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BON IVER - COMPENDIO DI UN PROFETA DELLA MUSICA CONTEMPORANEA

Cari Visionari, ricevo da un giovane che mi legge e (spesso) mi suggerisce dei contemporanei da ascoltare questo articolo e sono felice di ospitare questo suo pezzo nella mia Rubrica.

Questa la Visione di Andrea!

BON IVER - COMPENDIO DI UN PROFETA DELLA MUSICA CONTEMPORANEA

Chi o cosa fa di un’artista un vero artista? Domande enormi su concetti le cui risposte molto spesso risultano banali e la società attuale può svilirne il significato. Penso che un vero artista sia colui che sa scavare dentro di sé, la propria sofferenza - senza di essa l’arte potrebbe non esistere - e riemergerne con una propria voce, chiara e tangibile. Ma soprattutto, una volta che quella voce è stata acquisita e fatta propria, distruggerla e costruirne una nuova innovandosi costantemente. Rimanendo ancora sé stessi.

Questo sono i Bon Iver: innovazione e contemporaneità. Ne ha fatta di strada Justin Vernon dal lontano 2007 quando, separatosi dalla sua compagna e affetto da mononucleosi, si ritira nella baita innevata di suo padre in Wisconsin dove partorisce quel capolavoro folk fino ad ora inarrivabile che è For Emma Forever Ago. Un esordio dove il candore è capace di sciogliere gli inverni più rigidi. Giornate scandite da legna accettata, cacciagione mattutina e litri di birra. Il ritorno all’essenzialità, l’abbraccio e la cura della propria anima partoriscono un lavoro trascendentale. Da lì il successo inaspettato e planetario, che lo consacra come nuovo Messia del cantautorato americano. Ma non ha mai voluto il successo come lo intendiamo noi, gli è capitato quasi per caso. Canzoni frutto del dolore e del non essere quello che tutti vorremmo essere a un certo punto della nostra vita lo hanno catapultato sulla scena internazionale.

Ma non era più lì. Nel 2011, diventata una vera e propria band, Justin Vernon pubblica l’autocelebrativo Bon Iver, Bon Iver; un album corale e ricco di sonorità che spazia dal folk al post-rock a ballads di ispirazione marcatamente anni ’80, che non sfigurerebbero in un disco di Peter Gabriel. Holocene, uno dei singoli trascinanti del disco, ha dentro di sé il ritornello/strofa simbolo di quello che è ora e di cui si vuole liberare:

And once I knew I was not magnificent

Lo canta con disarmante bellezza, in un crescendo emotivo. No, io non sono un Profeta, non sono un Messia, ma semplicemente Justin. Umano e quindi imperfetto. Il disco fa incetta di premi tra cui due Grammy, lanciando definitivamente i Bon Iver tra i grandi della scena mondiale.

Philosophize your figure

What I have and haven't held

You called and I came, stayed tall through it all

Fall and fixture just the same thing

Nel 2016, cinque anni dopo il disco omonimo, Justin Vernon pubblica 22, A MIllion il suo album più audace e sperimentale. A detta di chi scrive questo è l’album della svolta, il punto di non ritorno, nonché il loro capolavoro avanguardista come lo era stato Kid A diciotto anni fa per i Radiohead.

La voce di Justin Vernon rimane il perno, il fulcro da cui tutto deriva. Sono i Bon Iver, ma allo stesso tempo non lo sono più. La sua voce è filtrata da vocoder- il suo ingegnere del suono Chris Messina costruisce un prototipo che esalta il suo baritono/falsetto - glitchata, frammentata e ricomposta. I titoli delle canzoni talmente criptiche che anche un professore universitario di semiotica avrebbe difficoltà a comprendere: 22 (OVER SOON), 33 “GOD”, 29# Strafford APTS e 8 (circle) sono pezzi di rara bellezza. Destrutturando di nuovo sé stessi per creare un qualcosa di nuovo, i Bon Iver sono arrivati a un punto di non ritorno nella loro storia discografica.

Nel frattempo il progetto prosegue e si allarga, creando collaborazioni con chiunque il ragazzone proveniente da Eau Claire, Wisconsin si sentisse stimolato e ispirato: nomi che vanno da Kanye West (suo grande estimatore), Eminem, James Blake e molti altri. Ha creato i Volcano Choir, i Big Red Machine e la piattaforma PEOPLE, una community dove lui e i suoi colleghi musicisti possono condividere materiale inedito e collaborare a nuove produzioni.

Ho avuto la fortuna di assistere alla loro unica data lo scorso 17 Luglio al Castello Scaligero di Villafranca. La band mancava in Italia da sette anni e di strada ne è stata percorsa. Location suggestiva come poche al mondo, ha accolto diecimila persone dentro le sue mura medievali per un evento sold out da mesi. Puntuali alle 21:15, in pieno tramonto, il gruppo entra in scena. Il set up è essenziale, funzionante al mood che il concerto sta per creare, con uno schermo in fondo al palco a proiettare i video e luci con teste remotate sul palco. Si inizia con Perth, e meglio non si potrebbe iniziare. Vernon arpeggia la Gibson, trasportandoci nel suo mondo, con le due batterie che partono con il loro incedere marziale. Grande canzone post-rock. Vernon e soci dividono lo spettacolo in due atti, si ritirano nelle quinte per una ventina di minuti per poi riapparire solo lui con la acustica: è il momento di Skinny Love, una delle canzoni più coverizzate negli ultimi anni, cantata con l’abbacinate emotività che la caratterizza. Rientrano tutti, e la seconda parte della performance sarà un crescendo sempre maggiore, riuscendo nella non facile impresa di suonare tutto il meglio dei loro tre dischi. Mi giro attorno e tutto il pubblico attorno a me proveniente da mezza Europa è silenzioso e attento, coinvolto con catarsi al misticismo di ciò che stanno vedendo e sentendo. A fine esibizione tutti in visibilio, e Justin Vernon sentitamente ringrazia commosso. Concerto perfetto.

Meno di due settimane e a sorpresa i Bon Iver pubblicano il loro quarto album sulle piattaforme digitali e non il 30 Agosto (che rimane la data delle copie fisiche). A quest’opera i collaboratori si sprecano, da James Blake a Aaron Dessner dei The National, da Moses Sumney a Bruce Hornsby dei The Grateful Dead. Il gruppo si è allargato, e oltre alle collaborazioni esterne si può dire che i Bon Iver non sono più una band ma un vero e proprio collettivo. Questo quarto disco, “i,i” è il suo nome, non si allontana di molto dalle sonorità del suo predecessore, ma accorpa in modo fluido e linfatico tutte le sonorità che il gruppo ha ricercato in questi anni -folk, elettronica, post-rock, r’n’b e soul - facendolo diventare quindi il loro disco più completo e armonioso.

In una recente intervista, Justin Vernon ha dichiarato che “i,i” chiude un metaforico ciclo artistico in cui ogni disco è associato alle stagioni, partendo dall’inverno di For Emma Forever Ago e arrivando all’autunno di quest’ultimo. Una fine quindi, e probabilmente un nuovo disco. Non si sa se dopo quest’ultimo lavoro e il tour che segue il progetto Bon Iver finirà, ciò che però sappiamo è che la musica di Justin e soci è luce salvifica, raggi di purezza capaci di perforare qualsiasi nube si presenti nel mondo e nella nostra vita quotidiana. E sì, ne abbiamo davvero tanto bisogno.

di Andrea Giacchetta

©2019 Rock Targato Italia

blog www.rocktargatoitalia.it

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Visioni finali.

Visioni finali.

No, state tranquilli! Non sono “finali” nel senso che non le scriveremo più … Non vi voglio così bene da smettere! Come faccio, ormai, da qualche anno, dopo le finali nazionali del contest di musica Rock Targato Italia, vi rendo conto di vincitori e vinti, di giurati e organizzatori, di pubblico e curiosità. Non posso esimermi, nemmeno quest’anno.

Tra le novità di questa edizione, le date: di solito le finali venivano effettuate verso la fine di settembre. In questo appuntamento 2019 si sono disputate tra il 10 e il 12 settembre. Date, quindi, ancora balneabili ma che, tutto sommato, riportano già solo le eco dei racconti di vacanzieri e viaggiatori. Per ricordare a tutti che la pacchia è finita, il meteo si mette a sperimentare tre serate piuttosto fresche delle quali si pentirà subito dopo. Poco male, perché a scaldarci ci pensano pubblico e artisti che si avvicendano sul consueto palco del LegendClub a Milano. Il livello è sempre alto, alla faccia di chi vorrebbe musica e progetti culturali orpelli buoni, tutt’al più, per intrattenere un popolo sempre più portato all’analfabetismo umanistico e creativo.

Molto interessante il Convegno che si è organizzato a latere del concorso dal titolo: “Le Indies,  dai pionieri ai produttori di oggi, quale eredità e quale futuro? Quali spazi alla diversità della musica giovanile nei programmi e festival TV musicali del servizio pubblico?”

Il convegno ha visto intervenire personaggi del calibro di Giordano Sangiorgi (Presidente MEI), Iaia De Capitani (manager PFM e Etichetta Aerostella), Federico Montesanto (Presidente MIA), Giulio Casale, RCCM band, il nostro Roberto Bonfanti, il mitico Francesco Caprini deus ex machina di Rock targato Italia e Piero Cassano (Matia Bazar). Il dibattito è stato impreziosito dall’amichevole incursione del guru del giornalismo musicale Mario Luzzato Fegiz.

Altra novità di quest’anno i Premi Speciali: Francesco Di Giacomo vince il Premio Speciale per il Miglior Album (uscito postumo, purtroppo, e che ho recensito per voi quest’estate) “La Parte Mancante”, il Premio Speciale Artisti nel Mondo va a Giulio Casale che si aggiudica anche quello per il Miglior Singolo, Premio Miglior Tour alla Premiata Forneria Marconi mentre quello per miglior band a RCCM e Wallace Records vince quello per la Migliore Etichetta.

Grandi novità anche in Giuria: in questa edizione composta da sette membri: Claudio Formisano, Luca Gobbi, Alex Pierro, Roberto Bonfanti, Alberto Album Riva, Giovanni Poggio (ex direttore artistico Ricordi e nuovissimo membro) e il sottoscritto.

Cambia il Presidente della Giuria e, finita, l’”Era Pierro” comincia l’Era Formisano! Il nuovo Presidente che si avvicenda alla carica dopo un paio di anni in cui era stato, appunto, Alex Pierro a ricoprire questo ruolo, si dimostra subito serio e volenteroso. Dimostra anche una certa propensione ad essere realmente un “Presidente Operaio” quando con insospettabile agilità si lancia sul palco durante l’esibizione del Pesce Parla a raddrizzare un’asta di un microfono che si stava inesorabilmente ammainando.

Le tre serate hanno rappresentato anche una serie di rocambolesche esperienze per il nostro giovane giurato Luca Gobbi che, prima arriva con un treno che porta centoventi minuti di ritardo (praticamente il viaggio della speranza) poi a causa della rottura del cancello esterno del suo Bed and Breakfast si trova a dover scavalcare per andare a dormire ma, visto da una pattuglia dell’Benemerita Arma dei Carabinieri viene invitato senza tanti convenevoli a recarsi con loro in caserma! A nulla, valgono le insistenti proteste del giovane Luca che mostra anche di essere in possesso della chiave della stanza e del cancello esterno. E’ quasi l’alba quando l’equivoco viene chiarito.  Il povero Luca, poi si prenderà una fastidiosa influenza con febbre cavallina che pregiudicherà la sua partecipazione all’ultima serata e verrà rilevato più che degnamente da Filippo Milani frontman dei Nylon, vincitori della scorsa stagione.

Il lavoro della Giuria viene fatto con simpatia, competenza e umanità. Siamo lontanissimi dalle atmosfere tese e cruente dei talents show televisivi. Ci sta, in un concorso, anche a perdere, tuttavia la Giuria ha il massimo rispetto per tutti i partecipanti e, soprattutto durante le ultime edizioni e questa in particolare, il livello è alto e, quindi, si è davanti ad un lavoro particolarmente gravoso.

Tutti i nomi dei vincitori dei vari premi 

Alla fine vincono Educta Fais e Pesce Parla. I primi sono un duo romano con un progetto molto interessante che racconta con sonorità particolari foriere di qualche inquietudine, eventi di cronaca o attualità sociale con una tensione estremamente suggestiva sia per i testi, sia per la ricerca e i paesaggi sonori. I secondi sono (come l’anno scorso!) pavesi … Che ci sia un movimento che è sfuggito al mainstream a Pavia? Il progetto è contrario a quello degli altri vincitori: ironici e solari tra pop e punk ma, anche, con una grande verve teatrale.

Il Premio Città di Milano va ai Geyser, band autoctona e autenticamente rock. Il Premio compilation va a Anaconda, Educta Fais, Evolve Alba, Geyser, Il Pesce Parla, Mau Nera, Revolution 0, Riccardo Autore, Roofsize e TreRose che potranno pubblicare un loro inedito sulla compilation di Rock Targato Italia. I TreRose si aggiudicano anche il prestigioso Premio Ronzani.

Questa la cronaca. In conclusione, posso o devo raccontarvi cosa ho percepito e respirato. Intanto, partendo dai più vicini, al tavolo dei giurati c’è stato molto lavoro costruttivo ma, anche, tanta simpatia e comunità di intenti. Purtroppo, non possono vincere tutti ma, tra di noi, c’è molto rispetto per chi sale sul palco. Ma potrei raccontarvi anche della stima e della coesione che c’è con gli artisti e con gli organizzatori. Rock targato Italia è un happening dove, alla fine, ci si diverte tutti. Anche il pubblico, quest’anno più numeroso, è stato caldo e partecipe.

Infine, mi corre l’obbligo di dire che Rock Targato Italia è anche un’atmosfera, un punto di incontro … Un luogo ideale dove ci si scambiano esperienze, opinioni, tensioni creative e artistiche. Un luogo dove succedono cose che non ti aspetti come quando qualcuno a serata conclusa ha ancora voglia, imbraccia la chitarra e si mette a fare il cantante da spiaggia! Non denuncerò il soggetto in questione!!!

Ma è soprattutto una riserva! Lontana da quel mainstream omologato che ci vogliono cacciare nelle orecchie a forza come una cattiva medicina. Una medicina che ci curerà contro intelligenza, curiosità e critica. Rock targato Italia è il luogo dove l’unica cosa che accomuna e impedisce ogni conflittualità è un incrollabile e incontrovertibile amore per la musica e l’umanità.

di Paolo Pelizza

© 2019 Rock targato Italia

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UNO STRANO E INFINITO SOGNO.

UNO STRANO E INFINITO SOGNO.

In questi giorni agostani, qualche amico delle Visioni mi ha rimproverato il fatto che non ho “coperto” il cinquantesimo anniversario di un evento che, per un post-hippie come me (mi ha definito così letteralmente!), dovrebbe essere un po’ come la Pasqua per un cattolico praticante. Ho ribadito, con una battuta, che non faccio il cronista, “faccio” il Visionario e, quindi, non ho nessun obbligo o necessità di stare sulla notizia. Ma, quando poi le voci si sono moltiplicate, ho dovuto abiurare alla volontà di rifarmi vivo in settembre.

L’evento a cui si fa riferimento, ovviamente, è Woodstock, un (ma potremmo usare l’articolo determinativo) happening musicale che si svolse cinquanta anni fa il 15 agosto scorso nello Stato di New York. La curiosità principale è che non si svolse a Woodstock (una cittadina della Contea di Ulster) come nell’idea di promotori e organizzatori ma a Bethel e, ciò nonostante, la manifestazione (forse perché gli era già stata attribuita il nome) venne intitolata la Fiera delle Arti e della Musica di Woodstock. Nell’idea dei quattro ideatori della “Fiera” c’era quella di reiterare una tradizione di grandi eventi musicali degli anni prima (i Sessanta avevano visto Monterey, la Summer of  Love, etc.). Inizialmente,  Lang, Roberts, Rosenman e Kornfeld (organizzatori e promotori dell’evento N.d.R.) avevano pensato di realizzare un grande studio di registrazione in zona: il posto era rurale e tranquillo, adatto a fare in modo che nessuno facesse caso al via vai di rockstars che sarebbero andate e venute. Presto però, l’idea virò verso l’organizzazione di un grande festival musicale. Così cominciarono a cercare il terreno dove realizzarlo. Dopo un batti e ribatti di richieste e mancate autorizzazioni per alcuni siti nei dintorni di Woodtsock, una motivata da una legge presunta che proibiva assembramenti oltre le cinquemila persone, la scelta cadde su Bethe; dapprima solo su un terreno di 15 acri appartenente a Elliot Tiber, repubblicano e accanito sostenitore della guerra del Vietnam (!). A seguito della richiesta degli organizzatori e del successo delle vendite dei biglietti (18 dollari l’uno, ai tempi era una cifre ragguardevole), Tiber mise a disposizione le sue buone relazioni con i vicini perché l’area venisse ampliata. A tutti, sia prima che dopo, venne promesso che al Festival non ci sarebbero state più di 50.000 persone. Alla fine, si arrivò a 500.000 presenze.

Non vi racconterò la storia, la scaletta, le band, etc. perché sono stai impiegati fiumi di inchiostro e chilometri di pellicola per raccontare l’evento e gli anedotti, le nascite, gli aborti spontanei, le due morti (una per overdose e una per un incidente con un trattore). Non vi racconterò che quando i quattro matti che si sono inventati questa iniziativa avevano cominciato non c’era un gruppo, un artista che avesse accettato di andarci. Non vi dirò che The Who si convinsero solo dopo aver sentito che i Creedence Clearwater Revival avevano accettato. Non vi racconterò delle percosse con la chitarra ad un attivista impegnato per la liberazione di John Sinclair (un giovane che era in carcere per aver tentato di vendere degli spinelli ad un agente in borghese a cui Lennon dedicò una canzone) da parte di Townshend che, finito il brano che stavano suonando, si rivolse al pubblico e disse che il prossimo che fosse salito sul palco lo avrebbe ucciso.

Vi racconterò del clima, però. Di una grandezza inaspettata. Del respiro che ebbe e del fascino che esercita ancora questo evento (come la Summer of Love, prima) dentro e fuori dagli Stati Uniti. Vi racconterò di quanti volevano che si scrivesse di una miriade di sciroccati fatti e violenti, una generazione di pacifisti perché senza spina dorsale, incapaci di impegnarsi per grandi ideali, impossibilitati ad assurgere a grandi destini. Invece, Woodstock ribadì, oltre ogni dubbio, che l’unico vero ideale perseguibile era la pace. Non c’è nessuna santità nella guerra, in nessuna guerra. Soprattutto, allora dato di cronaca, in quella del Vietnam non c’era nulla di morale o necessario: una faccenda sporca e basta.

Potrei raccontarvi di giornalisti coraggiosi che si rifiutarono di seguire la linea dei loro editori reazionari e del Festival di Pace e Musica (fu ribattezzato così) raccontarono la verità.

La verità con dentro anche il sesso libero, l’uso e l’abuso di sostanze stupefacenti, la scarsa organizzazione (non ci si aspettava una così grande affluenza) dei servizi igienici e di pronto soccorso ma, quel grande anelito che parlava di una protesta ferma e determinata, ancorché pacifica. Una grande lezione da parte di una generazione che voleva cambiare il paradigma nel buio di quei tempi, che voleva restituire al mondo la speranza.

Potrei raccontarvi dello “stupro” che Jimi Hendrix fece dell’Inno Nazionale. Intervistato successivamente a chi voleva che esplicitasse il perché, Jimi avrebbe risposto: “…suona maledettamente meglio così, non trova?” Non c’era niente da spiegare, dentro all’eccesso di diminuite dissonanti, c’era la rabbia per le politiche sociali inesistenti, per la repressione dei movimenti studenteschi pacifisti e dei diritti civili da parte di una polizia violenta, e, last but not least,  la contrarietà alla guerra.

Potrei raccontarvi di quanti “suonarono” a memoria perché impossibilitati a sentire quello che stavano facendo. Successe a quasi tutti.

Preferisco però raccontarvi questo: io, nell’agosto del 1969, avevo quasi sei mesi. Molti anni dopo ho scoperto che nell’anno della mia nascita sono avvenuti due eventi epocali: la conquista della  Luna e Woodstock, appunto.

Di Woodstock ho letto tantissimo, ho visto film e documentari, interviste e testimonianze dell’epoca e più recenti. Per me è difficile capire cosa ha significato quella maratona di musica per i tempi e che cosa ci dica anche oggi. Ho colto e compreso lo sguardo di altri ma non posso averne uno mio. Forse, ne intuisco il clima, respiro quel senso di speranza, di possibilità.

Una generazione che manifestava al mondo la necessità di una potenziale e positiva discontinuità. Una generazione che non aveva paura dell’autorità costituita. Una generazione che era là, pronta a ricostruire le macerie di un’umanità persa in nome degli interessi privati, del capitalismo, dell’imposizione della realpolitik imposta dalla Guerra Fredda.

Di Woodstock, questo ho capito: prima della storia di un grande evento musicale, è la storia di un pensiero, la storia di un sogno.

Un sogno che non abbiamo mai realizzato ma che continuiamo a sognare.

di Paolo Pelizza

© 2019 Rock targato Italia

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LA DIGNITA’ DELLA PAROLA.

"LE VISIONI DI PAOLO"

LA DIGNITA’ DELLA PAROLA

di Paolo Pelizza

La musica, come sappiamo, è il linguaggio universale. Solo ascoltando la musica, noi possiamo provare emozioni e farci trasportare dentro a suggestioni e racconti solo con le note.

Perché dentro alla musica c’è una drammaturgia senza bisogno di parole. Basta ascoltare tutta la musica sinfonica, quella orchestrale delle colonne sonore di film (alcune sono veri e propri capolavori, ad esempio la soundtrack di Blade Runner) o quei brani strumentali negli album prog degli anni Settanta (suggerisco, a questo proposito, di riscoprire il bellissimo disco di Emerson, Lake and Palmer “Brain Salad Surgery”).

Detto questo, molti musicisti e compositori, hanno dato molta importanza al testo dei loro brani. Lo hanno fatto con l’approccio dei grandi letterati e poeti o con quella saggezza istintiva che solo l’uomo della strada può avere.

Lo ha fatto, per cominciare subito con il botto, Robert Zimmerman in arte Bob Dylan. Lo ha fatto talmente bene che, questa sua attitudine di scrivere grandi testi poetici, gli hanno fruttato un Nobel per la Letteratura. Il fatto non era scontato per nessuno, nemmeno per lui, tanto che nel discorso che manda all’Accademia c’è molta riconoscenza e stupore. Dylan si domanda anche se si fosse mai chiesto se le sue canzoni fossero Letteratura (la L maiuscola è voluta!) oltre al fatto che si sarebbe aspettato di vincere questo premio così prestigioso quanto che sarebbe andato sulla Luna.

Eppure, molte canzoni, hanno testi poetici o contengono messaggi importanti. Lo è, per esempio, la supplica della madre al figlio in Simple Man dei Lynard Skynard. Lei spiega al figlio seduto accanto che il segreto per essere felici è quello di prendersi il proprio tempo e di essere qualcuno che si ama e si capisce. In una parola: essere un uomo semplice.

Possiamo, per restare sul noto, comprendere la profondità del senso di colpa, nel testo di Wish you Were Here, una canzone di poco di più di tre minuti dentro alla quale c’è una consapevolezza tragica: “ti hanno convinto a barattare i tuoi eroi con gli spettri”.

O, rimanendo nel mondo della fascinazione poetica, i bei pezzi dei Maiden, ispirati dai testi di giganti come Coleridge e Tennyson. Harris e soci “rubano” e rinnovano i versi dei poeti ne The Rime of the Ancient Mariner e in The Trooper, quest’ultima, ispirata dalla poesia Charge of the Light Brigade, che racconta un evento sanguinoso ed eroico della cavalleria britannica durante la guerra di Crimea.

In questo breve pezzo pre-pausa vacanziera, non posso esimermi (tanto ve lo aspettate!) di citare la suggestiva tensione mistica del testo di Stairway To Heaven. Un viaggio lungo una scala che giace nel vento che sussurra. Andando avanti per la nostra strada, le nostre ombre saranno più alte delle nostre anime, impossibilitate a brillare. A meno che, noi si ascolti molto attentamente, la melodia che arriva fino a noi e ci fa comprendere che tutti siamo uno e uno è tutti.

Finirei con l’artista con cui ho cominciato, Bob Dylan.

“Come ci si sente? Ad essere soli. Senza conoscere la direzione di casa. Ad essere un completo sconosciuto. Come una pietra che rotola.”

Perdonatemi per la pigrizia, se invece di spacciarvi parole mie, ho usato quelle di altri. Non sarà farina del mio sacco ma, è farina buona.

Vi prometto che mi rileggete presto, ricaricate le batterie, riprenderò a raccontarvi le mie deliranti Visioni e a sproloquiare di musica e società.

Un abbraccio sincero,

il vostro Visionario vacanziero.

di Paolo Pelizza

© 2019 Rock targato Italia

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