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Un paio di righe per Muhammad Ali

Un paio di righe per Muhammad Ali

Ieri, ci ha lasciato una leggenda del pugilato, un campione di pacifismo e un combattente per i diritti civili.

La parabola di Mohammed Ali musulmano e icona del ‘900 è finita. Il suo ultimo incontro, l’ultimo round l’ha perso contro la malattia.

Oggi è il giorno delle lacrime ma, domani sarà il momento della riflessione.

Riflessione sul suo esempio, il suo altruismo, la sua gentilezza e il suo impegno civile. Spero che ci sia di ispirazione. Spero che possa farci anche un po’ vergognare per la nostra indifferenza e il nostro qualunquismo.

Ieri, sono stati anche ritrovati i corpi di tanti esseri umani come noi. Nei nostri mari, nei nostri fiumi, sulla nostra terra. Gente che scappava dal proprio paese per carestia o guerra. Uomini, donne e bambini disperati che hanno rischiato tutto per venire qui e hanno perso. Persone che hanno coltivato il miraggio che noi si sia come Ali.

Si sono sbagliati

Paolo Pelizza

© 2016 Rock targato Italia

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Marco, eroe di civiltà.

Marco, eroe di civiltà.

Era il 1978.

Due donne: una più avanti con l’età, l’altra intorno ai trent’anni.

E’ domenica e siamo fuori dalla bellissima Basilica di San Lorenzo, davanti alle Colonne a Milano. E’ un maggio primaverile, di quelli miti e piovosi. Nelle orecchie, ancora l’eco della voce profonda del prete. Durante, l’omelia aveva tuonato, richiamando tutti ai valori della vita e del diritto naturale. Di più. Se fossero passati i quesiti referendari dei Radicali, si sarebbe dato il via ad una moderna “strage degli innocenti”.

La più giovane ha la stessa idea del parroco. L’aborto è omicidio volontario e difende con l’anziana il suo punto di vista. La donna più matura le sorride. E’ cattolica, dice. Non vuole, però, che la sua fede impatti sulla vita degli altri. Per questo, voterà al referendum: perché le donne siano libere di decidere e non siano obbligate ad essere prigioniere della loro biologia. Impensabile oggi vincere un referendum con il voto delle “beghine” cattoliche!

Ero bambino e ne capivo poco. Frequentavo le elementari dalle suore ed ero stato imbevuto, indottrinato quotidianamente di fede e valori cristiani. Allora, non sapevo quello che so ora. Come potevo …

E’ stato più avanti che ho incontrato Marco Pannella e il Partito Radicale. Sono stato, anche, iscritto per un breve periodo. Ne ho condiviso e ne condivido molte delle battaglie. Dico questo, per onestà intellettuale. Come ho detto: io non mi nascondo.

Le lotte referendarie vittoriose (sul carretto dei Radicali, poi, salirono in troppi … tanti da far scendere chi aveva condotto la battaglia e l’aveva vinta!), l’antiproibizionismo, l’impegno internazionale per la moratoria sulla pena di morte, l’accorata richiesta di un’amnistia in Italia e di condizioni più umane per i detenuti  … Marco Pannella era ed è un eroe di civiltà. Senza di lui e il suo partito, il nostro Paese vivrebbe una stagione ancora più oscurantista e medievale.

Negli ultimi anni, infatti, sulla laicità dello Stato (sancita dalla nostra Costituzione) si è un po’ derogato. Forse perché, con l’ascesa del fondamentalismo terrorista islamico e la sua globalizzazione, viene più comodo definire una dicotomia noi-loro. Questa logica così semplice è quella che ha animato tutti i genocidi della Storia: se stiamo male è perché ci sono loro. Così ci siamo rinchiusi volontariamente in un recinto di identità di maniera che ci cela la vista del mondo, che ci priva delle necessarie conoscenze ed esperienze che sono la chiave della comprensione.

Pannella e i Radicali sono stati i primi a denunciare il fallimento delle decennali politiche di proibizionismo sulla droga. Sono stati i primi ad intuire che si creavano due business: quello illecito dello spaccio da parte delle organizzazioni criminali e quello della repressione. Ma sono le mafie per prime a non volere la legalizzazione: le perdite le renderebbero molto meno influenti e perderebbero di attrattiva e potere.

Anche su una giustizia più giusta. Una giustizia “vera” che non sia vendetta sociale, ci siamo un po’ persi. Abbiamo incoronato la Magistratura inquirente come se fossero i nostri vendicatori contro la politica. Peccato che i politici nelle Istituzione e nel Governo li mettiamo noi: con il voto. Indebolendo la politica, abbiamo “spuntato” le armi che ci permettevano di decidere, di cambiare.

Tutte le battaglie dei Radicali sono state condotte con lo strumento della Non Violenza.

Potremmo allungare di molto l’elenco dei meriti e delle suggestioni che Marco e i Radicali ci hanno portato: l’accordo ottenuto dalla Bonino in alcuni Paesi africani per la messa al bando delle mutilazioni genitali femminili, l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti (il referendum passò e il finanziamento rimase … solo i Radicali decisero di non accettarlo), la grazia a Saddam Hussein, il testamento biologico, l’eutanasia, i diritti civili … ci potremmo scrivere un tomo di grosse dimensioni. Qui, lo spazio è poco.

Marco Pannella è stato un Campione della nostra democrazia. L’ultimo.

Al di là del cordoglio e dei rimpianti, spero che la sua eredità di passione e contenuti non veda persa.

Grazie, Marco.

Paolo Pelizza

© 2016 Rock targato Italia

 

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Tre Piccole Pietre Miliari

Tre Piccole Pietre Miliari.

Una serata fresca di fine aprile passata a chiacchierare seduti fuori da un bar con un amico musicista. Lui è curioso su alcune mie certezze …

Mi chiede come si fa a dire che un artista è meglio o peggio di un altro. Mi vuole spiegare che non esiste un algoritmo per determinare quale sia musica di qualità e quale no. Non c’è nient’altro che il nostro gusto ad orientarci … Così come per il cibo, il vino, etc. Mi mette in guardia da esprimere giudizi su chi sia stato più bravo nelle stesure, negli arrangiamenti e nelle performance! Sono, sostiene, argomenti aleatori.

Sorseggio una delle rare birre bevute nella mia vita (non perché sia astemio ma, perché amo di più vino e cocktails) e dopo qualche secondo di riflessione provo a rispondere.

Se non esiste un algoritmo vuol dire che non serve. La nostra vita è già governata dagli algoritmi: ci si fanno le app per i telefonini, ci si scrivono i software e i social networks … Direi che, forse, non è un algoritmo lo strumento di cui abbiamo bisogno. Capisco, però, che il mio amico sia figlio dei nostri tempi e che abbia una particolare fascinazioni per la matematica applicata.

Come esiste la Storia, come si può studiare filosofia così si può determinare, senza avere la presunzione di essere esaustivi, quali siano stati i grandi musicisti senza per questo dover utilizzare un procedimento di calcolo sistematico (ammetto che questa definizione l’ho trovata su Google, perdonatemi!) ma, semplicemente, facendo un po’ di ricerca.

Diciamo che, a mia personalissima opinione, ci sono due parametri per poter “giudicare” quello che è successo dalla seconda metà del Novecento a oggi. Il primo si basa sull’oggettiva analisi delle innovazioni che un artista portava nelle sue composizioni in termini di scrittura e/o di suoni. La seconda è quanto, poi, le nuove strade siano state poi battute da altri. In effetti, spezziamo una lancia a favore del mio amico, il tema non è chi sia meglio di altri, bensì chi sia stato più originale e influente. Potrei azzardare anche una terza ipotesi: quanto quei musicisti e la loro musica abbiano contribuito a cambiare (o a indicare la strada per farlo) la nostra società.

Farò tre esempi. Le chiameremo “le tre piccole pietre miliari”.

Jimi Hendrix nel 1966 con “Are you Experienced?” si piazza al secondo posto della classifica dietro Sgt. Pepper degli immensi Beatles. La “Experience” di Hendrix suona diversa da tutto quello che si poteva ascoltare prima e piace. Hendrix è grande anche e soprattutto dal vivo: è lui a essere il primo Guitar Hero. Da lì in poi, il suo modo di suonare e di usare gli effetti fa proselitismo. Pensiamo, ad esempio, a come (primissimo al mondo) usava i finali e a come lo fanno ancora adesso i chitarristi di band grandi e piccole.

David Bowie e la sua sconfinata vena creativa: sarebbero esistite band come Ultravox e Joy Division senza la sua “trilogia berlinese”? Ci sarebbero i Radiohead? La musica elettronica, in generale, sarebbe rimasta di nicchia? Certo, anche Bowie si era fatto contaminare dalla cosiddetta “scuola tedesca” come Neu!, Kraftwerk e Tangerine Dream ma, grazie anche alla collaborazione con Eno e Visconti, usa il sintetizzatore in modo diverso: un po’ come se fosse un filtro per gli strumenti “veri”, e tutto cambia. Iggy Pop si accredita nel mainstream ed entra in classifica con The Idiot. Si consacra come la star del punk con Lust For Life. Tutti e due prodotti e scritti insieme a David Bowie che per il tour del primo si presta anche a fargli da tastierista durante i concerti.

La terza è una vera chicca! Avete provato ad ascoltare “In the Court of the Crimson King” dei King Crimson? Se avete voglia di un’orgia di suites romantiche  sostenute da un’architettura sonora raffinatissima, provateci! Poi, pensate che quello era il loro primo album ed è del 1969! Si inserisce nell’era del prog e può essere considerato un concept album che arriva dopo il poderoso successo di altre band come Genesis e Yes. Tuttavia, per suoni e struttura scava un solco rispetto agli altri che lo rende attualissimo anche se ascoltato oggi. Robert Fripp e Peter Sinfield creano un opera in cinque atti (anzi in cinque brani) per raccontarci una vicenda fatta di storytelling e suggestioni sonore pregiate. Ci si perde piacevolmente tra frenesia e sogno alla Corte del Re Cremisi. Imponderabili, le ispirazioni che possono aver generato con la loro opera prima. Fripp sarà il chitarrista di Bowie nella composizione del terzo album della sua trilogia berlinese, Lodger.

E’ ovvio che sono tre esempi … Nella Storia ce ne sono molti altri di artisti e band seminali. Purtroppo, non c’è abbastanza tempo e spazio per poterli affrontare tutti e io ho finito la birra.

Un giorno, credo, ci doteranno di una app anche per questo.

Paolo Pelizza

© 2016 Rock Targato Italia

 

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Requiem per un Principe maleducato.

Requiem per un Principe maleducato.

Oggi il dolore è più forte ed è così per due ragioni.

La prima è che ieri è scomparso un genio della musica. Probabilmente, l’artista più significativo della scena musicale degli anni Ottanta. Molte le similitudine con un altro grande, David Bowie. Il Sottile Duca Bianco (scomparso anche lui recentemente) è stato, come Prince, produttore, musicista polistrumentista, compositore e talents scout. Se Bowie è stato il più influente artista degli anni Settanta, Prince lo è stato nel decennio successivo. Tutti e due hanno flirtato con cinema e teatro (non sono certo, però, che i progetti teatrali di musical di Prince abbiano mai visto la luce…).

In quel periodo, l’Europa si sta godendo ancora il fermento della new wave precedente. La scena britannica e quella tedesca offrono una produzione musicale di alta qualità che (guarda caso!) viene capita sia dal pubblico casalingo che da quello di oltreoceano ... Il panorama del rock è diviso tra seguaci del metal, discepoli del punk e amanti di forme più contaminate (soft rock, pop rock, rock’n blues, etc.). Sono gli anni della diffusione dell’elettronica che vive una stagione fortunatissima dopo gli esperimenti seminali dei vari Eno, Tangerine Dream, Neu!, Kraftwerk e, appunto, dello stesso Bowie (con Tony Visconti e Brian Eno). Mentre nel vecchio Continente  il punk diventa più istintivo e ignorante, l’elettronica si diffonde fuori dalla dimensione sperimentale di questi artisti demiurghi per diventare lei stessa un genere. Sembra esserci spazio per nuova qualità e nuove forme, per la composizione di un nuovo humus generatore.

La popular music americana deve riuscire a fare una sintesi più semplice. Dopo i gloriosi anni Sessanta e il decennio successivo un po’ in sordina per lo strapotere di grandi artisti e grandi band europee, l’industria americana cambia passo e si pone obiettivi ambiziosi e market oriented. Il pop vende bene. La musica targata USA scopre lo storytelling, i personaggi, il marketing. Ci si deve far ascoltare da tutti e bisogna, contemporaneamente, far ballare tutti. La ricetta più facile è quella che piace ai bambini e i discografici passano alla cassa sempre più compiaciuti. In questo laboratorio, vengono creati (o meglio, “potenziati”) il Re e la Regina del Pop, i Signori incontrastati delle hit: Michael Jackson e Madonna. Il primo etereo, alieno e ambiguo, la seconda aggressiva, spregiudicata e irriverente. Sul mercato entrambi esplosivi. Come sempre (se vogliamo dirla con Hegel), in Occidente, di fronte ad una tendenza ne nasce un’altra antitetica. La “nemesi” di queste grandi popstar arriva quasi subito sotto forma di un piccolo (era alto solo 1,58 metri), sfrontato afroamericano orgoglioso. Se loro sono Re e Regina, lui è Prince, il Principe. Entra giovanissimo come produttore alla Warner. Il colosso americano si rende conto immediatamente che ha in mano nitroglicerina pura. Il pop di Prince è diverso da tutto il resto: originalità nelle composizioni e nella scelta dei suoni, una certa ostentata sensualità e la determinazione di un forzato della musica. Per il suo lavoro in sala, suonando tutti gli strumenti si guadagna l’appellativo di “nuovo Steve Wonder”. Da For You a Purple Rain che entra in classifica come LP e come film (era riuscito solo ai Beatles) e consacra un personaggio che è l’opposto di Michael Jackson. Entra nell’Olimpo della black music ispirandosi a Hendrix (più sex symbol che guitar hero) ma, anche, a Frank Zappa mescolando sapientemente blues tradizionale, funky, dance e rock bianco. Prince crea tessiture e suggestioni attingendo alla classica, al folk e alla musica orientale. Prince è nero senza paure o vergogna, è maschio di carne e sangue, è sboccato. Non è un alieno androgino e dandy, non è una creatura che guarda verso l’alto alla ricerca di divinità sconosciute o dimenticate semmai, è un divoratore di vita e piaceri. Chi non è stato preda di un forte sortilegio erotico ascoltando e ballando Kiss prima che nelle discoteche la musica venisse bandita dalla techno?

La seconda ragione è che, pur avendolo citato molte volte negli ultimi anni, Prince è stato un po’ dimenticato. Quando scrivo di artisti seminali su Le Visioni lo scordo e, poi, dandomi dell’idiota prometto a me stesso di rendergli giustizia la prossima settimana.

Lentamente, però, il buon proposito scivola via dalla nostra memoria. Magari, perché vogliamo rispondere ad un lettore o perché la nostra attenzione o curiosità è catturata da altro.

Le prossime settimane sono finite. Ieri.

Oggi, possiamo solo fare ammenda e consegnare a queste righe il compito di farci perdonare ed esprimere il nostro profondo cordoglio, la nostra disperazione per un pezzo della storia della musica e della nostra storia che se ne va prematuramente. Ci corre l’obbligo, soprattutto, di ringraziare per i regali che questo grande artista ci ha fatto: la mia generazione è cresciuta con When Doves Cry, Purple Rain, Kiss, Sign o’ the Times come colonna sonora.

Addio Piccolo Principe. Oggi non piangeranno solo le colombe.

di Paolo Pelizza

© 2016 Rock targato Italia

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