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Generazioni III Parte.

Generazioni III Parte.

Generazioni III Parte.

Ovvero: il punk e il prog, South Bronx, la musica in scatola, l’inizio di una (o della) fine (?).

La seconda metà degli anni Settanta vede la prolificazione di due generi che potremmo definire antitetici. Il primo è parte di un movimento più ampio che condiziona e condizionerà stili di vita, fede politica, arti visive, letteratura e modo di vestire oltre alla musica: è il punk, letteralmente “ da due soldi” o di scarso valore.  Si tratta di una cultura giovanile volta alla disruption cioè alla demolizione o al superamento di quanto la società borghese impone(va) agli individui. Chi vi aderisce è anarchico, nichilista, abbraccia uno stile nel vestire stravagante (seppur non privo di un codice preciso) coronato da capigliature colorate e bizzarre e ha scarsa attenzione per l’igiene personale. Ne deriva una musica rozza, eseguita (per lo più) da autodidatti o, comunque, da musicisti non particolarmente virtuosi, rumorosa, senza nessuna concessione melodica. Ok, detta così sembra una cosa di poco conto, invece … Invece, quella musica ribelle attraverserà i decenni, si evolverà e vincerà la sfida del tempo. Il movimento, nato negli States e in Gran Bretagna, ben presto si diffonderà in tutta l’Europa continentale sia nella sua forma pura che in quelle (più interessanti) evolute e spurie. Il punk è la punta dell’iceberg di una tensione ribelle volta a sovvertire tutti i canoni precedenti siano essi sociali o estetici. Questa dichiarata intenzione lo rende estremamente appealing. Dai “rumorosi” Sex Pistol , ai Ramones, ai più raffinati Clash, nella musica il genere si arricchisce di esperienze, di suffissi e desinenze come pop, post, reggae, etc.

Vi è un’evoluzione anche per quanto riguarda la fede politica dall’anarchia delle prime band si passerà alla sinistra dei Clash e, addirittura, all’essere per la Regina dei The Jam. Un’evoluzione continua che porterà a ispirare altri generi come, ad esempio, il grunge molto di moda negli anni Novanta. Ma, è nella sua stessa genesi che si può presupporre questa possibilità di crescita e continuità evolutiva: molti gruppi e solisti che erano garage, glam, etc. si sono poi potuti definire proto- punk, in una concezione stucchevolmente anglosassone per la quale le etichette sui barattoli si possono mettere sia durante, sia postume. Il genere è sopravvissuto (a nostro parere) anche per ragioni sociali. Nel Regno Unito già si presagiva l’arrivo di un governo conservatore che avrebbe con grande rigore tagliato “i rami secchi” delle attività produttive nazionalizzate che stavano affossando l’economia britannica. Infatti, la Gran Bretagna, proprio in questo decennio entra nel Mercato Unico Europeo (dopo aver elemosinato questa possibilità dagli anni Cinquanta e aver sempre ricevuto un diniego secco per il veto dell’ingrata Francia). Nel 1979 la signora Thatcher entra a Downing Street e inizia un programma di riforme che (pur salvando il Paese) ebbero una ripercussione sociale pesantissima soprattutto sulla working class. Arriverà anche Reagan per non privarsi di nulla.

L’altro genere è il prog o meglio, progressive rock. Siamo agli antipodi: il termine “progressivo” indica un distaccamento dalla radice blues del rock e la contaminazione (colta, aggiungerei) con altre forme musicali. Una sorta di progresso nelle melodie, nelle armonie e nei temi. Gruppi e musicisti sono (quasi) sempre personaggi che hanno alle spalle scuole di musica frequentate con profitto, appartengono alla middle-high class e sono mediamente colti in generale. Anche l’esperienza del prog si diffonderà dalla grande Isola al continente, generando movimenti simili in Italia (dove costituisce il momento più alto della nostra musica di sempre, a nostro avviso dopo i classici), in Francia e in Germania Ovest. Forse l’eccessiva ricerca nel virtuosismo, l’idea dei concept album (album fatti di pochi pezzi molto lunghi legati da un tema o una storia), la contaminazione e l’ispirazione da forme più colte (sopra tutte: la musica barocca e Bach) resero più difficile una diffusione più ampia. Tuttavia, questa esperienza si può ascrivere tra le pagine migliori della musica del Novecento e, certamente, condizionerà i migliori che negli anni successivi si sono cimentati nel creare e fare musica. Band come Jethro Tull, Genesis, Yes, King Crimson, Emerson Lake & Palmer, Rush tra gli altri hanno  contribuito a costruire modelli stilistici solidi mescolando sapientemente classica, folk, jazz e krautrock diventando i musicisti “fighetti” e, quindi, odiati dagli esponenti del punk. La derivazione dalla psichedelia, tra l’altro, non inquadrava per la maggioranza temi politici o sociali che, quando presenti, erano rappresentati sotto la forma del sottinteso o dell’allegoria.

Nel frattempo, nella zona popolare della Grande Mela chiamata South Bronx, uno sparuto gruppetto di dee jays  sperimentano la tecnica del “campionamento” che si fondava sul prendere una parte di un brano e accoppiarlo ad un’altra parte dello stesso brano o di un altro, in modo da ottenere un segnale continuo. In pratica, ottenere una base da parti di un’altra o di altre.  Questi ragazzi diedero vita ad un genere che, all’inizio, fu chiamato reggaeton   in onore della prevalente origine caraibica degli esecutori che, su queste basi, improvvisavano testi cantati. Questa tendenza uscirà rapidamente dai clubs per diventare parte di una sottocultura di strada. Alla fine degli anni Settanta, non era infrequente incontrare gruppi di ragazzi neri che attaccando grosse casse audio alle loro autoradio o con enormi hi fi portatili si riunivano agli angoli delle vie a ballare e cantare con il tipico e obbligato stile cadenzato. Il potere di aggregazione e la possibilità infinita di basi potenzialmente a disposizione creeranno ben presto una vera e propria street culture che si mescolerà con la street art venendone condizionata e condizionandola.  Questo modo semplice di fare musica diventerà nei decenni successivi la colonna sonora dei ghetti e si propagherà dalla East Coast a Ovest, diventando musica  gangsta (troverete una vasta storiografia sulla genesi di alcuni rapper ex malavitosi) e da lì troverà fortuna anche nel Vecchio Continente dove  diventerà di gran moda (specialmente in Italia e in Francia). Oggi la conosciamo come hip hop o rap (anche se questo temine è più legato alla tecnica di canto che al genere).

Il decennio successivo comincia con la nascita di una teoria industriale diversa sulla musica e con la nascita delle tv musicali. Un colosso come la Warner decide di investire su artisti già famosi e di renderli più pop. Scopo dell’operazione: vendere. Così sguinzaglia Nile Rodgers a caccia di talenti emersi o emergenti allo scopo di far firmare contratti per averli in batteria. Rodgers punta ai bersagli grossi e, forte di un budget impressionante, fa “vittime” illustri. Il più famoso è tale David Bowie che firma un contratto record per l’epoca… I sedicenti informati parlano di diciassette milioni di sterline. E’ l’inizio di un processo di omologazione che, però, non riesce immediatamente. Questo perché i “polli da batteria” rapiti da compensi pesantissimi erano tutt’altro che polli e avevano ancora più di qualcosa da dire e, per raccontarla tutta, i produttori britannici più poveri, avevano ancora assi da gettare sul tavolo. Non si può negare che, a parte i più populars costruiti per piacere a tutti, negli anni Ottanta si fece anche “roba” di qualità. Nel pop e nel rock, nella contaminazione tra i generi: penso a Michael Jackson (non tutto), Gun’s & Roses, allo stesso Bowie, agli Inxs, Depeche Mode, agli immensi The Smiths (a proposito di post punk) … questi solo a titolo di esempio. So cosa state pensando: i Duran Duran? Gli Spandau Ballet? Madonna? Ogni nome che faccio o ometto apre parentesi infinite e ci sarebbe da scriverci fiumi di inchiostro, perciò portate pazienza … ci torneremo ma senza i suddetti fiumi.

La TV musicale e la nascita del videoclip è un’ulteriore arma a doppio taglio. I video che arrivano direttamente a casa tua (alcuni veri e propri film brevi di altissima qualità cinematografica) permettono di conoscere un’artista o un singolo e questo è positivo perché poi si va da Mariposa (un celebre negozio di dischi milanese) a sentire l’LP e si decide se vale la pena o no. D’altra parte, però, la musica passa in secondo piano rispetto alla qualità delle immagini, allo storytelling e (diciamolo) al sex appeal degli artisti e al loro look. E’ la nascita dell’artista/celebrità che deve piacere lui prima della sua produzione. Giochiamoci poi il carico che queste emittenti avevano editori che dovevano raccogliere inserzionisti per stare in piedi e che farsi guardare da più gente possibile faceva la differenza tra vivere o scomparire. Non si possono non comprendere le ragioni di un imprenditore ma, questa attitudine, toglie quell’elemento di simpatia spontanea e di riconoscimento di valore che prima erano gli unici parametri. Categorie che scompariranno quasidel tutto con l’arrivo della rete.

di Paolo Pelizza

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