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IL PARADOSSO DELLA CONOSCENZA E DELLA LIBERTA’.

IL PARADOSSO DELLA CONOSCENZA E DELLA LIBERTA’.

Terrapiattisti, creazionisti, teorici del complotto delle scie chimiche, guaritori del cancro con il bicarbonato di sodio o il veleno di scorpione, negazionisti del Global Warming, unitevi! Perché siete il sottoprodotto di un teorema molto semplice: si può parlare e ipotizzare qualunque cosa, purché sia un’espressione dell’io, tutt’al più del noi. La libertà contemporanea è quella di avere una platea. Non interessano le competenze. Non interessa il background. Nemmeno il talento. Interessa solo il fatto che si abbia un pubblico o che ce lo si possa facilmente procurare.

Intendiamoci bene, lungi da me impedire a qualcuno di delirare (come sapete sono per la libertà di delirio, visto che ho le Visioni!), ma la Società (con la Esse maiuscola) dovrebbe aver messo gli anticorpi rispetto a un certo tipo di esercizi. Purtroppo no. Si vitupera, insulta, odia Greta Thunberg ma si “posta” la Home Page della Flat Earth Society sulla quale c’è scritto, primo grande paradosso del pezzo di oggi, che i “terrapiattisti” sono sparsi per tutto il globo! Il globo? Io non sono mai stato forte in geometria ma, il globo non dovrebbe (che ne so …) evocare l’idea della forma della sfera? Semmai, sarete sparsi per tutta la tavola!

C’è di più. Ricordate i grandi e devastanti incendi in California? Secondo eminenti studiosi sono uno degli effetti del riscaldamento globale. Sbagliato! Sono un esperimento di guerra chimico-metereologica, provocati con le scie chimiche per testare l’arma … Adesso, gli Stati Uniti sono un grande Paese pieno di straordinarie contraddizioni ma arrivare fin là! La cosa più divertente è il perché: la California viene castigata perché covo di liberal nell’America di Trump.

Ne volete di più? Eccovi serviti. Un vescovo della Chiesa Greco-Ortodossa di Cipro ha sostenuto che i bambini diventano gay perché le madri fanno sesso anale durante la gravidanza …

Potrei andare avanti per giorni a rendere conto delle cose di questo tenore che si trovano in rete (e non). Il problema è che più le spari grosse più ottieni udienza e audience.  Molto spesso questi contenuti vengono diffusi per provocare ilarità, per divertimento da chi vuole solo ridicolizzarli. Qual è il punto? Che a contenuti di questo genere e ai loro autori danno solo un vantaggio.

Ci sono sempre più persone che credono nei miracoli del bicarbonato, che rifiutano le teorie scientifiche anche quelle dimostrate oltre ogni ragionevole dubbio, che stanno resuscitando e sostenendo il ritorno a  un Medioevo che abbiamo superato con sangue e sacrifici immensi. Ma poi, la cosa più paradossale è come lo fanno? Usando le tecnologie che le scoperte scientifiche hanno messo loro a disposizione: la Terra è piatta? Io lo dimostro usando un device che utilizza un satellite artificiale che gira intorno al nostro bel pianeta sferico per permettermelo.

Difficile pensare che non ci sia stato un teorema, un pensiero o un progetto rispetto a questo rapporto di causa-effetto. Forse, però è bastato permetterlo e l’uomo nelle sue manifestazioni più deteriori ha fatto il resto da solo.

E’ il paradosso della conoscenza. I media … tutti i media, tradizionali e digitali, non dovrebbero avere lo scopo di impigrire le nostri menti e di fiaccare la nostra volontà: tanto là c’è tutto. Gente, la rete non è l’Oracolo di Delfi. Non si può confondere la facilità di reperire informazioni con la saggezza e la competenza. Poi con quali criteri le cerchiamo? Sono criteri che ci portano dove stiamo cercando di andare o dove ci vogliono portare?

Perché funzioni, in quel meraviglioso e terribile viaggio di scoperta che è la nostra vita, tutto deve partire da una volontà, da un atto deliberato. Solo così quello che sappiamo diventerà lo strumento con cui comprenderemo noi stessi, gli altri e la realtà.

Così non si diventa dei lobotomizzati acritici, pronti a bersi, qualsiasi cosa purché l’abbiano detto in TV, che era quello che diceva mia nonna nella seconda metà del Novecento (l’assioma era che la TV era fonte di verità) o, adesso, perché l’ha postato qualcuno sui social.

Poi ci sono le eccezioni. Ci mancherebbe! Però come scriveva Celine nel bellissimo “Viaggio al Termine della Notte”: perché una buona idea possa trovare albergo nella testa di un coglione, occorre che gli capitino molte cose e tutte molto crudeli.

di Paolo Pelizza

© 2019 Rock targato Italia

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Ancora, tre pietre miliari.

Ancora, tre pietre miliari.

Un giorno di qualche anno fa, in un bar dove stavo bevendo un caffè, è entrata una ragazza. Ordinando qualcosa, si accorse della musica e disse al barista: “Che bella canzone! E’ un cantante nuovo?”

Il barista, ironizzando, le confermò che si trattava di una nuova boy-band.

La canzone era Strawberry Fields Forever, di The Beatles, scritta da John Lennon che evoca, nel ricordo, il giardino di un orfanotrofio dove il piccolo John soleva andare a giocare a pallone.

Allora la cosa mi aveva divertito … Forse, perché avevo trovato un certo gusto perverso nel fatto che il barista prendesse in giro la ragazza che, evidentemente, non aveva dimestichezza con la musica anche nel caso di un brano che conosce chiunque calpesti il pianeta Terra. Alla fine, mi era dispiaciuto che le fosse stata celata la verità. Probabilmente, scoprendo The Beatles le sarebbe venuta una maggiore curiosità della materia e della vita. Mi sono consolato con la consapevolezza che, prima o poi, The Beatles li incontri, ci inciampi volendo o non volendo.

Destato da questo ricordo, ho pensato che sarà circa un anno che non scrivo più dei miei album d’elezione … Avevo deciso di scrivere, almeno una volta all’anno, un “pezzo” su tre LP importanti. Le “pietre miliari”, appunto. Ed ora, è venuto il momento.

Primo disco: London Calling, The Clash. L’album, pubblicato nel 1979, é un monumento al crossover, tendenza oggi molto diffusa, ma coraggioso tentativo di una band dichiaratamente punk, ai tempi. Ormai, considerato un classico, London Calling mescola sapientemente le sonorità del reggae, del rockabilly, dello ska, dell’R’n B, del blues e del jazz facendo emergere un genere spurio di grande valore. L’impegno sociale e politico del gruppo, i testi poetici e ispirati di Strummer e gli arrangiamenti di Jones hanno contribuito a cambiare il punto di vista di più di una generazione. The Clash, nonostante, i pochi album pubblicati (solo sei), le vendite non sempre eccezionali, errori imprenditoriali importanti (Sandinista! un triplo LP, uscì con il prezzo “politico” di un doppio creando non pochi problemi a loro e ai loro produttori), il fatto di non essere propriamente dei virtuosi strumentisti, sono considerati un gruppo di culto. Il loro valore imprescindibile è stato quello di inventare un genere che superasse l’imperante cultura dei gruppi da “due soldi” e dai tre accordi: il genere Clash. Inoltre, Strummer era un frontman di straordinario carisma. Lo spirito rivoluzionario di Joe e soci è stato, per così dire, istituzionalizzato quando (suscitando non poche polemiche ma compiendo un atto di grande coraggio) la title track del disco venne scelta come inno delle Olimpiadi di Londra nel 2012. Come se a Messa suonassero Vado al Massimo di Vasco!

Secondo LP: Rumours, Fleetwood Mac. Certificato doppio disco di diamante, vendette più di 40 milioni di copie. E’ l’undicesimo lavoro in studio del gruppo, pubblicato nel 1977, esce dopo un periodo di forti tensioni sentimentali all’interno della band. Lindsey e Stevie si stavano lasciando, così pure John e Christine e Mick Fleetwood aveva scoperto che sua moglie lo tradiva. Rumors (Dicerie, in inglese) ha dalla sua parte, ancora, la migliore formazione dei Fleetwood Mac. Il risultato è un album pop (sì, il pop buono davvero, si può fare e vendere tantissimo senza vergognarsi!) che coniuga le atmosfere folk USA con la musica popolare britannica (soprattutto gallese e scozzese). Dalle “aperture” di chitarra acustiche a suites sostenute da organo e pianoforte, una base ritmica presente e funzionale sono i punti di forza dell’album. Oggi, è un lavoro da riscoprire, vista la qualità generale media del genere popular … Comunque, anche, i testi rispecchiano la situazione personale dei membri: Stevie Nicks disse che, di fronte al lavoro finito, si poteva dire che il risultato complessivo fosse migliore della somma delle parti.

Terzo, last but not least: The Anthem of Peaceful Army, Greta Van Fleet. E’ il primo album (esce a fine 2018) di una band di ragazzini ventenni che vengono dal Michigan … Al loro attivo, precedentemente, solo due EP e tre singoli. Come spesso succede ai grandi, la critica si è spaccata su due controverse posizioni. La prima recita che i ragazzi scimmiotterebbero gli artisti rock e blues degli Anni Sessanta e Settanta non avendo di fatto una componente di originalità nemmeno apparente. La seconda posizione definisce l’album uno dei lavori meglio riusciti degli ultimi trent’anni. Chi avrà ragione? Chi pensa che siano gli emuli dei mitici Led Zeppelin o chi dice che siano formidabili? Temo che ognuno di voi dovrà trovarsi la risposta da solo. Io mi limito a dire che non capita spesso che una band con una produzione così scarsa sia in tour mondiale da un anno. In più, i tre fratelli Joe, Jake e Sam con il fido batterista Danny sul palco sono energia pura e carisma consentendosi, in barba alla loro giovane età, di essere anche ottimi musicisti. Il fatto che la voce di Joshua Kiszka sia per estensione, timbro e capacità interpretativa “vicina” a quella del miglior Robert Plant dovrebbe fargli arrivare apprezzamenti e non critiche. Poi, se ascoltate bene il disco riconoscerete molte di quelle sonorità anni Settanta che ci piacciono molto ma vi accorgerete che non è privo di stesure non convenzionali. Certo, il mondo è quello e i Led Zeppelin si sentono tanto ma, c’è anche un gradevole retrogusto di altre citazioni (The Who, in primis) e una freschezza creativa tipica di coloro i quali sono sulla strada giusta ma, che faranno il miglior loro disco la prossima volta (per sempre)! Per chi credesse ancora che il rock è morto ascolti i Greta Van Fleet ma si documenti sulla scena contemporanea USA e UK ma, anche, su quella sud-americana, nord europea ed est europea… Solo nell’Europa meridionale, il rock è diventato un genere di nicchia, soppiantato da un gusto collettivo deteriorato da una frusta e omogenea diseducazione.

Quasi quasi, vado a cercare quella ragazza e le offro un caffé, così le racconto che sul lato B (che per noi non il culo della soubrette di turno) di quel 45 giri c’era (c’è) Penny Lane di tale Paul McCartney … una canzone che parla di un terminal di autobus.

Long live rock ‘n roll!

di Paolo Pelizza

© 2019 Rock targato Italia

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Le Stelle dell’Occidente.

Le Stelle dell’Occidente.

Da che mondo è mondo i naviganti si sono orientati con le stelle. Conoscere il firmamento era condizione fondamentale per non perdersi, per non smarrire la via. Giusto?

No. Non per tutti. Bruce Springsteen ci si perde, invece, in un modo assolutamente inedito per lui e per chi lo segue dal lontano 1984 (parlo di me).

Il nuovo album del Boss è diverso da qualunque cosa possiate avere ascoltato in passato da parte del più grande trovatore americano. Il folk rimane sul fondo schiacciato da orchestrazioni pop anni Sessanta e Settanta, poca chitarra (e niente armonica) ma, archi, moog, fiati con strumenti inusuali e aulici per un disco che ha nelle armonie, il suo punto di forza.

Devo ammettere che, ascoltando i primi due singoli, mi sono trovato avvolto dalla strana sensazione di un vago sentore “balneare” in salsa californiana. Soprattutto, per quanto riguardava Hello Sunshine perché There Goes My Miracle è aiutato da una ricchezza di suoni (che funzionavano!) a fare da contraltare a un eccesso di sentimentalismo.

Ero quasi deluso. Un Boss che non fa più il Boss … Un po’ Glenn Miller, un po’ Billie Joel, tutti e due in spiaggia! Mi sono detto che mi sarei consolato con l’album che ha scritto per la E Street Band dopo questo (la notizia è uscita contemporaneamente al primo singolo di Western Stars).

Non c’era niente in quei due pezzi che mi riportassero all’artista che conoscevo. A quello di Born To Run, The River ma, neanche a quello di The Ghost of Tom Joad … Una deriva così popular per quanto raffinata, poi!!!! Scherziamo?  

Come spesso mi succede, mi sbagliavo e alla grande!

Western Stars è un monumento suggestivo e avvolgente alla musica, prima che ad un genere o ad un altro. Non sarà il Bruce che conosciamo (e amiamo) ma, il Bruce sofisticato inventore di atmosfere e storie, un musicista capace e ispirato.

Western Stars potrebbe essere un concept e, invece, è un viaggio tra Nashville, Tucson e Hollywood ma, anche e soprattutto, nella parte più delicata del Sogno. Quello americano, soffocato da menzogne, ambizioni irrealizzabili, delusioni e ferite. Il sogno, nell’America di oggi, è un sogno più prosaico. Ma, non fraintendete, non è un album politico o di critica al “trumpismo” imperante, né c’è l’impegno verso la workin’ class.  Il Boss che non ti aspetti non è solo un raffinato e inedito compositore e arrangiatore, anni luce dall’impeto della sua Telecaster ma, traccia il profilo di una nazione perduta per lo più dal punto di vista esistenziale. Brani come la title track, Western Stars, sono profonde e commuoventi riflessioni su una vita che è passata, su un Paese che non c’è più. Su una fama di cui, ora, sono rimaste solo le cicatrici. Springsteen ci racconta con precisone aristotelica, con simboli semplici evoca intere esistenze. La prosa dei testi è contemporaneamente misurata e potente e, la musica è lei stessa parte del racconto. Un racconto profondo e malinconico.

Ma il viaggio della nostra esistenza non può essere inutile. Nella solitudine degli spazi aperti, nella desolazione dei nostri cuori, dentro l’amarezza di tempi duri, di vite che ci sfuggono, tra i cocci di sogni frantumati … è là che si deve accendere la speranza.

Là e in quel momento, bisogna trovare la forza di rialzarsi, di smettere di guardare il fondo (anche quello della bottiglia), di continuare a resistere perché domani potrebbe essere la volta buona, la svolta, un nuovo incontro con l’amore, una riconciliazione con i propri spettri … l’ olio balsamico a lenire il dolore della ferita, della sconfitta, della perdita.

Mai arrendersi. E questo nella sua poetica, non è mai cambiato: da giovane, da adulto quando rivendicava di esser nato negli USA e, anche ora, da settantenne maturo e istrionico.

Il 4 luglio 1776 qualcuno a Philadelfia lesse due parole scritte da un grande toscano (Philip Mazzei N.d.R.) insieme Thomas Jefferson, dando di fatto il calcio d’inizio a tutte le rivoluzioni dell’era moderna. Quel testo ci ricorda come sia fatto incontrovertibile che tutti gli uomini siano uguali e abbiano uguale diritto alla vita, ad essere liberi e a cercare la felicità.

Perché, almeno da questo punto di vista, siamo nati tutti negli Stati Uniti.

di Paolo Pelizza

© 2019 Rock targato Italia

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Ostaggi del Concept.

Ostaggi del Concept.

Cosa direste a qualcuno che oggi … Anno Domini 2019, vi dicesse: “Ehy! Sai che c’è? Esco con un concept album!”. Non riesco ad immaginare la sequenza ma, sicuramente, ci sarebbe una controllatina al calendario (giusto per essere certi di non essere finiti in una anomalia spazio-temporale e di essersi ritrovati nel 1976), la telefonata al numero unico emergenze, il tentativo di consolare i parenti e, infine, la conseguente disamina delle cause del disturbo … è caduto dalle scale, si è tirato la basculante del box sulla testa, si droga, ha elaborato un importante disagio psichico.

Vi do una notizia: è successo! L’opera (forse) anacronistica è frutto delle fatiche della band ligure Messer Davil. Il gruppo di ex ragazzi, molto giovanili, nasce dalle ceneri dei Soja Dream FM attivi per un decennio tra 2000 e il 2010, di cui condividono tutta la compagine tranne per la defezione del bassista Emiliano Goso, sostituito da Federico Fughiz Fugazza. L’album, dal titolo “La Sindrome di Stoccolma”, è figlio del chitarrista e compositore Davide Aicardi che è il  vero deus ex machina dell’insano progetto.  Completano il gruppo: Maurizio DePalo alla batteria, Mauro Max Maloberti arrangiamenti e tastiere e il cantante Alessandro Lamberti cantante rock classico che ha impreziosito assolutamente il disco con le seconde voci e le loro orchestrazioni . Infine, menzione speciale per l’incosciente coraggio al produttore Alessandro Mazzitelli … che, dico io, non poteva produrre un paio di trapper come vanno adesso massimizzando l’investimento???

La “Sindrome di Stoccolma” è un disco “indie-pop-rock” ma, come avviene spesso in questi tempi di crossover (loro parlano di crossover orizzontale indipendente perché è nato dall’insieme di molti generi diversi … mah … fa un Frankenstein, no?), pieno di paesaggi sonori contaminati che coinvolgono generi e atmosfere anni ’80 e ’90 con escursioni tra il delta del Mississippi, i Caraibi, la Giamaica e l’elettronica. Le chitarre, in particolare, intervengono spesso con quell’acidità tradizionale dei meravigliosi Settanta a creare un amalgama di sicuro gradevole e non banale. Facile da ascoltare è, anche, poco mainstream per il lavoro fatto su suoni e arrangiamenti. Percettibile, sotto i molti strati, una volontà cantautoriale che rimanda a Gazzé e Silvestri ma, anche, una fibra rockettara “ignorante” che ci riporta più spesso a Timoria e Subsonica, tra gli altri.

Se non fosse così dannatamente retrò da parte mia, darei il bentornato alla musica, quella che viene dopo lavoro di mesi, quella che si fa con gli strumenti musicali con la testa, le mani e il cuore.

In definitiva, le diciotto tracce de La Sindrome di Stoccolma sono gradevoli e ben fatte. Menzione di merito, per i testi di Aicardi. Intelligenti, a tratti ironici, graffianti e profondi per i temi trattati e per i punti di vista non convenzionali.

Ed eccoci qui … Vi state tutti domandando ma di cosa parla il concept? Ed ecco la sorpresa: in questo mondo immatricolato ed omologato, qualcuno riesce a parlare di cosa ci rende ostaggi.

Prigionieri soggiogati da una realtà dominata dalle tecnologie (oltre ogni visione pessimistica, abbiamo superato la mitica Skynet), autocontrollo, ideologie, fobie, convinzioni, religioni, superstizioni, etc.

Il mondo è di chi è contro i vaccini, dei creazionisti, di chi crede che la Terra sia piatta, di chi diffonde verità che noi tutti ignoriamo sulle “scie chimiche”. Attualmente è troppo facile esprimersi senza sapere e riuscire ad avere una pletora anche ampia di chi ci seguirà sul terreno dell’idiozia.

Interessante su questo tema, il singolo da cui è stato tratto anche un videoclip (si può vedere su YouTube): L’Idiota Digitale.

Così diventa difficile non pensare che ci siamo cascati e che questa è più di un’ipotesi di complotto ma la dimostrazione di un teorema. Ed è ulteriormente arduo non pensare che il titolo dell’opera sia assolutamente azzeccato, in quanto, ci siamo innamorati dei nostri carcerieri, tanto da esserci consegnati tra i loro artigli spontaneamente.

Che dire, l’album anacronistico ci è piaciuto. Speriamo di poter ospitare una loro show-case magari durante le finali di Rock targato Italia e che a voi sia venuta voglia di chiudere la traccia del rapper di turno (diamogli un nome di fantasia: Cistifellea?) e, magari, di sentire qualcosa di diverso, qualcosa di intelligente.

di Paolo Pelizza

© 2019 Rock Targato Italia

 

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