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presenti Ucronici

PRESENTI UCRONICI.

Milano, Corso Buenos Aires. Oggi è l’ultimo giorno di vendita promozionale dell’ultimo negozio indipendente. Il Corso, infatti, è stato colonizzato da punti vendita di multinazionali e catene. Neanche a dirlo, quel negozio era una libreria. Del resto, quelli che escono di casa per fare spesa sono una minoranza. Oggi, non si esce quasi più … Basta una connessione e il mondo ti arriva a casa in un click.

Il debito sovrano di molti Paesi è stato rilevato da un Consorzio di Stati emergenti. Di fatto, nei Paesi che hanno beneficiato di questo aiuto la democrazia è stata molto ridimensionata. L’uomo della strada chiama questi nuovi padroni del mondo “gli stranieri”.

La guerra globale al terrorismo è ancora in corso. Dopo Al Qaeda e Isis, sono apparse altre formazioni che pretendono di cacciare gli infedeli dalle terre di chi crede nell’unico vero Dio e nel suo Profeta e combattono massacrandosi tra loro. Naturalmente, l’Occidente diviso prende più o meno le parti dell’una o dell’altra fazione a seconda degli interessi propri, della possibilità di  ricavarsi un posto al sole a tutti i costi.

I colossi dell’economia sono sempre più imprese che si occupano di tecnologia ma, anche, le aziende farmaceutiche vanno alla grande. Infatti, la gente ha sempre più bisogno di cure. Il vantaggio competitivo di fabbricare pillole per i più svariati scopi ha creato una condizione generalizzata di dipendenza da medicine che ci cureranno per sempre senza mai guarirci.

La Cina è diventata economia di mercato ma, forse, era una procedura non necessaria visto che si era già comprata tutto il comprabile in Europa. La Repubblica Popolare è la potenza mondiale più importante e il Paese che capeggia il Consorzio degli “stranieri”. E’ quasi tutto nelle loro mani: imprese internazionali, squadre sportive, agenzie di rating, banche, l’Africa, etc. e, in ultimo, i debiti pubblici dei Paesi più deboli.

Anche, l’informazione è cambiata. Ci sono pochi punti di vista fuori da un coro che vuole che quello che si sta vivendo sia il miglior periodo possibile viste le condizioni. Così, ogni giorno, si sprecano gli “osanna” per il nuovo status quo e per i nostri salvatori.

Un gruppo di stupidi sovversivi che vengono regolarmente arrestati e processati sostengono che i cambiamenti climatici non sono stati determinati da una particolare congiuntura naturale ma, dall’incremento dell’emissione dei gas serra. Tutti i protocolli precedenti per il contenimento, ovviamente, sono stati revocati perché ritenuti non corretti e superati. Così come sono sospesi tutti gli accordi internazionali per la tutela della biodiversità.

Nota dell’Autore: Quello più sopra potrebbe essere (tranquillamente) uno spunto per la storia di background di un bel romanzo di fantascienza o di un racconto ucronico (ambientato, cioè, in un presente alternativo). E’ un’opera di fantasia? Certo, volevo giocare un po’… divertirmi scrivendo un po’ di fiction.

Siamo lontani dalla realtà? Non lo so.

Provate a dirmelo voi.

di Paolo Pelizza

© 2016 Rock targato Italia

 

 

 

 

 

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Dall’altra parte del Ponte.

Dallaltra parte del Ponte.

Ci sono luoghi speciali. Alcuni sono straordinari in sé stessi, altri diventano simbolo di cambiamenti importanti.

C’è un luogo, in particolare, dove nel Grande Stato delle Foreste, un ponte mette in comunicazione due mondi.

Uno è quello della Grande Mela, dei luxury shops sulla Quinta, della più importante piazza finanziaria del pianeta, delle grandi torri che sfidano il cielo.

L’altro è dalla parte sbagliata del ponte dove la sequenza di fabbriche è interrotta solo da small towns dormitorio.

E’ uno degli insediamenti simbolo della working class americana rimasta orfana di frontiere libere, di sogni più o meno a Stelle e Strisce.

E’ il sito di umanità dolenti, di scarsi miti e speranze.

La sera, gli occhi puntati sulle luci della città che non dorme mai. Sono gli immensi lustrini di una puttana d’alto bordo. Irraggiungibile.

Sono un sicuro miraggio, non una flebile promessa.

L’unica promessa è l’incertezza: lì si può perdere lavoro, famiglia e salute. Lì si può essere licenziati dall’automazione, dai calcoli sbagliati dei cannibali usciti dalle business school, dall’avidità dei banchieri, dall’inerzia della finanza virtuale.

Lì come qui e in qualunque altro posto al mondo.

Lì come qui si subiscono i capricci inumani di un videogame globale.

I ragazzi appena maggiorenni vengono mandati in fabbrica, in catena di montaggio. Qualche volta anche un po’ di anni prima della maggiore età.

Dentro, in mezzo agli altri operai, ce n’è uno che non si rassegna. Un giovane che crede che il sogno americano esista ancora. Così decide di imbracciare una chitarra e cominciare a raccontare, moderno menestrello, le storie della fabbrica, dei suoi colleghi, della tristezza, della speranza e dei fantasmi che affliggono gli uomini e le donne che condividono lo stesso destino.

Rivendica orgogliosamente di essere nato negli Stati Uniti, di essere parte di quella Nazione che ha per norma il diritto alla felicità.

Il suo nome è Bruce Springsteen e ieri, ha suonato a San Siro.

Chi scrive lo ha visto dal vivo quattro volte. La prima nel 1985: il tour di lancio di Born in The USA (che credo esegua solo al Meazza, ormai).

Sì. Esistono posti speciali. Per il Boss, uno di questi è lo Stadio Giuseppe Meazza a San Siro, Milano. Ha dichiarato più volte che quella struttura ha un’aura speciale. Sarà per le gradinate ripidissime che si alzano davanti e ai lati del palco? Sarà perché vibra come animato di vita propria seguendo il ritmo di chi balla sugli spalti? Sarà per l’amore immenso del pubblico che Bruce ricambia con una generosità di pari grandezza?

E’ difficile scrivere la recensione di un concerto del Boss soprattutto dopo averne visti alcuni, un po’ uguali a sé stessi. Non fraintendete: è sempre un artista formidabile, come formidabile è la E Street Band.

Non parlo di noia o di mancanza di originalità: è che Springsteen è Springsteen. Il trovatore della working class vale sempre il prezzo (altino …) del biglietto.

Il viaggio tra i sobborghi e la provincia, tra vizi privati e pubbliche virtù, dentro alla vita vera come quella di operai e vagabondi è un itinerario da una costa all’altra dell’esistenza più che del Continente e tra folk, country, blues e rock. Bellissima la cover eseguita magistralmente di Lucille di Little Richard.

Alle 21,30 il Nostro e la E Street avevano già suonato per un’ora buona. In quel momento a San Siro arriva il tramonto tardivo dell’ora legale. Il cielo biancastro sporco regala qualche striatura rosa in contemporanea con l’intro di The River. Così è il pubblico, immobile e silente, per tutta la durata del pezzo che accende piccole luci con gli accendini e gli smartphone (io mi sono scottato ma, sapete cosa penso dell’eccesso di tecnologia). L’atmosfera è inedita e commuovente, il colpo d’occhio bellissimo.

Il concerto pieno di momenti divertenti e toccanti dura quasi altre tre ore … Il Boss dirige la sua Band, canta, suona (si lancia anche in qualche assolo di chitarra, non molto usuale per lui) e coreografa il pubblico. Lo fa come lo farebbe un ragazzino di vent’anni e, invece, le primavere sono quasi sessantasette. Inossidabile.

Bruce e i fans sono sempre a contatto anche e soprattutto fisicamente. Quando arriva il momento di Dancing in the Dark fa salire sul palco tre ragazze e un ragazzo. A una delle ragazze viene offerta anche una chitarra con la quale può “suonare” con la leggendaria E Street Band.

Emozionante e senza retorica il ricordo di Ray e Clarence.

Divertente il momento in cui chiede ironicamente che ore sono. Ha già sforato, le luci di servizio sono tutte accese. si va avanti per un’altra ora buona.

Thunder Road chiude la serata. La ragazza vicino a me, mi tocca il braccio e mi dice: che bello! E’ la prima volta, ha una ventina di anni scarsa.

Mi guardo in giro per la prima volta da quando è cominciato lo show. Intorno a me ci sono giovani, vecchi, padri, madri, nonni e nonne con i nipoti. Anche per questo Bruce è grande.

Torno a casa e penso che oggi è il 4 luglio e che ci sono davvero posti speciali. Sono e restano nella nostra memoria come i fiumi della nostra infanzia che sappiamo oggi essere secchi. Come i miraggi al di là del Ponte.

Alla fine, viviamo tutti sul lato sbagliato.

di Paolo Pelizza

© 2016 Rock targato Italia

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TRA DESIDERIO DI FAMIGLIA E AMMUCCHIATA

TRA DESIDERIO DI FAMIGLIA E AMMUCCHIATA.

Lo so … direte che ne avete piene le scatole di sentire parlare di questo argomento.

Infatti, sui tram, nelle stazioni, nei salotti e nei bar non si discute che di questo. La questione appassiona talmente tanto da far passare in secondo piano il Campionato Europeo di Calcio.

Il tema, parlandone da viva, è l’Europa.  In particolare, l’uscita della Gran Bretagna dalla UE.

Chiedo venia ma, anche io non riesco ad esimermi da consegnarvi una visione. Lo faccio con l’umiltà di chi non conosce approfonditamente il tema e con la volontà di restituirvi una percezione non la verità assoluta. Vero è, che sul tema è stato detto tutto e il contrario di tutto non solo da politicanti alla ricerca di conferme su tesi irrazionali ma da esperti politologi, economisti, sociologi e autorevoli giornalisti esperti in queste questioni. Mai, come su questo ci sono state ricette e convinzioni diverse.

Tant’è. La Storia o meglio l’Utopia di un’Europa Unita davvero è naufragata drammaticamente come drammaticamente è tramontata l’idea delle Comuni e delle Famiglie Allargate dei tempi dell’Amore Libero. In definitiva, per le stesse ragioni.

In famiglia bisognerebbe essere tutti uguali e i più forti dovrebbero aiutare i più deboli.

In famiglia (allargata o no) ci si vuole bene e non si impongono punizioni fuori misura ai propri familiari che hanno sbagliato.

In famiglia ci si difende gli uni con gli altri.

O si dovrebbe …

L’Unione Europea è stata costruita è come una combriccola di hippies. Una famiglia allargata dove tutto funziona fino a quando l’amore libero e senza vincoli si scontra con l’egoismo e le gelosie facendola implodere.

E’ appunto su egoismo e gelosie ma, anche, diffidenza e scarsa stima dei propri familiari che la UE sta cominciando un percorso che (credo) la porterà ad essere più piccola e meno influente.

Si pensava fosse una famiglia e invece era un’ammucchiata dove a godere dandolo sono sempre gli stessi.

Io non sono in grado di prevedere quello che succederà, tuttavia, penso che se vogliamo perseguire il sogno di Rossi e Spinelli si dovrà tornare a quello.

Che i cittadini britannici restino fuori o rientrino l’Europa da costruire è unita e democratica non accartocciata esclusivamente sui temi della finanza.

Non un’accozzaglia dove i singoli Stati concorrendo vanno a cercarsi il loro “posto al Sole” in barba agli interessi degli altri. Tra l’altro, spesso, dialogando con gente poco raccomandabile.

Un’Europa dei popoli, un’Europa della solidarietà, un’Europa in cui i cittadini eleggono democraticamente il Governo dell’Unione.

Soprattutto, un’Europa dove non governino lobbies, banchieri e tecnocrati.

Una famiglia vera, dove le risorse sono a disposizione di tutti senza tattiche ed egoismi. Una famiglia che rimetta al centro i temi fondamentali: la difesa dell’ambiente e della bio-diversità (vera emergenza sottovalutata), del sociale, dello sviluppo culturale e artistico (per cui non basta fare bandi scritti da tecnocrati che niente ne capiscono).

Se non si andrà in quella direzione, la sorte dell’Unione è segnata indipendentemente da uscite democratiche o rientri forzati. E sarebbe un peccato, le ultime generazione hanno creduto a quel sogno. Si sono sentite autenticamente europee:le generazioni Erasmus.

Io stesso, molti anni fa, ho vissuto a Londra (guarda caso) e ho apprezzato quel popolo fiero e gentile. Ho capito perché sotto le bombe tedesche sono riusciti a resistere così a lungo difesi soltanto da un manipolo di aviatori spesso stranieri riparati lì da Polonia, Francia e altri Paesi occupati. Quel sacrificio ha permesso la controffensiva e di sconfiggere il nazi-fascismo in Europa.

Ho respirato quella tensione di libertà che solo dentro alla più antica democrazia del mondo si può provare.

Oggi, critichiamo quella democrazia come metodo perché potrebbe sottrarre chi ha maggiormente fornito le condizioni e l’humus per la nascita dell’Unione.

Eppure, l’esame di coscienza dovrebbero farselo altri, non gli inglesi.

Paolo Pelizza

 

2016 Rock targato Italia

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Gli dei del Metallo

Gli Dei del Metallo.

2 giugno 2016.

Festa della Repubblica in Italia, Festa del popolo del Metal all’Autodromo di Monza.

Se si arriva da Biassono, si trova anche parcheggio facilmente (soprattutto con la proverbiale fortuna del mio amico ed editore Francesco) e la passeggiata di circa un chilometro per arrivare al sito dove si svolgerà l’happening musicale è in mezzo al verde e allietata dal passaggio in pista di alcuni centauri indemoniati.

Le chiacchiere si concentrano sul fatto che dovevano esserci due giornate, una annullata per via della defezione di Kiss e Down. C’è entusiasmo, sì ma, con una venatura di tristezza e con la grande speranza che gli headliner Rammstein non facciano sentire troppo la mancanza degli illustri assenti.

Arriviamo (colpa mia, stavolta!) in ritardo per ascoltare gli Halestorm e tutte le altre band mattiniere … l’evento cominciava alle 11.00 antimeridiane!

Per noi inizia con i Gamma Ray. La band tedesca capitanata da Kai Hansen ha un nome e una storia, essendo in giro dalla fine dei meravigliosi anni Ottanta. La prima cosa che balza all’occhio (o meglio all’orecchio) è la loro assoluta assonanza con il metal di quegli anni. Più Judas Priest e Saxon che Iron Maiden e Black Sabbath.

Una difficoltà che trovo nel seguirli è che, anche il loro modo di tenere il palco è rimasto a quel passato decennio.

Così si trascinano in una performance un po’ stanca con qualche punta di eccellenza nelle armonizzazioni ma, dando la precisa sensazione di essere arrivati all’appuntamento con il Gods of Metal di Monza, stremati.

Dopo la loro esibizione e dopo l’intervento di roadies  veloci quanto si può andare sulla pista di Monza, si esibiscono i Sixamm.

La prima cosa che mi colpisce è l’impatto con il pubblico. Promettono divertimento urlando Your Motha Fucka come se fosse un mantra. La seconda è la base ritmica solida e poderosa gestita con la precisione di un metronomo dal bassista. E’ una band che non conosco e chiedo lumi ad un vicino di prato. Mi conferma che il bassista e fondatore è Nikki Six che aveva prestato un più che onorato servizio tra i mitici Motley Crue. Fantasia e un po’ di solarità come solo una band californiana può mettere in album che hanno titoli come Prayers for Damned (in due volumi), This is Gonna Hurt e il meno recente The Heroin Diaries Soundtrack, ad esempio. Grande l’idea del duello-duetto con una delle due formidabili coriste di cui erano dotati. Bravi e divertenti.

A questa punto, cominciano le band di culto. Così arriva il momento dei Megadeth.

La banda di Mustaine mette subito le cose in chiaro. Questo genere si chiama heavy metal e, nel caso non abbiate ancora capito, da adesso non avrete più bisogno di spiegazioni. In realtà, i Megadeth esplorano molti dei sottogeneri (trash, speed metal, etc.) e lo fanno da virtuosi. Anche la loro base ritmica è dritta e potente come un treno ma, qui si tratta di alta velocità.

Rispetto a due anni fa a Rho Fiera sono anche più in forma, è vero. Tuttavia, dopo qualche brano pur apprezzandoli, non riesco ad evitare di cominciare ad annoiarmi un po’ a seguire scale che vanno e vengono. Mi sembra uno sfoggio di virtuosismo fine a sé stesso. Tra l’altro, la scarsissima indulgenza verso momenti, suites, intro che abbiano un  qualche cosa di melodico me li rende un po’ uguali e piatti.

Applaudo comunque il loro talento e la loro generosità. Pochi artisti si concedono come loro con il pubblico.

Ad anticipare lo show dei Rammstein  arrivano i Korn. Insieme ad un altro paio di band americane, sono i sommi sacerdoti di quello che è stato chiamato in molti modi: nu metal, rap metal, funk metal, etc.

Premetto che non sia propriamente il mio genere: sul metal sono più amante dei classici e delle avanguardie, piuttosto che delle contaminazioni che trovo più appropriate quando avvengono in altri generi musicali … li trovo, comunque, divertenti. Purtroppo la mia conoscenza della loro musica si limita alla cover dei Metallica, One … che è bellissima in qualunque modo la si interpreti.

E’ il turno dei Rammstein … come poi avranno fatto, in poco più di un’ora, a montare il palco del loro spettacolo attiene più a specialisti dell’esoterismo che a tecnici dell’organizzazione!

Nel frattempo, ci mangiamo un panino insieme ad un’allegra comitiva di tedeschi che, sfatando un po’ di mitologia su loro stessi, ci appaiono affabile, amichevoli e equipaggiati con un discreto senso dell’umorismo.

I Rammstein mettono in scena un vero e proprio recital e, in barba a tutto quello che posso pensare e che ho espresso più sopra, il loro industrial metal è bello, coinvolgente e pieno di suggestioni. In più, tra ironia, citazioni di Metropolis di Fritz Lang, pirotecnia, effetti di luce, fumo e fiamme la band ex DDR ci piace per musica e atmosfere.

Anzi, al di là di effetti speciali e pantomime, la loro musica è davvero interessante e di qualità.

Stupefacente poi, vedere i fan italiani cantare in tedesco insieme ai loro colleghi arrivati dalla Germania … meno male che gli italiani non conoscono le lingue straniere.

Forse, vista la ricchezza e la qualità generale dello show, un po’ sottotono il bis.

Ce ne andiamo, certi di aver passato una bella giornata e un po’ scorati per il fatto che una esplorazione, una nuova esperienza come quella della band tedesca in Italia è quasi impossibile per piccolezza di intenti e miopia di chi gestisce il mercato della musica. Tutto deve essere uguale, dello stesso genere, con personaggi e voci identici, con arrangiamenti fotocopia … noioso e poco vantaggioso se ci si rivolge al mercato globale.

 

Per quanto riguarda l’evento, da rilevare: l’atavica scarsità di bagni chimici, mitigata dalla possibilità di approvvigionarsi del vicino boschetto.

Come al solito, impeccabile l’azione del personale di servizio e della sicurezza: sereni, autorevoli e cortesi.

Un paio di interventi dei paramedici (discreti ed efficienti) ha dato assistenza ad alcuni ragazzi che avevano esagerato.

Per il resto, un happening rock come tutti gli altri: vecchietti, famiglie e ragazzi tutti insieme senza problemi per godersi la musica e la grazia degli Dei.

 

Paolo Pelizza

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