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LA FINE DELLA PISTA


LE VISIONI DI PAOLO
La fine della pista.
Qualche giorno fa ho chiesto in prestito un caricabatteria a Valeria, una studentessa della Bocconi che sta facendo uno stage.
Quando ci hanno presentato, un amico le ha detto che sono l’autore delle Visioni. Valeria mi ha detto che i miei pezzi le piacciono molto ma che lei è meno pessimista. Le ho risposto che è normale. Lei è giovane.
Stendhal scrisse che la giovinezza è una malattia dalla quale purtroppo si guarisce.
Alla fine della pista, pochi possono dire con Sinatra che hanno fatto la loro strada, che hanno realmente vissuto, che si sono realizzati.
In buona parte, perché la vita passa mentre noi siamo distratti da altro, in parte perché i concetti di “successo”, di “felicità” sono considerati esclusivamente di tipo economico. E’ una concezione esogena, ovviamente.
Chi è più realizzato? Chi è più libero e felice di chi mangia quando ha fame e dorme quando ha sonno? Chi può dire davvero di poterlo fare?
Cara Valeria, il tema non è essere ottimisti o pessimisti. Il tema è guardare le cose da un altro punto di vista sempre. La civiltà dell’immagine è un caleidoscopio truffaldino fatto per confonderci. Se avessimo la volontà di alzare lo sguardo e osservare il mondo con i nostri occhi, scopriremo che non abbiamo bisogno di quasi nulla e ritroveremo quella parte più autentica. Quella fatta di istinto e empatia.
Purtroppo, non abbiamo più Maestri nell’omologazione globale, nel nulla del videogame che è la finanza internazionale, nel vuoto del fermento culturale e artistico che ci affligge come una malattia cronica e non permette nessuna crescita fuori da logiche di mercato artificiali, false e falsate.
Qualcuno ha detto che con la Cultura non si mangia! Lo ha detto, davvero. Ma è stato solo l’unico che ha avuto il coraggio di esprimere un concetto condiviso. Il mondo, le nostre stesse esistenze sono di proprietà di banchieri, broker, agenzie di rating, del Fondo Monetario Internazionale. Se qualcuno non l’avesse ancora capito la Terza Guerra Mondiale è in atto e non ha niente a che vedere con Al Quaeda o l’Isis. Non illudiamoci che sia meno cruenta delle due precedenti perché combattuta a colpi di spread e di rating, invece che con le armi.
Siamo ciechi proprio perché si è impedito scientemente lo sviluppo di arte e cultura provocando una sostanziale perdita di identità (e non parlo di quella di un popolo o di una nazione), desertificando il terreno in modo che potessero nascere e crescere solo tensioni gradite, poco pericolose per il mantenimento dello status quo. E’ stata costruita una fortezza per difendere il Capitale che sta naufragando, dai pensieri, dalla creatività, dal cambiamento. Per impedire che rinasca un movimento che (per quanto abbia fallito perché troppo ideologizzato) ci aveva provato.
Io, Valeria, appartengo a una di quelle generazioni che ci ha provato. E non eravamo quattro amici al bar. Eravamo nelle strade, nei concerti, nelle università e nelle scuole. Io e molti altri sconfitti non siamo andati a lavorare in banca. Per quanto possa sembrare grottesca e anacronistica la nostra esperienza e di scarso valore i nostri risultati siamo ancora qui a combattere per avere uno spazio, per far sentire la nostra voce, per confrontare le nostre idee con quelle degli altri. Per fare in modo che tutti possano esprimersi liberamente.
Cara Valeria, probabilmente sono un pessimista davvero. So di non essere Zarathustra, ma sono certo di non essere nemmeno la sua scimmia.
Non posso fare altro che portarti il mio pensiero e rispettare il tuo.
Noi siamo alla fine della pista, sulla barricata senza più munizioni ma non siamo domi.
Tu (mi perdonerai se ti uso come rappresentante dei giovani) hai davanti molte strade. Puoi decidere quale prendere. Io mi auguro che tu possa essere autenticamente felice e che abbia tutto quello che desideri.
Spero, però, che rinasca (anche in te, se non c’è già o ancora) quella voglia di impegnarsi per cambiare (almeno) il nostro piccolo pezzo di mondo. Gli esempi sono virali, diventano epidemie poi pandemie.
Spero che lo farai abbandonando il nostro sogno ma sognandone uno nuovo, tuo sempre non violento e rispettoso degli altri e delle altrui idee.
In bocca al lupo.

di Paolo Pelizza
© 2015 Rock targato Italia 

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EVVIVA LE CERTEZZE

Le Visioni di Paolo

Evviva le certezze.

Quante certezze abbiamo? Quante ce ne possiamo concedere? Siamo stanchi del contrario.

Questa è la verità.

Ci siamo assuefatti alle promesse: a quelle delle riprese economiche, a quelle dei riscatti individuali, a quelle di una rivincita, a quelle delle nostre preghiere. Non c’è niente sotto il cielo che vediamo, né sopra quel cielo. Thomas Hardy scriveva che avrebbe potuto sopportare che i suoi guai fossero provocati da un Dio vendicativo e crudele, non che il Fato beffardamente cospargesse il suo cammino di meraviglie e di dolore come camminando, noi calpestiamo una formica o l’altra o l’altra.

Al di sopra dei nostri problemi quotidiani, noi ci dibattiamo nell’impossibilità di un cambiamento. Anzi, ne abbiamo paura.

Tutto quello che stiamo vivendo è frutto di un sistema umano, inventato da uomini, gestito da uomini e condiviso dagli uomini … C’è da domandarsi perché non si possa cambiare quello che non funziona, quello che non va bene … quello che dovrebbe migliorarci la vita e, invece, ce la peggiora. Siamo uomini anche noi! Contiamo meno di quelli che hanno deciso che quella fosse la strada?

Noi, vecchi rocker (ormai impotenti e/o eiaculatori precoci), ci avevamo creduto nel cambiamento. Abbiamo fatto di un pensiero, una fede che non ci fosse solo la melodica o il pop. Abbiamo creduto che un’incertezza più giusta, avrebbe soppiantato delle certezze artefatte e inique. Ci abbiamo provato a cambiare il mondo … Ma no! Era un’utopia. Un sogno come quello che ci vuole tutti sullo stesso piano: bianchi, neri, rossi o gialli. Un’idea stramba che ci vuole tutti parte di un grande Uno.

L’idea che non esitano addii ma solo arrivederci. L’idea che gestire il mondo solo secondo dinamiche economiche ci perderà e perderà il mondo stesso. Un’idea strana per la quale ognuno ha il diritto di credere in ciò che vuole ma non potrà mai costringere nessuno a pensarla come lui. Che non esista quella musica ma solo la musica.

Siamo Talebani anche noi, con la presunzione della libertà dalla nostra parte. Purtroppo, sottoposti agli interessi dei banchieri. I nuovi demoni. I nuovi padroni del mondo. I sacerdoti del Certo.

Abbiamo ereditato un pianeta in cui i governi (soprattutto quelli eletti democraticamente) non contano nulla nel Grande Gioco della Finanza. Non puoi uscirne … puoi entrare quando vuoi, ma non potrai mai lasciarlo. Come l’Hotel California degli Eagles.

Eppure, i “peggiori” tra di noi ci credono ancora. Credono ancora che il livello di Civiltà di una Nazione si misuri dalle sue carceri e non dal fatto che ospiti o meno l’Esposizione Internazionale. Credono ancora che la misura debba essere maleducata e asimmetrica e geniale come i pattern di John Bonham. Credono ancora che sia meglio essere agnostici che assoggettarsi ai dogmi. Credono ancora che sia meglio vivere in un oceano d’incertezza che su un limbo di terra stabile e sicura ma di calcestruzzo armato. Credono ancora che l’umanità abbia necessità di un  momento di riflessione, rispetto all’omologazione gretta di cui è ormai vittima.

Le certezze sono una cattiva medicina. Peggiore della malattia.

Però … se non senti e non ascolti, forse urlare: W le certezze! W le regole del Fondo Monetario Internazionale! W Kate Perry …  ti farà sentire meglio. Anzi, è sicuro.

Alle Visioni non vediamo un medico dall’86 e stiamo benissimo.

Forse … ma meglio di chi non sogna più, di sicuro.

di Paolo Pelizza

© 2015 Rock targato Italia

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Le Visioni di Paolo: Quello che resta …

Le Visioni di Paolo: Quello che resta …
Il 25 settembre 1980 si spegneva a Windsor John “Bonzo” Bonham, probabilmente il più importante batterista rock di tutti i tempi.
Nel 2012, i tre superstiti della band dei Led Zeppelin ricevono il prestigioso Kennedy Center Honor davanti al Presidente degli Stati Uniti d’America e alla First Lady, la stessa sera che viene consegnato al più popolare conduttore televisivo mondiale David Letterman. Tra una chiacchiera e l’altra, davanti ad un tributo che è tanto grandioso quanto meritato, David e Jimmy Page si mettono d’accordo per un’ospitata in trasmissione … un po’ come se, in Italia, Fabio Fazio incontrasse per caso Mengoni e lo invitasse in trasmissione. Meglio non pensarci, che ho già i brividi.
David, sempre compassato e ironico, pesca dal mazzo la domanda più difficile: dopo la morte di Bonham, un’altra band avrebbe cercato un altro batterista, loro no. Risponde l’altro John: no. Una sola parola di una sola sillaba.
La domanda è difficile ma, se ci pensate, la risposta è facile. Quando finisce la parabola terrena di John Bonham, finisce anche la vicenda artistica così produttiva e prolifica della più grande rock’n roll band di tutti i tempi. Possiamo conoscere le storie che hanno portato quattro musicisti geniali dentro a quella straordinaria esperienza che sono stati i Led Zeppelin, per certo non conosciamo il perché. Forse la ragione è più vicina alla magia, ad una componente esoterica, ad un caso fortunato … possiamo interrogare la numerologia e l’oroscopo. Tuttavia, nessuno di loro era o è sostituibile. I Led Zeppelin non sono quattro elementi di un Uno, sono i Led Zeppelin. Sono la più straordinaria esplosione di talento, invenzione, tecnica, misticismo e istinto primordiale che si possa trovare nella Storia della musica tutta. Sono il paradigma della parte più autentica dell’umanità.
Quello che resta è la musica. Da ascoltare e riascoltare in continuazione perché pochi hanno gettato semi così importanti come loro. Compatisco chi fa musica e può dire, sinceramente, che non è stato in nessun modo condizionato dai Led Zeppelin.
Non possiamo e non dobbiamo ragionare con i se o i ma … chissà cosa avrebbero ancora fatto … chissà quanti altri album capolavoro avrebbero visto la luce. La realtà è questa e di straordinaria bellezza ce ne hanno regalato tanta.
Poi, David … La risposta ce l’avevi già nei loro testi.
Tutti sono uno, uno è tutti.

Paolo Pelizza
© 2015 Rock Targato Italia

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L'Elogio alla Gabbia, di Paolo Pelizza

L’elogio della gabbia.

Passeggiando per strada, in metropolitana, sui tram, in treno e in aereo ascoltiamo i discorsi più strani e disparati.
Ultimamente e (sempre) più spesso assisto a iperboliche digressioni su cosa bisognerebbe fare a quello o quella che la cronaca ha portato alla ribalta come autori di delitti efferati da media sempre più assetati di sangue. Anche se questi sono soltanto indagati e non ancora condannati definitivamente, le punizioni proposte sono tanto sommarie quanto degne di Torquemada.
Nessuno (intendiamoci bene) vuole che un reato odioso resti impunito, tuttavia, fa un po’ specie, nello Stato e nella città del Beccaria, sentire un tale accanimento verbale. Altro che ISIS!!! La signora Pina li fa apparire dilettanti bonari.
Penso che se si facesse un referendum sul reinserimento della pena di morte nel nostro Paese, il sì alle esecuzioni capitali sarebbe un plebiscito. Qualcuno le chiederebbe pubbliche, addirittura.
Nel frattempo, ci si accontenta del carcere preventivo. Quello che si usa per estorcere confessioni o perché è meglio mettere in galera qualcuno prima di fare le indagini … si fa prima e si risparmia denaro. Quella che dovrebbe essere l’extrema ratio viene comminata con una leggerezza che stupisce e indigna. Enzo Tortora è stato solo la punta nota di un iceberg, un fenomeno che conosciamo molto poco ma che esiste in una dimensione tutt’altro che irrilevante. Controllate il numero dei ricorsi vinti dai cittadini condannati ingiustamente in Italia presso le istituzione europee preposte e scoprirete che del funzionamento della Giustizia ci si può fidare come ci si può fidare di tutto il resto a casa nostra.
Eppure, siamo tutti giustizialisti e forcaioli. Applaudiamo quando un cittadino detenuto e, quindi, nelle mani dello Stato, muore in circostanze “misteriose”. Chissenefrega di capire le ragioni e le responsabilità: era solo un drogato di merda! Cosa importa se, in carcere, si è sotto l’esclusiva responsabilità dello Stato ed è questo che deve rispondere della nostra dignità e della nostra salute. E’ ininfluente, soprattutto, che la UE abbia dichiarato le nostre carceri illegali dall’anno 2000 e, tutti gli anni, paghiamo sanzioni salatissime per questa ragione. Qui, un indagato è colpevole e merita tutte le torture possibili: siano mediatiche o fisiche! Qui siamo lontani dallo stato di diritto quanto lo siamo da Plutone (il planetoide o il dio romano dell’oltretomba, fate voi che è lo stesso).
Mi chiedo, ossessivamente, se la cultura dalla quale veniamo e che rivendichiamo così orgogliosamente, sia solo un argomento da salotto e non d’ispirazione per la vita e l’organizzazione sociale. Come scriveva Hobbes sul frontespizio del Leviatano, teniamoci lontani dai classici che potrebbero spingerci a chiedere efficacemente di essere liberi e trattati con giustizia.
Dobbiamo stare più attenti: lo Stato siamo noi. Quindi, aspettiamo ad elogiare l’utilizzo indiscriminato di gabbie e sbarre. Pensiamo che la civiltà di una Nazione si misura dalla civiltà delle sue carceri.
Domandiamoci, infine, come in uno Stato che ha carceri contrarie alle leggi, un cittadino detenuto possa accettare quella condizione. Questo non è solo un problema etico ma, indiscutibilmente, giuridico: lo Stato non paga per i suoi reati, al contrario, si arroga il diritto di condannarmi? E’ la stessa cosa della pena di morte: se uccidere è sbagliato, perché lo Stato lo può fare impunemente? Gli aborti della legge, purtroppo, impattano troppo profondamente sulla vita dei singoli ma, anche, sulla società. Una società priva di pietas e divenuta, sempre più irreversibilmente, egoista e crudele. Una società che pensa di essere meglio dei singoli ma che è fatta di singoli, di individui che possono sbagliare e devono essere recuperati e non emarginati o peggio.
Una società realmente civile ricorre al carcere come ultima risorsa, quando ha provato tutto il resto. Una società realmente civile, vede sé stessa imperfetta come gli individui che la compongono. In una società realmente civile, i singoli non elogiano le gabbie destinate agli altri, perché hanno la consapevolezza profonda di essere gli altri.

Paolo Pelizza

© 2015 Rock targato Italia

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