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La solitudine del codice binario, di Paolo Pelizza

La solitudine del codice binario, di Paolo Pelizza

La solitudine del codice binario.

Il mondo è decisamente un posto strano in cui vivere. Spesso brutture e distorsioni sono maggioritarie rispetto alle cose belle, alle cose per cui vale la pena. La storia di oggi è che stiamo diventando fragili, spaventati e ignoranti rispetto a quello che c’è qui fuori. Anche noi ma, soprattutto, i nostri giovani.

Non voglio generalizzare. Ci sono tanti ragazzi che vivono fuori, che vanno al cinema e a teatro, che leggono libri, vanno ai concerti, che vivono il mondo. Io li sperimento tutti i giorni nel mio lavoro e quando insegno.

Purtroppo, ne esistono altri che sono caduti nella “grande trappola” del mondo virtuale. Senza scomodare quelli che si sono addirittura auto-segregati in camera loro (fenomeno nato in Giappone e noto con il nome di hikikomori), ce ne sono molti che, considerati non patologici, hanno elaborato o elaborano disagi che si ripercuotono su loro stessi e sugli altri. Qualche volta in modo tragico.

 Di fatto il mondo della rete e dei social media è un mondo facile. Un mondo semplificato, potrei dire, per avere una base imponibile più ampia di utilizzatori (seguaci, direi io). Le logiche su cui si basa sono banalissime: mi piace e non mi piace. Cosa c’è di più a prova di idiota? E, anche, di assurdamente acritico, diseducativo e superficiale che chiedere ad una persona un giudizio senza che abbia l’obbligo di argomentare?

I nostri adolescenti non vivono più nella “società”, non conoscono i fatti, non si occupano delle questioni della politica o dell’attualità, etc.

Non devono fare fatica per “approfondire” un argomento che è a portata di click, ora. Ai miei tempi erano lunghe giornate in biblioteca, dovevamo investire tempo e soldi per recuperare quel testo e quell’altro. Probabilmente, nell’era digitale, non ci si rende conto che su internet ci sono delle informazioni (a volte anche false e/o discutibili) ma, sicuramente, su cui non si può contare per costruirsi una formazione specifica o, più semplicemente, per elaborare un pensiero, un’idea propria del mondo e dell’esistenza.

Anche ai miei tempi c’erano le enciclopedie ma, si consultavano non ci si studiava sopra e non erano considerati testi sacri o oracoli.

E, comunque, quella della pubertà è un’età complicata, la confusione esistenziale si mescola a allo scompenso ormonale, acuendo disagi e sofferenza. Chi vorrebbe tornare a quell’età, probabilmente, non si ricorda bene cosa ha passato. Oggi, dentro a questo momento difficile di crescita c’è il carico delle relazioni e delle amicizie virtuali. Nascosti dietro a uno schermo e una tastiera si può dire di tutto e si possono coltivare pensieri morbosi, degradati e solitudini.

Pensate a un ragazzo oggi che viene educato all’affettività e al sesso dalla rete. E’ incredibile credere che elabori comportamenti violenti o deviati? No, ovviamente.

Intendiamoci bene, anche la mia generazione è stata educata dalla pornografia, rendendo, la morale cattolica dominante, impossibile accedere a corsi di (allora si chiamava così) “educazione sessuale” e, in famiglia, essendo un argomento tabù.

Ma, allora, il consumo del porno tra i giovani era una cosa sociale. Si consumava in gruppi misti di maschi e di femmine che stavano scoprendo la loro identità e i loro orientamenti. La faccio breve: si cresceva insieme da tutti i punti di vista. Non si tolleravano comportamenti violenti, di prevaricazione o irrispettosi. Pur essendo tutti diversi, condividevamo (veramente) dei valori (laici, per giunta!).

Volete un esempio, molto recente di come funziona? Eccolo.

E’ successo che una ragazza adolescente, lanciando un grido di allarme ha chiesto ai suoi “amici” se dovesse continuare a vivere o morire. Lo ha fatto con la stessa semplicità che ha imparato: Live/Die al posto di Like or Not.

In un mondo così deteriore, la conclusione della storia può indignare ma non è stupefacente: gli “amici” a larga maggioranza hanno deciso che dovesse morire e lei si è tolta la vita. Non è così tragicamente semplice?

In un gruppo vero, fatto da persone che si frequentano questa cosa non sarebbe mai successa. Per esperienza personale, se uno si vuole togliere la vita davvero, non lo dice a nessuno. Quello della ragazzina era un grido di aiuto, un S.O.S.

A cui hanno risposto con la stessa superficialità e la stessa noncuranza con la quale avrebbero deciso le sneakers di moda fosse meglio averle verdi o rosse.

Il problema che dietro a quella tastiera e quello schermo c’era una persona sola e vera che aveva bisogno di aiuto. La hanno fatta sentire ancora più sola e indesiderata. Non credo che gli “amici” volessero la morte della ragazza realmente. Non voglio.

Dico solo questo: esiste un reale progresso per l’umanità se gli strumenti che usiamo, mediano così tanto le esperienze e relazioni tra noi da non farcele percepire come vere? Se ci privano prima del senso di responsabilità e poi della coscienza? Non sarebbe meglio ridimensionare l’impatto che hanno queste piattaforme sulla nostra vita? Chi le gestisce è davvero lecito che abbia tutto questo potere senza nessun controllo  (tra l’altro, ormai, per loro stessa ammissione) sulle nostre vite?

Ieri, hanno fatto eleggere un presidente al posto di un altro, oggi ucciso una ragazzina.

Voglio fare un appello: il mondo non sarà il posto migliore in cui vivere ma, almeno, scopriamolo per nostro conto.

di Paolo Pelizza

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