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Alla Fine di Ogni Cosa.

Alla Fine di Ogni Cosa.

Alla Fine di Ogni Cosa.

Ieri, uno studente mi ha detto che la mia è stata una generazione di ignavi.

Ha qualche ragione. Noi siamo colpevoli di non aver voluto o saputo ricostruire dai cocci dei sogni infranti degli anni Sessanta e Settanta, di aver permesso alcune derive. Non abbiamo sorvegliato su quel poco ottenuto, su valori imprescindibili come i diritti civili e la laicità consentendo rigurgiti integralisti. Siamo colpevoli di non aver protestato abbastanza, di non aver spiegato che un altro modo, un altro mondo fosse non solo possibile ma, auspicabile.

La lezione è ancora più dura se pensiamo a quanto fermento culturale, artistico e sociale ha stabilmente occupato la seconda metà del Novecento.

Non ricordo più chi scrisse che chi guarda indietro può vedere molto avanti …

Così incappo in un giovane scrittore. Lo conosco personalmente.

 Anche lui, come me, insegna.  Gli faccio leggere un mio manoscritto. Mi risponde così: “Ho cercato di leggere senza l’affetto che provo per te”. Da lì, inizia una disamina tanto profonda e razionale quanto spietata del mio testo.

Passa del tempo. Questo giovane scrittore mi invita alla presentazione del suo primo romanzo: “Alla fine di ogni cosa” edito da Frassinelli. Preso, dalla curiosità e da una sorta di desiderio di bonaria “vendetta” decido (come promesso) di darvene conto.

Leggo il romanzo in dodici ore. Dalla prima pagina mi trovo immerso in una palestra. Siamo alla fine degli anni Venti ad Hannover. Posso sentire i suoni, l’odore di cuoio e sudore. Lì comincia, nell’opera di Mauro Garofalo, la storia di Johann Rukeli Trollmann, pugile sinti.

Campione di boxe zingaro vive la sua ascesa durante la Repubblica di Weimar. C’è una sorta di Belle Epoque diffusa anche in quella Germania.

Una parentesi leggera prima che l’abisso generi il mostro. Quando succede, Rukeli (come tutti) devono guardarlo negli occhi. Subirlo o pretendere l’unico riscatto possibile.

La parabola (vera) di Johann Trollmann è nota. Non ve la racconterò. Non posso farlo se non con le parole di Garofalo. Il romanzo (lo so, mi ripeto) è una delle cose più belle che abbia letto  durante gli ultimi anni nella nostra lingua. L’Autore lavora bene con gli strumenti della scrittura: è asciutto, preciso nelle descrizioni e, a tratti, lirico. Non indulge mai alla maniera o all’autocompiacimento. Come il più grande degli scultori, libera la forma dal marmo in eccesso perché prenda vita. Non imbelletta. Non cesella. Ti incatena a quegli ambienti, ai colori, agli odori, alla sofferenza e al sacrificio.

C’è Mauro là dentro insieme al campione derubato del suo titolo. Mauro pugile dilettante e appassionato.

C’è il pugilato. La nobile arte diventa la rete interpretativa per capire un mondo che cambia incomprensibilmente. Il nazismo sovverte ogni regola, schiaccia ogni tensione alla giustizia, al diritto naturale e all’empatia ed è  la boxe (prima dei personaggi o della vicenda) a spiegarci la Storia, efficacemente.

E’ nel gioco di gambe, nella precisione dei colpi … in quei movimenti sincroni ed eleganti, in quella danza, che un uomo trova il suo riscatto e noi simbolicamente con lui.

Alla fine mi ritrovo con il romanzo e il suo mondo chiuso sulle ginocchia. Dico addio ai miei propositi di bonaria “vendetta” e decido di derogare almeno per oggi alla mia meschinità. Penso che, molto raramente, ho speso così bene € 18,50. Guardo il volume: è cartoncino, inchiostro e carta. Pochi altri materiali. Eppure c’è tutto, in misura necessaria e sufficiente.

Penso alla mia generazione, a quel mio studente, a Trollmann. Avremmo dovuto fare di più, avere più coraggio. Per noi (forse) e per lui c’è ancora tempo.

Paolo Pelizza

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