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UNO STRANO E INFINITO SOGNO.

UNO STRANO E INFINITO SOGNO.

UNO STRANO E INFINITO SOGNO.

In questi giorni agostani, qualche amico delle Visioni mi ha rimproverato il fatto che non ho “coperto” il cinquantesimo anniversario di un evento che, per un post-hippie come me (mi ha definito così letteralmente!), dovrebbe essere un po’ come la Pasqua per un cattolico praticante. Ho ribadito, con una battuta, che non faccio il cronista, “faccio” il Visionario e, quindi, non ho nessun obbligo o necessità di stare sulla notizia. Ma, quando poi le voci si sono moltiplicate, ho dovuto abiurare alla volontà di rifarmi vivo in settembre.

L’evento a cui si fa riferimento, ovviamente, è Woodstock, un (ma potremmo usare l’articolo determinativo) happening musicale che si svolse cinquanta anni fa il 15 agosto scorso nello Stato di New York. La curiosità principale è che non si svolse a Woodstock (una cittadina della Contea di Ulster) come nell’idea di promotori e organizzatori ma a Bethel e, ciò nonostante, la manifestazione (forse perché gli era già stata attribuita il nome) venne intitolata la Fiera delle Arti e della Musica di Woodstock. Nell’idea dei quattro ideatori della “Fiera” c’era quella di reiterare una tradizione di grandi eventi musicali degli anni prima (i Sessanta avevano visto Monterey, la Summer of  Love, etc.). Inizialmente,  Lang, Roberts, Rosenman e Kornfeld (organizzatori e promotori dell’evento N.d.R.) avevano pensato di realizzare un grande studio di registrazione in zona: il posto era rurale e tranquillo, adatto a fare in modo che nessuno facesse caso al via vai di rockstars che sarebbero andate e venute. Presto però, l’idea virò verso l’organizzazione di un grande festival musicale. Così cominciarono a cercare il terreno dove realizzarlo. Dopo un batti e ribatti di richieste e mancate autorizzazioni per alcuni siti nei dintorni di Woodtsock, una motivata da una legge presunta che proibiva assembramenti oltre le cinquemila persone, la scelta cadde su Bethe; dapprima solo su un terreno di 15 acri appartenente a Elliot Tiber, repubblicano e accanito sostenitore della guerra del Vietnam (!). A seguito della richiesta degli organizzatori e del successo delle vendite dei biglietti (18 dollari l’uno, ai tempi era una cifre ragguardevole), Tiber mise a disposizione le sue buone relazioni con i vicini perché l’area venisse ampliata. A tutti, sia prima che dopo, venne promesso che al Festival non ci sarebbero state più di 50.000 persone. Alla fine, si arrivò a 500.000 presenze.

Non vi racconterò la storia, la scaletta, le band, etc. perché sono stai impiegati fiumi di inchiostro e chilometri di pellicola per raccontare l’evento e gli anedotti, le nascite, gli aborti spontanei, le due morti (una per overdose e una per un incidente con un trattore). Non vi racconterò che quando i quattro matti che si sono inventati questa iniziativa avevano cominciato non c’era un gruppo, un artista che avesse accettato di andarci. Non vi dirò che The Who si convinsero solo dopo aver sentito che i Creedence Clearwater Revival avevano accettato. Non vi racconterò delle percosse con la chitarra ad un attivista impegnato per la liberazione di John Sinclair (un giovane che era in carcere per aver tentato di vendere degli spinelli ad un agente in borghese a cui Lennon dedicò una canzone) da parte di Townshend che, finito il brano che stavano suonando, si rivolse al pubblico e disse che il prossimo che fosse salito sul palco lo avrebbe ucciso.

Vi racconterò del clima, però. Di una grandezza inaspettata. Del respiro che ebbe e del fascino che esercita ancora questo evento (come la Summer of Love, prima) dentro e fuori dagli Stati Uniti. Vi racconterò di quanti volevano che si scrivesse di una miriade di sciroccati fatti e violenti, una generazione di pacifisti perché senza spina dorsale, incapaci di impegnarsi per grandi ideali, impossibilitati ad assurgere a grandi destini. Invece, Woodstock ribadì, oltre ogni dubbio, che l’unico vero ideale perseguibile era la pace. Non c’è nessuna santità nella guerra, in nessuna guerra. Soprattutto, allora dato di cronaca, in quella del Vietnam non c’era nulla di morale o necessario: una faccenda sporca e basta.

Potrei raccontarvi di giornalisti coraggiosi che si rifiutarono di seguire la linea dei loro editori reazionari e del Festival di Pace e Musica (fu ribattezzato così) raccontarono la verità.

La verità con dentro anche il sesso libero, l’uso e l’abuso di sostanze stupefacenti, la scarsa organizzazione (non ci si aspettava una così grande affluenza) dei servizi igienici e di pronto soccorso ma, quel grande anelito che parlava di una protesta ferma e determinata, ancorché pacifica. Una grande lezione da parte di una generazione che voleva cambiare il paradigma nel buio di quei tempi, che voleva restituire al mondo la speranza.

Potrei raccontarvi dello “stupro” che Jimi Hendrix fece dell’Inno Nazionale. Intervistato successivamente a chi voleva che esplicitasse il perché, Jimi avrebbe risposto: “…suona maledettamente meglio così, non trova?” Non c’era niente da spiegare, dentro all’eccesso di diminuite dissonanti, c’era la rabbia per le politiche sociali inesistenti, per la repressione dei movimenti studenteschi pacifisti e dei diritti civili da parte di una polizia violenta, e, last but not least,  la contrarietà alla guerra.

Potrei raccontarvi di quanti “suonarono” a memoria perché impossibilitati a sentire quello che stavano facendo. Successe a quasi tutti.

Preferisco però raccontarvi questo: io, nell’agosto del 1969, avevo quasi sei mesi. Molti anni dopo ho scoperto che nell’anno della mia nascita sono avvenuti due eventi epocali: la conquista della  Luna e Woodstock, appunto.

Di Woodstock ho letto tantissimo, ho visto film e documentari, interviste e testimonianze dell’epoca e più recenti. Per me è difficile capire cosa ha significato quella maratona di musica per i tempi e che cosa ci dica anche oggi. Ho colto e compreso lo sguardo di altri ma non posso averne uno mio. Forse, ne intuisco il clima, respiro quel senso di speranza, di possibilità.

Una generazione che manifestava al mondo la necessità di una potenziale e positiva discontinuità. Una generazione che non aveva paura dell’autorità costituita. Una generazione che era là, pronta a ricostruire le macerie di un’umanità persa in nome degli interessi privati, del capitalismo, dell’imposizione della realpolitik imposta dalla Guerra Fredda.

Di Woodstock, questo ho capito: prima della storia di un grande evento musicale, è la storia di un pensiero, la storia di un sogno.

Un sogno che non abbiamo mai realizzato ma che continuiamo a sognare.

di Paolo Pelizza

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