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IL VOLUME DELLA SONISPHERE.

IL VOLUME DELLA SONISPHERE.
Due eventi in qualche modo collegati mi hanno spinto, partendo dalla musica, a esplorare altre discipline.
Il primo è costituito dall’incursione de “l’italiano” che più italiano non c’è, nella Chinatown milanese … Ora, la cosa mi ha interessato dal punto vista antropologico. L’esperimento, dotato di una buona dose di coraggioso empirismo, è (come volevasi dimostrare) fallito. A parte che chi conosce l’idioma del popolo lunare non capisce nulla del mandarino mediterraneo di Cutugno… L’operazione televisiva, ma quella musicale, in particolare, è figlia del nostro tempo. Cerchiamo di spacciare un po’ di orpelli che abbiamo in magazzino … chissà che non possano interessare ai nuovi padroni del mondo, che non ci facciano entrare nel loro immenso mercato interno con roba che era in saldo trent’anni fa e che (magari) non ce la paghino per nuova anche se abbondantemente tarmata. Non si butti via niente!
Non c’è nessun dubbio che con i nuovi padroni dagli occhi a mandorla, ci si debba fare i conti. Il confronto deve essere anche e soprattutto culturale; proprio per questo, dovremmo mostrare le cose più belle e importanti del nostro Paese e quel fermento che è l’unica occasione per andare avanti, per dimostrare di non essere un popolo stanco e ancorato ai fasti del passato ma ancora vivi e pieni di idee e energia. Non credo che, al di là della simpatia per l’artista, si sia scelto l’alfiere giusto per rappresentare la forma artistica più universale. Qualcuno potrebbe eccepire che ragionare del “lancio” di un reality show come fosse una cosa importante sia eccessivo. Personalmente, devo rilevare che proprio sul “POP” si gioca una partita importante. In questo caso, non ci siamo cimentati con qualità. All’amico Toto, spero che sia stato corrisposto un compenso parametrato alla tenerezza che ci suscita e cioè molto alto.
Dall’antropologia alle discipline scientifiche. Il 2 giugno, Festa della Repubblica, il popolo del Rock è ad Assago. Causa attesa di un’amica ritardataria perdo le performance di Meshuggah, Gojira, We Are Harlot e Hawk Eyes. Sono dispiaciuto soprattutto di essermi perso la band francese …
Sono i Faith No More a consolarmi. Patton si cimenta in divertenti monologhi in ottimo italiano. A sorpresa la band di San Francisco esegue un classico dei Commodores: Easy. Il popolo del Metal attonito e divertito viene apostrofato dal vocalist poliedrico. “Cantate, cazzo!” è l’invito che viene proposto rigorosamente in italiano. Il popolo obbedisce timidamente. La performance finisce con l’invito alla trattoria di fronte. Il conto lo paga lui … per quarantamila.
La pausa in attesa dei Metallica si consuma tra una coda interminabile per una birra e un panino con la salamella. Assago è il premiato zanzarificio di Milano e uno straordinario stormo di vampiri mi danno l’assalto.
Mentre pensi a quanti Natali passerai in compagnia della salamella, la band di Hammet parte. E parte forte. L’effetto è quello della Citrosodina. La salamella è domata nel tempo di una intro.
Dopo l’omaggio a Morricone, è Fuel il primo brano. A proposito di discipline scientifiche, ripasso mentalmente la tavola degli elementi. Spero che Mendeleev mi aiuti a capire di cosa si tratta. Certo, è metallo. Ed è pesante.
Grande la performance, tra i loro cavalli di battaglia. Il climax esplode in One, aiutata dai laser e dalle macchine del fumo che evocano i tristi cieli di Iraq e Afghanistan delle più stupide e recenti guerre. I Metallica sono straordinari. Sostenuti da una base ritmica poderosa, granitica e precisa come la lama di un bisturi, si concedono generosi anche al pubblico … Hammet fa chiudere un “solo” ai fans oltre le transenne, Ulrich alla fine del concerto fa battere le pelli ad un ragazzo. Tre i bis, tra cui Nothing Else Matters e Enter Sandman. Sincera la dichiarazione d’amore per il popolo italiano di James Hetfield.
Potrei ammorbarvi con disamine tecniche, ad esempio sull’uso sapiente dei feedbacks (Hendrix sarebbe orgoglioso di questi ragazzi!). Non lo farò. Mi basta farvi sapere che chi vorrebbe il prepensionamento per questi artisti non ha idea di quale stato di grazia ancora li accompagni, quale energia riescano ancora a trasmettere e quanto ancora si divertano a calpestare il palco.
Stavolta, l’organizzazione non è stata male. Voto sei e mezzo di incoraggiamento. I bagni chimici sufficienti, discreta, rassicurante e non invasiva la presenza dei Carabinieri. Ancora qualche sbavatura nella gestione di accessi e vie di fuga e (soprattutto) troppo pochi i posti di ristoro per le bevande, visto anche il caldo tropicale.
Otto al personale di servizio. Cauti, autorevoli e tranquilli quando devono far scendere alcuni ambiziosi spettatori arrampicati sul tetto dei bagni chimici, alla caccia di un punto di vista privilegiato. Sempre sicura e incruenta la loro azione.
Dieci e lode al pubblico della Sonisphere! I concerti Rock sono il posto dove si trova la gente più educata del mondo. Nessuna paura o problema per alcuni disabili, i molti bambini e alcune donne incinta. Il Rock non conosce barriere, nemmeno architettoniche!
Mentre cammino verso la metropolitana penso a quanto mi ha assorbito la musica, alle emozioni che ancora riesce a darmi, a come mi ha avvolto.
Mi viene in mente la mia professoressa di algebra e geometria del liceo. Chissà come calcolerebbe il volume della Sonisphere.

Paolo Pelizza

Rock Targato Italia

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L'ultima risposta


L’ultima risposta.
Dentro a un pomeriggio solitario e uggioso, lontano dall’eco delle celebrazioni si sente solo silenzio (e buona musica). E’ in quei momenti che nascono le domande. Alcune sono le solite, altre sono nuove.
Fuori dalla finestra che si affaccia sul cortile, alcune piante di una vicina che non conosco, sono fiorite. Un albero nel parco ha le foglie di uno strano rosso ruggine più adatto ad un autunno incombente che alla primavera inoltrata. Un ragno lavora febbrilmente per costruire la sua trappola accanto ad una crepa nel muro. E’ davvero bello rimanere immobile a guardarlo lavorare.
Tutto sembra fermo e in pace. E’ calma apparente sottolineata dalla voce calda di Lou Reed.
E’ così che, quando l’orizzonte è più vicino, quando ci si accorge di aver passato il punto di non ritorno, ci si guarda indietro.
I nativi del Paraguay “Guarani” credono nel mito della Terra senza Male, io non più. Siamo passati attraverso troppi conflitti, troppa stupidità e troppe speranze infrante. Ci siamo passati in mezzo nel nostro quotidiano, nel pezzo di Storia che abbiamo attraversato e, ora, non ci resta che un lungo rassegnato addio.
Dalla guerra globale a quelle più piccole e prosaiche del Ventesimo Secolo a questa nuova senza soluzione di continuità, abbiamo gettato nell’immondizia l’immane sacrificio di sangue che oggi si celebra con i soliti discorsi infarciti di retorica vuota e con corone di alloro che domani inizieranno a rinsecchire.
Sappiamo dove stiamo andando ma non riusciamo a fermarci. Aristotele, se ci avesse conosciuto adesso, avrebbe rivisto la sua definizione dell’uomo come animale ragionevole …
Eppure non ci possiamo fare niente. Anzi, non ci dobbiamo fare niente perché se facessimo qualcosa saremmo giudicati pazzi o peggio. Una volta ci avrebbero chiamati eroi.
Oggi siamo solo residuati anacronistici, filosofi da bar, rivoluzionari da operetta, sognatori offuscati dalla musica del diavolo. Chi non accetta lo stato dell’arte è ridicolo … forse drogato o alcolizzato (mi viene da dire “da che pulpito” vivendo in un Paese che ha nello Stato il grande biscazziere!).
Mi accorgo che ho solo domande e nessuna risposta. Cerco di sforzarmi di trovarne almeno una …
Raccolgo una foglia che ha un disegno strano. Penso … godiamoci la Festa della Liberazione, domani continueremo a essere schiavi dei padroni del rating.
di Paolo Pelizza
© 2015 Rock targato Italia

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LA FINE DELLA PISTA


LE VISIONI DI PAOLO
La fine della pista.
Qualche giorno fa ho chiesto in prestito un caricabatteria a Valeria, una studentessa della Bocconi che sta facendo uno stage.
Quando ci hanno presentato, un amico le ha detto che sono l’autore delle Visioni. Valeria mi ha detto che i miei pezzi le piacciono molto ma che lei è meno pessimista. Le ho risposto che è normale. Lei è giovane.
Stendhal scrisse che la giovinezza è una malattia dalla quale purtroppo si guarisce.
Alla fine della pista, pochi possono dire con Sinatra che hanno fatto la loro strada, che hanno realmente vissuto, che si sono realizzati.
In buona parte, perché la vita passa mentre noi siamo distratti da altro, in parte perché i concetti di “successo”, di “felicità” sono considerati esclusivamente di tipo economico. E’ una concezione esogena, ovviamente.
Chi è più realizzato? Chi è più libero e felice di chi mangia quando ha fame e dorme quando ha sonno? Chi può dire davvero di poterlo fare?
Cara Valeria, il tema non è essere ottimisti o pessimisti. Il tema è guardare le cose da un altro punto di vista sempre. La civiltà dell’immagine è un caleidoscopio truffaldino fatto per confonderci. Se avessimo la volontà di alzare lo sguardo e osservare il mondo con i nostri occhi, scopriremo che non abbiamo bisogno di quasi nulla e ritroveremo quella parte più autentica. Quella fatta di istinto e empatia.
Purtroppo, non abbiamo più Maestri nell’omologazione globale, nel nulla del videogame che è la finanza internazionale, nel vuoto del fermento culturale e artistico che ci affligge come una malattia cronica e non permette nessuna crescita fuori da logiche di mercato artificiali, false e falsate.
Qualcuno ha detto che con la Cultura non si mangia! Lo ha detto, davvero. Ma è stato solo l’unico che ha avuto il coraggio di esprimere un concetto condiviso. Il mondo, le nostre stesse esistenze sono di proprietà di banchieri, broker, agenzie di rating, del Fondo Monetario Internazionale. Se qualcuno non l’avesse ancora capito la Terza Guerra Mondiale è in atto e non ha niente a che vedere con Al Quaeda o l’Isis. Non illudiamoci che sia meno cruenta delle due precedenti perché combattuta a colpi di spread e di rating, invece che con le armi.
Siamo ciechi proprio perché si è impedito scientemente lo sviluppo di arte e cultura provocando una sostanziale perdita di identità (e non parlo di quella di un popolo o di una nazione), desertificando il terreno in modo che potessero nascere e crescere solo tensioni gradite, poco pericolose per il mantenimento dello status quo. E’ stata costruita una fortezza per difendere il Capitale che sta naufragando, dai pensieri, dalla creatività, dal cambiamento. Per impedire che rinasca un movimento che (per quanto abbia fallito perché troppo ideologizzato) ci aveva provato.
Io, Valeria, appartengo a una di quelle generazioni che ci ha provato. E non eravamo quattro amici al bar. Eravamo nelle strade, nei concerti, nelle università e nelle scuole. Io e molti altri sconfitti non siamo andati a lavorare in banca. Per quanto possa sembrare grottesca e anacronistica la nostra esperienza e di scarso valore i nostri risultati siamo ancora qui a combattere per avere uno spazio, per far sentire la nostra voce, per confrontare le nostre idee con quelle degli altri. Per fare in modo che tutti possano esprimersi liberamente.
Cara Valeria, probabilmente sono un pessimista davvero. So di non essere Zarathustra, ma sono certo di non essere nemmeno la sua scimmia.
Non posso fare altro che portarti il mio pensiero e rispettare il tuo.
Noi siamo alla fine della pista, sulla barricata senza più munizioni ma non siamo domi.
Tu (mi perdonerai se ti uso come rappresentante dei giovani) hai davanti molte strade. Puoi decidere quale prendere. Io mi auguro che tu possa essere autenticamente felice e che abbia tutto quello che desideri.
Spero, però, che rinasca (anche in te, se non c’è già o ancora) quella voglia di impegnarsi per cambiare (almeno) il nostro piccolo pezzo di mondo. Gli esempi sono virali, diventano epidemie poi pandemie.
Spero che lo farai abbandonando il nostro sogno ma sognandone uno nuovo, tuo sempre non violento e rispettoso degli altri e delle altrui idee.
In bocca al lupo.

di Paolo Pelizza
© 2015 Rock targato Italia 

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EVVIVA LE CERTEZZE

Le Visioni di Paolo

Evviva le certezze.

Quante certezze abbiamo? Quante ce ne possiamo concedere? Siamo stanchi del contrario.

Questa è la verità.

Ci siamo assuefatti alle promesse: a quelle delle riprese economiche, a quelle dei riscatti individuali, a quelle di una rivincita, a quelle delle nostre preghiere. Non c’è niente sotto il cielo che vediamo, né sopra quel cielo. Thomas Hardy scriveva che avrebbe potuto sopportare che i suoi guai fossero provocati da un Dio vendicativo e crudele, non che il Fato beffardamente cospargesse il suo cammino di meraviglie e di dolore come camminando, noi calpestiamo una formica o l’altra o l’altra.

Al di sopra dei nostri problemi quotidiani, noi ci dibattiamo nell’impossibilità di un cambiamento. Anzi, ne abbiamo paura.

Tutto quello che stiamo vivendo è frutto di un sistema umano, inventato da uomini, gestito da uomini e condiviso dagli uomini … C’è da domandarsi perché non si possa cambiare quello che non funziona, quello che non va bene … quello che dovrebbe migliorarci la vita e, invece, ce la peggiora. Siamo uomini anche noi! Contiamo meno di quelli che hanno deciso che quella fosse la strada?

Noi, vecchi rocker (ormai impotenti e/o eiaculatori precoci), ci avevamo creduto nel cambiamento. Abbiamo fatto di un pensiero, una fede che non ci fosse solo la melodica o il pop. Abbiamo creduto che un’incertezza più giusta, avrebbe soppiantato delle certezze artefatte e inique. Ci abbiamo provato a cambiare il mondo … Ma no! Era un’utopia. Un sogno come quello che ci vuole tutti sullo stesso piano: bianchi, neri, rossi o gialli. Un’idea stramba che ci vuole tutti parte di un grande Uno.

L’idea che non esitano addii ma solo arrivederci. L’idea che gestire il mondo solo secondo dinamiche economiche ci perderà e perderà il mondo stesso. Un’idea strana per la quale ognuno ha il diritto di credere in ciò che vuole ma non potrà mai costringere nessuno a pensarla come lui. Che non esista quella musica ma solo la musica.

Siamo Talebani anche noi, con la presunzione della libertà dalla nostra parte. Purtroppo, sottoposti agli interessi dei banchieri. I nuovi demoni. I nuovi padroni del mondo. I sacerdoti del Certo.

Abbiamo ereditato un pianeta in cui i governi (soprattutto quelli eletti democraticamente) non contano nulla nel Grande Gioco della Finanza. Non puoi uscirne … puoi entrare quando vuoi, ma non potrai mai lasciarlo. Come l’Hotel California degli Eagles.

Eppure, i “peggiori” tra di noi ci credono ancora. Credono ancora che il livello di Civiltà di una Nazione si misuri dalle sue carceri e non dal fatto che ospiti o meno l’Esposizione Internazionale. Credono ancora che la misura debba essere maleducata e asimmetrica e geniale come i pattern di John Bonham. Credono ancora che sia meglio essere agnostici che assoggettarsi ai dogmi. Credono ancora che sia meglio vivere in un oceano d’incertezza che su un limbo di terra stabile e sicura ma di calcestruzzo armato. Credono ancora che l’umanità abbia necessità di un  momento di riflessione, rispetto all’omologazione gretta di cui è ormai vittima.

Le certezze sono una cattiva medicina. Peggiore della malattia.

Però … se non senti e non ascolti, forse urlare: W le certezze! W le regole del Fondo Monetario Internazionale! W Kate Perry …  ti farà sentire meglio. Anzi, è sicuro.

Alle Visioni non vediamo un medico dall’86 e stiamo benissimo.

Forse … ma meglio di chi non sogna più, di sicuro.

di Paolo Pelizza

© 2015 Rock targato Italia

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