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Generazioni, l’intervallo e Alice Cooper.

Generazioni, l’intervallo e Alice Cooper.

Generazioni, l’intervallo e Alice Cooper.

Interrompo temporaneamente la serie di “Generazioni” per tre ragioni. Prima, mi corre l’obbligo di parlare con voi e di voi: di affetto, stima e critiche costruttive che apprezziamo tantissimo , sono lo sprone per continuare a scrivere e condividere autenticamente i nostri punti di vista e le nostre “Visioni”. Poi, abbiamo visto il concerto di Alice Cooper all’Alcatraz a Milano e volevamo raccontarvelo. Infine, volevamo rendervi partecipi di tre chiacchierate fatte con amici e che hanno dato il “calcio d’inizio” ad una iniziativa che spero possa essere interessante.

Per cominciare, dobbiamo ringraziare sinceramente e con trasporto tutti i nostri lettori e, in particolare, quelli che commentano e criticano i nostri testi. Alcuni complimenti ci riempiono di gioia e ci spingono ad andare avanti con sempre maggiore convinzione ed impegno nella nostra ricerca tra passato e presente, sperando che il futuro veda maggiore qualità generalizzata e la fine di un appiattimento che nella musica, così come in altri linguaggi espressivi, tutti stiamo subendo.

Altra menzione d’onore è per i critici. Sul web è veramente facile lasciarsi andare a sproloqui ed insulti: au contraire, i miei critici sono sempre puntuali, sagaci e corretti. Ascoltare le loro istanze, a noi è utilissimo per progredire e guardiamo a loro sempre con attenzione e interesse.

Alice Cooper è un altro pezzo di Storia. Sul palco le sue sessantanove primavere non gli sono d’impaccio. Anzi, ci regala una performance all’altezza di epoche più verdi se non migliore. I grandi Vecchi sono sempre una garanzia. Vincent è sempre lui con le sue atmosfere grandgrignolesche tra Baron Samedi haitiani e il romanzo gotico del XIX secolo. Il repertorio immaginifico è quello di sempre con maschere di clown inquietanti, ghigliottine e un Frankestein che sembra uscito dalla trasposizione cinematografica del capolavoro di Mary Shelley di Rob Zombie. Lo so, il regista non si è mai cimentato con il mostro ma, da un punto di vista iconografico, quello sarebbe stato l’aspetto della creatura se mai avesse voluto farlo. La scaletta prevede i grandi classici: da Poison, a Feed my Frankenstein e si conclude con School’s Out.

Poison è anticipata da un’esplorazione della sempre virtuosa Nita Strauss che cerca (e trova) tutte le scale presenti sul manico della sua chitarra. Poi diventa un’orgia di voci per la partecipazione entusiasta del pubblico. La band di Alice Cooper è notevole e una speciale citazione la merita il batterista. Glen Sobel è aggraziato come una majorette, vigoroso come un fabbro e preciso come un metronomo. Di grande suggestione e  bravura il “solo” in cui si cimenta. School’s Out chiude dopo un’ora e mezza precisa … Tutto molto bello ma, forse un quarto d’ora in più ce lo potevano concedere. Non c’è comunque molto di cui lamentarsi vista la qualità generale dello show e della musica. Se possiamo trovare un piccolo neo: il palco dell’Alcatraz è posto piuttosto in basso e (complice anche la mia statura posta anch’essa abbastanza vicina al pavimento) era difficile vedere bene dalla platea.

Il vecchio rocker è ancora capace di regalarci divertimento, qualità ed emozioni con la sua indomita grinta.

Sempre durante questi giorni abbiamo avuto alcuni vivaci scambi di opinione. Non allarmatevi: ci vogliamo ancora tutti bene. La cosa comincia con un amico a nome Daniele che ci invita a non farla così lunga. La musica, alla fine, è un passatempo. Il mio amico è più giovane di me e, mentre dentro di me sta per partire il “pippone”, mi rendo conto che sarà molto difficile che lui la possa pensare diversamente. Così mi risparmio di spiegare che la musica è l’unico linguaggio universale, che dentro di sé porta suggestioni e racconti, che ha sostenuto e ispirato rivoluzioni, che ha portato i messaggi più alti ad un’umanità che diversamente non li avrebbe capiti, che attiene alla nostra più profonda identità (quella di essere umani) … che ci insegna altri punti vista, ci regala un’altra rete interpretativa, che oltrepassa muri e barriere.  La musica è quella carezza che asciuga le nostre lacrime o le scioglie disfacendo il groppo che abbiamo in gola. Dire che la musica è solo un passatempo è come dire che la Divina Commedia e Ulysses sono solo carta, che Il Cielo sopra Berlino è solo cellulosa spruzzata di sali d’argento. Purtroppo, devo rendermi conto, e ne parleremo meglio nella terza parte di Generazioni (e , forse, ne sarà necessaria anche una quarta!), che dall’invenzione delle TV musicali, dei talents show, dei fenomeni della rete questo sarà il giudizio di un pubblico omologato da sedicenti artisti anch’essi omologati, dai geni del marketing, da editori radiofonici piegati alle esigenze degli inserzionisti: è solo intrattenimento. Si vendono le celebrità non la musica.

Così esprimo questo mio pensiero a Massimiliano Morelli (un amico di recente acquisizione, poeta e anima creativa della band metal Feral Birth) e mi becco del “passatista”. Max conia questo neologismo perché pensa che io sia convinto che non si possa più fare buona musica, oggi. Mi spiega che, probabilmente, c’è qualcuno che sta scrivendo l’equivalente contemporaneo di Eleonore Rigby in questo momento. Per chiarire questo punto: io sono convinto che ci sia molta qualità in giro. Non  farei il giurato a Rock Targato Italia, che ne è la dimostrazione pratica, se no. Credo, però, che le dinamiche di un mercato profondamente mutato non mettano più a disposizione molti spazi. Oggi i Led Zeppelin sarebbero una nicchia non avrebbero venduto centinaia di milioni di dischi. Poi, quali dischi? Chi li compra più? Oggi, non si ascoltano gli album, si scaricano i singoli spesso gratis e illegalmente (e voglio essere buono!). Difficile per chi, pieno di talento e qualità, voglia emergere dal mondo indipendente ad un mainstream sempre meno autentico e sempre più inginocchiato a logiche artefatte che stanno impoverendo la nostra cultura, la nostra sensibilità e la nostra capacità di leggere il reale.

Infine, dopo essere stato definito “passatista” mi chiama il mio editore e organizzatore di Rock targato Italia (di cui ho una stima ed un affetto assoluto) che mi dice che sono tecnofobo … Settimana difficile, direte voi. Invece no. Proprio per questo abbiamo deciso di organizzare un’occasione di confronto pubblica che, vi anticipiamo, sarà presso Ligera a Milano il giorno 11 febbraio prossimo venturo e, alla quale, sarete tutti invitati. Io ho già detto a Max Morelli che io partecipo (e ci sto a farmi maltrattare) se mi permette di leggere almeno un paio di sue poesie. Vi daremo maggiori dettagli più avanti e, anche, il titolo e tema dell’incontro.

In conclusione, non sono pessimista sono terrorizzato. Lo sono di più per i nostri figli e nipoti che per me stesso. Voglio pensare che si possano portare ancora i ragazzi ai concerti, al cinema e a teatro. Che si possa portarli in libreria per comprare i libri di carta e non solo il nuovo videogame per la PS18. Che si insegni a loro che se non pagano il frutto dell’impegno altrui, soprattutto quello dei veri artisti, sono destinati a diventare culturalmente e definitivamente schiavi.

di Paolo Pelizza

© 2017 Rock targato Italia

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