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Tre Piccole Pietre Miliari

Tre Piccole Pietre Miliari.

Una serata fresca di fine aprile passata a chiacchierare seduti fuori da un bar con un amico musicista. Lui è curioso su alcune mie certezze …

Mi chiede come si fa a dire che un artista è meglio o peggio di un altro. Mi vuole spiegare che non esiste un algoritmo per determinare quale sia musica di qualità e quale no. Non c’è nient’altro che il nostro gusto ad orientarci … Così come per il cibo, il vino, etc. Mi mette in guardia da esprimere giudizi su chi sia stato più bravo nelle stesure, negli arrangiamenti e nelle performance! Sono, sostiene, argomenti aleatori.

Sorseggio una delle rare birre bevute nella mia vita (non perché sia astemio ma, perché amo di più vino e cocktails) e dopo qualche secondo di riflessione provo a rispondere.

Se non esiste un algoritmo vuol dire che non serve. La nostra vita è già governata dagli algoritmi: ci si fanno le app per i telefonini, ci si scrivono i software e i social networks … Direi che, forse, non è un algoritmo lo strumento di cui abbiamo bisogno. Capisco, però, che il mio amico sia figlio dei nostri tempi e che abbia una particolare fascinazioni per la matematica applicata.

Come esiste la Storia, come si può studiare filosofia così si può determinare, senza avere la presunzione di essere esaustivi, quali siano stati i grandi musicisti senza per questo dover utilizzare un procedimento di calcolo sistematico (ammetto che questa definizione l’ho trovata su Google, perdonatemi!) ma, semplicemente, facendo un po’ di ricerca.

Diciamo che, a mia personalissima opinione, ci sono due parametri per poter “giudicare” quello che è successo dalla seconda metà del Novecento a oggi. Il primo si basa sull’oggettiva analisi delle innovazioni che un artista portava nelle sue composizioni in termini di scrittura e/o di suoni. La seconda è quanto, poi, le nuove strade siano state poi battute da altri. In effetti, spezziamo una lancia a favore del mio amico, il tema non è chi sia meglio di altri, bensì chi sia stato più originale e influente. Potrei azzardare anche una terza ipotesi: quanto quei musicisti e la loro musica abbiano contribuito a cambiare (o a indicare la strada per farlo) la nostra società.

Farò tre esempi. Le chiameremo “le tre piccole pietre miliari”.

Jimi Hendrix nel 1966 con “Are you Experienced?” si piazza al secondo posto della classifica dietro Sgt. Pepper degli immensi Beatles. La “Experience” di Hendrix suona diversa da tutto quello che si poteva ascoltare prima e piace. Hendrix è grande anche e soprattutto dal vivo: è lui a essere il primo Guitar Hero. Da lì in poi, il suo modo di suonare e di usare gli effetti fa proselitismo. Pensiamo, ad esempio, a come (primissimo al mondo) usava i finali e a come lo fanno ancora adesso i chitarristi di band grandi e piccole.

David Bowie e la sua sconfinata vena creativa: sarebbero esistite band come Ultravox e Joy Division senza la sua “trilogia berlinese”? Ci sarebbero i Radiohead? La musica elettronica, in generale, sarebbe rimasta di nicchia? Certo, anche Bowie si era fatto contaminare dalla cosiddetta “scuola tedesca” come Neu!, Kraftwerk e Tangerine Dream ma, grazie anche alla collaborazione con Eno e Visconti, usa il sintetizzatore in modo diverso: un po’ come se fosse un filtro per gli strumenti “veri”, e tutto cambia. Iggy Pop si accredita nel mainstream ed entra in classifica con The Idiot. Si consacra come la star del punk con Lust For Life. Tutti e due prodotti e scritti insieme a David Bowie che per il tour del primo si presta anche a fargli da tastierista durante i concerti.

La terza è una vera chicca! Avete provato ad ascoltare “In the Court of the Crimson King” dei King Crimson? Se avete voglia di un’orgia di suites romantiche  sostenute da un’architettura sonora raffinatissima, provateci! Poi, pensate che quello era il loro primo album ed è del 1969! Si inserisce nell’era del prog e può essere considerato un concept album che arriva dopo il poderoso successo di altre band come Genesis e Yes. Tuttavia, per suoni e struttura scava un solco rispetto agli altri che lo rende attualissimo anche se ascoltato oggi. Robert Fripp e Peter Sinfield creano un opera in cinque atti (anzi in cinque brani) per raccontarci una vicenda fatta di storytelling e suggestioni sonore pregiate. Ci si perde piacevolmente tra frenesia e sogno alla Corte del Re Cremisi. Imponderabili, le ispirazioni che possono aver generato con la loro opera prima. Fripp sarà il chitarrista di Bowie nella composizione del terzo album della sua trilogia berlinese, Lodger.

E’ ovvio che sono tre esempi … Nella Storia ce ne sono molti altri di artisti e band seminali. Purtroppo, non c’è abbastanza tempo e spazio per poterli affrontare tutti e io ho finito la birra.

Un giorno, credo, ci doteranno di una app anche per questo.

Paolo Pelizza

© 2016 Rock Targato Italia

 

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Requiem per un Principe maleducato.

Requiem per un Principe maleducato.

Oggi il dolore è più forte ed è così per due ragioni.

La prima è che ieri è scomparso un genio della musica. Probabilmente, l’artista più significativo della scena musicale degli anni Ottanta. Molte le similitudine con un altro grande, David Bowie. Il Sottile Duca Bianco (scomparso anche lui recentemente) è stato, come Prince, produttore, musicista polistrumentista, compositore e talents scout. Se Bowie è stato il più influente artista degli anni Settanta, Prince lo è stato nel decennio successivo. Tutti e due hanno flirtato con cinema e teatro (non sono certo, però, che i progetti teatrali di musical di Prince abbiano mai visto la luce…).

In quel periodo, l’Europa si sta godendo ancora il fermento della new wave precedente. La scena britannica e quella tedesca offrono una produzione musicale di alta qualità che (guarda caso!) viene capita sia dal pubblico casalingo che da quello di oltreoceano ... Il panorama del rock è diviso tra seguaci del metal, discepoli del punk e amanti di forme più contaminate (soft rock, pop rock, rock’n blues, etc.). Sono gli anni della diffusione dell’elettronica che vive una stagione fortunatissima dopo gli esperimenti seminali dei vari Eno, Tangerine Dream, Neu!, Kraftwerk e, appunto, dello stesso Bowie (con Tony Visconti e Brian Eno). Mentre nel vecchio Continente  il punk diventa più istintivo e ignorante, l’elettronica si diffonde fuori dalla dimensione sperimentale di questi artisti demiurghi per diventare lei stessa un genere. Sembra esserci spazio per nuova qualità e nuove forme, per la composizione di un nuovo humus generatore.

La popular music americana deve riuscire a fare una sintesi più semplice. Dopo i gloriosi anni Sessanta e il decennio successivo un po’ in sordina per lo strapotere di grandi artisti e grandi band europee, l’industria americana cambia passo e si pone obiettivi ambiziosi e market oriented. Il pop vende bene. La musica targata USA scopre lo storytelling, i personaggi, il marketing. Ci si deve far ascoltare da tutti e bisogna, contemporaneamente, far ballare tutti. La ricetta più facile è quella che piace ai bambini e i discografici passano alla cassa sempre più compiaciuti. In questo laboratorio, vengono creati (o meglio, “potenziati”) il Re e la Regina del Pop, i Signori incontrastati delle hit: Michael Jackson e Madonna. Il primo etereo, alieno e ambiguo, la seconda aggressiva, spregiudicata e irriverente. Sul mercato entrambi esplosivi. Come sempre (se vogliamo dirla con Hegel), in Occidente, di fronte ad una tendenza ne nasce un’altra antitetica. La “nemesi” di queste grandi popstar arriva quasi subito sotto forma di un piccolo (era alto solo 1,58 metri), sfrontato afroamericano orgoglioso. Se loro sono Re e Regina, lui è Prince, il Principe. Entra giovanissimo come produttore alla Warner. Il colosso americano si rende conto immediatamente che ha in mano nitroglicerina pura. Il pop di Prince è diverso da tutto il resto: originalità nelle composizioni e nella scelta dei suoni, una certa ostentata sensualità e la determinazione di un forzato della musica. Per il suo lavoro in sala, suonando tutti gli strumenti si guadagna l’appellativo di “nuovo Steve Wonder”. Da For You a Purple Rain che entra in classifica come LP e come film (era riuscito solo ai Beatles) e consacra un personaggio che è l’opposto di Michael Jackson. Entra nell’Olimpo della black music ispirandosi a Hendrix (più sex symbol che guitar hero) ma, anche, a Frank Zappa mescolando sapientemente blues tradizionale, funky, dance e rock bianco. Prince crea tessiture e suggestioni attingendo alla classica, al folk e alla musica orientale. Prince è nero senza paure o vergogna, è maschio di carne e sangue, è sboccato. Non è un alieno androgino e dandy, non è una creatura che guarda verso l’alto alla ricerca di divinità sconosciute o dimenticate semmai, è un divoratore di vita e piaceri. Chi non è stato preda di un forte sortilegio erotico ascoltando e ballando Kiss prima che nelle discoteche la musica venisse bandita dalla techno?

La seconda ragione è che, pur avendolo citato molte volte negli ultimi anni, Prince è stato un po’ dimenticato. Quando scrivo di artisti seminali su Le Visioni lo scordo e, poi, dandomi dell’idiota prometto a me stesso di rendergli giustizia la prossima settimana.

Lentamente, però, il buon proposito scivola via dalla nostra memoria. Magari, perché vogliamo rispondere ad un lettore o perché la nostra attenzione o curiosità è catturata da altro.

Le prossime settimane sono finite. Ieri.

Oggi, possiamo solo fare ammenda e consegnare a queste righe il compito di farci perdonare ed esprimere il nostro profondo cordoglio, la nostra disperazione per un pezzo della storia della musica e della nostra storia che se ne va prematuramente. Ci corre l’obbligo, soprattutto, di ringraziare per i regali che questo grande artista ci ha fatto: la mia generazione è cresciuta con When Doves Cry, Purple Rain, Kiss, Sign o’ the Times come colonna sonora.

Addio Piccolo Principe. Oggi non piangeranno solo le colombe.

di Paolo Pelizza

© 2016 Rock targato Italia

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La stupefacente necessità di vane utopie.

La stupefacente necessità di vane utopie.

Il “pezzo” di questa rubrica pubblicato la scorsa settimana ha suscitato una reazione che ci ha colpito. In realtà, chi ha commentato lo ha fatto in forma privata chiedendo il mio contatto ad un comune amico. Per rispetto della volontà di questa persona non ne diremo il nome.

Premetto che, ricevendo la sua missiva, ho prontamente invitato l’autore a utilizzare questo stesso spazio per esprimere le sue considerazioni. L’invito, purtroppo, è stato (legittimamente)declinato.

Trovo corretto raccontarvi cosa è stato espresso.

Il “nostro” ci dice che è un assiduo frequentatore de Le Visioni e che apprezza, in particolar modo, quando parlo di film, libri e musica. Dichiara di aver prontamente comprato il romanzo di Mauro Garofalo recensito qui qualche settimana fa e di condividere il mio punto di vista sul libro. Tuttavia, si e ci pone una domanda. Perché faccio (spesso) politica? E ancora, dietro a Le Visioni c’è il progetto di un “Manifesto” o di un movimento? Se la risposta dovesse essere sì, ci spiega, che non ce n’è bisogno. Inoltre, il mio modo di pormi rispetto a temi molto complessi è infantile e utopico (usa queste stesse parole). Chiedo scusa per la brutale (ma esatta) sintesi.

Bene. Innanzitutto ci corre l’obbligo di ringraziare per l’attenzione che (sempre più) generiamo presso i nostri lettori. Grazie, anche a chi si prende il tempo e la briga di scriverci (soprattutto) per esprimere le proprie obiezioni, dissenso o perplessità.

Andiamo con ordine. In primis, Mauro sarà contento del suo apprezzamento. Chi scrive lo fa per i lettori. La politica … Io parto dal presupposto che tutti coloro i quali esprimano pubblicamente un’opinione su qualsiasi argomento facciano politica. E’ impossibile starne lontani, perché tutto è politica. Certamente, non “appartenenza politica” o quella modalità che serve per crearsi e organizzarsi un consenso dicendo alla gente quello che vuole sentirsi dire. Nemmeno quella da segnaletica stradale della destra e della sinistra. L’arte è politica perché contiene sempre un messaggio e quella più alta e maggiormente originale condiziona modi vivere, di pensare e, addirittura, di vestirsi. Penso alla musica degli Anni Sessanta e Settanta, per fare un esempio.

Quindi sì, faccio politica in questo senso. Ma, rassicuratevi, chi vi scrive non ha nessuna intenzione di scendere nell’Agone con un nuovo manifesto o con un nuovo soggetto (magari “umanista” come suggerisce il mio nuovo amico). Spesso cerco di stimolare solo una riflessione su modi di vivere consolidati che ci sono stati imposti e/o che abbiamo subito in modo acritico. Ad esempio, ho argomentato su questa diffusa tecno-filia che ci tiene chiusi in casa e che, semplificandoci la vita e i rapporti, ci toglie quella volontà di esplorazione, di scoperta e di libertà. Parlo di non cedere alla paura. Derogare alle libertà in cambio di una maggiore sicurezza vuol dire farsi opprimere per delega. Il mio è un altro punto di vista. Non sono Zarathustra, né il capo di una setta: non ho bisogno di seguaci o di discepoli. Non chiedo di credermi, solo (se volete) di ascoltarmi. Qualche volta provoco, è vero. Ma qui, non vi mentirò mai. Non ho aventi causa. Nessuna tessera di partito. Nessun progetto in questo senso.

Se ce n’è bisogno? Forse no. Forse, al contrario, è necessario riflettere sulla direzione che stiamo prendendo, su come acquisiamo facilmente e gratis le informazioni, sull’impatto che ha e che avrà sui nostri figli e nipoti la modernità. Le utopie sono vani esercizi, forse. Forse, ci permettono di vedere il mondo sotto una lente diversa. E’ stupefacente quante altre cose si possono vedere cambiando prospettiva. Per questo, bisogna continuare a guardare con occhi nuovi. E’ infantile? Sì, negli occhi dei bambini c’è sempre quella volontà di scoprire e decodificare il mondo. Riscoprire questa capacità innata ci può aiutare e, forse, salvare.

Sono molto felice di aver ricevuto il messaggio. Mi ha dato modo di spiegare. Sono solo un po’ dispiaciuto che non sia stato possibile un confronto aperto. Rispetto, ovviamente, le scelte di tutti. Io ho scelto di non nascondermi e rinnovo a chiunque voglia confrontarsi l’invito a farlo qui. Questo è davvero uno spazio “aperto”, uno spazio di libertà.

Paolo Pelizza

© 2016 Rock targato Italia

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La gradazione alcolica dello Spirito del Mondo.

La gradazione alcolica dello Spirito del Mondo.
Non mi è stato mai simpatico Hegel. Trovavo il suo “idealismo assoluto” una forzatura che funzionava solo all’interno dello schema che aveva lui stesso creato. Ma questo, mi direte, vale per tutti i filosofi.
Devo ammettere, però, che il fatto che esistesse un “spirito universale” che, durante la Storia, passasse da una latitudine all’altra, da un popolo all’altro mi intrigava. Così, provavo a desumere, che fosse passato di qui … che si fosse “incarnato” ai tempi dell’Impero Romano e, ancora, durante il Rinascimento. Hegel, che era tedesco, sosteneva che (alla fine) si sarebbe incarnato in Germania. Chissà cosa penserebbe oggi … Lo Spirito del Mondo e il Bund … mah..
Chissà dove si è andato a rintanare? Oggi, non vedo popoli o Paesi che possano dirsi rappresentativi di codesta benedizione. Forse perché, nel mondo globalizzato, la visione storicistica di Hegel non funziona più. Forse perché lo “spirito” ha cambiato forma.
Magari, guardandoci in giro, possiamo sostenere che o si trova in una fase di vacanza, oppure è salito esponenzialmente di gradazione. Credo, infatti, che ci sia una diffusa ubriachezza internazionale. Ubriachezza molesta, il più delle volte.
Siamo molto lontani dalle ispirazione che hanno portato reale progresso all’umanità. Viviamo intorpiditi come nel momento che precede il post sbronza.
Accademici colti e raffinatissimi mi perdoneranno se scherzo un pochino con Hegel. Lo so è uno dei giganti del pensiero occidentale, il più importante dell’Età Moderna. Sfortunatamente, c’è poco da divertirsi. Viviamo in un epoca di vuoto. I Maestri non ci sono più e quelli che ci sono hanno abiurato. Esistono ancora spazi di libertà solo se te li puoi permettere. Ogni questione è talmente contorta e complessa che ci mancano gli strumenti per decodificarla, per ridurla al minimo comun denominatore. Si passa da una schizofrenia ad un’altra. Dallo spread al nuovo smartphone, dalla crisi economica alla crisi internazionale, da Al Quaeda all’Isis. I nemici di ieri sono gli amici di oggi senza soluzione di continuità. Così ci rifugiamo dentro a schemi vecchi. Ci rassicura parlare con chi è come noi, con chi la pensa come noi, con chi vive nel nostro stesso modo. Scansando il confronto come fosse la peste bubbonica, ci perdiamo. Non cresciamo e alimentiamo il vuoto.
Il problema è che si tratta di un vuoto divoratore, una voragine ingorda come un buco nero. Il Chaos contemporaneo non è un nuovo Big Bang. Non è generatore di nulla se non di un generalizzato regresso culturale.
Non fraintendetemi, il mio non è un richiamo al nichilismo. Anzi, al contrario, è una call to action. Senza fermento, senza una volontà di comprensione non si andrà da nessuna parte e la confusione determinerà altri pasticci ed altre paure, ancora più difficili da superare, ancora più gravi.
Impossibile pensare di governare il mondo esclusivamente per via economica, eppure così facciamo. Lo diamo per assodato. E’ un teorema che abbiamo confuso con un assioma e abbiamo rinunciato a dimostrarlo. Forse, lo Spirito del Mondo è troppo forte e poco digeribile e noi restiamo in hang over.
Paolo Pelizza
© 2016 Rock targato Italia

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