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La gradazione alcolica dello Spirito del Mondo.

La gradazione alcolica dello Spirito del Mondo.
Non mi è stato mai simpatico Hegel. Trovavo il suo “idealismo assoluto” una forzatura che funzionava solo all’interno dello schema che aveva lui stesso creato. Ma questo, mi direte, vale per tutti i filosofi.
Devo ammettere, però, che il fatto che esistesse un “spirito universale” che, durante la Storia, passasse da una latitudine all’altra, da un popolo all’altro mi intrigava. Così, provavo a desumere, che fosse passato di qui … che si fosse “incarnato” ai tempi dell’Impero Romano e, ancora, durante il Rinascimento. Hegel, che era tedesco, sosteneva che (alla fine) si sarebbe incarnato in Germania. Chissà cosa penserebbe oggi … Lo Spirito del Mondo e il Bund … mah..
Chissà dove si è andato a rintanare? Oggi, non vedo popoli o Paesi che possano dirsi rappresentativi di codesta benedizione. Forse perché, nel mondo globalizzato, la visione storicistica di Hegel non funziona più. Forse perché lo “spirito” ha cambiato forma.
Magari, guardandoci in giro, possiamo sostenere che o si trova in una fase di vacanza, oppure è salito esponenzialmente di gradazione. Credo, infatti, che ci sia una diffusa ubriachezza internazionale. Ubriachezza molesta, il più delle volte.
Siamo molto lontani dalle ispirazione che hanno portato reale progresso all’umanità. Viviamo intorpiditi come nel momento che precede il post sbronza.
Accademici colti e raffinatissimi mi perdoneranno se scherzo un pochino con Hegel. Lo so è uno dei giganti del pensiero occidentale, il più importante dell’Età Moderna. Sfortunatamente, c’è poco da divertirsi. Viviamo in un epoca di vuoto. I Maestri non ci sono più e quelli che ci sono hanno abiurato. Esistono ancora spazi di libertà solo se te li puoi permettere. Ogni questione è talmente contorta e complessa che ci mancano gli strumenti per decodificarla, per ridurla al minimo comun denominatore. Si passa da una schizofrenia ad un’altra. Dallo spread al nuovo smartphone, dalla crisi economica alla crisi internazionale, da Al Quaeda all’Isis. I nemici di ieri sono gli amici di oggi senza soluzione di continuità. Così ci rifugiamo dentro a schemi vecchi. Ci rassicura parlare con chi è come noi, con chi la pensa come noi, con chi vive nel nostro stesso modo. Scansando il confronto come fosse la peste bubbonica, ci perdiamo. Non cresciamo e alimentiamo il vuoto.
Il problema è che si tratta di un vuoto divoratore, una voragine ingorda come un buco nero. Il Chaos contemporaneo non è un nuovo Big Bang. Non è generatore di nulla se non di un generalizzato regresso culturale.
Non fraintendetemi, il mio non è un richiamo al nichilismo. Anzi, al contrario, è una call to action. Senza fermento, senza una volontà di comprensione non si andrà da nessuna parte e la confusione determinerà altri pasticci ed altre paure, ancora più difficili da superare, ancora più gravi.
Impossibile pensare di governare il mondo esclusivamente per via economica, eppure così facciamo. Lo diamo per assodato. E’ un teorema che abbiamo confuso con un assioma e abbiamo rinunciato a dimostrarlo. Forse, lo Spirito del Mondo è troppo forte e poco digeribile e noi restiamo in hang over.
Paolo Pelizza
© 2016 Rock targato Italia

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Alla Fine di Ogni Cosa.

Alla Fine di Ogni Cosa.

Ieri, uno studente mi ha detto che la mia è stata una generazione di ignavi.

Ha qualche ragione. Noi siamo colpevoli di non aver voluto o saputo ricostruire dai cocci dei sogni infranti degli anni Sessanta e Settanta, di aver permesso alcune derive. Non abbiamo sorvegliato su quel poco ottenuto, su valori imprescindibili come i diritti civili e la laicità consentendo rigurgiti integralisti. Siamo colpevoli di non aver protestato abbastanza, di non aver spiegato che un altro modo, un altro mondo fosse non solo possibile ma, auspicabile.

La lezione è ancora più dura se pensiamo a quanto fermento culturale, artistico e sociale ha stabilmente occupato la seconda metà del Novecento.

Non ricordo più chi scrisse che chi guarda indietro può vedere molto avanti …

Così incappo in un giovane scrittore. Lo conosco personalmente.

 Anche lui, come me, insegna.  Gli faccio leggere un mio manoscritto. Mi risponde così: “Ho cercato di leggere senza l’affetto che provo per te”. Da lì, inizia una disamina tanto profonda e razionale quanto spietata del mio testo.

Passa del tempo. Questo giovane scrittore mi invita alla presentazione del suo primo romanzo: “Alla fine di ogni cosa” edito da Frassinelli. Preso, dalla curiosità e da una sorta di desiderio di bonaria “vendetta” decido (come promesso) di darvene conto.

Leggo il romanzo in dodici ore. Dalla prima pagina mi trovo immerso in una palestra. Siamo alla fine degli anni Venti ad Hannover. Posso sentire i suoni, l’odore di cuoio e sudore. Lì comincia, nell’opera di Mauro Garofalo, la storia di Johann Rukeli Trollmann, pugile sinti.

Campione di boxe zingaro vive la sua ascesa durante la Repubblica di Weimar. C’è una sorta di Belle Epoque diffusa anche in quella Germania.

Una parentesi leggera prima che l’abisso generi il mostro. Quando succede, Rukeli (come tutti) devono guardarlo negli occhi. Subirlo o pretendere l’unico riscatto possibile.

La parabola (vera) di Johann Trollmann è nota. Non ve la racconterò. Non posso farlo se non con le parole di Garofalo. Il romanzo (lo so, mi ripeto) è una delle cose più belle che abbia letto  durante gli ultimi anni nella nostra lingua. L’Autore lavora bene con gli strumenti della scrittura: è asciutto, preciso nelle descrizioni e, a tratti, lirico. Non indulge mai alla maniera o all’autocompiacimento. Come il più grande degli scultori, libera la forma dal marmo in eccesso perché prenda vita. Non imbelletta. Non cesella. Ti incatena a quegli ambienti, ai colori, agli odori, alla sofferenza e al sacrificio.

C’è Mauro là dentro insieme al campione derubato del suo titolo. Mauro pugile dilettante e appassionato.

C’è il pugilato. La nobile arte diventa la rete interpretativa per capire un mondo che cambia incomprensibilmente. Il nazismo sovverte ogni regola, schiaccia ogni tensione alla giustizia, al diritto naturale e all’empatia ed è  la boxe (prima dei personaggi o della vicenda) a spiegarci la Storia, efficacemente.

E’ nel gioco di gambe, nella precisione dei colpi … in quei movimenti sincroni ed eleganti, in quella danza, che un uomo trova il suo riscatto e noi simbolicamente con lui.

Alla fine mi ritrovo con il romanzo e il suo mondo chiuso sulle ginocchia. Dico addio ai miei propositi di bonaria “vendetta” e decido di derogare almeno per oggi alla mia meschinità. Penso che, molto raramente, ho speso così bene € 18,50. Guardo il volume: è cartoncino, inchiostro e carta. Pochi altri materiali. Eppure c’è tutto, in misura necessaria e sufficiente.

Penso alla mia generazione, a quel mio studente, a Trollmann. Avremmo dovuto fare di più, avere più coraggio. Per noi (forse) e per lui c’è ancora tempo.

Paolo Pelizza

© 2016 Rock targato Italia

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MURI E TORNELLI: LA NUOVA TENDENZA FALL-WINTER.

MURI E TORNELLI: LA NUOVA TENDENZA FALL-WINTER.
1989.
Un gruppo di ragazzi inchiodati davanti alla televisione.
Sono insieme ma non si guardano. Gli occhi inchiodati alla fonte di luce blu.
Alcuni di loro si conoscono appena. Altri sono amici da molto tempo. C’è tensione e speranza. Una ragazza prende la mano del suo vicino.
Un labbro si increspa. Scende anche qualche lacrima.
E’ un novembre freddo a Milano. Tuttavia, qualche fronte è umida di sudore.
Dentro al tubo catodico, un gruppo di persone (per lo più giovani) si danno da fare con mazze e altri utensili improvvisati per abbattere un muro. Poco dopo, quando la breccia diventa sufficientemente grande, passano dall’altra parte sopra i calcinacci e le macerie. Oltre.
Oltre, una folla li aspetta. Ci sono tutti i generi, tutte le età, sono poliziotti, idraulici, impiegati…
Gente.
Fratelli.
L’emozione si scioglie in lunghi e partecipati abbracci.
I colpi di mazza diventano più importanti, più significativi del primo passo sulla Luna.
…Un piccolo colpo di piccone: un grande passo per l’Umanità.
Troppo a lungo separati.
Troppo a lungo, da una parte di quel muro si viveva sotto un regime oppressivo mentre di là si era nel posto più libero d’Europa e, probabilmente, del mondo. Se non ci credete vi rimando alle opere relative di Lou Reed, David Bowie e Iggy Pop ma, anche, Tangerine Dream, Nina Hagen, etc. etc.
Quel muro non era un muro ma, Il Muro. Caduto quello, il mondo cambia. L’Unione Sovietica si dissolve. Qualcuno parla della forza di un atto simbolico, qualcun altro del culmine di un processo storico già in atto. Il fatto è che niente è davvero più come prima. Esperti politologi, scrittori, giornalisti parlano di “fine della Storia”. Sì, di quella con la S maiuscola, quella che si studia a scuola. Quel 9 novembre e i giorni che seguono sono giorni di festa e di grandi aspettative. Da oggi, si crede, si costruiranno ponti. Mai più muri.
Perché i muri non piacevano più!
I muri hanno la funzione di tenere fuori o tenere dentro, nel senso di trattenere. Sono sciocchi orpelli in un mondo che abbiamo voluto (o subito …) globale e globalizzato. Quell’anno, avevamo sognato un mondo nuovo dove ognuno andava dove voleva. Nessun limite.
Il sogno si è dissolto. Abbiamo capito che il Capitale (lui sì!) sarebbe andato dove voleva e che le merci avrebbero varcato le frontiere con maggiore facilità dei popoli.
Oggi le barriere sono tornate di moda. Un candidato alla Presidenza degli Stati Uniti d’America vuole costruirne uno mastodontico, tale da diventare un concorrente credibile della Grande Muraglia Cinese … quella visibile anche dallo spazio (si dice).
Peccato che gli antenati di questo candidato, i Padri Fondatori di quella Nazione che si vanta di essere la più grande democrazia del pianeta, abbiano nella carta fondante sancito che tutti gli uomini siano uguali e abbiano uguali diritti, anche il diritto alla felicità.
E’ nella Dichiarazione di Indipendenza, un documento che oggi più che antico sembra obsoleto visti gli intenti da geometri della separazione, da architetti dell’orribile.
Il problema è che i muri ci proteggono solo psicologicamente perché (vedi Berlino!) prima o poi vengono giù per quanta maestria ci mettano a costruirli e a renderli solidi. Ma, soprattutto, i muri sono esteticamente brutti. Vuoi mettere con i ponti? I ponti sono belli, sono mitici: Brooklyn, il Golden Gate, quelli di Calatrava… Poi, sono più utili perché servono per superare gli ostacoli, per connettere una realtà con un’altra. Genti con altre genti.
Superare gli ostacoli è, ovviamente, più difficile che non occuparsene. Anche nascondere la polvere sotto il tappeto è più facile che pulire la casa ma non funziona. Non a lungo termine.
Non c’è niente da fare, però! I muri sono la moda del momento!!! Tornelli, barriere, blocchi navali, etc. sono tornati glamourous dalla fine degli Anni Ottanta.
Cari berlinesi, adeguatevi …fate uno sforzo e ritiratelo su quel muretto che qui non impariamo mai.

Paolo Pelizza
© 2016 Rock targato Italia

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MURI E TORNELLI: LA NUOVA TENDENZA FALL-WINTER.

MURI E TORNELLI: LA NUOVA TENDENZA FALL-WINTER.

1989.
Un gruppo di ragazzi inchiodati davanti alla televisione.
Sono insieme ma non si guardano. Gli occhi inchiodati alla fonte di luce blu.
Alcuni di loro si conoscono appena. Altri sono amici da molto tempo. C’è tensione e speranza. Una ragazza prende la mano del suo vicino.
Un labbro si increspa. Scende anche qualche lacrima.
E’ un novembre freddo a Milano. Tuttavia, qualche fronte è umida di sudore.
Dentro al tubo catodico, un gruppo di persone (per lo più giovani) si danno da fare con mazze e altri utensili improvvisati per abbattere un muro. Poco dopo, quando la breccia diventa sufficientemente grande, passano dall’altra parte sopra i calcinacci e le macerie. Oltre.
Oltre, una folla li aspetta. Ci sono tutti i generi, tutte le età, sono poliziotti, idraulici, impiegati…
Gente.
Fratelli.
L’emozione si scioglie in lunghi e partecipati abbracci.
I colpi di mazza diventano più importanti, più significativi del primo passo sulla Luna.
…Un piccolo colpo di piccone: un grande passo per l’Umanità.
Troppo a lungo separati.
Troppo a lungo, da una parte di quel muro si viveva sotto un regime oppressivo mentre di là si era nel posto più libero d’Europa e, probabilmente, del mondo. Se non ci credete vi rimando alle opere relative di Lou Reed, David Bowie e Iggy Pop ma, anche, Tangerine Dream, Nina Hagen, etc. etc.
Quel muro non era un muro ma, Il Muro. Caduto quello, il mondo cambia. L’Unione Sovietica si dissolve. Qualcuno parla della forza di un atto simbolico, qualcun altro del culmine di un processo storico già in atto. Il fatto è che niente è davvero più come prima. Esperti politologi, scrittori, giornalisti parlano di “fine della Storia”. Sì, di quella con la S maiuscola, quella che si studia a scuola. Quel 9 novembre e i giorni che seguono sono giorni di festa e di grandi aspettative. Da oggi, si crede, si costruiranno ponti. Mai più muri.
Perché i muri non piacevano più!
I muri hanno la funzione di tenere fuori o tenere dentro, nel senso di trattenere. Sono sciocchi orpelli in un mondo che abbiamo voluto (o subito …) globale e globalizzato. Quell’anno, avevamo sognato un mondo nuovo dove ognuno andava dove voleva. Nessun limite.
Il sogno si è dissolto. Abbiamo capito che il Capitale (lui sì!) sarebbe andato dove voleva e che le merci avrebbero varcato le frontiere con maggiore facilità dei popoli.
Oggi le barriere sono tornate di moda. Un candidato alla Presidenza degli Stati Uniti d’America vuole costruirne uno mastodontico, tale da diventare un concorrente credibile della Grande Muraglia Cinese … quella visibile anche dallo spazio (si dice).
Peccato che gli antenati di questo candidato, i Padri Fondatori di quella Nazione che si vanta di essere la più grande democrazia del pianeta, abbiano nella carta fondante sancito che tutti gli uomini siano uguali e abbiano uguali diritti, anche il diritto alla felicità.
E’ nella Dichiarazione di Indipendenza, un documento che oggi più che antico sembra obsoleto visti gli intenti da geometri della separazione, da architetti dell’orribile.
Il problema è che i muri ci proteggono solo psicologicamente perché (vedi Berlino!) prima o poi vengono giù per quanta maestria ci mettano a costruirli e a renderli solidi. Ma, soprattutto, i muri sono esteticamente brutti. Vuoi mettere con i ponti? I ponti sono belli, sono mitici: Brooklyn, il Golden Gate, quelli di Calatrava… Poi, sono più utili perché servono per superare gli ostacoli, per connettere una realtà con un’altra. Genti con altre genti.
Superare gli ostacoli è, ovviamente, più difficile che non occuparsene. Anche nascondere la polvere sotto il tappeto è più facile che pulire la casa ma non funziona. Non a lungo termine.
Non c’è niente da fare, però! I muri sono la moda del momento!!! Tornelli, barriere, blocchi navali, etc. sono tornati glamourous dalla fine degli Anni Ottanta.
Cari berlinesi, adeguatevi …fate uno sforzo e ritiratelo su quel muretto che qui non impariamo mai.

Paolo Pelizza
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