto di amici e familiari, si spegneva George a Los Angeles.

George aveva solo cinquantotto anni. Si è dovuto arrendere alla malattia dopo essere sopravvissuto qualche anno prima ad un’aggressione in casa sua, dove aveva rimediato qualche coltellata. George aveva sognato fin da bambino una carriera da musicista. Da piccolo riempiva i suoi quaderni di disegni di chitarre, finché i suoi genitori (facenti parte della working class di Liverpool) non avevano deciso di sostenere l’inclinazione del ragazzo per la musica e gliene hanno comprata una di seconda mano.

Strano il culto che alcuni fanno di questo strumento. Uno strumento che nasce esile… poco incline a suonare con le orchestre. Uno strumento che suona da solo, finché non incontra l’elettricità in una relazione indissolubile.

George entra nei Beatles minorenne: lo rimandano a casa dalla Germania per questo.

George mette a segno alcune composizioni tra “due pezzi da novanta” come McCartney e Lennon. E’ stato il fautore di quasi tutti gli arrangiamenti dei Fab Four. Insieme all’altro George (Martin, N.d.R.) è stato una delle due colonne portanti del genio degli altri due.

Tra i brani che riesce a piazzare ci sono capolavori come Here Come The Sun e Something. Quest’ultima è una delle più belle canzoni d’amore mai scritte (è dedicata a Patty Boyd), impreziosita da frasi di chitarra tutt’altro che banali.

George è stato il primo ad inventare la formula dei concerti a scopo benefico. George era un polistrumentista che spaziava dal sitar al violino, dalla sua chitarra al sintetizzatore. Ha subito la fascinazione dello spiritualismo induista, ha avuto amicizie longeve con Ringo Starr (con cui da solista ha collaborato molte volte) e con Eric Clapton (che sposò dopo che George ebbe divorziato dalla stessa Patty Boyd).

George Harrison è stato uno dei musicisti più significativi del XX Secolo e troppo spesso quando si parla di musica lo dimentichiamo.

A meno che non sia novembre.

Qualcosa di questo novembre (spero) resterà. Per quanto mi riguarda più di qualcosa; mentre la pioggia picchietta sul tetto, sto ascoltando All Things Must Pass (il primo album post Beatles) e penso che quella ingenuità ci ha cresciuto e perso.

La vera sconfitta, però, è stata diventare realisti. E’ novembre e a novembre si può tornare ad essere stupidi e pieni di speranze.

Di Paolo Pelizza

© 20149 Rock targato Italia

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Devi ancora inventare Euridice.

Devi ancora inventare Euridice.

Bel titolo, vero? Peccato che non sia mio (questa si chiama invidia bonaria).

Questa frase è sulla copertina di un libro di poesie (una volta, avremmo detto una raccolta ma, in questo caso, non credo che lo sia … penso più ad un concept book) di Gianluca Chierici edito da Oédipus.

Gianluca Chierici, milanese classe ’77, è autore dei film brevi L’ultimo compleanno di Venere (2003); Hystera, Premio Giuria al Mystfest di Cattolica (2008), OR, BJEM (2009), PickUp (2010); Fiaba di Daina (2012), Holy Mary (Short Film Club, 2014). Ha scritto e diretto la trilogia di lungometraggi indipendenti: La crudeltà dell’angelo (2004), Dannati (2005) e La chiave dei grandi misteri (2006). Ha pubblicato: Il libro del mattino (Acquaviva, 2005), L’eterno ritorno (Sentieri Meridiani, 2007), La madre delle bambole (Tracce, 2008 – Pr. Fond. Caripe), Il nome del confine (Joker, 2009), La stirpe del mare (L’arcolaio, 2010), Hanno amore (Perdisa Pop, 2010), Il grido sepolto (Ladolfi, 2017) e La storia di Layla e Yurkemi (Fara, 2018).

Tornando al libro oggetto di questo pezzo, Lorenzo Chiuchiù (il curatore della prefazione de Devi ancora inventare Euridice N.d.R.) ci suggerisce che “… Orfeo si volta deliberatamente e uccide ancora una volta Euridice, perché la sua nuova morte rovesci l’Ade ...”. E’ una suggestione interessante e ci spiega dove vuole portarci il poeta (almeno provando, umilmente, a fargli da esegeta non autorizzato).

Chierici, nella sua lirica così musicale, asimmetrica e dissonante, recupera il Mito. Lo recupera come unico antidoto contro gli inganni della Ragione. Lo recupera come antitesi delle sovrastrutture moderne. Lo recupera come unico pilastro della nostra saggezza, della nostra essenza più autentica e della nostra umanità. L’eccessivo ricorso alla ragione ci ha allontanati dalla più profonda comprensione della condizione umana. Nel Mito, al contrario, trovi tutto quello che ti serve: il noumeno, la coscienza e la conoscenza più autentica e istintiva.

Da lì discendono tutte le cose che sappiamo. Senza Mythos non ci sarebbe stato Logos. E’ l’origine di tutte le cose che sappiamo e pensiamo e di queste, quella più importante: la coscienza dell’abisso.

Il Poeta evoca, racconta, suggerisce i baratri sul cui bordo ci muoviamo a caccia del nostro essere esistentivo e di quello esistenziale. Il più delle volte, come inconsapevoli sonnambuli. In qualche caso come aspiranti suicidi, più raramente come lucidi viaggiatori.

Tra gli abissi canta l’onnipresente senso di vuoto, come schiuma quantica, che solo chi scrive può trovare davanti alla pagina bianca. Uno spazio pieno di speranze e opportunità ma che, spesso, si ribella al demiurgo.  Lo fa tra le profondità di una natura che comunica, ci parla e si ribella a chi non ha voluto sottostare alle sue regole. Racconta la fatica del Poeta, tra i segni e le parole nel dirimere i fantasmi che evocano: spettri mai paghi.

Chierici si piega al suo compito e al suo destino, realizzando un’opera che, in questi tempi, non dovrebbe essere importante, bensì fondamentale. Lo fa guidato dal mistero di una pietas che solo il Poeta può avere.

Lo fa cercando il vuoto nell’horror pleni dell’oggi e scovando la vita celata nella terra desolata. Il Poeta scava nel fallimento alla ricerca di un’altra Euridice per poter fallire ancora e ancora e ancora. Ci riconsegna  generosamente alla nostra condizione: quella che è stata, quella che è e quella che sarà … La nostra condizione più vera e immutabile.

Sì. Il Poeta ci guida e la sua musica decide la danza. Ma questa esiste solo per coloro i quali saranno capaci di sentirla.

di Paolo Pelizza

© 2019 Rock targato Italia

PS: Mi scuserete. Io cerco di stare lontano da temi attuali e dall’attualità in generale ma, purtroppo, non posso esimermi dall’esprimere la mia vicinanza al popolo curdo. Un popolo ancora una volta usato e tradito dagli amici e lasciato a vedersela da solo con l’ennesimo tentativo di genocidio. Voglio anche esprimere la mia più profonda vergogna per l’Occidente che può e deve fermare questa aggressione criminale e non lo fa. Come scrisse Tucidide “la colpa del male non ricade solo su chi lo fa…”.

 

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LA PARABOLA DI UNA RAGAZZA TEXANA.

LA PARABOLA DI UNA RAGAZZA TEXANA.

Era una ragazza bruttina del liceo. Priva di attrattiva per il gruppo di quelli più popolari. Anzi, era anche fatta oggetto di scherno e disprezzo, tanto da essere eletta come ”l’uomo più brutto della scuola”. Una vera loser che aggravava la sua situazione schierandosi apertamente per i diritti civili e contro la segregazione razziale nel Texas del Klan.

La musica dei neri, in particolare, l’affascinava .Quella commistione di tristezza e orgoglio, di impegno e forza d’animo dentro a quelle strutture poco lineari ma che ti entravano dentro. Così per gioco, cominciò a cantare nel coro della Chiesa  e registrò una serie di brani blues con J. Kaukonen (Jefferson Airplane) alla chitarra.

Frequentò con poco profitto l’Università ad Austin dove venne ammessa e dove finì per abitare in un quartiere dal nome tutt’altro che rassicurante di The Ghetto. Ma fece avanti e indietro dalla California dove visse anche a Haight Ashbury, l’Aventino degli hippies di San Francisco teatro della Summer of ’67. Non si esibì lì durante quella estate ma fu presente negli altri due appuntamenti epocali: il Festival Pop di Monterey e Woodstock.

 Non so quanti di voi hanno avuto la possibilità di vedere la sua esibizione dell’agosto del 1969 sul palco di Bethel, il più leggendario della Storia. E’ ipnotica. E’ energia e carisma. Ed è bellissima nel suo essere una ragazza normale. Dirà: “Sul palco faccio l’amore con venticinquemila persone, poi torno a casa da sola.”

Dichiaratamente bisessuale, coltiverà una lunga relazione con la sua amica e pusher Peggy Caserta.  Ebbe celebri amanti come Jimi Hendrix, Joe Mc Donald, Seth Morgan e, anche, Leonard Cohen che le dedicò una canzone in ricordo della notte passata insieme (Chelsea Hotel #2).

Le vessazioni subite da adolescente, però, le avevano lasciato dentro ferite insanabili che si erano manifestate con una fame, una brama di vita, di sesso, di eccessi.

Così comincia con l’eroina, dalla quale a tratti prova a liberarsi. Quella con la droga diventa la sua relazione più duratura.

Quella maledetta fame ce la porterà via il 4 ottobre del 1970, consegnandola alla leggenda in una stanza di hotel a Hollywood a soli 27 anni. Anche lei entrerà a far parte del tristemente famoso “Club dei Ventisette”.

Ma entrerà nella Rock ‘N Roll Hall of Fame, la rivista Rolling Stones la metterà al 46° posto della speciale classifica dei più grandi artisti di tutti i tempi e sarà insignita di un Grammy Award alla carriera.

Big Mama Thorton, una delle sue artiste di riferimento, di lei dirà: “Questa ragazza ha il mio stesso sentire”.

Rileggendo la storia di questa ragazza texana straordinaria e tragica, più che dell’artista, la cosa che colpisce è la grande umanità e l’impegno messi nel lottare per quelli che non avevano diritti, che si volevano lasciare indietro. Lo ha fatto nel modo che conosceva e che gli riusciva meglio. Forse, quella sua umanità potrà essere un esempio per questo mondo egoista, ottuso e fallito. Una piccola scintilla per provare a cambiare rotta nel tempo che ci resta.

Janis Joplin, 19 gennaio 1943 – 4 ottobre 1970

di Paolo Pelizza

© 2019 Rock targato Italia

PS: Molti di voi mi hanno sollecitato con molti argomenti, negli ultimi giorni. Prima di cominciare questo “pezzo” è scomparso Peter Edward Baker detto “Ginger”, uno dei più grandi batteristi di sempre. Lo ricordiamo qui con grande affetto e con la certezza incontrovertibile che ci mancherà moltissimo. Così come il 26 settembre scorso è stato il cinquantesimo anniversario dell’uscita di Abbey Road, un album che è tra quelli consegnati al mito. La ricorrenza è stata celebrata con l’uscita di una Special Edition del disco che è (mentre scrivo) al primo posto delle classifiche nel Regno Unito. Ho deciso, alla fine, di ricordare Janis Joplin perché mi sono reso conto che ho parlato molto poco delle donne che pure hanno fatto grande la Storia della musica e del Rock. Con tutto il rispetto, mi sembrava doveroso colmare questa mancanza.

Il vostro amichevole Visionario resta sempre e comunque a disposizione per suggerimenti e critiche.

 

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BON IVER - COMPENDIO DI UN PROFETA DELLA MUSICA CONTEMPORANEA

Cari Visionari, ricevo da un giovane che mi legge e (spesso) mi suggerisce dei contemporanei da ascoltare questo articolo e sono felice di ospitare questo suo pezzo nella mia Rubrica.

Questa la Visione di Andrea!

BON IVER - COMPENDIO DI UN PROFETA DELLA MUSICA CONTEMPORANEA

Chi o cosa fa di un’artista un vero artista? Domande enormi su concetti le cui risposte molto spesso risultano banali e la società attuale può svilirne il significato. Penso che un vero artista sia colui che sa scavare dentro di sé, la propria sofferenza - senza di essa l’arte potrebbe non esistere - e riemergerne con una propria voce, chiara e tangibile. Ma soprattutto, una volta che quella voce è stata acquisita e fatta propria, distruggerla e costruirne una nuova innovandosi costantemente. Rimanendo ancora sé stessi.

Questo sono i Bon Iver: innovazione e contemporaneità. Ne ha fatta di strada Justin Vernon dal lontano 2007 quando, separatosi dalla sua compagna e affetto da mononucleosi, si ritira nella baita innevata di suo padre in Wisconsin dove partorisce quel capolavoro folk fino ad ora inarrivabile che è For Emma Forever Ago. Un esordio dove il candore è capace di sciogliere gli inverni più rigidi. Giornate scandite da legna accettata, cacciagione mattutina e litri di birra. Il ritorno all’essenzialità, l’abbraccio e la cura della propria anima partoriscono un lavoro trascendentale. Da lì il successo inaspettato e planetario, che lo consacra come nuovo Messia del cantautorato americano. Ma non ha mai voluto il successo come lo intendiamo noi, gli è capitato quasi per caso. Canzoni frutto del dolore e del non essere quello che tutti vorremmo essere a un certo punto della nostra vita lo hanno catapultato sulla scena internazionale.

Ma non era più lì. Nel 2011, diventata una vera e propria band, Justin Vernon pubblica l’autocelebrativo Bon Iver, Bon Iver; un album corale e ricco di sonorità che spazia dal folk al post-rock a ballads di ispirazione marcatamente anni ’80, che non sfigurerebbero in un disco di Peter Gabriel. Holocene, uno dei singoli trascinanti del disco, ha dentro di sé il ritornello/strofa simbolo di quello che è ora e di cui si vuole liberare:

And once I knew I was not magnificent

Lo canta con disarmante bellezza, in un crescendo emotivo. No, io non sono un Profeta, non sono un Messia, ma semplicemente Justin. Umano e quindi imperfetto. Il disco fa incetta di premi tra cui due Grammy, lanciando definitivamente i Bon Iver tra i grandi della scena mondiale.

Philosophize your figure

What I have and haven't held

You called and I came, stayed tall through it all

Fall and fixture just the same thing

Nel 2016, cinque anni dopo il disco omonimo, Justin Vernon pubblica 22, A MIllion il suo album più audace e sperimentale. A detta di chi scrive questo è l’album della svolta, il punto di non ritorno, nonché il loro capolavoro avanguardista come lo era stato Kid A diciotto anni fa per i Radiohead.

La voce di Justin Vernon rimane il perno, il fulcro da cui tutto deriva. Sono i Bon Iver, ma allo stesso tempo non lo sono più. La sua voce è filtrata da vocoder- il suo ingegnere del suono Chris Messina costruisce un prototipo che esalta il suo baritono/falsetto - glitchata, frammentata e ricomposta. I titoli delle canzoni talmente criptiche che anche un professore universitario di semiotica avrebbe difficoltà a comprendere: 22 (OVER SOON), 33 “GOD”, 29# Strafford APTS e 8 (circle) sono pezzi di rara bellezza. Destrutturando di nuovo sé stessi per creare un qualcosa di nuovo, i Bon Iver sono arrivati a un punto di non ritorno nella loro storia discografica.

Nel frattempo il progetto prosegue e si allarga, creando collaborazioni con chiunque il ragazzone proveniente da Eau Claire, Wisconsin si sentisse stimolato e ispirato: nomi che vanno da Kanye West (suo grande estimatore), Eminem, James Blake e molti altri. Ha creato i Volcano Choir, i Big Red Machine e la piattaforma PEOPLE, una community dove lui e i suoi colleghi musicisti possono condividere materiale inedito e collaborare a nuove produzioni.

Ho avuto la fortuna di assistere alla loro unica data lo scorso 17 Luglio al Castello Scaligero di Villafranca. La band mancava in Italia da sette anni e di strada ne è stata percorsa. Location suggestiva come poche al mondo, ha accolto diecimila persone dentro le sue mura medievali per un evento sold out da mesi. Puntuali alle 21:15, in pieno tramonto, il gruppo entra in scena. Il set up è essenziale, funzionante al mood che il concerto sta per creare, con uno schermo in fondo al palco a proiettare i video e luci con teste remotate sul palco. Si inizia con Perth, e meglio non si potrebbe iniziare. Vernon arpeggia la Gibson, trasportandoci nel suo mondo, con le due batterie che partono con il loro incedere marziale. Grande canzone post-rock. Vernon e soci dividono lo spettacolo in due atti, si ritirano nelle quinte per una ventina di minuti per poi riapparire solo lui con la acustica: è il momento di Skinny Love, una delle canzoni più coverizzate negli ultimi anni, cantata con l’abbacinate emotività che la caratterizza. Rientrano tutti, e la seconda parte della performance sarà un crescendo sempre maggiore, riuscendo nella non facile impresa di suonare tutto il meglio dei loro tre dischi. Mi giro attorno e tutto il pubblico attorno a me proveniente da mezza Europa è silenzioso e attento, coinvolto con catarsi al misticismo di ciò che stanno vedendo e sentendo. A fine esibizione tutti in visibilio, e Justin Vernon sentitamente ringrazia commosso. Concerto perfetto.

Meno di due settimane e a sorpresa i Bon Iver pubblicano il loro quarto album sulle piattaforme digitali e non il 30 Agosto (che rimane la data delle copie fisiche). A quest’opera i collaboratori si sprecano, da James Blake a Aaron Dessner dei The National, da Moses Sumney a Bruce Hornsby dei The Grateful Dead. Il gruppo si è allargato, e oltre alle collaborazioni esterne si può dire che i Bon Iver non sono più una band ma un vero e proprio collettivo. Questo quarto disco, “i,i” è il suo nome, non si allontana di molto dalle sonorità del suo predecessore, ma accorpa in modo fluido e linfatico tutte le sonorità che il gruppo ha ricercato in questi anni -folk, elettronica, post-rock, r’n’b e soul - facendolo diventare quindi il loro disco più completo e armonioso.

In una recente intervista, Justin Vernon ha dichiarato che “i,i” chiude un metaforico ciclo artistico in cui ogni disco è associato alle stagioni, partendo dall’inverno di For Emma Forever Ago e arrivando all’autunno di quest’ultimo. Una fine quindi, e probabilmente un nuovo disco. Non si sa se dopo quest’ultimo lavoro e il tour che segue il progetto Bon Iver finirà, ciò che però sappiamo è che la musica di Justin e soci è luce salvifica, raggi di purezza capaci di perforare qualsiasi nube si presenti nel mondo e nella nostra vita quotidiana. E sì, ne abbiamo davvero tanto bisogno.

di Andrea Giacchetta

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