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Il risveglio di istinti e nostalgie.

Il risveglio di istinti e nostalgie.

Cari amici delle Visioni, bentrovati.
Dopo un’assenza di qualche mese ricominciamo con questa rubrica. Mi siete mancati. Doverose le scuse per un’assenza (per quanto giustificata) così lunga. In questo nuovo appuntamento parliamo di due pellicole.

La prima è il sequel di Star Wars: il risveglio della forza. La pellicola, ambientata circa trent’anni dopo Il Ritorno dello Jedi ha come personaggio centrale Rey, una ragazza che traffica in rottami spaziali e che è (per così dire) sensibile alla “forza”. Tra le altre cose, la nostra eroina ha la capacità innata di controllarla senza alcun tipo di training … Fossi in Luke Skywalker sarei abbastanza offeso per questa scelta della sceneggiatura con tutto il culo che mi sono dovuto fare durante l’addestramento…
Comunque, la saga (è prevista un’altra trilogia!) si dipana tra ricerche dello stesso Luke, considerato un personaggio mitico, il tentativo dell’allievo più talentoso ad abbandonare il lato oscuro e la caccia ad una Morte Nera in formato gigante.
Il film è validissimo da un punto di vista visivo: mondi ed effetti sono belli e filologicamente perfetti. Diverso, il mio punto di vista, per altri aspetti. In primis, la sceneggiatura.
Pur mantenendo la dimensione dell’avventura epica è molto lontana dall’essere originale e intrigante. Questo succede per due ragioni, la prima che è troppo avviluppata su uno schematismo che è tipico del romanzo d’avventura medievale (mi viene in mente il ciclo bretone …) e questo toglie respiro alla storia. La seconda è che (a tratti) “taglino corto” destabilizzando lo spettatore più attento. Il tentativo di far rivivere la saga e di spacciarla ai teenagers contemporanei è riuscito solo in parte. In realtà, quello che va in quella direzione rende il film più banale.
Forse, l’originale, per effetti e immagini, paga la sua età ma è e rimane una pietra miliare, un pezzo della storia del genere. Inossidabile e ineludibile. Il suo clone contemporaneo risulta paradossalmente più vecchio e frusto.
Le novità che ci vuole propinare sono poche e hanno il sapore del deja vù. La salsa femminista di maniera è poco interessante e, soprattutto, non basta a salvare la capra e i cavoli.
Infine, sul cast. Daisy Ridley (Rey) è una ragazza di cui sentiremo parlare. I “superstiti” della vecchia saga godono del mio più incondizionato affetto qualunque cosa facciano ed in qualunque modo la facciano. Abrams si lancia in un’operazione nostalgica che diventa letargica per chi come me ama e ha amato Star Wars.
Non so se ce ne fosse bisogno ma, nel caso, si poteva fare meglio. Davvero.

L’altro film è Revenant. Inarritu dopo Birdman cambia genere ma non mano. Il film è girato con la nuova camera digitale di Arri: Alexa 65 e a fotografarlo c’è Emmanuel Lubezki.
La trama tratta dell’avventura di un uomo che sconfigge la morte per portare a termine la sua vendetta contro chi ha ucciso suo figlio. Tra peripezie drammatiche, istinto di sopravvivenza e la volontà di pareggiare i conti, Inarritu mette in scena un mondo bellissimo e spietato.
Su una trama minima il regista costruisce un film visivo, tecnicamente meraviglioso e durissimo.
Lo sconsiglio ai deboli di coronarie e stomaco. I primi sessanta minuti sono cinema al cubo e sicuramente da ascrivere nell’albo d’oro.
Poi diventa più faticoso. Alcune sequenze sono di troppo e inducono a pensare ad una sorta di autocompiacimento. Il finale è più da Cronenberg che da Inarritu ma, sono convinto che le sbavature gli vadano perdonate vista l’altissima qualità complessiva.
Il cast straordinario: Hardy meglio del miglior Di Caprio di sempre.
Il cineasta messicano ha sempre comunque il merito di portarci fuori di casa, abbandonando l’horror pleni delle nostre frequentazioni virtuali, dell’appuntamento con il facchino di Esselunga e con il quiz televisivo pre-serale. Impossibile vederlo sul piccolo schermo della tv o del PC.
Un altro grande merito? Batte Zalone nel suo primo week end di programmazione!
Alla fine è il cinema ad essere redivivo.

Paolo Pelizza
Rock targato Italia

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Venghino, signori venghino!

Le Visioni di Paolo 
 Venghino, signori venghino!

Non capita spesso di ospitare manifestazioni importanti come Expo’. In effetti, in città di Expo’ non c’è traccia. Tutto procede uguale e immutabile come sempre. Le uniche differenze sono le chiacchiere. Di Expo’ si parla tanto. Forse, troppo.
E’ assolutamente frustrante sentire i racconti di cosa c’è o di com’è di chi c’è già andato. Così prendo il portafoglio, una riserva di pazienza per le code che dovrò farmi e mi sottopongo a questo ulteriore rito italiano. Perché qui, ci sono cose che vanno fatte, obbligatoriamente! Mi torna in mente il grande Indro Montanelli quando scriveva che gli italiani non sono di destra o di sinistra, ma di entrambe le parti tutti insieme.
La prima cosa che rilevo è che l’esposizione Universale non è a Milano. Si possono fare le più svariate ipotesi su quale municipalità lo ospiti, ma certamente non è nella nostra città. Penso che sia strano … Strano, anche, che siano state fatte delle infrastrutture dedicate (il cui costo rientra nei miliardi di euro …) che, finita la festa, non serviranno più a nessuno. Cambiamo la nostra Costituzione … sarebbe più onesto dire che l’Italia è una Repubblica (democratica, rigorosamente tra parentesi!) basata sul calcestruzzo armato.
Il primo impatto è quello con un mastodontico centro commerciale … A metà tra la Fiera degli O’Bei o’Bei al cubo e Disneyworld, il sito è impressionante per la dimensione. Per un attimo ti senti piccolo e vittima delle procedure messe in atto per garantire la sicurezza … casomai, l’ISIS compri il biglietto e ammazzi qualcuno che la noia non è ancora riuscito a stroncare! Quando riesco ad accedere la voglia di essere lì si è quasi completamente esaurita.
Una volta entrato, capisco che ci sono padiglioni più gettonati di altri. Ad esempio, Cina e Kazakistan ma, anche, quello brasiliano e quello azero vanno per la maggiore. La gente (non moltissima) che “affolla” il sito è soprattutto italiana … come dire che lo stiamo pagando due volte questo evento epocale! Tra gli stranieri vedo quasi esclusivamente asiatici. Provenienti dalla Cina, per la maggior parte. D’altra parte si stanno comprando tutto nel Terzo Mondo e noi siamo in cima alla classifica dei venditori. Poco importa se quasi un secolo di regime, ci abbia consegnato un popolo senza empatia, né coscienza di sé. Un popolo la cui cultura millenaria è stata desertificata dalle utopie del comunismo prima, del capitalismo puro, oggi. Venghino signori, venghino! Basta avere i soldi, noi abbiamo i cartellini con il prezzo.
Ci muoviamo tutti come sbandati tra lunghe code e padiglioni semi deserti, tra gente stremata dal caldo e inciampando sugli entusiasti che camminano naso all’insù. La sensazione è quella di essere dentro ad un supermercatone dell’alimentare. Non c’è traccia dei contenuti. Le iniziativa sul tema “feed the world, energy for life” sono scarse e (oggi, perlomeno) di poco interesse. Troppo pochi gli argomenti per così tanti milioni cubi di cemento.
Il dottor Sala (commissario di Expo’), d’altra parte, aveva recentemente dichiarato che non è come ce lo si aspettava ma che non è un flop. Sarà … ma, a me, sembra che candidamente ammetta proprio un fallimento. Ricordo quando si tuonava orgogliosamente sul fatto che aspettavamo cinquanta milioni di visitatori … Inoltre, in questo opulento parco giochi sono molto poche le cose che possano interessare davvero qualcuno.
Grande rilievo e presenza per i partner di Expo’: multinazionali della finanza e del fast food. Come dire che si può nutrire il mondo, se questo può pagare. Penso all’attività che stati sovrani (tra cui la Cina) e aziende internazionali stanno effettuando nel mondo. L’acquisto della terra (che è l’unica cosa che è davvero “finita”, nel senso che una volta occupata tutta, non ce n’è più) e con questa l’accesso all’acqua. Come previsto, l’imminente esplosione demografica che ci porterà a essere dieci miliardi entro il 2050 renderà insufficienti le risorse del pianeta per tutti. La sopravvivenza sarà garantita solo a chi potrà permetterselo. Il ritorno al latifondo. Una nuova interpretazione per l’allocuzione “diritto alla vita”.
Esco accaldato e stanco. Per vedere tutto o quasi, servirebbe una settimana. Per vedere cosa, poi? Una sagra mondiale? No, grazie. Inoltre, se faccio due conti, la giornata mi è costata quasi cento euro. Ho mangiato un panino, bevuto due bottigliette d’acqua, pagato il salato biglietto d’ingresso e quello salatissimo della metropolitana … con gli stessi soldi avrei potuto permettermi una cena in buon ristorante, seduto comodo e con il conforto dell’aria condizionata!
Torno a casa un po’ deluso. Torno nella mia Milano dove tutto scorre come al solito, incurante dell’importanza dell’evento del secolo.
Mentre striscio verso casa, tormentato da afa, stanchezza e moschini non posso fare a meno di domandarmi: ne valeva la pena? Davvero?


© 2015 Rock Targato Italia
Paolo Pelizza

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IL VOLUME DELLA SONISPHERE.

IL VOLUME DELLA SONISPHERE.
Due eventi in qualche modo collegati mi hanno spinto, partendo dalla musica, a esplorare altre discipline.
Il primo è costituito dall’incursione de “l’italiano” che più italiano non c’è, nella Chinatown milanese … Ora, la cosa mi ha interessato dal punto vista antropologico. L’esperimento, dotato di una buona dose di coraggioso empirismo, è (come volevasi dimostrare) fallito. A parte che chi conosce l’idioma del popolo lunare non capisce nulla del mandarino mediterraneo di Cutugno… L’operazione televisiva, ma quella musicale, in particolare, è figlia del nostro tempo. Cerchiamo di spacciare un po’ di orpelli che abbiamo in magazzino … chissà che non possano interessare ai nuovi padroni del mondo, che non ci facciano entrare nel loro immenso mercato interno con roba che era in saldo trent’anni fa e che (magari) non ce la paghino per nuova anche se abbondantemente tarmata. Non si butti via niente!
Non c’è nessun dubbio che con i nuovi padroni dagli occhi a mandorla, ci si debba fare i conti. Il confronto deve essere anche e soprattutto culturale; proprio per questo, dovremmo mostrare le cose più belle e importanti del nostro Paese e quel fermento che è l’unica occasione per andare avanti, per dimostrare di non essere un popolo stanco e ancorato ai fasti del passato ma ancora vivi e pieni di idee e energia. Non credo che, al di là della simpatia per l’artista, si sia scelto l’alfiere giusto per rappresentare la forma artistica più universale. Qualcuno potrebbe eccepire che ragionare del “lancio” di un reality show come fosse una cosa importante sia eccessivo. Personalmente, devo rilevare che proprio sul “POP” si gioca una partita importante. In questo caso, non ci siamo cimentati con qualità. All’amico Toto, spero che sia stato corrisposto un compenso parametrato alla tenerezza che ci suscita e cioè molto alto.
Dall’antropologia alle discipline scientifiche. Il 2 giugno, Festa della Repubblica, il popolo del Rock è ad Assago. Causa attesa di un’amica ritardataria perdo le performance di Meshuggah, Gojira, We Are Harlot e Hawk Eyes. Sono dispiaciuto soprattutto di essermi perso la band francese …
Sono i Faith No More a consolarmi. Patton si cimenta in divertenti monologhi in ottimo italiano. A sorpresa la band di San Francisco esegue un classico dei Commodores: Easy. Il popolo del Metal attonito e divertito viene apostrofato dal vocalist poliedrico. “Cantate, cazzo!” è l’invito che viene proposto rigorosamente in italiano. Il popolo obbedisce timidamente. La performance finisce con l’invito alla trattoria di fronte. Il conto lo paga lui … per quarantamila.
La pausa in attesa dei Metallica si consuma tra una coda interminabile per una birra e un panino con la salamella. Assago è il premiato zanzarificio di Milano e uno straordinario stormo di vampiri mi danno l’assalto.
Mentre pensi a quanti Natali passerai in compagnia della salamella, la band di Hammet parte. E parte forte. L’effetto è quello della Citrosodina. La salamella è domata nel tempo di una intro.
Dopo l’omaggio a Morricone, è Fuel il primo brano. A proposito di discipline scientifiche, ripasso mentalmente la tavola degli elementi. Spero che Mendeleev mi aiuti a capire di cosa si tratta. Certo, è metallo. Ed è pesante.
Grande la performance, tra i loro cavalli di battaglia. Il climax esplode in One, aiutata dai laser e dalle macchine del fumo che evocano i tristi cieli di Iraq e Afghanistan delle più stupide e recenti guerre. I Metallica sono straordinari. Sostenuti da una base ritmica poderosa, granitica e precisa come la lama di un bisturi, si concedono generosi anche al pubblico … Hammet fa chiudere un “solo” ai fans oltre le transenne, Ulrich alla fine del concerto fa battere le pelli ad un ragazzo. Tre i bis, tra cui Nothing Else Matters e Enter Sandman. Sincera la dichiarazione d’amore per il popolo italiano di James Hetfield.
Potrei ammorbarvi con disamine tecniche, ad esempio sull’uso sapiente dei feedbacks (Hendrix sarebbe orgoglioso di questi ragazzi!). Non lo farò. Mi basta farvi sapere che chi vorrebbe il prepensionamento per questi artisti non ha idea di quale stato di grazia ancora li accompagni, quale energia riescano ancora a trasmettere e quanto ancora si divertano a calpestare il palco.
Stavolta, l’organizzazione non è stata male. Voto sei e mezzo di incoraggiamento. I bagni chimici sufficienti, discreta, rassicurante e non invasiva la presenza dei Carabinieri. Ancora qualche sbavatura nella gestione di accessi e vie di fuga e (soprattutto) troppo pochi i posti di ristoro per le bevande, visto anche il caldo tropicale.
Otto al personale di servizio. Cauti, autorevoli e tranquilli quando devono far scendere alcuni ambiziosi spettatori arrampicati sul tetto dei bagni chimici, alla caccia di un punto di vista privilegiato. Sempre sicura e incruenta la loro azione.
Dieci e lode al pubblico della Sonisphere! I concerti Rock sono il posto dove si trova la gente più educata del mondo. Nessuna paura o problema per alcuni disabili, i molti bambini e alcune donne incinta. Il Rock non conosce barriere, nemmeno architettoniche!
Mentre cammino verso la metropolitana penso a quanto mi ha assorbito la musica, alle emozioni che ancora riesce a darmi, a come mi ha avvolto.
Mi viene in mente la mia professoressa di algebra e geometria del liceo. Chissà come calcolerebbe il volume della Sonisphere.

Paolo Pelizza

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L'ultima risposta


L’ultima risposta.
Dentro a un pomeriggio solitario e uggioso, lontano dall’eco delle celebrazioni si sente solo silenzio (e buona musica). E’ in quei momenti che nascono le domande. Alcune sono le solite, altre sono nuove.
Fuori dalla finestra che si affaccia sul cortile, alcune piante di una vicina che non conosco, sono fiorite. Un albero nel parco ha le foglie di uno strano rosso ruggine più adatto ad un autunno incombente che alla primavera inoltrata. Un ragno lavora febbrilmente per costruire la sua trappola accanto ad una crepa nel muro. E’ davvero bello rimanere immobile a guardarlo lavorare.
Tutto sembra fermo e in pace. E’ calma apparente sottolineata dalla voce calda di Lou Reed.
E’ così che, quando l’orizzonte è più vicino, quando ci si accorge di aver passato il punto di non ritorno, ci si guarda indietro.
I nativi del Paraguay “Guarani” credono nel mito della Terra senza Male, io non più. Siamo passati attraverso troppi conflitti, troppa stupidità e troppe speranze infrante. Ci siamo passati in mezzo nel nostro quotidiano, nel pezzo di Storia che abbiamo attraversato e, ora, non ci resta che un lungo rassegnato addio.
Dalla guerra globale a quelle più piccole e prosaiche del Ventesimo Secolo a questa nuova senza soluzione di continuità, abbiamo gettato nell’immondizia l’immane sacrificio di sangue che oggi si celebra con i soliti discorsi infarciti di retorica vuota e con corone di alloro che domani inizieranno a rinsecchire.
Sappiamo dove stiamo andando ma non riusciamo a fermarci. Aristotele, se ci avesse conosciuto adesso, avrebbe rivisto la sua definizione dell’uomo come animale ragionevole …
Eppure non ci possiamo fare niente. Anzi, non ci dobbiamo fare niente perché se facessimo qualcosa saremmo giudicati pazzi o peggio. Una volta ci avrebbero chiamati eroi.
Oggi siamo solo residuati anacronistici, filosofi da bar, rivoluzionari da operetta, sognatori offuscati dalla musica del diavolo. Chi non accetta lo stato dell’arte è ridicolo … forse drogato o alcolizzato (mi viene da dire “da che pulpito” vivendo in un Paese che ha nello Stato il grande biscazziere!).
Mi accorgo che ho solo domande e nessuna risposta. Cerco di sforzarmi di trovarne almeno una …
Raccolgo una foglia che ha un disegno strano. Penso … godiamoci la Festa della Liberazione, domani continueremo a essere schiavi dei padroni del rating.
di Paolo Pelizza
© 2015 Rock targato Italia

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