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Vita, morte e miracoli di una leggenda.

Vita, morte e miracoli di una leggenda.

Vita, morte e miracoli di una leggenda.

C’è una città nell’estremo nord ovest degli States. E’ una città nata sulla terra dei Chinook prima che l’uomo bianco prendesse il sopravvento. Tuttavia, è una città che porta il nome di un grande capo indiano, seppur anglicizzato.

E’ la città di Boeing e Microsoft. La città che ha come simbolo una torre (a nostro avviso, il suo fascino è sopravvalutato) dal nome suggestivo di Space Needle.

E’ anche conosciuta come Doorway to Alaska o, anche , Emerald City.

E’ uno dei più importanti porti commerciali della West Coast.

Una città dove molte fortune o sfortune per la working class sono dipese durante gli anni dall’andamento dell’industria aereonautica.

E’ la città dove nasce Jimi Hendrix, al secolo James Marshall Hendrix nel 1942. Morirà a Londra il 18 settembre del 1970.

Si chiama Seattle e qui potrete visitare il mausoleo del più grande chitarrista di tutti i tempi e di uno dei più grandi musicisti della Storia.

Jimi comincia precocissimo a sperimentare suoni. La leggenda vuole che si costruisca un cordofono in tenerissima età. Poi, arriverà una chitarra (regalata da un vicino) ma, è una chitarra per destri mentre il piccolo Jimi è mancino. Pare che per lui suonarla (invertendo le corde) non sia stato particolarmente difficile.

Jimi Hendrix passa da una band (debutterà come bassista!!!) all’altra e da una esperienza all’altra. Farà anche il militare nei paraccadusti. Non abbiamo lo spazio per percorrere tutta la sua biografia e la sua carriera. Resta, però, il fatto che eviterà il Vietnam.

Di più, come altri artisti dell’epoca diventerà profondamente critico rispetto alla guerra. Dal mio punto di vista le due “canzoni” più importanti contro il conflitto furono: Fortunate Son dei Creedence Clearwater Revival che raccontava come solo i poveri e i loro figli finissero nel sud est asiatico a farsi ammazzare mentre, i più abbienti ed i loro rampolli trovavano molte occasione per imboscarsi ed evitare di partire. L’altra è, senza dubbio,  quella versione straordinaria e dissonante dell’inno nazionale americano di Hendrix. Quell’inno parla di una bandiera che dovrebbe essere una coperta a tutela delle libertà e dell’uguaglianza e che, dentro a quella tragedia, al contrario,  diventa lo “straccio” con cui si prova a coprire la vergogna.

Potrei dilungarmi su The Experience (che preferisco) o sulla Band of Gypsys. Potrei dirvi che Voodoo Child è un monumento importante come la Cappella Sistina e che sia vergognoso che non si studi nelle scuole di ogni ordine e grado.

Potrei raccontarvi di come e di quanto ha innovato nel modo di suonare, nella scelta dei suoni, della sua maniacale ricerca della perfezione, della sua partecipazione a Woodstock dove non riusciva a sentire quello che suonava, della sua forza e delle sue fragilità. Potrei azzardare teorie sul fatto che lui sia stato contemporaneamente il primo Guitar Hero e l’inventore del Guitar Hero.

A pochi giorni dall’Anniversario della sua scomparsa, l’unica cosa che voglio fare (o meglio scrivere) è invitarvi a riscoprirlo, ad ascoltare la sua musica, a comprendere nel profondo perché Hendrix è stato il più grande di tutti.

Magari, posso spingere anche voi al rimpianto per un genio rivoluzionario scomparso troppo presto.

di Paolo Pelizza

©  2016 Rock targato Italia

 

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