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Generazioni, l’intervallo e Alice Cooper.

Generazioni, l’intervallo e Alice Cooper.

Interrompo temporaneamente la serie di “Generazioni” per tre ragioni. Prima, mi corre l’obbligo di parlare con voi e di voi: di affetto, stima e critiche costruttive che apprezziamo tantissimo , sono lo sprone per continuare a scrivere e condividere autenticamente i nostri punti di vista e le nostre “Visioni”. Poi, abbiamo visto il concerto di Alice Cooper all’Alcatraz a Milano e volevamo raccontarvelo. Infine, volevamo rendervi partecipi di tre chiacchierate fatte con amici e che hanno dato il “calcio d’inizio” ad una iniziativa che spero possa essere interessante.

Per cominciare, dobbiamo ringraziare sinceramente e con trasporto tutti i nostri lettori e, in particolare, quelli che commentano e criticano i nostri testi. Alcuni complimenti ci riempiono di gioia e ci spingono ad andare avanti con sempre maggiore convinzione ed impegno nella nostra ricerca tra passato e presente, sperando che il futuro veda maggiore qualità generalizzata e la fine di un appiattimento che nella musica, così come in altri linguaggi espressivi, tutti stiamo subendo.

Altra menzione d’onore è per i critici. Sul web è veramente facile lasciarsi andare a sproloqui ed insulti: au contraire, i miei critici sono sempre puntuali, sagaci e corretti. Ascoltare le loro istanze, a noi è utilissimo per progredire e guardiamo a loro sempre con attenzione e interesse.

Alice Cooper è un altro pezzo di Storia. Sul palco le sue sessantanove primavere non gli sono d’impaccio. Anzi, ci regala una performance all’altezza di epoche più verdi se non migliore. I grandi Vecchi sono sempre una garanzia. Vincent è sempre lui con le sue atmosfere grandgrignolesche tra Baron Samedi haitiani e il romanzo gotico del XIX secolo. Il repertorio immaginifico è quello di sempre con maschere di clown inquietanti, ghigliottine e un Frankestein che sembra uscito dalla trasposizione cinematografica del capolavoro di Mary Shelley di Rob Zombie. Lo so, il regista non si è mai cimentato con il mostro ma, da un punto di vista iconografico, quello sarebbe stato l’aspetto della creatura se mai avesse voluto farlo. La scaletta prevede i grandi classici: da Poison, a Feed my Frankenstein e si conclude con School’s Out.

Poison è anticipata da un’esplorazione della sempre virtuosa Nita Strauss che cerca (e trova) tutte le scale presenti sul manico della sua chitarra. Poi diventa un’orgia di voci per la partecipazione entusiasta del pubblico. La band di Alice Cooper è notevole e una speciale citazione la merita il batterista. Glen Sobel è aggraziato come una majorette, vigoroso come un fabbro e preciso come un metronomo. Di grande suggestione e  bravura il “solo” in cui si cimenta. School’s Out chiude dopo un’ora e mezza precisa … Tutto molto bello ma, forse un quarto d’ora in più ce lo potevano concedere. Non c’è comunque molto di cui lamentarsi vista la qualità generale dello show e della musica. Se possiamo trovare un piccolo neo: il palco dell’Alcatraz è posto piuttosto in basso e (complice anche la mia statura posta anch’essa abbastanza vicina al pavimento) era difficile vedere bene dalla platea.

Il vecchio rocker è ancora capace di regalarci divertimento, qualità ed emozioni con la sua indomita grinta.

Sempre durante questi giorni abbiamo avuto alcuni vivaci scambi di opinione. Non allarmatevi: ci vogliamo ancora tutti bene. La cosa comincia con un amico a nome Daniele che ci invita a non farla così lunga. La musica, alla fine, è un passatempo. Il mio amico è più giovane di me e, mentre dentro di me sta per partire il “pippone”, mi rendo conto che sarà molto difficile che lui la possa pensare diversamente. Così mi risparmio di spiegare che la musica è l’unico linguaggio universale, che dentro di sé porta suggestioni e racconti, che ha sostenuto e ispirato rivoluzioni, che ha portato i messaggi più alti ad un’umanità che diversamente non li avrebbe capiti, che attiene alla nostra più profonda identità (quella di essere umani) … che ci insegna altri punti vista, ci regala un’altra rete interpretativa, che oltrepassa muri e barriere.  La musica è quella carezza che asciuga le nostre lacrime o le scioglie disfacendo il groppo che abbiamo in gola. Dire che la musica è solo un passatempo è come dire che la Divina Commedia e Ulysses sono solo carta, che Il Cielo sopra Berlino è solo cellulosa spruzzata di sali d’argento. Purtroppo, devo rendermi conto, e ne parleremo meglio nella terza parte di Generazioni (e , forse, ne sarà necessaria anche una quarta!), che dall’invenzione delle TV musicali, dei talents show, dei fenomeni della rete questo sarà il giudizio di un pubblico omologato da sedicenti artisti anch’essi omologati, dai geni del marketing, da editori radiofonici piegati alle esigenze degli inserzionisti: è solo intrattenimento. Si vendono le celebrità non la musica.

Così esprimo questo mio pensiero a Massimiliano Morelli (un amico di recente acquisizione, poeta e anima creativa della band metal Feral Birth) e mi becco del “passatista”. Max conia questo neologismo perché pensa che io sia convinto che non si possa più fare buona musica, oggi. Mi spiega che, probabilmente, c’è qualcuno che sta scrivendo l’equivalente contemporaneo di Eleonore Rigby in questo momento. Per chiarire questo punto: io sono convinto che ci sia molta qualità in giro. Non  farei il giurato a Rock Targato Italia, che ne è la dimostrazione pratica, se no. Credo, però, che le dinamiche di un mercato profondamente mutato non mettano più a disposizione molti spazi. Oggi i Led Zeppelin sarebbero una nicchia non avrebbero venduto centinaia di milioni di dischi. Poi, quali dischi? Chi li compra più? Oggi, non si ascoltano gli album, si scaricano i singoli spesso gratis e illegalmente (e voglio essere buono!). Difficile per chi, pieno di talento e qualità, voglia emergere dal mondo indipendente ad un mainstream sempre meno autentico e sempre più inginocchiato a logiche artefatte che stanno impoverendo la nostra cultura, la nostra sensibilità e la nostra capacità di leggere il reale.

Infine, dopo essere stato definito “passatista” mi chiama il mio editore e organizzatore di Rock targato Italia (di cui ho una stima ed un affetto assoluto) che mi dice che sono tecnofobo … Settimana difficile, direte voi. Invece no. Proprio per questo abbiamo deciso di organizzare un’occasione di confronto pubblica che, vi anticipiamo, sarà presso Ligera a Milano il giorno 11 febbraio prossimo venturo e, alla quale, sarete tutti invitati. Io ho già detto a Max Morelli che io partecipo (e ci sto a farmi maltrattare) se mi permette di leggere almeno un paio di sue poesie. Vi daremo maggiori dettagli più avanti e, anche, il titolo e tema dell’incontro.

In conclusione, non sono pessimista sono terrorizzato. Lo sono di più per i nostri figli e nipoti che per me stesso. Voglio pensare che si possano portare ancora i ragazzi ai concerti, al cinema e a teatro. Che si possa portarli in libreria per comprare i libri di carta e non solo il nuovo videogame per la PS18. Che si insegni a loro che se non pagano il frutto dell’impegno altrui, soprattutto quello dei veri artisti, sono destinati a diventare culturalmente e definitivamente schiavi.

di Paolo Pelizza

© 2017 Rock targato Italia

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Generazioni II Parte.

Generazioni II Parte.

Ovvero geli e disgeli, il primato dei Britannici (sulla scorta dell’esperienze di oltreoceano), la fine della sporca guerra, Lucifero Vs. il borghese benpensante, tre volte Berlino, la crisi del petrolio e l’ascesa del metallo.

Ritorniamo alle Visioni con la seconda parte di Generazioni, scusate la rima. Ma, prima di entrare nel vivo, consentitemi di ricordare un  altro grande che ci ha lasciato nei giorni scorsi. Viviamo anni in cui i giganti cadono … L’ultimo è stato Malcolm Young, malato da tempo, anima creativa degli AC DC. Un grande musicista dentro a una delle più grandi band del rock and roll. Ci uniamo al cordoglio dei familiari (del fratello Angus, in particolare) e di tutti quelli che fan o non fan hanno amato la grande musica.

Se andiamo avanti così, temo che resteranno solo i nani, immutabili come quelli da giardino, con le loro musichette da intrattenimento, quelli che passano come passatempi inutili e sciocchi, quelli che staranno alla storia come una piuma su uno specchio.

Torniamo all’inizio degli anni Settanta. La guerra in Vietnam è un ginepraio sia sul teatro che negli Stati Uniti. Il presidente Nixon non riesce causa impeachment per lo scandalo Watergate, a mettere in atto una strategia che prevedeva un gigantesco bluff: avrebbe minacciato di bombardare il Vietnam con tutto quello che aveva. Nel 1975 è costretto a chiudere le ostilità e a consegnare la vittoria a Ho Chi Min. A Nixon, succede Ford, ex grande giocatore di football. Di lui ricordiamo l’amnistia concessa alo stesso Nixon e poco altro. Sembra che qualcuno, per il suo passato da atleta, abbia ritenuto che avesse preso troppi colpi in testa senza indossare il casco. I rapporti con l’altra superpotenza rimangono tesi fino all’arrivo alla Casa Bianca di Carter, democratico e progressista. Apprezzerà la denuncia dei crimini dello stalinismo da parte di Nikita Chruscheev (dimenticando il Muro e la repressione in Ungheria) e inaugurerà una fase di distensione con il suo successore Breznev (che ottiene il posto dopo aver cospirato contro lo stesso Chruscheev). Fase destinata a finire con l’invasione sovietica dell’Afghanistan (altro paese di cui, allora, si ignorava l’esistenza) da parte dell’Armata Rossa. Jimmy Carter era sicuramente un pacifista ed un uomo animato da grandi principi morali, anche se politicamente inesperto. La politica estera poco aggressiva nei confronti dell’URSS gli valsero molte critiche e la sconfitta elettorale a favore del repubblicano Reagan oltre che un Premio Nobel per la pace. Carter ha continuato fino alla data della sua morte a battersi per una pace stabile ed equa a livello globale.

Nel 1977, USA ed Europa occidentale devono fare i conti con una crisi di approvvigionamento del greggio che porterà problemi agli apparati industriali. La spinta di una nuova crisi, gli ammortizzatori economici insufficienti, per le fasce più deboli, la frustrazione per una rivoluzione mai partita verso il Sol dell’Avvenire daranno vita a movimenti di lavoratori e studenti che sfoceranno in vere e proprie organizzazioni clandestine che porteranno avanti la lotta armata … In Italia ne sappiamo qualcosa, purtroppo.

In Gran Bretagna, l’esperienza di alcune band e quella degli Stones , porteranno la ricerca (più famosi degli altri) a “sciacquare i panni” (perdonerete la citazione del Manzoni) sul delta del Mississippi … Ormai, il blues dei Johnson e degli Waters sono le più grandi fonti di ispirazione per i musicisti dell’isola. Così si sviluppa una esplorazione di suoni, di stesure asimmetriche, di regole sovvertite. Così nascono generi e sottogeneri e cambiano i temi. I testi sono meno politici (a prima vista), a volte sono mistici nel recuperare una tradizione spiritualista nordeuropea o filo-satanista di maniera e neo-pagana, altre volte si tratta di storie allegoriche. Pensate ai Led Zeppelin nel primo caso, ai concept album delle grandi band prog nel secondo.  La varietà è enorme, così come la qualità. L’industria statunitense arranca … ha poco di suo e volge il suo sguardo verso gli artisti europei. Così major della musica come RCA mettono sotto contratto tale David Jones, in arte David Bowie. Costui è uno dei massimi esponenti del glam rock insieme a Marc Bolan.  Mentre, il genere diventa sempre più commerciale e pop (troppo per Bowie), il nostro comincia a guardarsi attorno e scopre Berlino Ovest.

Si documenta e ascolta Tangerine Dream, Neu!, Kraftwerk ed altri esponenti di quello che era definito krautrock, musica cosmica. Ma Berlino è più di una città dove musicisti con grande talento e pochi mezzi si esercitano: è un’oasi di libertà assoluta, l’incarnazione dell’anarchia. Abitata e percorsa da dissidenti, spie, tossici, spacciatori è, anche, il posto meglio collegato con ponti aerei al resto d’Europa per favorire i ricongiungimenti familiari tra i suoi abitanti e i loro parenti che vivevano nella Germania Ovest. Berlino diventa un concetto per artisti come Iggy Pop (che ci arriverà insieme a Bowie), Lou Reed (Berlin è il suo miglior lavoro) e lo stesso Bowie. David Bowie agli Hansa Studios batte tre colpi: Low, Heroes e Lodger. I tre album più significativi nella storia degli anni Settanta e per noi, della seconda metà del Novecento. Così niente è più come prima l’elettronica relegata come forma minore o minimalista diventa un genere importante e condizionerà tutto quello che verrà dopo, soprattutto, nel modo in cui viene usata dentro alla trilogia berlinese. Ai tre album collaborano i più grandi da Carlos Alomar a Robert Fripp, allo stesso James Newell in arte Iggy Pop.

Nel frattempo, nella terra di Albione, Led  Zeppelin,  Deep Purple e Black Sabbath (che partono prima per evolversi senza soluzione di continuità fino al 2017) mettono a punto una musica dura, a tratti dissonante, fatta di suite e imprevedibili velocizzazioni, di diminuite, di dinamiche che cambiano. La radice è inequivocabilmente quella del blues ma, suona in modo diverso e le stesure ricordano di più le partiture classiche. Un giorno qualcuno dirà (mettendo l’etichetta) che questa musica si chiama Heavy Metal e che queste band sono state gli antesignane del genere. Si può  o meno condividere ma, sta di fatto, che alla fine del decennio e all’inizio degli anni Ottanta, il genere ha grande successo e ispirerà modi di dire, di vestire e stili di vita così come aveva fatto il punk.

Testi e iconografia riportano alla Bibbia, al Deuteronomio, al Levitico e all’Apocalisse. Il demonio è sempre molto presente. E’ una presenza diversa da quella del decennio precedente o di alcuni contemporanei. La logica della presenza di Lucifero nella musica degli anni Settanta era puramente provocatoria: noi siamo diversi dalla borghesia benpensante, noi pensiamo con la nostra testa senza che leader politici o religiosi ci dicano cos’è bene o male. Qualcuno potrà eccepire su questa mia semplificazione. E’ vero: Alistair Crowe è sulla copertina di Sgt. Pepper dei Beatles, è stato fonte di ispirazione per Jimmy Page e Robert Plant, gli Stones scrivono Simpathy for the Devil … Non credo che nessuno (o quasi) di loro si sia dato al culto demoniaco, al d là delle accuse ricevute e delle provocazioni attuate. Nel Metal, il diavolo diventa un personaggio letterario. Esce dai testi sacri e da quelli della letteratura gotica del XIX secolo per popolare i brani di queste band. Anche qui, è un ritorno al “classico”.

Per ora ci fermiamo qui. Torneremo  al prog, negli USA nello stesso decennio per poi entrare negli anni Ottanta con Reagan e il Grande Satana e la nascita del pop.

di Paolo Pelizza

© 2017 Rock targato Italia

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IRRIVERENZE - Perfidie di Stefano Torossi

IL CAVALIER SERPENTE

Perfidie di Stefano Torossi

13 novembre 2017

                          

IRRIVERENZE

 

Presentazione Stagioni delle Arti.

Parco della Musica, mercoledì 8, conferenza stampa di presentazione delle Stagioni delle Arti 2017-18. Un tripudio di notizie positive: numero di concerti, lezioni e incontri con il pubblico, spettatori in continua crescita, come gli incassi; e non è poco, trattandosi di un’istituzione pubblica, che contrariamente alle altre non è in passivo cronico.

E crediamo che sia  tutto vero perché ogni volta che ci mettiamo piede, c’è sempre un sacco di gente con le facce contente, anche famiglie, perché molte sono le iniziative per i bambini; la libreria è affollata, al caffè c’è la fila e i Negroni che preparano al Red Bar continuano a essere ottimi.

Naturalmente nel corso dell’incontro ci sono state regalate alcune miniperle che non vogliamo farci, né farvi sfuggire.

Intanto il manifesto della stagione, che a noi irresistibilmente ricorda la copertina di uno dei primi LP di Dalla, essendo la cupola che appare sotto il titolo identica al basco dell’amico Lucio.

Poi, al Presidente Regina, nell’entusiasmo di elencare i grandi artisti che da tutto il mondo arriveranno sulle scene dell’auditorium, è scappato il nome di Dario Fo (da tutto il mondo, è certo possibile, dall’altro mondo ci sembra un po’ più difficile).

L’AD Josè Dosal, esprimendosi nel suo pittoresco italiano españoleggiante ci ha anticipato i concerti di giàss, con i solisti di giàss e il pubblico de apasionados di giàss. E poi si è lanciato in un ringraziamento corale a tutto il personale che lavora nell’istituzione, comprese le donne delle pulizie, ma dimenticando il benemerito barman a cui abbiamo accennato due righe fa.

Divertenti filmati con le facce di tanti artisti a fare gli auguri all’auditorium per il suo quindicesimo compleanno funzionavano da stacco fra una chiacchierata e l’altra; il tutto concluso con una canzone dal vivo della spagnola Antonia Molina, presentata con molti besos y abrazos dal concittadino señor Dosal.

E finalmente Luca Bergamo, Assessore alla Crescita Culturale di Roma Capitale (prima parentesi: fino a qualche tempo fa, dove serviva c’era scritto solo Roma. Adesso, e forse si può ipotizzare qualche amico con una tipografia o una fabbrica di vernici, a tutte le “Roma” è stato aggiunto “Capitale”: sulle auto dei vigili, sulla carta intestata, sui furgoni; ma era proprio necessario ricordarcelo che Roma è la capitale?), (seconda parentesi: che un assessore di Roma si chiami Bergamo, è buffo, no?) ci ha liberati da un dubbio di tipo grammaticale e anche etico, che da un po’ ci tormentava, quando, riferendosi alla sua e nostra prima cittadina l’ha chiamata “la sindaca”.

        Meno male! Se l’ha detto lui che sta in giunta, possiamo stare tranquilli.

 

 

Champagne!

4 novembre sera. Insieme ad altre novantanove persone, siamo a cena a Villa Medici in onore di David Lynch e in chiusura della Festa del Cinema.

Pleonastico descrivere la magnificenza del parco, la fantasmagoria, in questa serata limpida e tiepida, del panorama dalla balaustra accanto a Trinità dei Monti, la grandiosità del salone e lo sbrilluccichio della sontuosa apparecchiatura. Cinque calici: acqua più le quattro differenti etichette di champagne che hanno accompagnato i piatti.

Nella foto i bastardini imbucati, pieni di un liquido arancio sono due Negroni preparati magistralmente dal barman all’ingresso (i migliori assaggiati negli ultimi tempo) e offertici prima di sedere a tavola.

Grande spolvero di attori, ovvio, e atmosfera guardingamente rilassata, forse anche grazie ai succitati Negroni.

Ben gelati e copiosi il Moёt Imperial, il Moёt & Chandon Grand Vintage 2009, il Moёt & Chandon Grand Vintage Rosè 2009 e il Moёt Nectar Imperial, con cui abbiamo pasteggiato.

Eravamo in semplice giacca e cravatta, anche se di Gucci, ma un po’ a disagio perché per questi fluidi blasonati ci saremmo sentiti più a posto in frac.

E allora, dove sono le perfidie? Nel menu, presentatoci dallo chef responsabile a inizio pasto. Non siamo gastronomi stellati, ma ci è sembrato, come spesso in queste occasioni, che tutto sapesse vagamente di panna: il tiramisù di patate e baccalà con lardo di cinta senese; le mezzelune di burrata, acciughe e datterini; le capesante scottate con millefoglie di patate e speck…

Irresistibile, andandocene, ci è tornato in mente uno degli eroi delle nostre letture infantili: Bertoldo, il contadino dal cervello fino, il quale, proprio per merito della sua astuzia, fu invitato a corte dal re. Qui, fra un frizzo e un lazzo cominciò a frequentare la tavola dei nobili, dove si mangiavano cose raffinatissime, alle quali lui non era naturalmente abituato, e tante ne mangiò che alla fine si ammalò e se ne andò al creature.

Il re, che apprezzava lo spirito del villano, fece incidere sulla sua tomba un epitaffio i cui tre ultimi versi dicevano:

“Mentr’egli visse fu Bertoldo detto,

fu grato al re, morì con aspri duoli

per non poter mangiar rape e fagioli”.

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L’archivio del Cavalier Serpente, o meglio la covata di tutte le sue uova avvelenate, sta al caldo nel suo blog. Per andare a visitarlo basta un click su questo link: www.ilcavalierserpente.it

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Lezioni di Volo

Lezioni di volo.

E’ il 3 ottobre scorso. La radiosveglia suona … sono le 07.40 di mattina. Uno speaker annuncia che lo sciopero del trasporto pubblico previsto per il venerdì successivo è confermato. Tutta la mia simpatia per la working class e i loro diritti si dissolve. Per un attimo. Mi precipita addosso il disagio che questo provocherà a me e a tutti i milanesi. Poi, mi pento … Mi ricordo che so essere meglio di così.

Il senso di colpa poi, si abbatte violentemente su di me quando, lo stesso annunciatore, comunica che il giorno precedente si è spento Tom Petty, stroncato da un infarto prematuramente. Mi deprimo ulteriormente, quando mi rendo conto che, in questi anni, non l’ho citato spesso …nonostante, credo di aver ascoltato il primo album Tom Petty and The Heartbreakers milioni di volte e di aver ascoltato il primo singolo di successo  Breakdown talmente tante volte da aver consumato molte puntine. Abbastanza, comunque, per trasformare l’acquisto di queste come la prima voce di costo del bilancio familiare.

Tom Petty è ed è stato un Numero Uno. Poco conosciuto in Europa per due ragioni, secondo me.

Credo che, nella seconda metà degli anni Settanta, l’affollamento di “roba buona” nel Regno Unito e nel resto dell’Europa continentale era assoluto. Provate a pensare: The Who, Led Zeppelin, David Bowie, Neu!, Kratwerk, Genesis, Yes, King Crimson, Emerson Lake and Palmer, Rolling Stones e tutti gli altri.

L’altra ragione, non meno importante, è che (io che  ho amato alla follia Damn The Torpedoes!) un LP super-popular non ce l’ha avuto … gli sono mancati album come … così per dire e senza fare paragoni, The River o Born To Run capaci di catturare un pubblico molto vasto e di gusti eterogenei (nella storia degli ultimi decenni, gli europei sono stati questo tipo di pubblico).

Negli Stati Uniti è stato un artista importante, seminale direi. Il suo rock molto contaminato da blues e folk ha un sound alternativo che a volte scala le classifiche e a volte no ma ha sempre elementi di grande interesse, quando non innovativi. A volte, sono i temi che lo penalizzano. Basti ricordare l’album The Last DJ. Il tema era una forte critica all’industria discografica (oramai alla fine dei giorni, siamo nel 2002 … tutti intrappolati nella “rete”) e che viene puntualmente massacrato.

Ricordiamo le sue molte importanti collaborazioni: Bob Dylan, Dave Stewart e George Harrison su tutte.

Potrei andare avanti con un bel “coccodrillone” per altre due pagine. Per fortuna, io non sono un giornalista;  sono solo un appassionato amante della materia. Voglio solo significare che, dall’inizio dell’anno passato, abbiamo perso i più grandi musicisti che il Novecento ci aveva fatto ereditare. Oramai, con cadenza bimestrale assistiamo a morti a volte premature, a volte inspiegabili, a volte attese o annunciate dall’età o dalle condizioni di salute. Qualcuno può dire che è il normale ciclo della vita. Ha ragione. Tuttavia alcune morti, come quella di Tom Petty, sono molto più che colonne di cronaca più o meno lunghe.

Per me, Tom Petty è stato un compagno di viaggio non la soundtrack dell’autoradio. Lui, così come molti altri.

Per questo, dalle 07.45 del 2 ottobre mi si accende in testa Learning to fly e così comincio a scrivere questo pezzo, sapendo che non sarà né quello più ispirato, né il migliore e, forse, nemmeno il più letto. Fino a stamattina (15/10/2017 N.d.A), non sono nemmeno convinto che riuscirò a finirlo. Ho già completato la trilogia di Generazioni di cui ho pubblicato già la prima parte … mando la seconda, penso.

Altri sensi di colpa.

Prendo tempo.

Finalmente, intuisco che il brano che suona dentro la mia testa, non lo sta facendo a caso. Tom (e gli altri) ci hanno dato lezioni di volo.

E’ attraverso la loro musica che è cominciato e abbiamo continuato il nostro viaggio di scoperta.

Grazie Tom per averci insegnato a provare a volare.

La cosa più difficile, adesso, è tornare giù.

N.d.A.: la seconda parte di Generazioni uscirà la prossima settimana. In coda, come promesso, vi renderemo conto della pieces teatrale A Night in Kingshasa di Federico Buffa e Maria Elisabetta Marelli che abbiamo visto e, ci scuserete se, per ora, non vogliamo anticipare nulla.

di Paolo Pelizza

© 2017 Rock targato Italia.

 

 

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