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EVVIVA LE CERTEZZE

Le Visioni di Paolo

Evviva le certezze.

Quante certezze abbiamo? Quante ce ne possiamo concedere? Siamo stanchi del contrario.

Questa è la verità.

Ci siamo assuefatti alle promesse: a quelle delle riprese economiche, a quelle dei riscatti individuali, a quelle di una rivincita, a quelle delle nostre preghiere. Non c’è niente sotto il cielo che vediamo, né sopra quel cielo. Thomas Hardy scriveva che avrebbe potuto sopportare che i suoi guai fossero provocati da un Dio vendicativo e crudele, non che il Fato beffardamente cospargesse il suo cammino di meraviglie e di dolore come camminando, noi calpestiamo una formica o l’altra o l’altra.

Al di sopra dei nostri problemi quotidiani, noi ci dibattiamo nell’impossibilità di un cambiamento. Anzi, ne abbiamo paura.

Tutto quello che stiamo vivendo è frutto di un sistema umano, inventato da uomini, gestito da uomini e condiviso dagli uomini … C’è da domandarsi perché non si possa cambiare quello che non funziona, quello che non va bene … quello che dovrebbe migliorarci la vita e, invece, ce la peggiora. Siamo uomini anche noi! Contiamo meno di quelli che hanno deciso che quella fosse la strada?

Noi, vecchi rocker (ormai impotenti e/o eiaculatori precoci), ci avevamo creduto nel cambiamento. Abbiamo fatto di un pensiero, una fede che non ci fosse solo la melodica o il pop. Abbiamo creduto che un’incertezza più giusta, avrebbe soppiantato delle certezze artefatte e inique. Ci abbiamo provato a cambiare il mondo … Ma no! Era un’utopia. Un sogno come quello che ci vuole tutti sullo stesso piano: bianchi, neri, rossi o gialli. Un’idea stramba che ci vuole tutti parte di un grande Uno.

L’idea che non esitano addii ma solo arrivederci. L’idea che gestire il mondo solo secondo dinamiche economiche ci perderà e perderà il mondo stesso. Un’idea strana per la quale ognuno ha il diritto di credere in ciò che vuole ma non potrà mai costringere nessuno a pensarla come lui. Che non esista quella musica ma solo la musica.

Siamo Talebani anche noi, con la presunzione della libertà dalla nostra parte. Purtroppo, sottoposti agli interessi dei banchieri. I nuovi demoni. I nuovi padroni del mondo. I sacerdoti del Certo.

Abbiamo ereditato un pianeta in cui i governi (soprattutto quelli eletti democraticamente) non contano nulla nel Grande Gioco della Finanza. Non puoi uscirne … puoi entrare quando vuoi, ma non potrai mai lasciarlo. Come l’Hotel California degli Eagles.

Eppure, i “peggiori” tra di noi ci credono ancora. Credono ancora che il livello di Civiltà di una Nazione si misuri dalle sue carceri e non dal fatto che ospiti o meno l’Esposizione Internazionale. Credono ancora che la misura debba essere maleducata e asimmetrica e geniale come i pattern di John Bonham. Credono ancora che sia meglio essere agnostici che assoggettarsi ai dogmi. Credono ancora che sia meglio vivere in un oceano d’incertezza che su un limbo di terra stabile e sicura ma di calcestruzzo armato. Credono ancora che l’umanità abbia necessità di un  momento di riflessione, rispetto all’omologazione gretta di cui è ormai vittima.

Le certezze sono una cattiva medicina. Peggiore della malattia.

Però … se non senti e non ascolti, forse urlare: W le certezze! W le regole del Fondo Monetario Internazionale! W Kate Perry …  ti farà sentire meglio. Anzi, è sicuro.

Alle Visioni non vediamo un medico dall’86 e stiamo benissimo.

Forse … ma meglio di chi non sogna più, di sicuro.

di Paolo Pelizza

© 2015 Rock targato Italia

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Le Visioni di Paolo: Quello che resta …

Le Visioni di Paolo: Quello che resta …
Il 25 settembre 1980 si spegneva a Windsor John “Bonzo” Bonham, probabilmente il più importante batterista rock di tutti i tempi.
Nel 2012, i tre superstiti della band dei Led Zeppelin ricevono il prestigioso Kennedy Center Honor davanti al Presidente degli Stati Uniti d’America e alla First Lady, la stessa sera che viene consegnato al più popolare conduttore televisivo mondiale David Letterman. Tra una chiacchiera e l’altra, davanti ad un tributo che è tanto grandioso quanto meritato, David e Jimmy Page si mettono d’accordo per un’ospitata in trasmissione … un po’ come se, in Italia, Fabio Fazio incontrasse per caso Mengoni e lo invitasse in trasmissione. Meglio non pensarci, che ho già i brividi.
David, sempre compassato e ironico, pesca dal mazzo la domanda più difficile: dopo la morte di Bonham, un’altra band avrebbe cercato un altro batterista, loro no. Risponde l’altro John: no. Una sola parola di una sola sillaba.
La domanda è difficile ma, se ci pensate, la risposta è facile. Quando finisce la parabola terrena di John Bonham, finisce anche la vicenda artistica così produttiva e prolifica della più grande rock’n roll band di tutti i tempi. Possiamo conoscere le storie che hanno portato quattro musicisti geniali dentro a quella straordinaria esperienza che sono stati i Led Zeppelin, per certo non conosciamo il perché. Forse la ragione è più vicina alla magia, ad una componente esoterica, ad un caso fortunato … possiamo interrogare la numerologia e l’oroscopo. Tuttavia, nessuno di loro era o è sostituibile. I Led Zeppelin non sono quattro elementi di un Uno, sono i Led Zeppelin. Sono la più straordinaria esplosione di talento, invenzione, tecnica, misticismo e istinto primordiale che si possa trovare nella Storia della musica tutta. Sono il paradigma della parte più autentica dell’umanità.
Quello che resta è la musica. Da ascoltare e riascoltare in continuazione perché pochi hanno gettato semi così importanti come loro. Compatisco chi fa musica e può dire, sinceramente, che non è stato in nessun modo condizionato dai Led Zeppelin.
Non possiamo e non dobbiamo ragionare con i se o i ma … chissà cosa avrebbero ancora fatto … chissà quanti altri album capolavoro avrebbero visto la luce. La realtà è questa e di straordinaria bellezza ce ne hanno regalato tanta.
Poi, David … La risposta ce l’avevi già nei loro testi.
Tutti sono uno, uno è tutti.

Paolo Pelizza
© 2015 Rock Targato Italia

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L'Elogio alla Gabbia, di Paolo Pelizza

L’elogio della gabbia.

Passeggiando per strada, in metropolitana, sui tram, in treno e in aereo ascoltiamo i discorsi più strani e disparati.
Ultimamente e (sempre) più spesso assisto a iperboliche digressioni su cosa bisognerebbe fare a quello o quella che la cronaca ha portato alla ribalta come autori di delitti efferati da media sempre più assetati di sangue. Anche se questi sono soltanto indagati e non ancora condannati definitivamente, le punizioni proposte sono tanto sommarie quanto degne di Torquemada.
Nessuno (intendiamoci bene) vuole che un reato odioso resti impunito, tuttavia, fa un po’ specie, nello Stato e nella città del Beccaria, sentire un tale accanimento verbale. Altro che ISIS!!! La signora Pina li fa apparire dilettanti bonari.
Penso che se si facesse un referendum sul reinserimento della pena di morte nel nostro Paese, il sì alle esecuzioni capitali sarebbe un plebiscito. Qualcuno le chiederebbe pubbliche, addirittura.
Nel frattempo, ci si accontenta del carcere preventivo. Quello che si usa per estorcere confessioni o perché è meglio mettere in galera qualcuno prima di fare le indagini … si fa prima e si risparmia denaro. Quella che dovrebbe essere l’extrema ratio viene comminata con una leggerezza che stupisce e indigna. Enzo Tortora è stato solo la punta nota di un iceberg, un fenomeno che conosciamo molto poco ma che esiste in una dimensione tutt’altro che irrilevante. Controllate il numero dei ricorsi vinti dai cittadini condannati ingiustamente in Italia presso le istituzione europee preposte e scoprirete che del funzionamento della Giustizia ci si può fidare come ci si può fidare di tutto il resto a casa nostra.
Eppure, siamo tutti giustizialisti e forcaioli. Applaudiamo quando un cittadino detenuto e, quindi, nelle mani dello Stato, muore in circostanze “misteriose”. Chissenefrega di capire le ragioni e le responsabilità: era solo un drogato di merda! Cosa importa se, in carcere, si è sotto l’esclusiva responsabilità dello Stato ed è questo che deve rispondere della nostra dignità e della nostra salute. E’ ininfluente, soprattutto, che la UE abbia dichiarato le nostre carceri illegali dall’anno 2000 e, tutti gli anni, paghiamo sanzioni salatissime per questa ragione. Qui, un indagato è colpevole e merita tutte le torture possibili: siano mediatiche o fisiche! Qui siamo lontani dallo stato di diritto quanto lo siamo da Plutone (il planetoide o il dio romano dell’oltretomba, fate voi che è lo stesso).
Mi chiedo, ossessivamente, se la cultura dalla quale veniamo e che rivendichiamo così orgogliosamente, sia solo un argomento da salotto e non d’ispirazione per la vita e l’organizzazione sociale. Come scriveva Hobbes sul frontespizio del Leviatano, teniamoci lontani dai classici che potrebbero spingerci a chiedere efficacemente di essere liberi e trattati con giustizia.
Dobbiamo stare più attenti: lo Stato siamo noi. Quindi, aspettiamo ad elogiare l’utilizzo indiscriminato di gabbie e sbarre. Pensiamo che la civiltà di una Nazione si misura dalla civiltà delle sue carceri.
Domandiamoci, infine, come in uno Stato che ha carceri contrarie alle leggi, un cittadino detenuto possa accettare quella condizione. Questo non è solo un problema etico ma, indiscutibilmente, giuridico: lo Stato non paga per i suoi reati, al contrario, si arroga il diritto di condannarmi? E’ la stessa cosa della pena di morte: se uccidere è sbagliato, perché lo Stato lo può fare impunemente? Gli aborti della legge, purtroppo, impattano troppo profondamente sulla vita dei singoli ma, anche, sulla società. Una società priva di pietas e divenuta, sempre più irreversibilmente, egoista e crudele. Una società che pensa di essere meglio dei singoli ma che è fatta di singoli, di individui che possono sbagliare e devono essere recuperati e non emarginati o peggio.
Una società realmente civile ricorre al carcere come ultima risorsa, quando ha provato tutto il resto. Una società realmente civile, vede sé stessa imperfetta come gli individui che la compongono. In una società realmente civile, i singoli non elogiano le gabbie destinate agli altri, perché hanno la consapevolezza profonda di essere gli altri.

Paolo Pelizza

© 2015 Rock targato Italia

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Alice, due piccoli stupidi.

Le ultime notti sono durate troppo poco. Non abbastanza perché il sonno ci abbia rinfrancato davvero. Non abbastanza per finire qualche discorso che non ricordo ma, che sembrava importante e meritava una sintesi. L’ultima, in particolare, è stata brevissima. E’ finita troppo presto insieme al romanzo di Roberto Bonfanti “Alice”. Senza darci la possibilità di farcene una ragione, di ordinare pensieri ed emozioni. La luce ci ha colpiti con un preavviso minimo, riportandoci alla vita vera, al lavoro, al mutuo da pagare, alla scuola dei bambini, alla revisione dell’auto …

Non ricordo più chi ha scritto che la vita è quella cosa che passa mentre sei occupato a fare altro.
Alice sceglie di abbandonare il Paese delle Meraviglie. Trova una risposta estranea alla favola, lontana dal sogno. Prima di abbandonarsi ad una normalità di facciata, prima di consegnare un pezzo di anima alla stabilità del quotidiano, però, riprende contatto con il suo primo e unico grande amore: Francesco.
E così morde di nuovo la mela avvelenata della fiaba. Tornerà nella tana del Bianconiglio? Oppure, sulla Terra riconquistando la convinzione che la vita vera sia fatta di mariti e figli, di mutui e pranzi domenicali?
Un’amica, la settimana scorsa, mi ha detto che non c’è niente di male a essere normali, a volere una vita normale … Mi tocca darle ragione, ovviamente.
Tuttavia, c’è qualcosa che non mi quadra. Intanto, non riesco a dare un significato univoco alla normalità. Chi è normale? Chi non lo è? Cos’è la normalità?
Troppo spesso rinunciamo ai nostri sogni e ai nostri desideri per immergerci nella fatica di tirare avanti. Viviamo vite in apnea, oppressi dallo spread e dalla retta dell’università dei nostri figli. Lo facciamo perché, per quanto possa essere faticosa e banale, la vita vera è l’unica via. E’ quella di tutti. Lo facciamo perché, a un certo punto del percorso, smettiamo di sognare. Smettiamo di crederci. Non vogliamo più impegnarci né prendere rischi.
Qualche volta, però, colti da un’insonnia improvvisa (magari aiutati da un buon libro), ricordiamo. Il nostro primo grande amore, il nostro impegno artistico, le nostre lotte sociali sono ancora là in un caleidoscopio indistinto dove un tema si fonde con l’altro senza soluzione di continuità. Rammentiamo la fede con cui ci impegnavamo e come la nostra energia ci sembrasse inesauribile. Nulla era impossibile. Poi, implacabilmente, suona la sveglia e poco dopo sale il caffè. Torniamo a una realtà folle e priva di senso: il mondo dell’esistentivo, del concreto, del grande gioco nel quale siamo solo pedine. Avremmo potuto urlare e correre più forte ma, ora, non abbiamo più fiato. Quella sfera che avevamo dentro, ardente come un piccolo Sole, è un deserto di ghiaccio. Una prigione di massima sicurezza, senza crepe nelle mura spesse.
Avremmo dovuto provare con più impegno o, forse, avremmo solo dovuto continuare a provare. Invece, la resa ci è sembrata più dolce, più sicura. Così abbiamo gettato la spugna, prima che fosse finito il primo round anche se eravamo ancora integri.
Rimangono in pochi, gli irriducibili del sogno. Di solito, i loro destini sono tristi quando non sono tragici. Ma, per poco che sia, suscitano l’ammirazione e l’invidia di tutti noi che abbiamo mollato, che ce ne siamo fatti una ragione.
Il romanzo di Bonfanti è il racconto di una storia d’amore ma, è anche una formidabile guida sulla ricerca della felicità, sulla crescita e su quella straordinaria sana forza primordiale che è la nostra sfera emotiva. Quindi, non assomiglia per niente ad un Harmony!
Alice si legge senza che opponga resistenza. L’investimento è piccolo, la resa è importante.
L’autore dimostra una profonda conoscenza dell’anima dei due protagonisti, tanto da farmi sospettare che ci sia un elemento di autobiografia nella vicenda narrata. Anche dell’immaginario maschile e femminile, Bonfanti ha una consapevolezza rara e preziosa. Le parti di erotismo sono scritte bene: lontane dalla pornografia, quanto dalla banalità. A tratti commuovente ci lascia molti interrogativi su come facciamo le nostre scelte, sul perché le facciamo. Soprattutto, sul fatto incontrovertibile che, prima o poi, tutti siamo sconfitti e domati.

Siamo tutti piccoli e stupidi.

Paolo Pelizza

© 2015 Rock targato Italia

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