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Il problema ontologico, sangue, zanzare e kebab.

Il problema ontologico, sangue, zanzare e kebab.

Questa è sicuramente un’estate ricca di eventi epocali. Qualche settimana fa, il fatto che il mondo stesse cambiando me lo aveva suggerito questo accadimento: la storia inizia con due simpatiche signore di mezza età, eleganti e passate, recentemente, dal parrucchiere che ho incontrato su un tram. Le due signore si erano inerpicate su un argomento che, evidentemente, stava loro molto a cuore e, cioè: quanto era ingiusto che loro stessero in piedi, abbarbicate agli appositi supporti mentre, una ragazza sudamericana con bimbo neonato era comodamente seduta. Argomentando da esperte del problema dei flussi migratori, spiegavano che non bisogna più farne venire di “questi qui”, perché poi non ci si può far fare nulla. Cosa facciamo? Li facciamo diventare tutti “kebabbari”? Ce ne sono troppi anche di quelli e poi, a loro il kebab neanche piace.

Io che, come sapete, ho un’intelligenza dentro alla media non riesco a capire cosa c’entri il kebab con il Sudamerica. Per carità, magari lo fanno anche lì … ma non credo che sia la specialità del continente. Avrei dovuto chiedere, perché ora questo dubbio mi dilanierà per sempre.

Penso, anche, che a questi discorsi ci si sta assuefacendo. Si abbozza. A volte, ti viene quel sorrisino sarcastico sulla faccia che racconta di profonda indulgenza e compassione per chi fa questo tipo di dichiarazioni. L’indignazione? E’ fuori moda, oggi. Oggi, ci hanno raccontato che quello è un problema e che se, non stiamo benissimo, è colpa loro. “LORO” è pregno di significati sinistri. Loro non sono come noi. Loro chiamano Dio in un altro modo o, addirittura, ne hanno un altro. Loro vogliono portarci via la nostra identità e sostituirsi a noi. Questi sono i discorsi (sic).

Nel frattempo, raggiungo due amici e andiamo all’Ippodromo del Galoppo. Ci sono gli Iron Maiden. L’organizzazione, come al solito (è Vertigo n.d.r.) è impeccabile, le zanzare implacabili. Saranno immigrate, anche queste … Ai miei tempi si paventavano per un’ora al tramonto e poi, all’alba. Queste sono stakanoviste del vampirismo, sono in giostra ventiquattro ore al giorno. Ci sbranano, nonostante i litri di Autan utilizzati.

Lo spettacolo comincia con la Battaglia d’Inghilterra. Sopra la testa dei musicisti appare addirittura un volteggiante Spitfire della RAF in scala 1 a 1. Bruce Dickinson appare sul palco facendo un salto di quasi due metri manco fosse Hussein Bolt ai tempi d’oro. Questi ultrasessantenni sono in forma smagliante e, ancora in grado di competere con un bel po’ di ventenni in energia e carisma. Sono come un vino importante che migliora con l’invecchiamento.

Il popolo dei Maiden è di sedicimila unità, stasera. Tutti attenti e coinvolti. Pronti ad esplodere sui “classici” come quando durante l’esecuzione di The Trooper, Dickinson sostituisce The Union Jack con il nostro Tricolore. Passano anche Run to the Hills, The Number of The Beast e Fear of the Dark. Manca The Rime of The Ancient Mariner alla scaletta, ormai da qualche anno. Brano al quale sono particolarmente affezionato.

Le scene passano dai cieli e i mari della Gran Bretagna del 1940, a quelli dell’interno di una catedrale gotica, allo storico campo di battaglia in Crimea. Le suggestioni sono sempre nel loro inconfondibile stile e, da sempre,  ci piacciono.

Cambia qualche arrangiamento. Secondo me, in meglio. A sorpresa, viene eseguita una intro con chitarra acustica, cosa inusuale per la band britannica. McBrain suona una batteria di 10 metri quadri preciso ed efficace come un metronomo anche sulle parti più complesse, così come Harris. Il concerto finisce dopo due ore e mi lascia con un certo numero di bozzi di zanzare, tre litri di sangue in meno ma felice.

Dopo qualche ora, le due signore mi tornano in mente. Scaccio il pensiero.

Il giorno dopo sono al Carroponte a Sesto San Giovanni, comune dell’hinterland milanese che è definitivamente stato inglobato dalla metropoli e che era famoso per le industrie e ora (più tristemente) è famoso per le dismissioni industriali e come uno degli zanzarifici più importanti della Lombardia. L’attesa è per  Alice in Chains. 

Prima di loro suonano i Rival Sons da Long Beach. Mi sento davvero ignorante perché non li conosco. Non conosco nemmeno i loro pezzi (nel momento in cui scrivo, credo di aver ascoltato tutto o quasi e sicuramente mi sono documentato ma, non farò quello che la sapeva lunga anche prima) ma sono belli, pieni di suggestioni blues e di armonizzazioni molto Anni Settanta (sinceramente, molto più Led Zeppelin che Stati Uniti del Sud). Il cantante ha una voce e un modo di cantare che ricorda molto quello di Plant, più ancora di come lo facesse Chris Cornell (che continua a mancarci terribilmente). Anche le chitarre sono molto vicine a quelle della più grande rock’n roll band ever. Suoni e stesure sono “evolut” dal rock’n blues e hard rock dei favolosi Seventies. Ci ripromettiamo di documentarci su Jay Buchanan e soci.

Le due signore tornano in un pessimo presagio. Cominciano gli Alice in Chains. Per me è la prima volta che li sento live e la primissima volta che li sento con la voce di DuVall (ha sostituito lo scomparso Staley, n.d.r.). L’inizio non è il migliore possibile. Il suono è impastato e la voce non si sente benissimo. Inoltre, questi ragazzi di Seattle sono un po’ ingessati e sembrano più voler officiare messa che coinvolgere il pubblico. Poi il livello della voce viene alzato (troppo …) rivelando che William DuVall non è nella sua serata migliore. E’ poco “in voce” e arriva spesso in ritardo. Il fonico, inoltre, sembra dover rincorrere i musicisti. Complici questi problemi e la loro stitichezza sul palco, la situazione non sembra decollare. Le cose cambiano (migliorando) nella seconda parte, dall’esecuzione di Down in The Hole (al Carroponte la cantano anche le numerosissime zanzare) e degli altri cavalli di battaglia. Il pubblico “scalda” il gruppo che prova a rispondere, con alterna fortuna, fino alla fine. Devo ammettere che sono uscito da lì un po’ deluso. Troppo poco per una band che ha fatto Storia ed è nel gotha di quelle che hanno un seguito planetario vendendo circa 35 milioni di dischi anche, quando i tempi avevano determinato che comprare un disco era un po’ da sfigato (e il sottoscritto era guardato con grande sospetto).

Nella mia testa, tornano ossessivamente le due signore. Mi viene da pensare di essere fuori moda. Eh già, perché io credo che dovrebbe essere proprio la difesa ad oltranza della nostra identità a renderci più aperti, solidali ed empatici. Penso che le due signore dovrebbero sapere che tutti questi sventurati che rischiano la pelle loro e dei loro figli, vengono qui perché i nostri governi e le nostre aziende internazionali (quelle delle economie forti) si sono appropriati delle loro risorse con mezzi sempre discutibili e, in alcuni casi, criminali ( ad esempio, privando intere popolazioni dell’accesso all’acqua). Le due signore dovrebbero sapere che i vescovi (in Italia) hanno (ri)trovato che nel Nuovo Testamento è scritto di amare il prossimo tuo come te stesso e che il Samaritano (infedele) andrà in Cielo perché ha prestato soccorso a chi ne aveva bisogno. Il Corano, anche lui, recita che chi salva un uomo salva tutta l’umanità. Non è che tutte questi benpensanti si approfittano della vacanza della divinità per praticare la più stupida delle superstizioni: che esistano dei noi e dei loro? Le signore dovrebbero, in conclusione,  assaggiare il kebab. Ogni tanto lo mangio perché mi piace.

Torno a casa con il fortissimo desiderio di provare anche quello sudamericano.

di Paolo Pelizza

© 2018 Rock targato Italia.

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Incanti Disincantati, De Profundis anticipati e Cocktails Bar.

Incanti Disincantati, De Profundis anticipati e Cocktails Bar.

Per questo periodo di silenzio, ho qualche giustificazione … sono rimasto vittima di un’influenza che tra bassi e alti mi si è trascinata fino ad ora e ho avuto alcuni impegni.  Chiedo scusa e voglio rassicurarvi che ora sto bene.

Tra questi impegni, ho tenuto alcune lezioni (sul linguaggio cinematografico e la sua evoluzione) in alcune scuole superiori. Un paio di queste avevano come indirizzo l’audiovisivo, in altre mi sono prestato per quella che, oggi, viene chiamata “co-gestione” … credo con il trattino.

Nell’ambito di queste, chiacchierando con studenti e professori ho avuto due rivelazioni: una che mi ha piacevolmente colpito e un’altra, strana e spiacevole. Partiamo dai dati positivi. I giovani di oggi sono molto lontani dagli stereotipi che ci vogliono far digerire media e benpensanti. Sono bravi, preparati e, umanamente, dritti. Per giunta, non sono bulli (esistono, e non dovrebbero, solo sporadicamente…  naturalmente, si parla di loro più di quelli che, magari, si buttano sui binari del metrò per salvare una bambina), non sono pigri, non sono stupidi e non sono neanche integralisti come me alla loro età. Ascoltano e ragionano. Spesso ti stupiscono per la maturità che dimostrano. Quindi, mi tolgo il cappello e chiedo umilmente perdono se, qualche volta, ho ceduto anche io a facili ed erronei giudizi.

Nella serie de Le Visioni intitolata Generazioni, ho spesso positivamente accennato a quei movimenti che ispirati ed ispiratori di artisti di tutti i linguaggi si sono spesi per un cambiamento. La serie continuerà. Tuttavia, ho pensato di fermarmi per parlare di questa generazione che ho avuto la possibilità di conoscere, seppur fugacemente. Così ho deciso di dedicare questo pezzo a loro senza fare apologia e cercando di essere razionale.

Quei movimenti giovanili non esistono più. E’ avanzata, di questi, la parte più deteriore e ideologica. Strumento aulico e inadatto nel mondo odierno è l’ideologia … Una bussola smagnetizzata dalla Storia. Eppure, io e molti della mia età sentiamo il bisogno di forze giovani che provino a generare un cambiamento dove noi abbiamo fallito. Samuel Beckett ha scritto: prova, fallisci, prova ancora, fallisci meglio …

I ragazzi che ho conosciuto sono sfiduciati. Si sono arresi ad una vita che sarà difficile e basta. Avere sogni è stupido, figuriamoci averne e cercare di realizzarli. Meglio il concorso pubblico che, ancora per poco, garantirà il posto fisso. Meglio arrendersi prima di combattere che andare incontro alla sconfitta. D’altra parte, il mondo che conoscono è questo: fatto di disoccupazione, incertezza, terrorismo e guerre, stritolato dalla finanza, basato sulle regole dell’economia per cui siamo numeri. Siamo numeri tutti quanti, però: chi si arrende e chi no.

Certo, il mondo fa schifo o quasi ma è governato da uomini. Uomini che quelle regole hanno fatto, cambiando quelle precedenti e provando a progredire. Io appartengo ad una generazione di sconfitti. Quelli che si sono arresi per primi sono seduti sugli scranni più alti delle Università, della ricerca, dei giornali, della politica e delle banche. Loro hanno avuto più fortuna di me (nella scelta dei tempi) ma, forse, io riesco a guardarmi nello specchio senza avere conati di vomito. Dato e non concesso che a molti di loro sia avanzato un pezzettino di coscienza.

Se sono qui ancora e scrivo è perché io credo ancora in un cambiamento. Credo che musicisti, scrittori, pittori, scultori, street artist, registi, etc. siano professioni quanto mai necessarie. Oggi per cambiare bisogna alzare il tono ed il livello. Spiegare ai contemporanei che la musica è una cosa seria e che non c’entra nulla con talent show pilotati o con le star del web costruite a tavolino. Bisogna avere il coraggio di dire che il cinema non è il video della gara di scoregge incendiate che si trova in rete. Che scrivere non è sapere usare word o pages … Che, al di là delle ultime evidenze di cronaca, non ci siamo mai confusi né sbagliati sul fatto che i social sono mezzi di condizionamento di massa e non uno spazio dove ognuno è libero di esprimersi.

Per cambiare serve impegno, serve partecipazione, servono visioni (non le mie), servono sogni e la volontà di realizzarli. Non potete recitare il De Profundis prima ancora di aver provato a scontrarvi con la vita. Tanto, sarà dura lo stesso. Allora, tanto vale vivere per le proprie illusioni e soffrire che soffrire punto. Mi rendo conto che non sia colpa dei giovani. La colpa è nostra. Siamo stati incapaci di incantarli, di spronarli a seguire la loro natura e le loro inclinazioni. Siamo stati maestri svogliati e, nella peggiore delle ipotesi, non abbiamo insegnato loro nulla. Non siamo stati chiari sul fatto che servono passione e competenza, non esiste una senza l’altra.

Vi racconterò una storia. Negli anni Ottanta, Milano era la città “da bere”. Fiorivano in ogni zona locali disegnati da architetti di grido, i proprietari si contendevano offrendo compensi incredibili i migliori barman, quelli con il gagliardetto dell’AIBES, quelli che vincevano i premi. I clienti conoscevano i cocktails ed erano esigenti e attenti. Così si servivano molti intrugli mescolati o shakerati. Ogni comanda era diversa: cocktail Martini, Rusty Nail, cocktail Bacardi, Beetween the Sheets, Alexander, i Flips e i Fizz, etc. I clienti, appassionati e sapienti, avevano costretto i gestori dei locali a fare un lavoro di qualità, alzando il livello se volevano sopravvivere alla concorrenza. Voi siete i clienti del mondo di domani e quella qualità di vita, equità, giustizia sociale e verità la dovete pretendere e perseguire. Non rassegnatevi come i poveri avventori di oggi che si accontentano di Mojitos e Moscow Mule preparati da gestori improvvisati barman.

Coltivate le vostre passioni, vivetevi bene quest’incertezza, i fallimenti, le gioie, non arrendetevi mai ma, soprattutto, bevete con moderazione … che detto da me …

di Paolo Pelizza

© 2018 Rock targato Italia

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A volte ritornano, quasi sempre.

A volte ritornano, quasi sempre.

Scusatemi per l’ennesima volta … Purtroppo, nelle passate settimane ho dovuto stropicciarmi gli occhi spesso e, ancor più spesso darmi dei pizzicotti per verificare se stessi sognando o meno. La notizia è che, no… non stavo sognando. Buona, non saprei.

E’ che sono stato assalito da un passato che credevo definitivamente tramontato nelle modalità e nei testimoni e che, per dirla tutta, non mi mancava.

Nella musica mainstream e nella politica, qui nulla si crea e nulla si distrugge ma, a differenza della principale legge della fisica, neanche si trasforma. E’ un eterno ritorno in un divenire più spaventoso del film di Tom McLoughlin che cito nel titolo di questo pezzo.

Siamo specializzati in resurrezioni? … Uhm, forse, più in riesumazioni.

E così, che so… Si fa l’apologia di un assassino che ha nostalgia di un’epoca in cui ad andare in Africa a rompere i cristalli in casa altrui, eravamo noi. Come lui, ci andavamo armati pesantemente e dall’alto della nostra bellica superiorità eravamo riusciti ad averne ragione facilmente. Loro erano praticamente disarmati e li abbiamo aggrediti a sorpresa. Un passato che non passa … Cambiano solo i vocaboli: se sei italiano sei un pazzo, se sei nord-africano un terrorista. Anche questo è uguale a sempre, nel nostro Paese: due pesi e due misure.

In politica sembra di essere tornati agli anni Novanta (ne parleremo nel nuovo Generazioni VI), con un giovane outsider di quasi novant’anni in testa ai sondaggi e la sinistra (esiste ancora? Boh …) che resta vittima di un altro scisma per eccesso di autocritica . Come sempre, nelle ultime competizioni elettorali, la montagna partorirà il topolino di un governo di larghe intese che il popolo sovrano non avrà eletto. Credo che si debba e si possa fare di meglio. L’Europa così come si è configurata nella sua costruzione e gestione dal 2002 è un comitato di affaristi e banchieri più interessati al profitto o a rimanere sopra la linea di galleggiamento, che ad un reale progresso e alla formazione di una cultura condivisa. Continuando così andrà incontro ad un fallimento annunciato. Sembra che ci sia la volontà di mantenere questo pericoloso status quo, anche dopo quello che è successo in Polonia e, nelle  ultime tornate in Germania e Francia, con le forze populiste, nazionaliste e xenofobe che avanzano stabilmente. Anche questo non l’avevamo già visto nel secolo scorso? Ricordate come è finita?

All’insegna dei ritorni (grandi, non so) è stato anche questo ultimo Festival della Canzone Italiana. Oddio, non che ci sia stato da trattenere il fiato per la suspence: tutti gli anni è la stessa cosa. Ha le sue polemicucce sui cachet di ospiti e conduttori, gli ospiti internazionali che vengono, gli outfit di conduttori e artisti, il “temino banalino” da lacrimuccia nazional-popolare e, infine, il riassuntino su tutti i telegiornali e i rotocalchi del regno. Insomma, è lui immutabilmente. Unica assente ingiustificata: la musica as usual.

Sono tornate alcune star o semi-star del passato. Alcune dal passato remoto. Più che spaventarci, ci hanno fatto tenerezza. Avremmo preferito ricordarle come le ricordavamo ed, invece, adesso quei ricordi sono stati cancellati per sempre, sostituiti da questi nuovi, non particolarmente edificanti.

Forse sono troppo caustico. Perché vedete, è difficile organizzare un programma progettato per seguire la demografia. Gli ascolti aumentano perché la popolazione invecchia e Sanremo è Sanremo. Anni fa avevo scritto un pezzo che si intitolava “Sanremo e i Dinosauri”. Mi sbagliavo a separare le due categorie: gli spettatori di Sanremo sono i Dinosauri.

Spettatori inerti come quelli che allo show partecipano, che si trascinano tra emozioni a buon mercato (neanche tanto!) e temi semplificati per farci sentire un po’ carogne, salvo poi investire il migrante fastidioso con l’automobile, già dal lunedì dopo. Giusto il tempo di farsi seccare il liquido salato sulla guancia.

Mi direte: c’è Sanremo Young! Avete ragione … Adesso si chiama young e non più Sanremo Giovani. Così sembra ringiovanito di un decennio, che diavolo!

Come se volendo spacciare la ricotta ai ragazzi, la si pubblicizzasse con il nuovo nome di “Raicotz” cambiandone la percezione o la sostanza.

In questi tempi, di sostanza, ne vediamo poca. Troppo poca, e sappiamo quanto ne abbiamo bisogno.

di Paolo Pelizza

© 2018 Rock targato Italia

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Generazioni V parte.

Generazioni V parte.

Ovvero: l’eredità degli anni Ottanta, la fine della Storia, le opportunità (perse) della globalizzazione, la genesi della Rete.

Si sono fatte molte ipotesi sull’eredità degli Ottanta. Sono stati anni densi di avvenimenti e tendenze. E’ molto complicato decidere su quale criterio basare un giudizio.

In musica, è il decennio del pop universale: facile e comprensibile per le  masse. E’ il decennio di forme artistiche pret-a-porter, della diffusione di un edonismo leggero (per non dire, frivolo), della misura del successo misurato dal denaro acquisito, della conclusione della Guerra Fredda e, alla fine, dell’istituzione del “pensiero unico”. Il comunismo aveva fallito e, bocciato dalla Storia, aveva lasciato il campo libero per il successo del capitalismo, dell’economia di mercato. Tutto vero ma, è stato anche il decennio della speranza di una pace stabile. Si poteva intravvedere, in prospettiva, l’idea dei guaranì (nativi del Paraguay) di una “Terra senza Male”.

L’ipotesi di un mondo reso più piccolo e unito decadrà immediatamente. La spinta verso un’economia globale diventerà da grande opportunità per tutti ad una sorta di nuovo colonialismo. Saranno gli interessi degli Stati più forti ad influire sulle dinamiche politiche di quelli più poveri, riducendo ulteriormente le loro possibilità in termini di pace, equità sociale e benessere.

Tuttavia, si moltiplicheranno gli appelli e le azioni per i diritti umani e civili. Ci saranno concerti, eventi, risoluzioni politiche (in particolare, in Gran Bretagna) per contrastare efficacemente la fame nel Terzo Mondo e si intraprenderanno missioni che andranno in quella direzione.

Nel 1988 i più grandi musicisti partiranno effettueranno un tour mondiale per festeggiare il 40° anniversario della Carta dei Diritti dell’Uomo. Nel mirino, soprattutto, il regime dell’Apartheid in Sud Africa, con gli accendini accesi e gli stadi in silenzio ad ascoltare “Biko” di Peter Gabriel. Prima, nell’85 (dopo Live Aid) artisti occidentali e africani danno vita al progetto Sun City (l’allora equivalente della Las Vegas americana dove tra casinò e hotel di lusso si consumava la tragedia dei sudafricani neri). Molti artisti partecipano dal rock, dal folk, dal reggae, dal jazz e dalla musica africana. Nascerà da qui l’humus che darà vita alla cosiddetta world music … un nuovo genere dove le varie forme, i generi e le tradizioni si mescolano per trovare nuove composizioni e nuove armonie.  Ne parleremo.

 L’apartheid non durerà ancora a lungo: nel 1990 Mandela verrà liberato dalla iniqua prigionia e nel 1991 cesserà ufficialmente.

Steve Van Zandt più noto come Little Steven, per essere uno storico ed eminente membro della E Street Band, dichiarerà che fare musica equivale a fare politica e non dire nulla (sull’apartheid) fosse già un messaggio.

E’ stato, anche, il decennio durante il quale la Chiesa ha scoperto i mass media. Papa Woijtila era in tv a reti unificate, tutti i giorni. Modalità divenuta di uso comune anche per i successori con l’aggiunta di rete e social media.

Alla fine degli Ottanta, scongiurato il pericolo di olocausto nucleare, si cominciano a diffondere sistemi per collegare i computer. L’invenzione di reti dedicate viene da lontano: Arpanet era la rete militare che collegava i siti per il lancio di missili balistici negli USA. Diventerà massiva negli anni Novanta con la diffusione del world-wide-web. Da lì arriverà fino ad oggi per prosperare tra luci e ombre, tra vantaggi e sinistri, tra beatificazione e puzza di zolfo.

Sì, gli anni Ottanta si sono consumati tra yuppismo e impegno sociale, tra leggerezza e condanna, tra la fine di una Guerra e l’inizio di molte altre su piccola scala, tra promesse di pace stabile e genocidi. Credo che siano stati anni in cui (come oggi) si fosse impossibilitati a vedere oltre, ad immaginare un futuro tra le luci illusorie di una nuova Città del Sole ed una lunga gita all’Inferno.

Una breve nota: ricordo a tutti i nostri lettori, amici, detrattori etc. l’incontro di domenica prossima ventura 11 febbraio 2018 presso Spazio Ligera in Via Padova, 133 a Milano dalle 19.00: con la gustosa scusa di presentare il libro di poesie “Pandora in poi andrà meglio” di Massimiliano Morelli, ci inerpicheremo in discussioni sulle nuove e vecchie forme espressive e quale futuro per queste. A fare da guastatore ci sarà il vostro amichevole visionario di quartiere. A presto.

di Paolo Pelizza

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