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Le Visioni di Paolo: Quello che resta …

Le Visioni di Paolo: Quello che resta …
Il 25 settembre 1980 si spegneva a Windsor John “Bonzo” Bonham, probabilmente il più importante batterista rock di tutti i tempi.
Nel 2012, i tre superstiti della band dei Led Zeppelin ricevono il prestigioso Kennedy Center Honor davanti al Presidente degli Stati Uniti d’America e alla First Lady, la stessa sera che viene consegnato al più popolare conduttore televisivo mondiale David Letterman. Tra una chiacchiera e l’altra, davanti ad un tributo che è tanto grandioso quanto meritato, David e Jimmy Page si mettono d’accordo per un’ospitata in trasmissione … un po’ come se, in Italia, Fabio Fazio incontrasse per caso Mengoni e lo invitasse in trasmissione. Meglio non pensarci, che ho già i brividi.
David, sempre compassato e ironico, pesca dal mazzo la domanda più difficile: dopo la morte di Bonham, un’altra band avrebbe cercato un altro batterista, loro no. Risponde l’altro John: no. Una sola parola di una sola sillaba.
La domanda è difficile ma, se ci pensate, la risposta è facile. Quando finisce la parabola terrena di John Bonham, finisce anche la vicenda artistica così produttiva e prolifica della più grande rock’n roll band di tutti i tempi. Possiamo conoscere le storie che hanno portato quattro musicisti geniali dentro a quella straordinaria esperienza che sono stati i Led Zeppelin, per certo non conosciamo il perché. Forse la ragione è più vicina alla magia, ad una componente esoterica, ad un caso fortunato … possiamo interrogare la numerologia e l’oroscopo. Tuttavia, nessuno di loro era o è sostituibile. I Led Zeppelin non sono quattro elementi di un Uno, sono i Led Zeppelin. Sono la più straordinaria esplosione di talento, invenzione, tecnica, misticismo e istinto primordiale che si possa trovare nella Storia della musica tutta. Sono il paradigma della parte più autentica dell’umanità.
Quello che resta è la musica. Da ascoltare e riascoltare in continuazione perché pochi hanno gettato semi così importanti come loro. Compatisco chi fa musica e può dire, sinceramente, che non è stato in nessun modo condizionato dai Led Zeppelin.
Non possiamo e non dobbiamo ragionare con i se o i ma … chissà cosa avrebbero ancora fatto … chissà quanti altri album capolavoro avrebbero visto la luce. La realtà è questa e di straordinaria bellezza ce ne hanno regalato tanta.
Poi, David … La risposta ce l’avevi già nei loro testi.
Tutti sono uno, uno è tutti.

Paolo Pelizza
© 2015 Rock Targato Italia

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L'Elogio alla Gabbia, di Paolo Pelizza

L’elogio della gabbia.

Passeggiando per strada, in metropolitana, sui tram, in treno e in aereo ascoltiamo i discorsi più strani e disparati.
Ultimamente e (sempre) più spesso assisto a iperboliche digressioni su cosa bisognerebbe fare a quello o quella che la cronaca ha portato alla ribalta come autori di delitti efferati da media sempre più assetati di sangue. Anche se questi sono soltanto indagati e non ancora condannati definitivamente, le punizioni proposte sono tanto sommarie quanto degne di Torquemada.
Nessuno (intendiamoci bene) vuole che un reato odioso resti impunito, tuttavia, fa un po’ specie, nello Stato e nella città del Beccaria, sentire un tale accanimento verbale. Altro che ISIS!!! La signora Pina li fa apparire dilettanti bonari.
Penso che se si facesse un referendum sul reinserimento della pena di morte nel nostro Paese, il sì alle esecuzioni capitali sarebbe un plebiscito. Qualcuno le chiederebbe pubbliche, addirittura.
Nel frattempo, ci si accontenta del carcere preventivo. Quello che si usa per estorcere confessioni o perché è meglio mettere in galera qualcuno prima di fare le indagini … si fa prima e si risparmia denaro. Quella che dovrebbe essere l’extrema ratio viene comminata con una leggerezza che stupisce e indigna. Enzo Tortora è stato solo la punta nota di un iceberg, un fenomeno che conosciamo molto poco ma che esiste in una dimensione tutt’altro che irrilevante. Controllate il numero dei ricorsi vinti dai cittadini condannati ingiustamente in Italia presso le istituzione europee preposte e scoprirete che del funzionamento della Giustizia ci si può fidare come ci si può fidare di tutto il resto a casa nostra.
Eppure, siamo tutti giustizialisti e forcaioli. Applaudiamo quando un cittadino detenuto e, quindi, nelle mani dello Stato, muore in circostanze “misteriose”. Chissenefrega di capire le ragioni e le responsabilità: era solo un drogato di merda! Cosa importa se, in carcere, si è sotto l’esclusiva responsabilità dello Stato ed è questo che deve rispondere della nostra dignità e della nostra salute. E’ ininfluente, soprattutto, che la UE abbia dichiarato le nostre carceri illegali dall’anno 2000 e, tutti gli anni, paghiamo sanzioni salatissime per questa ragione. Qui, un indagato è colpevole e merita tutte le torture possibili: siano mediatiche o fisiche! Qui siamo lontani dallo stato di diritto quanto lo siamo da Plutone (il planetoide o il dio romano dell’oltretomba, fate voi che è lo stesso).
Mi chiedo, ossessivamente, se la cultura dalla quale veniamo e che rivendichiamo così orgogliosamente, sia solo un argomento da salotto e non d’ispirazione per la vita e l’organizzazione sociale. Come scriveva Hobbes sul frontespizio del Leviatano, teniamoci lontani dai classici che potrebbero spingerci a chiedere efficacemente di essere liberi e trattati con giustizia.
Dobbiamo stare più attenti: lo Stato siamo noi. Quindi, aspettiamo ad elogiare l’utilizzo indiscriminato di gabbie e sbarre. Pensiamo che la civiltà di una Nazione si misura dalla civiltà delle sue carceri.
Domandiamoci, infine, come in uno Stato che ha carceri contrarie alle leggi, un cittadino detenuto possa accettare quella condizione. Questo non è solo un problema etico ma, indiscutibilmente, giuridico: lo Stato non paga per i suoi reati, al contrario, si arroga il diritto di condannarmi? E’ la stessa cosa della pena di morte: se uccidere è sbagliato, perché lo Stato lo può fare impunemente? Gli aborti della legge, purtroppo, impattano troppo profondamente sulla vita dei singoli ma, anche, sulla società. Una società priva di pietas e divenuta, sempre più irreversibilmente, egoista e crudele. Una società che pensa di essere meglio dei singoli ma che è fatta di singoli, di individui che possono sbagliare e devono essere recuperati e non emarginati o peggio.
Una società realmente civile ricorre al carcere come ultima risorsa, quando ha provato tutto il resto. Una società realmente civile, vede sé stessa imperfetta come gli individui che la compongono. In una società realmente civile, i singoli non elogiano le gabbie destinate agli altri, perché hanno la consapevolezza profonda di essere gli altri.

Paolo Pelizza

© 2015 Rock targato Italia

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Alice, due piccoli stupidi.

Le ultime notti sono durate troppo poco. Non abbastanza perché il sonno ci abbia rinfrancato davvero. Non abbastanza per finire qualche discorso che non ricordo ma, che sembrava importante e meritava una sintesi. L’ultima, in particolare, è stata brevissima. E’ finita troppo presto insieme al romanzo di Roberto Bonfanti “Alice”. Senza darci la possibilità di farcene una ragione, di ordinare pensieri ed emozioni. La luce ci ha colpiti con un preavviso minimo, riportandoci alla vita vera, al lavoro, al mutuo da pagare, alla scuola dei bambini, alla revisione dell’auto …

Non ricordo più chi ha scritto che la vita è quella cosa che passa mentre sei occupato a fare altro.
Alice sceglie di abbandonare il Paese delle Meraviglie. Trova una risposta estranea alla favola, lontana dal sogno. Prima di abbandonarsi ad una normalità di facciata, prima di consegnare un pezzo di anima alla stabilità del quotidiano, però, riprende contatto con il suo primo e unico grande amore: Francesco.
E così morde di nuovo la mela avvelenata della fiaba. Tornerà nella tana del Bianconiglio? Oppure, sulla Terra riconquistando la convinzione che la vita vera sia fatta di mariti e figli, di mutui e pranzi domenicali?
Un’amica, la settimana scorsa, mi ha detto che non c’è niente di male a essere normali, a volere una vita normale … Mi tocca darle ragione, ovviamente.
Tuttavia, c’è qualcosa che non mi quadra. Intanto, non riesco a dare un significato univoco alla normalità. Chi è normale? Chi non lo è? Cos’è la normalità?
Troppo spesso rinunciamo ai nostri sogni e ai nostri desideri per immergerci nella fatica di tirare avanti. Viviamo vite in apnea, oppressi dallo spread e dalla retta dell’università dei nostri figli. Lo facciamo perché, per quanto possa essere faticosa e banale, la vita vera è l’unica via. E’ quella di tutti. Lo facciamo perché, a un certo punto del percorso, smettiamo di sognare. Smettiamo di crederci. Non vogliamo più impegnarci né prendere rischi.
Qualche volta, però, colti da un’insonnia improvvisa (magari aiutati da un buon libro), ricordiamo. Il nostro primo grande amore, il nostro impegno artistico, le nostre lotte sociali sono ancora là in un caleidoscopio indistinto dove un tema si fonde con l’altro senza soluzione di continuità. Rammentiamo la fede con cui ci impegnavamo e come la nostra energia ci sembrasse inesauribile. Nulla era impossibile. Poi, implacabilmente, suona la sveglia e poco dopo sale il caffè. Torniamo a una realtà folle e priva di senso: il mondo dell’esistentivo, del concreto, del grande gioco nel quale siamo solo pedine. Avremmo potuto urlare e correre più forte ma, ora, non abbiamo più fiato. Quella sfera che avevamo dentro, ardente come un piccolo Sole, è un deserto di ghiaccio. Una prigione di massima sicurezza, senza crepe nelle mura spesse.
Avremmo dovuto provare con più impegno o, forse, avremmo solo dovuto continuare a provare. Invece, la resa ci è sembrata più dolce, più sicura. Così abbiamo gettato la spugna, prima che fosse finito il primo round anche se eravamo ancora integri.
Rimangono in pochi, gli irriducibili del sogno. Di solito, i loro destini sono tristi quando non sono tragici. Ma, per poco che sia, suscitano l’ammirazione e l’invidia di tutti noi che abbiamo mollato, che ce ne siamo fatti una ragione.
Il romanzo di Bonfanti è il racconto di una storia d’amore ma, è anche una formidabile guida sulla ricerca della felicità, sulla crescita e su quella straordinaria sana forza primordiale che è la nostra sfera emotiva. Quindi, non assomiglia per niente ad un Harmony!
Alice si legge senza che opponga resistenza. L’investimento è piccolo, la resa è importante.
L’autore dimostra una profonda conoscenza dell’anima dei due protagonisti, tanto da farmi sospettare che ci sia un elemento di autobiografia nella vicenda narrata. Anche dell’immaginario maschile e femminile, Bonfanti ha una consapevolezza rara e preziosa. Le parti di erotismo sono scritte bene: lontane dalla pornografia, quanto dalla banalità. A tratti commuovente ci lascia molti interrogativi su come facciamo le nostre scelte, sul perché le facciamo. Soprattutto, sul fatto incontrovertibile che, prima o poi, tutti siamo sconfitti e domati.

Siamo tutti piccoli e stupidi.

Paolo Pelizza

© 2015 Rock targato Italia

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Quello che luccica …

Quello che luccica …

Giuro che ci ho provato … Niente tv, neanche telegiornali. Niente giornali, né riviste. Niente radio. Computer spento.
Non ci sono riuscito neanche così. Quando pensavo che anche l’ultima eco della kermesse rivierasca si fosse spenta, ho riacceso tutto e sono stato investito dallo tsunami.
Possibile che il Festival di Sanremo duri mesi? Passi che il format polveroso è anche lunghissimo ma, che noi ce lo si debba sorbire fino alla prossima edizione, poi …
Capisco i preliminari, farsela durare per una settimana (che neanche Rocco!) e arrivare all’orgasmo plurimo simulato del sabato notte, capisco le polemiche di plastica, capisco la (finta) trasgressione del trans bravo e barbuto ma che siamo ancora qui a farne una disamina fotogramma per fotogramma?
Perché dobbiamo discutere di come cadeva l’abito ad Emma? Chissenenfrega se Conti porta lo smoking come un contadino trasportato direttamente dal Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo! Vogliamo discutere per mesi del pezzo pieno di cliché di Luca e Paolo sui matrimoni gay?
Propongo una petizione! Casalinghe di Voghera di tutte le terre, unitevi!
Manifestiamo contro questa ingiustizia! Vogliamo che il Festival duri tre serate (al massimo) e che poi non se ne parli più. Fino all’anno dopo, almeno. Non ci interessano più i pre e i dopo Festival. Non vogliamo più sapere degli abiti di ospiti, conduttori e madrine. Non ci interessa sapere niente, né prima né dopo. Fate un canale tematico per masochisti, se proprio volete.
Ci pensino le radio (sob!) a ritrasmettere i brani della manifestazione e chiuso! Noi abbiamo un sacco di problemi: le tasse, l’ISIS al citofono, la Grecia che non vuole più farsi sospendere la democrazia per via finanziaria, l’eiaculazione precoce, la prostata come un melone, nostra moglie è scappata con il marito della vicina e (dulcis in fundo) abbiamo perso il lavoro!
Quindi, ci offendiamo se pensiamo ai compensi di Conti e i suoi amici. Noi con quella cifra avremmo rimesso a posto anche il condominio (fatta esclusione per il marito della vicina, si paghi i suoi millesimi il fedifrago) e, invece, mentre languiamo in problemi che non sappiamo come risolvere, ci appare il suo faccione perennemente abbronzato e sorridente a dirci quanto tutto sia magnifico e strepitoso … Carlo! Lo sarebbe anche per me con metà dei tuoi soldi!!! Se presenti anche il prossimo, faccelo sapere che ti mandiamo le nostre coordinate bancarie. Anche quelle di Emma che ha preso solo un rimborso spese, questa volta!
Una vecchia canzone (ma sempre attuale) parlava di una signora che credeva che tutto quello che luccicasse fosse oro. Purtroppo … purtroppo è un riflesso solo un po’ troppo lungo di lustrini senza valore.

Paolo Pelizza

© 2015 Rock targato Italia

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