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I Grandi Antichi. Anzi no, modernissimi.

I Grandi Antichi. Anzi no, modernissimi.

I Grandi Antichi. Anzi no, modernissimi.

Nella mitologia di H. P. Lovecraft (soprattutto nei racconti del Necronomicon), costui ci parla di una civiltà antichissima che se risvegliata, avrebbe potuto distruggere l’umanità. I “Grandi Antichi”, appunto.

Quel momento terrificante è arrivato: i Grandi Antichi si sono risvegliati. Ma non vogliono distruggere noi. Vogliono spiegare che bisogna tenere attenzione ed asticella alta. Semmai è devastante l’impatto che hanno con sedicenti compositori contemporanei.

Preceduto dal singolo Throw My Bones, è dopo tanti annunci e rimandi è uscito!

 Con la formazione battezzata Mark VIII e prodotto dal mitico Bob Ezrin, esce “Whoosh”. Siamo oltre cinquant’anni dopo il debutto e tre anni dopo inFinite che Airey aveva (troppo frettolosamente) dichiarato come l’ ultima fatica dei Deep Purple.

A differenza di inFinite che era un lavoro molto curato (per noi, al limite della maniera) ma non molto ispirato, “Whoosh”, come il suono onomatopeico che evoca, scivola via lasciandoci in bocca il dolce sapore di un ritorno alla legge della band.

Infatti, l’album non sfigurerebbe sulla vostra libreria insieme a In Rock (quest’anno è corso il 50° anniversario) e Machine Head. Certo la maturità è diversa e la vocalità di Gillan non è quella dei tempi migliori ma, comunque, è la voce di un interprete immenso.

Ezrin migliora le tessiture sonore di un gruppo che musicalmente non è secondo a nessuno e ne amplifica la bravura e la profondità.

L’album che ho letteralmente divorato passa da atmosfera ad atmosfera: dall’incertezza esistenziale, dal grande e irrisolto problema ambientale a suite più scanzonate.

Traccia preferita: Nothing At All. Più prog che hard rock, dimostra lo spolvero monumentale di Airey e Morse oltre qualsiasi dubbio possa essere venuto al ragazzino che mi ha chiesto: “Ma che? Sono ancora vivi?”

Se volete fare un viaggio più “leggero” nel tempo, eccovi serviti: What The What. Tra il boogie woogie e il rock’n roll, tra i padri del genere, nello scintillio degli Anni Cinquanta, un brano impossibile da non ballare.

Poi c’è anche il brano “filologicamente corretto” quello che incrocia blues e rock con i loro registri di sempre, seppur con un arrangiamento più nuovo, è: The Long Way Round. Anche qui Airey e Morse fanno cose bellissime anche se più semplici dei barocchismi di Nothing At All.

Dopo averlo quasi consumato ed essermi commosso più volte, ho pensato: e che cazzo! C’è ancora vita su questo sventurato pianeta.

di Paolo Pelizza

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