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Fino all’orlo.

Fino all’orlo.

Fino all’orlo.

Questo pezzo è dedicato a tutti quelli che hanno urlato “il Re è morto! W il Re!” A quelli che tutto è già stato fatto e raccontato, che un nuovo mondo non è possibile e che vedono il bicchiere mezzo vuoto. Ho una notizia per loro: il bicchiere è pieno! Pieno fino all’orlo.

Se non ci avete creduto è perché non avete assistito alle Finali Nazionali della XXX edizione del contest Rock targato Italia. Forse eravate distratti ad ascoltare qualche pezzo hip hop sempre uguale a sé stesso o a cercare nella melodica tra cuori spezzati, esistenze solitarie  e spiagge dove non si tocca un senso alla vostra esistenza … Meglio così! Magari non sarebbe stato divertente ricordare che in questo Paese c’è ancora chi ricorda la Diaz e la strage di Bologna, chi suona con ritmiche asimmetriche, chi non si vergogna di non essere un virtuoso e porta avanti orgogliosamente la sua umanità e il suo amore per la musica e chi ostenta la propria identità e canta nel suo dialetto.  Di più, c’è chi, nel rock, trova spunti esistenziali, divertenti ma profondi. Perché la musica non è tutta morta. Il rock è ancora brace rovente sotto la cenere dell’omologazione a cui ci hanno costretto i colossi della tecnologia, all’appiattimento, al pensiero unico, alla lobotomia intellettuale a cui stanno sottoponendo una civiltà che non ride più, non si indigna più, non occupa più le piazze ma si accontenta di quello che passa un convento sempre più egoista, avaro e avido.

Sono d’accordo: il rock non sarà più mainstream. Ok! Ma, il rock avrebbe raccontato e combattuto le banlieue, invece di celebrarle. C’è bisogno, oggi più che mai, di chi prende le misure, non le distanze. Abbiamo bisogno di indignarci ancora, di credere ancora che un mondo diverso sia possibile, di sapere che siamo tutti sullo stesso barcone e che prima o poi ci finiremo ancora sopra. Gli italiani più prima che poi!

Invece, facciamo l’apologia della nostra stupidità esogena, di una vita di piaceri passeggeri e sottomissione permanente. Perché non abbiamo altre frontiere da conquistare se non il materassino gonfiabile e l’ombrellone in prima fila a Bellaria mentre i nostri figli e i nostri nipoti si rincoglioniscono con gli smartphone e i tablet a decidere se è più figo chi si butta da un palazzo per farsi un selfie o che invece, balla in mezzo all’autostrada.

Certo … il cinico obbligo di cronaca mi impedisce di sproloquiare ulteriormente e darvi i nomi di chi ha vinto questa edizione. Consentitemi, un’ultima provocazione: per me hanno vinto tutti. Su un palco non ci si può nascondere e, a Rock targato Italia, non ci si può nemmeno arrendere.

Andiamo con ordine. Al termine delle tre serate si sono visti trionfare i Nylon da Pavia e Lo Stato delle Cose da Milano.  I primi hanno uno stile più teatrale e hanno regalato un recital in quattro brani a pubblico e giurati. Tanto divertimento ma anche intelligente ironia. I secondi, meno maturi anche anagraficamente (sono giovanissimi), approcciano alla musica popular con pezzi semplici e profondi. Una grande attenzione autoriale per testi e musica.

Il Premio Città di Milano è andato a The Fool, la band della “Carta Matta” celebra la musica anni Ottanta e Novanta con stile e originalità, oltre ad avere un efficace frontman.

L’importantissimo Premio Stefano Ronzani  è andato agli Organico Ridotto, rock band in dialetto abruzzese che ha affascinato pubblico e giurati (e questo giurato in particolare si sta godendo il loro album che ha avuto in regalo insieme agli altri e vive nella speranza che qualcuno gli traduca i testi … inglese o italiano, grazie).

Sempre per continuare con la cronaca, prima di tornare alla Visione, il Premio della Compilation Celebrativa della XXX Edizione del contest, ha visto vincere oltre i già citati più sopra: Blank, Under The Snow, Rolling CarpetsAndrea MarzollaVXA Rockband.

Tornando alla Visione, alcune personalissime annotazioni. Mi hanno impressionato tutti i concorrenti per il livello. In Italia c’è chi fa musica e la fa bene. A molti giovani, manca ancora una maturità compositiva che, però, è frutto dell’esperienza, del rigore, dell’essere presenti a sé stessi quando la molla scatta.

In particolare, ho apprezzato e sto apprezzando gli Inside the Hole (mi hanno regalato anche loro il disco con una bella dedica che tengo per me) che mi hanno riportato ad un classicissimo rock’n blues americano, tra atmosfere hard e anni Settanta in Gran Bretagna. Come si diceva tra giurati, durante la loro esibizione: due ore di concerto di questi ragazzi palermitani, li vedrei senza annoiarmi. Inequivocabilmente, hanno accorciato la distanza tra L.A. e Palermo.

Ground Control mi hanno molto colpito per i suoni. Sono stati capaci di creare grandi suggestioni e di essere profondamente evocativi. A dimostrazione del fatto che (anche senza le parole che pure c’erano) nella musica esiste già un racconto.

Una menzione di merito alla Bakan Rock Gang, attivissimi da molti anni (moltissimi, probabilmente!) hanno portato sul palco del Legend grande energia, umanità e amore per il genere. Porterò con grande orgoglio la T shirt che mi hanno regalato.

Un grazie particolare va agli ospiti che hanno impreziosito ulteriormente la rassegna. Li cito tutti ma, per certo, meriterebbero uno dei miei pezzi ciascuno … Ma, non voglio loro così male! Sono, dicevo: i NOT, Jack Anselmi, i Velaut, la Massimo Francescon Band e gli Hotel Monroe.

Un altro grande grazie, va al pubblico. Quest’anno numeroso e partecipe. Rock targato Italia è anche e soprattutto questo: un happening dove le band competono, si confrontano, si ascoltano, si apprezzano, imparano le une dalle altre. Un posto dove nascono amicizie, alleanze, stima e amore. E’, senz’altro, il pubblico il collante di questo risultato. Ci auguriamo che alla XXXI edizione in progress, sia ancora più numeroso e attento.

Anche questa è la dimostrazione che c’è oggi un’urgenza di tornare ad impossessarsi di temi e mezzi espressivi, contro silenzio e immatricolazione, contro i Grandi Fratelli che controllano e condizionano le nostre vite, contro l’esilità becera degli argomenti mainstream, bisogna ricominciare a fare armonico rumore.

Perché l’armonia deve tornare a vincere di mille secoli il silenzio.

di Paolo Pelizza

© 2018 Rock targato Italia

 

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