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Le strane guerre di Chris e Alan.

BENTROVATI ALLE VISIONI.
Amici visionari, oggi parliamo di due film che abbiamo visto per voi. Sono l'eastwoodiano "AMERICAN SNIPER" e "THE IMITATION GAME" di Morten Tyldum. Si tratta di due biopic.

Bradley Cooper (anche produttore) mette in scena il personaggio di Chris Kyle, il più letale cecchino dei Navy Seals e della storia bellica americana. Il film tratto dalla biografia di Kyle è esattamente come ce lo si aspetta: lineare e ben girato. Cede pochissimo a idee avanguardiste e a guizzi artisticio presunti tali. Perfetto nella struttura e straordinario da un punto di vista cinematografico, il lungometraggio si sviluppa attraverso la storia del protagonista e delle sue vicende dentro e fuori l'Iraq più recente. Due note di merito: una per l'inossidabile Michael Owens (supervisore agli effetti speciali già utilizzato da Eastwood per Hereafter e da Spielberg per il suo sbarco a Omaha Beach di Save Private Ryan), l'altra per l'interpretazione intensa e misurata di Cooper. Sia gli effetti più veri e credibili del vero, sia la bravura dell'attore impreziosiscono un film americano che qualche volta ti viene di scriverlo con la kappa!
Non sempre, per fortuna. Perché fuori dalle vicende belliche (durissima la sequenza delle prime due uccisioni) è la storia di un uomo che, convinto dall'educazione che gli è stata impartita e dal patriottismo un po' pret-a-porter della provincia sudista, parte per la guerra con l'idea di essere un cane da pastore e di proteggere il suo gregge dai lupi. La guerra (nella pellicola) è la vera e indiscussa protagonista. Si insinua sotto pelle e diventa un grave sull'anima di protagonisti e spettatori. Ci arrivi dentro e non riesci ad uscirne. Neanche quando torni a casa. Neanche quando giochi con i tuoi figli.
Kyle diventa una sorta di "war addicted" assuefatto a pericolo e violenza, incapace di uscire dal vortice. Nella pace di casa, tornare ad occuparsi di altri reduci meno fortunati ed integri di lui diventa la chiave per un ritorno alla vita. Ultima nota per la co-protagonista Sienna Miller. L'abbiamo trovata in forma soprattutto quando appare per la prima volta. Una classica ragazza della provincia degli USA molto bella e un po' tamarra. Dove dovrebbe farci entrare nella sua angoscia per la sorte del marito che parte per l'ennesimo turno di servizio, lascia la porta socchiusa. Ci invita ma nonriesce a farci varcare la soglia. Un piccolo neo per un film perfetto.

THE IMITATION GAME è il biopic del matematico britannico Alan Turing. Lui e un pool di cervelli vengono chiamati per decifrare il codice della macchina Enigma: missione impossibile per il numero di combinazioni che si devono provare. Così Turing progetta e costruisce una macchina per processarlo e trova la chiave permettendo agli alleati di vincere la guerra contro il nazismo.
Il regista nordico ci consegna una ricostruzione senza sbavature, né frills. La struttura è asimmetrica ma assolutamente comprensibile anche nei passaggi temporali tra le età e i periodi della vita di Turing. Il film ha ritmo ed è emozionante. Molto del merito va all'attore protagonista Benedict Cumberbatch. Lontano dalle atmosfere e dal mood insensibile e misantropico di Holmes nella riuscita serie TV "Sherlock", il Turing di Cumberbatch è da stropicciarsi gli occhi: tridimensionale, gioca tra stati emotivi, stravaganza e un vago e leggero autismo. Sarebbe una vera ingiustizia non dargli l'Oscar! come da Oscar è Keira Knightley: la sua Joan Clarke è tantissima roba e la parte non è facile. I due protagonisti sono certamente aiutati da tutto il cast che funziona come un orologio svizzero. THE IMITATION GAME è un organismo complesso che gira impeccabilmente.
I dialoghi sono sempre sagaci e interessanti e la vicenda che sulla carta potrebbe essere noiosa (cinque geni che costruiscono una macchina) è un mix di ironia, disperazione, disagio esistenziale e gioia sullo sfondo della più grande tragedia della Storia umana.
Una piccola divagazione sul regista, concedetemela. Tyldum è nordico di nascita e statunitense di formazione cinematografica (New York non L.A.). L'unico altro suo film che il sottoscritto è riuscito a vedere è Headhunters, tratto dall'omonimo romanzo di Jo NesbØ. Il libro è uno dei più riusciti thriller della storia della letteratura di genere e lo scrittore e musicista norvegese che ne è l'autore è probabilmente il più grande di sempre dopo il maestro Ellroy. Insomma, il materiale c'era. Tuttavia, (seppur ci rendiamo conto che l'intreccio fosse complicato da tradurre in immagini in movimento) il film era venuto fuori un po' algido e stanco. Questo ultimo è talmente riuscito da farci urlare al capolavoro e, già che ci siamo, diamo un Oscar pure a lui! Crepi l'avarizia.

Due guerre diverse e due personaggi diversissimi e di epoche diverse. Una cosa in comune ce l'hanno: sono guerrieri che combattono in modo strano, non canonico. Uno, la guerra (e la morte che provoca) la vede da molte centinaia di metri di distanza attraverso il mirino telescopico di un fucile di alta precisione. L'altro dentro un laboratorio tra una modifica e l'altra alla macchina.
Tutti e due hanno ucciso. Hanno ucciso per vincere la guerra. Uno senza essere visto, da lontano e al sicuro. Un colpo, un morto. L'altro per non dare alcun vantaggio al nemico, ha lasciato che molte persone morissero, senza fare nulla. Si sono assunti responsabilità che nessuno dovrebbe assumersi e ne hanno pagato il prezzo. Tutti e due scomparsi: Kyle è stato ucciso da un reduce che cercava di aiutare e che soffriva della sua stessa sindrome, Turing (sembra ...) muore suicida dandoun morso ad una mela avvelenata con il cianuro. In particolare, pensando alla parabola dell'eroico matematico non posso fare a meno di darvi conto del fatto che Turing è davvero il padre dell'intelligenza artificiale e che dovrebbe essere studiato nei corsi di filosofia avendo superato l'assioma cartesiano per il quale le macchine non possano pensare. Penso, quindi sono una macchina. Le sue scoperte sono paragonabili a quelle di Darwin e Freud, ma più importanti per come hanno cambiato il nostro modo di vivere.
Il matematico britannico è stato oggetto di molti libri e di qualche pellicola. Consentitemi di rivelarvi che c'è stata anche una rappresentazione in teatro qualche anno fa (Stagione 2012/2013 al Teatro Piccolo di Milano): TURING STAGED CASE HISTORY. Per chi volesse approfondire: www.turingcasehistory.net Lo spettacolo di Maria Elisabetta Marelli è (per quanto concerne la mia esperienza) il miglior esempio di arte multimediale. Il matrimonio tra tecnologia e mezzi espressivi ha reso con la dignità drammaturgica necessaria, l'essenza del lavoro e del pensiero del matematico.
Ma, anche, debolezze e paure senza cedere mai ad una freddezza che (spesso) questo genere di rappresentazioni hanno intrinsecamente. Sarebbe bello poterlo rivedere in scena, vista anche la spinta che questo film sta ridando al personaggio e i riconoscimenti che la pellicola ha avuto e quelli che (ne sono certo) arriveranno.

Un'ultima nota di servizio per i "visionari". Molti mi hanno sollecitato a scrivere un pezzo su PINO DANIELE che tutti abbiamo amato e amiamo. Qualcuno vorrebbe che scrivessi, anche, un ricordo della EKBERG. Non voglio nemmeno provare a giustificarmi sono argomenti che meritano cura,
attenzione e spazio anche alle Visioni ... tuttavia, tutti questi eventi sono capitati in un momento terribile. L'attacco vigliacco a CHARLIE HEBDO e alla libertà di espressione, stampa e pensiero ci hanno scossi intimamente. Alla fine su Pino Daniele ha scritto una canzone un suo amico talentuoso e credo che fare meglio di ERIC CLAPTON sia difficile!

Je suis Charlie.

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Le visioni di Paolo

Je suis Charlie.

Non torneremo oggi.

Avevamo tante cose di cui parlare ma, di fronte alla barbarie non c'è niente da dire.
Non abbiamo recensioni da fare.
Pensieri da condividere.
Non abbiamo niente di così importante di cui parlare.
Non scriveremo nulla oggi perché è il momento del dolore, dell'incredulità e del cordoglio.

Torneremo, però.
A scrivere, a leggere, a condividere idee e suggestioni.
Torneremo perché è giusto.
Torneremo anche per il rispetto che portiamo alle vittime, al loro mestiere e alla loro essenza. E non solo a loro.
Lo faremo per tutti i liberi pensatori che non hanno paura di esprimersi.
Lo faremo perché vogliamo che questi fatti non si ripetano più e combatteremo per questo.
Combatteremo con la nostra umanità e i nostri pensieri. Combatteremo restando uguali a noi stessi e coerenti con i nostri valori.
I valori della libertà e della non violenza.
Lo faremo e lo rifaremo.
E poi lo faremo ancora e ancora.

Lo faremo perché non abbiamo paura.

Je suis Charlie.

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Le visioni di Paolo: Orwell e il paradosso da cocktail bar

Qualche sera fa, bevendo un ottimo cocktail al Turné (quello a Milano), chiacchieravo con un amico e fan delle Visioni.

Questa persona mi ha fatto riflettere su alcune mie "presunte" contraddizioni. Trova, mi dice, che sia paradossale che io faccia l'elogio delle innovazioni, proponga che si dia più spazio ai giovani e, poi, sia così contrario alla tecnologia. Le nuove generazioni sono composte da giovani chiamati "nativi digitali". Il loro punto di vista sul mondo è attraverso i device elettronici e il loro modo di comunicare prevede l'uso di social media, blog, community, etc.
L'ulteriore paradosso è che, alla fine, io stesso tengo settimanalmente una rubrica sul web ...

E' evidente che le Visioni non possono essere valutate con la categoria della coerenza ma, "vivono" di umori, interessi, emozioni, fatti e misfatti del momento in cui vengono concepite e, successivamente, scritte.

Riflettendo su queste cose, mi viene in mente che nel mondo della logica esistono due tipi di paradossi: quello fallace e quello veridico. Quello fallace prevede un'esposizione assolutamente verosimile, che sembra logica e corretta ma, non lo è. Quello veridico, al contrario, sembra errato e, invece, è assolutamente giusto. Mi domando a quale dei due appartengano le Visioni. Vediamo!

Intanto, occorre che spieghi il mio pensiero in modo più lineare. Io non sono contrario alle tecnologia, sono contrario alla tecno-filia. Non sono contro la modernità, sono contro il modo acritico con cui viene intesa. Cos'è l'innovazione? Perché io sento che viene percepita, anzi no, tradotta come progresso tecnologico e basta.

Avete mai provato a visitare il sito web di una compagnia aerea, cercando una tariffa per il Medio Oriente? Per settimane verrete bersagliati di promozioni, offerte e pubblicità da parte di quella e di tutte le altre compagnie che coprono quelle tratte. Tutti i servizi che ci regalano su Internet prevedono la comunicazione di tutti i nostri dati personali. Non so voi, ma il sottoscritto riceve spam sempre inerenti alla propria attività, ai propri interessi, al fatto che sia in quella fascia di età e sociale ... Vogliamo parlare di sicurezza? Di privacy? Stiamo scherzando. Chiunque abbia un account di posta elettronica sa di cosa parlo. Quanti amici o conoscenti avete che sono stati derubati all'estero, in posti dove non sono mai stati, e vi hanno scritto di mandar loro dei soldi? L'ultimo era di stamattina. Un mio contatto di lavoro: derubato a Cipro mentre stava comodamente facendo colazione a casa sua in Franciacorta, nella provincia viti-vinicola di Brescia. I satelliti in orbita che sorvegliano tutte le comunicazioni digitali del pianeta in nome della guerra al terrorismo, non sono l'ipotesi di un grande romanziere di fantascienza. Sono lì sopra e operano ... La cronaca ha riportato, anche, un Datagate qualche anno fa. Oggi, evidentemente, dimenticato.

Non sto esagerando. Ricordate 1984? No. Non l'album dei Van Halen che sancisce la fine del sodalizio tra Eddie e David Lee Roth (pare a causa della nuova fascinazione di Eddie per una tastiera elettronica inventata da un ingegnere tedesco in quegli anni!), il romanzo di George Orwell. Quello che parla del Grande Fratello. Nooo. Non la trasmissione televisiva condotta dalla Marcuzzi. Il testo ci parla di una civiltà tecnologicamente avanzata dove tramite i devices i governi condizionano la vita e le scelte delle persone. Provate a dirmi, che non sta succedendo. Una profezia che si avvera con un paio di decenni di ritardo.
Anche senza scomodare i massimi sistemi, tutti i giorni assisto a scene isteriche se al bar non funziona la wi-fi o se in hotel non c'è la rete wireless ... Siamo assuefatti a quel modo di vivere e comunicare. Se non siamo in rete, non esistiamo più per nessuno. Un gruppo di studenti, durante una pausa, assistevano ammirati alla presentazione del più nuovo tra gli smartphone, parlandone per una buona mezz'ora ... Una cosa non esclude l'altra, mi direte. Erano miei studenti e la cosa è andata avanti per settimane, finché non è uscito un altro modello più nuovo!

Vi siete mai trovati da qualche parte, durante un black out? Una volta si prendevano le candele, oggi si ringrazia il nostro provider di rete mobile!
Chi parlava da solo venti anni fa veniva portato via in ambulanza, oggi ha l'auricolare!
Non si parla mai di innovazione dei linguaggi, dei costumi, di innovazione sociale o culturale. C'è solo lo sviluppo tecnologico che crea tanti vantaggi e ci semplifica talmente le relazioni che non ne abbiamo più di reali.

Invece, l'innovazione importante per un progresso vero sarebbe quella dei linguaggi, quella dei diritti (in Italia è in atto un regresso sui diritti che siano civili o di altro tipo) e quella culturale. Ci sentiamo "buoni" perché usiamo concetti come tolleranza e uguaglianza ma, sono concetti sbagliati. Parliamo, invece, di diversità, l'unica vera ricchezza è quella. Parliamo di empatia: prendiamo atto del fatto che nessuno è uguale a nessun altro. Noi siamo il nostro prossimo.

Chi può fare evolvere la nostra civiltà? Chi ne ha la possibilità e il tempo? I giovani. Soprattutto quelli che non si perderanno nella rete. Quelli che coltiveranno una visione, che la condivideranno e si adopereranno perché venga diffusa. I sognatori, insomma, che guardano il mondo con gli occhi e non attraverso schermi a LED. Quelli che considereranno gli strumenti, strumenti e non si faranno identificare dal fatto che li usino.
Parlando di paradossi ... non so più se il mio sia veridico o fallace. So solo che il mio VodkaMartini è buono e che le chiacchiere fatte con l'amico, piacevoli, (nonostante sia molto critico nei miei confronti).

Mentre penso a come scrivere questo pezzo, quasi quasi ne ordino un altro

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