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Generazioni V parte.

Generazioni V parte.

Ovvero: l’eredità degli anni Ottanta, la fine della Storia, le opportunità (perse) della globalizzazione, la genesi della Rete.

Si sono fatte molte ipotesi sull’eredità degli Ottanta. Sono stati anni densi di avvenimenti e tendenze. E’ molto complicato decidere su quale criterio basare un giudizio.

In musica, è il decennio del pop universale: facile e comprensibile per le  masse. E’ il decennio di forme artistiche pret-a-porter, della diffusione di un edonismo leggero (per non dire, frivolo), della misura del successo misurato dal denaro acquisito, della conclusione della Guerra Fredda e, alla fine, dell’istituzione del “pensiero unico”. Il comunismo aveva fallito e, bocciato dalla Storia, aveva lasciato il campo libero per il successo del capitalismo, dell’economia di mercato. Tutto vero ma, è stato anche il decennio della speranza di una pace stabile. Si poteva intravvedere, in prospettiva, l’idea dei guaranì (nativi del Paraguay) di una “Terra senza Male”.

L’ipotesi di un mondo reso più piccolo e unito decadrà immediatamente. La spinta verso un’economia globale diventerà da grande opportunità per tutti ad una sorta di nuovo colonialismo. Saranno gli interessi degli Stati più forti ad influire sulle dinamiche politiche di quelli più poveri, riducendo ulteriormente le loro possibilità in termini di pace, equità sociale e benessere.

Tuttavia, si moltiplicheranno gli appelli e le azioni per i diritti umani e civili. Ci saranno concerti, eventi, risoluzioni politiche (in particolare, in Gran Bretagna) per contrastare efficacemente la fame nel Terzo Mondo e si intraprenderanno missioni che andranno in quella direzione.

Nel 1988 i più grandi musicisti partiranno effettueranno un tour mondiale per festeggiare il 40° anniversario della Carta dei Diritti dell’Uomo. Nel mirino, soprattutto, il regime dell’Apartheid in Sud Africa, con gli accendini accesi e gli stadi in silenzio ad ascoltare “Biko” di Peter Gabriel. Prima, nell’85 (dopo Live Aid) artisti occidentali e africani danno vita al progetto Sun City (l’allora equivalente della Las Vegas americana dove tra casinò e hotel di lusso si consumava la tragedia dei sudafricani neri). Molti artisti partecipano dal rock, dal folk, dal reggae, dal jazz e dalla musica africana. Nascerà da qui l’humus che darà vita alla cosiddetta world music … un nuovo genere dove le varie forme, i generi e le tradizioni si mescolano per trovare nuove composizioni e nuove armonie.  Ne parleremo.

 L’apartheid non durerà ancora a lungo: nel 1990 Mandela verrà liberato dalla iniqua prigionia e nel 1991 cesserà ufficialmente.

Steve Van Zandt più noto come Little Steven, per essere uno storico ed eminente membro della E Street Band, dichiarerà che fare musica equivale a fare politica e non dire nulla (sull’apartheid) fosse già un messaggio.

E’ stato, anche, il decennio durante il quale la Chiesa ha scoperto i mass media. Papa Woijtila era in tv a reti unificate, tutti i giorni. Modalità divenuta di uso comune anche per i successori con l’aggiunta di rete e social media.

Alla fine degli Ottanta, scongiurato il pericolo di olocausto nucleare, si cominciano a diffondere sistemi per collegare i computer. L’invenzione di reti dedicate viene da lontano: Arpanet era la rete militare che collegava i siti per il lancio di missili balistici negli USA. Diventerà massiva negli anni Novanta con la diffusione del world-wide-web. Da lì arriverà fino ad oggi per prosperare tra luci e ombre, tra vantaggi e sinistri, tra beatificazione e puzza di zolfo.

Sì, gli anni Ottanta si sono consumati tra yuppismo e impegno sociale, tra leggerezza e condanna, tra la fine di una Guerra e l’inizio di molte altre su piccola scala, tra promesse di pace stabile e genocidi. Credo che siano stati anni in cui (come oggi) si fosse impossibilitati a vedere oltre, ad immaginare un futuro tra le luci illusorie di una nuova Città del Sole ed una lunga gita all’Inferno.

Una breve nota: ricordo a tutti i nostri lettori, amici, detrattori etc. l’incontro di domenica prossima ventura 11 febbraio 2018 presso Spazio Ligera in Via Padova, 133 a Milano dalle 19.00: con la gustosa scusa di presentare il libro di poesie “Pandora in poi andrà meglio” di Massimiliano Morelli, ci inerpicheremo in discussioni sulle nuove e vecchie forme espressive e quale futuro per queste. A fare da guastatore ci sarà il vostro amichevole visionario di quartiere. A presto.

di Paolo Pelizza

© 2018 Rock targato Italia

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Generazioni IV parte.

Generazioni IV parte.

Ovvero un cambio deciso di rotta, la Guerra Fredda diventa gelida, un altro paese sconosciuto diventa (tristemente e stabilmente) famoso, una piccola crepa nel muro e una dissoluzione.

Gli anni Settanta finiscono con la pubblicazione del capolavoro dei Pink Floyd di Roger Waters “The Wall”. Il titolo sarà profetico quanto la differenza tra i suoi contenuti e come andrà la storia. D’altro canto, gli Ottanta iniziano funestati dalla scomparsa del batterista (e genio) John Bonham. La sua morte costituirà anche la fine della parabola artistica dei Led Zeppelin, probabilmente, la più grande rock ‘n roll band di tutti i tempi. Anche questo, con il senno di poi, sembrerà profetico.

 Il cambio deciso di rotta dell’industria della musica è verso i musicisti già famosi che vanno resi più “popolari”(vi rimando alla III parte di questa serie) è il new deal. Quando non ci riescono, però, decidono di abbandonare il modello di business precedente che si basava sulla ricerca di nuovi talenti nei clubs e di inventarseli.

Molto meglio utilizzare le discipline del marketing e “creare in provetta” solisti o gruppi sulla base dell’analisi dei mercati, sulla ricerca di personaggi e sonorità che possano capire e consumare tutti o quasi. Quindi, inizia l’era del crossover. Poche, tra queste celebrità da laboratorio, sono “etichettabili” per stile o genere: lo scopo è che siano easylistening sempre e, possibilmente, ballabili, allargando (per così dire) la base imponibile. Come ho già significato nel pezzo precedente, non mancheranno momenti alti: nel rock, come nel pop, tra vecchi e nuovi musicisti. Tra gli outsiders del pop, non si possono dimenticare Prince, Sting ed altri. Nel rock, nascono nuove band di valore come i Guns & Roses (che avrebbero potuto avere una carriera più lunga) e gli Europe a titolo di esempio. Nel punk, o meglio, nel post punk The Smiths diventano uno dei gruppi più significativi. Perdonatemi l’atroce e parziale semplificazione.

Nel frattempo, al thatcherismo inglese si aggiunge il reaganismo americano. L’altra parte del mondo è governata da Andropov. Nominato a sorpresa Segretario del Partito Comunista Sovietico e Presidente dell’URSS dopo la morte di Breznev, Yuri Andropov arriva dal KGB (prima) e poi dall’Ufficio agli Affari Ideologici (sì… esisteva veramente!). Al di là della scarsa durata del suo mandato e dell’opinione che all’epoca ebbero di lui alla Casa Bianca, fu proprio lui a gettare le basi per le riforme che poi portò avanti Gorbaciov. La situazione non era delle migliori. L’Unione Sovietica è in una profonda crisi economica e sociale: la continua corsa agli armamenti, l’urbanesimo cominciato con le purghe dei kulaki da Stalin ha desertificato le campagne e una forsennata politica industriale ha progressivamente distrutto quello che era noto come uno dei granai d’Europa.

 A giocarci il carico, il nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America. Costui è un ex attore famoso per aver interpretato il ruolo di pistolero spietato ed infallibile nei western di Hollywood. Applicando i temi dei personaggi che lo hanno reso popolare, dichiarerà che l’URSS è l’Impero del Male e che avrebbe difeso il popolo degli USA e il resto del mondo libero in tutti i modi possibili. Uno dei modi fu quello di finanziare e promettere un sistema di difesa missilistico basato su una sorta di “scudo spaziale”: una serie di satelliti artificiali, in orbita intorno alla Terra, che avrebbero avuto la possibilità di colpire i missili al suolo che, eventualmente, i Sovietici avrebbero lanciato. Nei primi anni Ottanta si va spesso a livelli di allarme elevatissimi vicini a quello della crisi dei missili a Cuba. I due mandati di Reagan saranno costellati di scandali e di decisioni di politica economica e sociale che sono tuttora controverse.

L’Armata Rossa nel 1979 invaderà l’Afghanistan. Un altro Paese sconosciuto ai più. La comunità internazionale insorge a parole ma lascia fare. La CIA, invece, ci vede l’occasione per rendere pan per focaccia ai russi per la loro collaborazione con Ho Chi Minh. Così, seppur impossibilitata ad agire direttamente sul teatro, ha una trovata “geniale”: facciamo arrivare risorse ai mujaheddin tramite i servizi segreti pakistani. Il Pakistan di allora aveva appena subito il golpe di Zia ai danni del governo di Benazir Buhtto. Il servizio segreto del primo, composto per lo più da musulmani ortodossi, si guarda bene dal concedere le risorse americane ai gruppi di miliziani “laici” o “moderati” preferendo di gran lunga i gruppi più integralisti. In Pakistan arrivano anche i primi foreign fighters della Storia contemporanea per combattere oltre il confine. Arriverà lì, a fondare una scuola islamica, anche uno dei figli di un miliardario saudita di origine yemenita, tale Osama Bin Laden. Ne riparleremo.

L’umanità sente il momento della caduta della spada di Damocle dell’olocausto nucleare molto vicino. Così si fanno film e si scrivono canzoni sull’eventualità, sulla speranza e su cosa succederebbe il “giorno dopo”. Nessuno avrebbe mai potuto immaginare che allora il rischio fosse minimo rispetto ad oggi. Sia come sia, ai tempi usciranno pellicole come “The Day After”, “ War Games” e canzoni come “Russians”. 

La Storia andrà diversamente. Le difficoltà dell’Unione Sovietica e la scomparsa di Andropov nel 1984 unitamente alla politica estera così aggressiva (e controversa) dell’amministrazione americana porterà alla nomina di Gorbaciov ai vertice. Il suo discorso al Soviet Suprema è noto. Dirà: “è ora che ci si renda conto che bisogna cambiare. Non possiamo più credere che ciò che va bene per il Comunismo vada bene per il Paese. Io dico che ciò che va bene per il Paese andrà bene per il Comunismo”. Gorbaciov inaugurerà un processo irreversibile che porterà alla fine della Guerra Fredda e, infine, alla dissoluzione dell’Unione Sovietica.

Nel mondo della musica, i semi piantati dai tedeschi del krautrock  e l’utilizzo delle tastiere elettroniche cominciano a dare dei frutti. Dalla trilogia berlinese si andrà ad una diffusione capillare del sintetizzatore. Alcuni artisti useranno solo questo strumento per comporre e, anche, durante le performance dal vivo. La diffusione è talmente ampia che anche una band di rockettari puri come i Van Halen ne subiranno il fascino. Eddie si farà affascinare a tal punto da farci un LP. Si intitolerà 1984 e costituirà il momento di maggior successo della loro carriera ma, anche, la fine del sodalizio tra Eddie Van Halen e David Lee Roth (il cantante e frontman). Singoli come Jump e Panama verranno ascritti tra i più grandi successi di vendita ma, per come la si conosceva, la band finisce. Eddie è e resterà uno dei più grandi chitarristi della Storia e i Van Halen troveranno un altro cantante senza mai, purtroppo, tornare ai livelli precedenti. Ma è l’inizio della musica elettronica di massa e nascono altri generi: alcuni “puri” ed altri che, pur partendo da precedenti esperienze, maturano denominazioni e movimenti diversi. Tra gli altri dark, new wave (un’altra volta!), new romantic. Ci sono pure le contrapposizioni storiche tra band diverse come quella tra Beatles e Stones. Da menzionare quella tra i Duran Duran (più elettronici e, quindi, new wave) e gli Spandau Ballet (new romantic). Ovviamente, la scelta era condizionata dal gusto delle adolescenti per i vari membri dei gruppi (tutti al maschile) e la fascinazione del resto del pubblico sui video musicali (a nostro avviso, più belli quelli dei Duran Duran).

A parte la Guerra Fredda, in Europa, ci sono molte altre preoccupazioni. Ci sono retaggi pre-Guerra Mondiale: le questioni irrisolte e sopite dalla dittatura franchista dei baschi e la contrapposizione violenta tra protestanti e cattolici in Ulster diventano vere e proprie polveriere. La musica anglosassone si occupa della seconda situazione. Un gruppo musicale nato in una Dublino dilaniata dalla disoccupazione e dall’idea di un’Irlanda unita, diventa il megafono dei delitti, delle nefandezze e dei massacri perpetrati dalla Corona in Irlanda. Sono gli U2. Musicalmente danno il loro meglio fino al 1987. Con The Joshua Tree finisce la prima parte della loro carriera e inizia una conversione al pop che durerà fino ad oggi (sono ancora in attività e sono una delle band più ricche e note al mondo). Non finirà però il loro impegno sociale e politico che continuerà fino ai giorni nostri, passando attraverso il movimento di artisti che si esibiranno per i diritti civili e la fine dell’Apartheid in Sud Africa.

In un’umida giornata di novembre del 1989 si produrrà una prima piccola crepa in un muro e niente sarà più come prima. Le riforme di Gorbaciov hanno fatto prendere coraggio ai dissidenti nei paesi della Cortina di Ferro. Così si butta giù un muro che è il Muro di Berlino. Quel 9 novembre a Berlino si fa la Storia e la si cambia per sempre. Negli anni a seguire chi pubblicava atlanti geografici ha avuto le sue difficoltà, visto che il mondo disegnato a Yalta non esisteva più ed era tutto in divenire.

Da lì a pochi anni, infatti, il colosso sovietico si dissolve dando vita alla Federazione Russa e ad un certo numero di altre nazioni dal Baltico all’ Asia.

Per il resto della storia dovrete pazientare e, come sempre, essere indulgenti con me.

di Paolo Pelizza

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Generazioni III Parte.

Generazioni III Parte.

Ovvero: il punk e il prog, South Bronx, la musica in scatola, l’inizio di una (o della) fine (?).

La seconda metà degli anni Settanta vede la prolificazione di due generi che potremmo definire antitetici. Il primo è parte di un movimento più ampio che condiziona e condizionerà stili di vita, fede politica, arti visive, letteratura e modo di vestire oltre alla musica: è il punk, letteralmente “ da due soldi” o di scarso valore.  Si tratta di una cultura giovanile volta alla disruption cioè alla demolizione o al superamento di quanto la società borghese impone(va) agli individui. Chi vi aderisce è anarchico, nichilista, abbraccia uno stile nel vestire stravagante (seppur non privo di un codice preciso) coronato da capigliature colorate e bizzarre e ha scarsa attenzione per l’igiene personale. Ne deriva una musica rozza, eseguita (per lo più) da autodidatti o, comunque, da musicisti non particolarmente virtuosi, rumorosa, senza nessuna concessione melodica. Ok, detta così sembra una cosa di poco conto, invece … Invece, quella musica ribelle attraverserà i decenni, si evolverà e vincerà la sfida del tempo. Il movimento, nato negli States e in Gran Bretagna, ben presto si diffonderà in tutta l’Europa continentale sia nella sua forma pura che in quelle (più interessanti) evolute e spurie. Il punk è la punta dell’iceberg di una tensione ribelle volta a sovvertire tutti i canoni precedenti siano essi sociali o estetici. Questa dichiarata intenzione lo rende estremamente appealing. Dai “rumorosi” Sex Pistol , ai Ramones, ai più raffinati Clash, nella musica il genere si arricchisce di esperienze, di suffissi e desinenze come pop, post, reggae, etc.

Vi è un’evoluzione anche per quanto riguarda la fede politica dall’anarchia delle prime band si passerà alla sinistra dei Clash e, addirittura, all’essere per la Regina dei The Jam. Un’evoluzione continua che porterà a ispirare altri generi come, ad esempio, il grunge molto di moda negli anni Novanta. Ma, è nella sua stessa genesi che si può presupporre questa possibilità di crescita e continuità evolutiva: molti gruppi e solisti che erano garage, glam, etc. si sono poi potuti definire proto- punk, in una concezione stucchevolmente anglosassone per la quale le etichette sui barattoli si possono mettere sia durante, sia postume. Il genere è sopravvissuto (a nostro parere) anche per ragioni sociali. Nel Regno Unito già si presagiva l’arrivo di un governo conservatore che avrebbe con grande rigore tagliato “i rami secchi” delle attività produttive nazionalizzate che stavano affossando l’economia britannica. Infatti, la Gran Bretagna, proprio in questo decennio entra nel Mercato Unico Europeo (dopo aver elemosinato questa possibilità dagli anni Cinquanta e aver sempre ricevuto un diniego secco per il veto dell’ingrata Francia). Nel 1979 la signora Thatcher entra a Downing Street e inizia un programma di riforme che (pur salvando il Paese) ebbero una ripercussione sociale pesantissima soprattutto sulla working class. Arriverà anche Reagan per non privarsi di nulla.

L’altro genere è il prog o meglio, progressive rock. Siamo agli antipodi: il termine “progressivo” indica un distaccamento dalla radice blues del rock e la contaminazione (colta, aggiungerei) con altre forme musicali. Una sorta di progresso nelle melodie, nelle armonie e nei temi. Gruppi e musicisti sono (quasi) sempre personaggi che hanno alle spalle scuole di musica frequentate con profitto, appartengono alla middle-high class e sono mediamente colti in generale. Anche l’esperienza del prog si diffonderà dalla grande Isola al continente, generando movimenti simili in Italia (dove costituisce il momento più alto della nostra musica di sempre, a nostro avviso dopo i classici), in Francia e in Germania Ovest. Forse l’eccessiva ricerca nel virtuosismo, l’idea dei concept album (album fatti di pochi pezzi molto lunghi legati da un tema o una storia), la contaminazione e l’ispirazione da forme più colte (sopra tutte: la musica barocca e Bach) resero più difficile una diffusione più ampia. Tuttavia, questa esperienza si può ascrivere tra le pagine migliori della musica del Novecento e, certamente, condizionerà i migliori che negli anni successivi si sono cimentati nel creare e fare musica. Band come Jethro Tull, Genesis, Yes, King Crimson, Emerson Lake & Palmer, Rush tra gli altri hanno  contribuito a costruire modelli stilistici solidi mescolando sapientemente classica, folk, jazz e krautrock diventando i musicisti “fighetti” e, quindi, odiati dagli esponenti del punk. La derivazione dalla psichedelia, tra l’altro, non inquadrava per la maggioranza temi politici o sociali che, quando presenti, erano rappresentati sotto la forma del sottinteso o dell’allegoria.

Nel frattempo, nella zona popolare della Grande Mela chiamata South Bronx, uno sparuto gruppetto di dee jays  sperimentano la tecnica del “campionamento” che si fondava sul prendere una parte di un brano e accoppiarlo ad un’altra parte dello stesso brano o di un altro, in modo da ottenere un segnale continuo. In pratica, ottenere una base da parti di un’altra o di altre.  Questi ragazzi diedero vita ad un genere che, all’inizio, fu chiamato reggaeton   in onore della prevalente origine caraibica degli esecutori che, su queste basi, improvvisavano testi cantati. Questa tendenza uscirà rapidamente dai clubs per diventare parte di una sottocultura di strada. Alla fine degli anni Settanta, non era infrequente incontrare gruppi di ragazzi neri che attaccando grosse casse audio alle loro autoradio o con enormi hi fi portatili si riunivano agli angoli delle vie a ballare e cantare con il tipico e obbligato stile cadenzato. Il potere di aggregazione e la possibilità infinita di basi potenzialmente a disposizione creeranno ben presto una vera e propria street culture che si mescolerà con la street art venendone condizionata e condizionandola.  Questo modo semplice di fare musica diventerà nei decenni successivi la colonna sonora dei ghetti e si propagherà dalla East Coast a Ovest, diventando musica  gangsta (troverete una vasta storiografia sulla genesi di alcuni rapper ex malavitosi) e da lì troverà fortuna anche nel Vecchio Continente dove  diventerà di gran moda (specialmente in Italia e in Francia). Oggi la conosciamo come hip hop o rap (anche se questo temine è più legato alla tecnica di canto che al genere).

Il decennio successivo comincia con la nascita di una teoria industriale diversa sulla musica e con la nascita delle tv musicali. Un colosso come la Warner decide di investire su artisti già famosi e di renderli più pop. Scopo dell’operazione: vendere. Così sguinzaglia Nile Rodgers a caccia di talenti emersi o emergenti allo scopo di far firmare contratti per averli in batteria. Rodgers punta ai bersagli grossi e, forte di un budget impressionante, fa “vittime” illustri. Il più famoso è tale David Bowie che firma un contratto record per l’epoca… I sedicenti informati parlano di diciassette milioni di sterline. E’ l’inizio di un processo di omologazione che, però, non riesce immediatamente. Questo perché i “polli da batteria” rapiti da compensi pesantissimi erano tutt’altro che polli e avevano ancora più di qualcosa da dire e, per raccontarla tutta, i produttori britannici più poveri, avevano ancora assi da gettare sul tavolo. Non si può negare che, a parte i più populars costruiti per piacere a tutti, negli anni Ottanta si fece anche “roba” di qualità. Nel pop e nel rock, nella contaminazione tra i generi: penso a Michael Jackson (non tutto), Gun’s & Roses, allo stesso Bowie, agli Inxs, Depeche Mode, agli immensi The Smiths (a proposito di post punk) … questi solo a titolo di esempio. So cosa state pensando: i Duran Duran? Gli Spandau Ballet? Madonna? Ogni nome che faccio o ometto apre parentesi infinite e ci sarebbe da scriverci fiumi di inchiostro, perciò portate pazienza … ci torneremo ma senza i suddetti fiumi.

La TV musicale e la nascita del videoclip è un’ulteriore arma a doppio taglio. I video che arrivano direttamente a casa tua (alcuni veri e propri film brevi di altissima qualità cinematografica) permettono di conoscere un’artista o un singolo e questo è positivo perché poi si va da Mariposa (un celebre negozio di dischi milanese) a sentire l’LP e si decide se vale la pena o no. D’altra parte, però, la musica passa in secondo piano rispetto alla qualità delle immagini, allo storytelling e (diciamolo) al sex appeal degli artisti e al loro look. E’ la nascita dell’artista/celebrità che deve piacere lui prima della sua produzione. Giochiamoci poi il carico che queste emittenti avevano editori che dovevano raccogliere inserzionisti per stare in piedi e che farsi guardare da più gente possibile faceva la differenza tra vivere o scomparire. Non si possono non comprendere le ragioni di un imprenditore ma, questa attitudine, toglie quell’elemento di simpatia spontanea e di riconoscimento di valore che prima erano gli unici parametri. Categorie che scompariranno quasidel tutto con l’arrivo della rete.

di Paolo Pelizza

© 2017 Rock targato Italia

 

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Generazioni, l’intervallo e Alice Cooper.

Generazioni, l’intervallo e Alice Cooper.

Interrompo temporaneamente la serie di “Generazioni” per tre ragioni. Prima, mi corre l’obbligo di parlare con voi e di voi: di affetto, stima e critiche costruttive che apprezziamo tantissimo , sono lo sprone per continuare a scrivere e condividere autenticamente i nostri punti di vista e le nostre “Visioni”. Poi, abbiamo visto il concerto di Alice Cooper all’Alcatraz a Milano e volevamo raccontarvelo. Infine, volevamo rendervi partecipi di tre chiacchierate fatte con amici e che hanno dato il “calcio d’inizio” ad una iniziativa che spero possa essere interessante.

Per cominciare, dobbiamo ringraziare sinceramente e con trasporto tutti i nostri lettori e, in particolare, quelli che commentano e criticano i nostri testi. Alcuni complimenti ci riempiono di gioia e ci spingono ad andare avanti con sempre maggiore convinzione ed impegno nella nostra ricerca tra passato e presente, sperando che il futuro veda maggiore qualità generalizzata e la fine di un appiattimento che nella musica, così come in altri linguaggi espressivi, tutti stiamo subendo.

Altra menzione d’onore è per i critici. Sul web è veramente facile lasciarsi andare a sproloqui ed insulti: au contraire, i miei critici sono sempre puntuali, sagaci e corretti. Ascoltare le loro istanze, a noi è utilissimo per progredire e guardiamo a loro sempre con attenzione e interesse.

Alice Cooper è un altro pezzo di Storia. Sul palco le sue sessantanove primavere non gli sono d’impaccio. Anzi, ci regala una performance all’altezza di epoche più verdi se non migliore. I grandi Vecchi sono sempre una garanzia. Vincent è sempre lui con le sue atmosfere grandgrignolesche tra Baron Samedi haitiani e il romanzo gotico del XIX secolo. Il repertorio immaginifico è quello di sempre con maschere di clown inquietanti, ghigliottine e un Frankestein che sembra uscito dalla trasposizione cinematografica del capolavoro di Mary Shelley di Rob Zombie. Lo so, il regista non si è mai cimentato con il mostro ma, da un punto di vista iconografico, quello sarebbe stato l’aspetto della creatura se mai avesse voluto farlo. La scaletta prevede i grandi classici: da Poison, a Feed my Frankenstein e si conclude con School’s Out.

Poison è anticipata da un’esplorazione della sempre virtuosa Nita Strauss che cerca (e trova) tutte le scale presenti sul manico della sua chitarra. Poi diventa un’orgia di voci per la partecipazione entusiasta del pubblico. La band di Alice Cooper è notevole e una speciale citazione la merita il batterista. Glen Sobel è aggraziato come una majorette, vigoroso come un fabbro e preciso come un metronomo. Di grande suggestione e  bravura il “solo” in cui si cimenta. School’s Out chiude dopo un’ora e mezza precisa … Tutto molto bello ma, forse un quarto d’ora in più ce lo potevano concedere. Non c’è comunque molto di cui lamentarsi vista la qualità generale dello show e della musica. Se possiamo trovare un piccolo neo: il palco dell’Alcatraz è posto piuttosto in basso e (complice anche la mia statura posta anch’essa abbastanza vicina al pavimento) era difficile vedere bene dalla platea.

Il vecchio rocker è ancora capace di regalarci divertimento, qualità ed emozioni con la sua indomita grinta.

Sempre durante questi giorni abbiamo avuto alcuni vivaci scambi di opinione. Non allarmatevi: ci vogliamo ancora tutti bene. La cosa comincia con un amico a nome Daniele che ci invita a non farla così lunga. La musica, alla fine, è un passatempo. Il mio amico è più giovane di me e, mentre dentro di me sta per partire il “pippone”, mi rendo conto che sarà molto difficile che lui la possa pensare diversamente. Così mi risparmio di spiegare che la musica è l’unico linguaggio universale, che dentro di sé porta suggestioni e racconti, che ha sostenuto e ispirato rivoluzioni, che ha portato i messaggi più alti ad un’umanità che diversamente non li avrebbe capiti, che attiene alla nostra più profonda identità (quella di essere umani) … che ci insegna altri punti vista, ci regala un’altra rete interpretativa, che oltrepassa muri e barriere.  La musica è quella carezza che asciuga le nostre lacrime o le scioglie disfacendo il groppo che abbiamo in gola. Dire che la musica è solo un passatempo è come dire che la Divina Commedia e Ulysses sono solo carta, che Il Cielo sopra Berlino è solo cellulosa spruzzata di sali d’argento. Purtroppo, devo rendermi conto, e ne parleremo meglio nella terza parte di Generazioni (e , forse, ne sarà necessaria anche una quarta!), che dall’invenzione delle TV musicali, dei talents show, dei fenomeni della rete questo sarà il giudizio di un pubblico omologato da sedicenti artisti anch’essi omologati, dai geni del marketing, da editori radiofonici piegati alle esigenze degli inserzionisti: è solo intrattenimento. Si vendono le celebrità non la musica.

Così esprimo questo mio pensiero a Massimiliano Morelli (un amico di recente acquisizione, poeta e anima creativa della band metal Feral Birth) e mi becco del “passatista”. Max conia questo neologismo perché pensa che io sia convinto che non si possa più fare buona musica, oggi. Mi spiega che, probabilmente, c’è qualcuno che sta scrivendo l’equivalente contemporaneo di Eleonore Rigby in questo momento. Per chiarire questo punto: io sono convinto che ci sia molta qualità in giro. Non  farei il giurato a Rock Targato Italia, che ne è la dimostrazione pratica, se no. Credo, però, che le dinamiche di un mercato profondamente mutato non mettano più a disposizione molti spazi. Oggi i Led Zeppelin sarebbero una nicchia non avrebbero venduto centinaia di milioni di dischi. Poi, quali dischi? Chi li compra più? Oggi, non si ascoltano gli album, si scaricano i singoli spesso gratis e illegalmente (e voglio essere buono!). Difficile per chi, pieno di talento e qualità, voglia emergere dal mondo indipendente ad un mainstream sempre meno autentico e sempre più inginocchiato a logiche artefatte che stanno impoverendo la nostra cultura, la nostra sensibilità e la nostra capacità di leggere il reale.

Infine, dopo essere stato definito “passatista” mi chiama il mio editore e organizzatore di Rock targato Italia (di cui ho una stima ed un affetto assoluto) che mi dice che sono tecnofobo … Settimana difficile, direte voi. Invece no. Proprio per questo abbiamo deciso di organizzare un’occasione di confronto pubblica che, vi anticipiamo, sarà presso Ligera a Milano il giorno 11 febbraio prossimo venturo e, alla quale, sarete tutti invitati. Io ho già detto a Max Morelli che io partecipo (e ci sto a farmi maltrattare) se mi permette di leggere almeno un paio di sue poesie. Vi daremo maggiori dettagli più avanti e, anche, il titolo e tema dell’incontro.

In conclusione, non sono pessimista sono terrorizzato. Lo sono di più per i nostri figli e nipoti che per me stesso. Voglio pensare che si possano portare ancora i ragazzi ai concerti, al cinema e a teatro. Che si possa portarli in libreria per comprare i libri di carta e non solo il nuovo videogame per la PS18. Che si insegni a loro che se non pagano il frutto dell’impegno altrui, soprattutto quello dei veri artisti, sono destinati a diventare culturalmente e definitivamente schiavi.

di Paolo Pelizza

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