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Generazioni, I Parte.

Generazioni, I Parte.

Generazioni, I Parte. Ovvero Cuba, la Guerra Fredda e quella sporca, due happening musicali, un incontro di boxe,  Coleotteri e Pietre Rotolanti (con gli altri).

La calda estate è stata piena di stimoli, motivazioni e lavoro. Lavoro su un pezzo che per la quantità di appunti e suggestioni è diventato un pamphlet abbondante. Troppo abbondante per poter essere consumato in un solo articolo ma, anche in due o in tre. Così è partita una frenetica e difficile operazione di riduzione  e, come sapete, sottrarre è molto più difficile che addizionare …

La causa scatenante è stata la scomparsa di Chester Bennington. Una fine fotocopia di quella del suo amico (e, in parte, mentore) Chris Cornell. Una fine che si è consumata due mesi dopo, il giorno che sarebbe dovuto essere il 53° compleanno proprio di Cornell. Il leader dei Linkin Park si toglie la vita, dopo aver letto l’elogio funebre del cantante di Soundgarden e Audioslave. Sappiamo che i due hanno avuto parabole diverse e che la vita di Chester era stata più difficile e sofferta. Tuttavia, la questione è che, a chi come noi è nato da qualche parte negli anni Sessanta, non è estranea una certa ipersensibilità rispetto al mondo contemporaneo, una sorta di amarezza … un senso di fallimento.

Così ho provato a guardare dentro alle generazioni, alla storia e alla musica di quegli anni e sono arrivato fino a oggi. Un’analisi da “uomo della strada” senza nessuna velleità sociologica, storiografica o musicologica.

Alla fine degli Anni Cinquanta, negli Stati Uniti, la musica è divisa in due filoni fondamentali: la musica melodica e la black music. Non mancano contaminazioni che progrediscono e si diffondono (pensiamo al Re, il grande Elvis Presley).

Alle radici del blues, del soul e del funky non vi è solo l’evoluzione di suoni e melodie di musicisti afroamericani ma, un ritorno alle origini, alla terra che è stata culla dell’umanità e della civiltà: l’Africa. Sull’Africa, torneremo ma, per ora, facciamo un salto nel Vecchio Continente, in Gran Bretagna. Qui nascono, quasi contemporaneamente, le due band più famose della storia della musica contemporanea: The Beatles e Rolling Stones. I primi partono dalla melodica per rielaborare e inventare generi e sottogeneri della popular music, i secondi fanno loro sonorità e temi propri del blues e della tradizione “nera” di Oltreoceano e li personalizzano. Sono artisti antagonisti: il pubblico si divide tra chi ama gli uni o gli altri … Oggi, possiamo dire (prima stilla di amarezza) che avevano problemi di abbondanza.

Il mondo degli anni Sessanta e dei primi Settanta è quello ereditato da Yalta, diviso per “sfere di influenza”. Di qua, l’Occidente (detto anche impropriamente “il mondo libero”), di là i Paesi della Cortina di Ferro sotto l’influenza dell’Unione Sovietica. Tra i due mondi o, meglio, tra le due Superpotenze  l’equilibrio è basato sull’escalation degli armamenti atomici e la minaccia perenne di un olocausto nucleare: in pratica, la fine del mondo.

C’è da dire che dopo la conferenza di Yalta le cose non erano andate sempre male. Il Segretario di Stato per gli Affari Economici Clayton Hall nel 1944, appena prima della fine della Seconda Guerra Mondiale, mette a punto un piano per aiutare gli alleati (tra cui l’Unione Sovietica) e anche, le nazioni uscite sconfitte dal conflitto. Quella amministrazione e quelle successive si impegneranno molto per l’Italia (Clayton Hall rimise in piedi l’industria tessile in Nord Italia, un po’ perché era un filantropo ma, di certo, perché era partner della più grande impresa cotoniera del pianeta) all’insegna della realpolitik.

Il piano di Hall si scontra con la chiusura del regime di Stalin e con la dottrina dell’universalismo socialista. Di lì ai decenni successivi, la Guerra Fredda è destinata a riscaldarsi. Nel 1961, la CIA mette in atto un maldestro tentativo di rovesciare il regime filo-sovietico di Fidel Castro. Il fallimento e lo stanziamento di missili americani in Italia e Turchia spingono Nikita Chrushev ad appoggiare la richiesta di Castro di posizionare missili balistici a Cuba. Sappiamo che quella che è nota come la “Crisi di Ottobre” si risolse positivamente (siamo ancora qui, no?) per il lavoro diplomatico del fratello del Presidente Kennedy e dell’ambasciatore sovietico a Washington. Chissà cosa penserebbero il pragmatico Chruscev e l’idealista Kennedy del ripetersi di insulti e minacce sui social media di Trump e di Kim Jong-un… (altra amarezza).

Tuttavia, sempre nel 1961, lo stesso anno della Baia dei Porci, viene eretto il “Muro di Berlino” chiamato “Barriera di Protezione Antifascista” che, di fatto, isola Berlino Ovest dal resto del mondo facendone la più straordinaria oasi di libertà che si sia conosciuto nell’Età Moderna. Lì nasce e si forma un’avanguardia artistica che, nella musica, crea l’elettronica e che ispira artisti importantissimi come Bowie, Iggy Pop e Lou Reed tra gli altri. E’ la “scuola tedesca”: il Krautenrock con  Neu!, Krautwerk, Tangerine Dream, Nina Hagen, etc.

Il Muro creato per impedire la libera circolazione delle persone dalla parte Est e quella occidentale, non impedisce che le idee circolino liberamente. Viene, anche, occasionalmente violato da spie e dissidenti. Negli anni Settanta, pare che Iggy Pop e David Bowie siano riusciti grazie a travestimenti ad andare e tornare da Berlino Est.

Nel 1965 la Guerra Fredda si scalda di nuovo. Il casus belli è un paese dell’Indocina, smembrata dalla conferenza del ’54 e in guerra contro l’occupazione francese dal ’55: il Vietnam. Nessuno allora ne aveva sentito parlare negli Stati Uniti ma, negli anni Sessanta, con l’incremento di uomini e mezzi militari a supporto del governo filo-occidentale del Vietnam del Sud e a protezione del 17° parallelo che separava il Sud dal Vietnam del Nord filo-sovietico, assurge all’onore delle cronache per rimanerci a lungo anche dopo il 1975. Dopo lo smacco di Cuba, gli Stati Uniti hanno voglia di rivincita. Comincia così un’ escalation che li porterà alla più bruciante sconfitta della loro storia militare ma, anche, ad un nuovo corso politico e sociale. Studenti, intellettuali, atleti e artisti contestano quella guerra. La sporca guerra, la chiamano e chiamano assassini i militari che tornano dal Paese asiatico.

A Woodstock, nel 1969, per protesta (anche se non lo ha mai ammesso, sostenendo che era più bello interpretato così) Jimi Hendrix suona un acidissimo inno nazionale. Bob Dylan scrive canzoni contro la guerra e per i diritti civili dei neri come Blowin’in The Wind. I Creedence Clearwater Revival con Fortunate Son denunciano il fatto che solo i poveri vanno a morire nelle risaie indocinesi e lungo il Mekong, mentre i figli dei ricchi si imboscano. Cassius Clay-Alì viene condannato e multato come renitente alla leva. Dichiarerà che i vietcong non gli avevano fatto niente. A proposito di Alì vi segnaliamo lo spettacolo che si terrà al Teatro Carcano dall’11 al 15 ottobre prossimi. Lo spettacolo intitolato A Night in Kingshasa è scritto da Federico Buffa (che ne è anche interprete) e da una vecchia conoscenza de “Le Visioni” Maria Elisabetta Marelli di cui abbiamo scritto  per il suo lavoro teatrale su Alan Turing, un esempio di qualità e di come fare teatro in modo originale e moderno.

La piece racconta dell’incontro per il titolo mondiale dei massimi tra Foreman e Alì e delle implicazioni politiche, sociali e culturali che ebbe per il luogo dove si svolse (in Zaire, Africa) e di come Alì divenne campione del mondo ed eroe dei diritti civili. Su di lui abbiamo scritto in occasione della sua scomparsa.

L’incontro doveva essere contemporaneo ad un concerto con i più grandi musicisti dell’epoca nella scena black: tra gli altri B.B. King, James Brown e The Spinners insieme ad artisti africani in un ideale riunione, un rituale ritorno all’origine della musica nera. Il concerto si svolse come previsto mentre, il match di boxe venne rinviato per un incidente in allenamento occorso a George Foreman.

Crediamo che i più importanti happening musicali tra il 1962 e il 1972 siano stati proprio Woodstock e quello a Kingshasa. Forse i più importanti nella storia della musica. Almeno, di quella che parla di valori, che ispira e fa evolvere intelletti e culture. Quella che muove singoli e società. La domanda è: esiste anche adesso? Non solo quella musica ma, anche una società che vuole progredire? Una società che non si chiude su sé stessa? Una società che non è aggrappata con le unghie e i denti a quel mondo che, negli anni Sessanta e Settanta, si voleva cambiare? Società non è forse, un termine desueto (come questo aggettivo)?

Per quanto riguarda lo spettacolo teatrale di Buffa e Marelli, andremo a vederlo e ve ne renderemo conto. Per il resto, continueremo la prossima settimana e proveremo a dare delle risposte, sempre senza presunzione. Siamo “visionari” non studiosi.

di Paolo Pelizza

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