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Imperscrutabili logiche tramviarie.

Imperscrutabili logiche tramviarie.

Imperscrutabili logiche tramviarie.

L’altro giorno, mi sono trovato su un vecchio tram. Uno di quelli storici che il trasporto pubblico milanese ha reso celebri perché sono stati venduti e circolano nelle città di San Francisco e Saint Louis negli Stati Uniti d’America. Sono stati anche molto rappresentati in pellicole e serial TV.

Come, usualmente, faccio da alcuni anni, cerco di pensare ai fatti miei e di evitare come la peste bubbonica di ascoltare i discorsi degli altri passeggeri. Purtroppo, non sempre ci riesco (qualcuno ricorderà un mio vecchio pezzo sul famoso kebab sudamericano maturato sempre sul tram) e, in taluni casi, ascoltare diventa istruttivo.

Inoltre, su questi mezzi aulici, origliare serve anche a non pensare che l’elegante panca di legno lucido sulla quale hai poggiato le terga, sarebbe scomoda anche per un fachiro e ti sta quadrando laddove la natura ha previsto delle curve.

Il mezzo era così occupato: ragazzino con tablet e cuffie intento a video-giocare, signora sulla sessantina con carrellino della spesa, due trentenni proveniente dal Maghreb che cercavano di capire dove scendere chiedendoselo tra di loro ma non sapendolo, quattro studenti universitari che parlavano di esami, un tizio sui quaranta che al telefonino stava eviscerando la questione del tal fuoriclasse della sua squadra del cuore (evidentemente caduto in disgrazia) che lui e solo lui sarebbe in grado di recuperare e due ex giovanotti della mia età che invece discutevano di un argomento che mi ha incuriosito.

Questi due, uno vestito casual ma, curato e l’altro rigorosamente giacca-cravattato in stile regimental, dissertavano con un leggero accento meridionale sullo stile e l’eloquio dei politici contemporanei. Ah! Quanto mancavano loro quelli di prima! Quelli degli anni Settanta e Ottanta. Quelli pre-Tangentopoli. Quelli parlavano bene e certo non si sarebbero mai sbilanciati insultando e, quando lo avessero fatto, lo avrebbero fatto con ben altro stile rispetto ai beceri epiteti che adesso si scambiano su tweeter. E le tribune politiche? Come non ricordare i duelli in TV tra Almirante e Pannella? Quelli sì che erano bei tempi!

Avrei voluto interloquire, dicendo che non ricordo tempi così meravigliosi. Nel merito, è vero che le dita dei politici di oggi battono sui tasti e sui touchscreen veloci e incuranti dei tempi di elaborazione del cervello. Tuttavia, ai bei tempi, esisteva il “politichese”: lingua codificata per non far capire un cazzo a nessuno. Volete un esempio? Un politico, un giorno, rispose ad una domanda di un giornalista, coniando un neologismo che passò alla storia. Parlò di (cito testualmente) “convergenze parallele”. La cosa mi lasciò dubbioso per giorni, finché non ho capito che voleva passare alla storia e non alla geometria e così mi feci persuaso con buona pace del povero Euclide.

 C’erano anche quelli che parlavano forbito e, nonostante questo, parlavano la nostra lingua. C’erano quelli che non avresti voluto comprendere come quelli che proponevano l’impiego pubblico per i contrabbandieri! Quelli che subivano i ricatti delle associazioni di categoria che ci hanno portato all’immenso debito pubblico con il quale siamo diventati i paria dell’Occidente … Tra l’altro, non riuscendo in alcun modo a tenere la conflittualità sociale bassa (loro obiettivo dichiarato). Quellic he bisognava sostenere la cultura e l’hanno vilipesa e distrutta.

Il problema tra quelli di prima e quelli di oggi non è la comunicazione, l’eleganza e lo stile. Il problema che quelli di prima ci hanno messo nelle condizioni da cui quelli di adesso dovrebbero tirarci fuori. Né ieri né oggi, ahimé, abbiamo ricette.

Abbiamo solo speranze.

Come durante la crisi del petrolio ci attaccavamo a chi ci prometteva gli ammortizzatori sociali, così oggi aspettiamo un Messia che ci tiri fuori dal pantano.

D’altra parte, è un’attitudine tutta italiana quella di aspettarsi l’uomo del destino, salvo poi scoprire che era quello sbagliato e passare al successivo.

La verità è che il nostro Paese e il mondo sono governati dal capitale. Nessuno ci salverà se non cambiando il sistema che permette a poche decine di persone di governare il pianeta sopra la testa dei politici democraticamente eletti che non contano più nulla e sulla pelle dei popoli che sono alla stregua di palline su un pallottoliere, in questo gioco.

Se qualcuno si domanda perché non ci ribelliamo, lo chieda a questi due signori inamidati.

Perché io, preso da imperscrutabili logiche tramviarie, mi sto già appassionando alla vicenda dell’attaccante caduto in disgrazia.

di Paolo Pelizza

© 2019 Rock targato Italia

PS: Un paio di piccole precisazioni sul nostro pezzo precedente a titolo “Vivere il Sogno”. Alcuni miei appassionati lettori mi hanno fatto notare che probabilmente non avevo capito bene il meccanismo di voto a Sanremo. I voti decisivi per vincere o perdere erano quelli della Giuria. Ritengo che la cosa sia ininfluente a proposito di quello che volevo esprimere ma mi scuso per il granchio preso. Rigetto, invece, con decisione qualunque sciocchezza a proposito di una mia presunta antipatia per il vincitore. Mahmood è bravo e simpatico. Non posso dire che la sua fosse la canzone che mi è piaciuta di più ma, tra l’altro, è milanese come me. Chi segue questa rubrica da tempo sa che mi può accusare di un bonario campanilismo ma, per certo, non di razzismo.  W Mahmood! Vi abbraccio tutti.

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