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IL VOLO DI ICARO.

IL VOLO DI ICARO.

Di cosa parliamo esattamente quando parliamo di amore? Abbiamo davvero una risposta? Esiste una, seppur vaga, possibilità di averla?

Birdman è l’ultima fatica del regista messicano Alejandro Gonzales Inarritu, nato il giorno di Ferragosto del 1963. Il film racconta la storia di Riggan Thompson, attore decaduto divenuto celebre per aver interpretato il personaggio di Birdman. 

Lontano dal personaggio super-eroico interpretato a Hollywood in una fortunata serie di Blockbuster, Riggan decide di mettere in scena a Broadway una piece teatrale di Raymond Carver: What we talk about when we talk about love. L’estremo tentativo dell’attore di conquistarsi una nuova fama da artista, lontano dalle dinamiche del cinema mainstream becero e dipendente dal botteghino.

Riggan perseguitato dal suo vecchio personaggio, afflitto da rapporti complicati con l’altro attore (Shiner-Edward Norton) e da relazioni difficili con tutte le persone che gli gravitano attorno cercherà di portare al successo il testo che ha rivisitato lui stesso.

Non facciamo spoiler della pellicola (anche se ci è piaciuto talmente tanto che ci verrebbe voglia di raccontarla e di parlarne per ore!) ma, vogliamo consegnarvi alcune impressioni e una riflessione.

Il lungometraggio è un’unica piano-sequenza, dentro la quale le coreografie degli attori e della macchina da presa sono perfettamente strumentali alla narrazione. Quindi, la scelta di Inarritu non è motivata da un generalizzato “famolo strano” o dalla volontà di infilarci il guizzo del presunto cineasta d’avanguardia, bensì una necessità drammaturgica. Tecnicamente difficili e geniali alcuni passaggi in ambienti pieni di specchi.

La vicenda si svolge su diversi piani di realtà o, se preferite, del surreale. Dimensioni in cui esistentivo ed esistenziale si confondono senza soluzione di continuità.

La colonna sonora è quasi esclusivamente composta da frasi di batteria. Anzi, quando meno te l’aspetti appare anche il batterista intento a picchiare su pelli e piatti.

Inarritu mette insieme un cast da Michael Keaton (che è il protagonista) a Norton, all’ultima comparsa di gente straordinaria e perfetta nel recitare e nel danzare nello spazio insieme alla macchina da presa. Nella parte affidata a Keaton ci si potrebbe leggere un sospetto meta-cinematografico: Batman/Keaton (nella saga inaugurata da Tim Burton che sembra non aver portato grande fortuna all’attore) e  Birdman/Thompson. Una porzione di auto-biografia, forse c’è anche e soprattutto nella volontà del regista. Il bravissimo Michael è candidato all’Oscar e ci mancherebbe che non lo fosse!

Birdman è il film che non ti aspetti da Inarritu. Birdman è il film che ti aspetti dal regista più talentuoso del pianeta, dal numero uno. Che poi, è sempre lui. Il suo Birdman è intenso, confuso, ricattatorio, bellissimo e leggero.

Leggero, appunto. Il regista chiede allo spettatore di fare lui una riflessione su molte cose dentro al film (a parte l’incombenza di scegliersi un finale tra quelli proposti): sulla fragilità, sulla modernità, sull’ego, sulla fama, sull’amore e sulla vita. Il suo passaggio è quello di una piuma su uno specchio nella descrizione della condizione umana.

Posso provare a raccontare le risposte che ho trovato personalmente.

A chi ci ama, non importa di quanto voliamo alto se poi siamo lontani. Chi ci ama ci vuole vicino, con i piedi per terra.

Cosa conta una fama vana e provvisoria? A chi importa se siamo arrivati così vicini al Sole? Non importa a nessuno se abbiamo milioni di visualizzazioni sui social media. Non importa a nessuno quanti leggano le “Visioni” . Se non ci siamo per gli altri, se non siamo capaci di concederci, non esistiamo.

La ricerca della gloria, del successo individualista è il volo di Icaro. Atterriamo finché siamo in tempo!

Perché l’unica cosa che conti nella vita per voi,  per me e per Raymon Carver è amare, essere stati ed essere amati.

 L’amore è indefinibile è vero ma, è l’unica certezza nella vita di tutti E’ questa la ricetta per la felicità.

 Nello specifico della storia che Inarritu ci confeziona mirabilmente c’è il fallimento della più importante condizione: quella degli affetti. E’ la superficialità nel concepire sé stessi come mondi separati dagli altri, più importanti degli altri. Pensare che il nostro posto debba essere sopra l’umanità che calpesta la Terra provoca un cortocircuito letale, poco importa se come colto istrione dell’arte teatrale o come uccello antropomorfo in costume ridicolo. Non abbiamo scampo se non viviamo i nostri sentimenti insieme agli altri ed i loro nei nostri confronti. Rischiamo di vivere un coitus interruptus senza piacere, senza trasporto e infecondo.

Siamo importanti solo se e quando amiamo. No, ho sbagliato: siamo solo se e quando amiamo.

Scusa te … Cosa stavamo dicendo esattamente?

Paolo Pelizza

© 2015 Rock targato Italia

 

 

 

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