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THE BOSS IS BACK.

 

“The Boss is Back” recitava la locandina pubblicitaria del tour mondiale di Born in the USA. Era il 1985 e lo show era a San Siro. Durò quasi cinque ore con uno Springsteen che correva infaticabile avanti e indietro per il palco. Alla fine eravamo stremati pure noi.

Poco più di anno dopo Western Stars, in un mondo che combatte contro la pandemia, che si dibatte tra rigurgiti di pericolose devianze politiche, di tentazioni positiviste, Bruce  torna con Letter to You ma, soprattutto, con la fidata ed inossidabile E Street Band (non erano più stati in studio insieme dal 2009 se non ricordo male).

Potremmo dire che questo album è quello dello Springsteen che ti aspetti: antologico, lo definirei. Archiviata l’esperienza “pop-sinfonica” e un po’ retrò di Western Stars, quella vena compositiva e quei temi piccoli e preziosi dell’esistenza, torna il menestrello di sempre con i temi di sempre e con la chitarra acustica di sempre (usata con più moderazione e sapienza).

La title track è, infatti, un crossover tra la lirica usuale e una profonda introspezione. Ma i gioielli del disco sono molti: tre i pezzi “recuperati” da esperienze precedenti. Come Janey Needs A Shooter, scritta nel 1971 e If I Was The Priest del 1970, oltre alla Song for Orphans anch’essa del 1971. Tre piccole preziose gemme con quelle atmosfere sonore che non subiscono l’età che hanno, così come il loro autore.

Insomma, il Boss nel tornare sé stesso in mezzo al chaos del presente, recupera i suoi propri stilemi. So per certo che i detrattori si sperticheranno per definire vecchio e frusto lui e le sue poetiche. Non è vecchio. E’ un classico come Ungaretti, Dylan Thomas, Beethoven e The Beatles.

E, per tornare all’antologia, ci sono pezzi un po’ scarni come One Minute You’re Here essenziali come i paesaggi di Darkness on The Edge of Town (mio personale lavoro preferito del Boss). Basta un tocco dell’acustica e sei lì.

La E Street Band c’è e si sente, soprattutto nella pirotecnica Burnin Train e nella solida Ghosts.

Oltre al Boss e alla sua banda, qui dentro si sentono forte Portland, Dylan e il mai dimenticato Tom Petty.

Difficile che questo LP non piaccia. Difficile che un giorno prima di sapere che America ci sarà domani, se quella della rivincita del Sogno o quella dell’egoismo, del razzismo e della follia, un lavoro così non sia dannatamente importante.

Da vecchi e ingenui visionari, noi continuiamo a sperare nel Sogno.

di Paolo Pelizza

©2020 Rock targato Italia

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IL TEOREMA DELL’IDIOTA.

IL TEOREMA DELL’IDIOTA.

E’ evidente che non capisco… Non riesco a staccarmi da temi che mi sono cari e che sono, perdonate la presunzione, universali.

Continuo a pensare (ingenuità mia!) che si debba tornare a una maggiore consapevolezza e partecipazione da parte degli artisti ai tempi dell’oggi. Sono con Damon Albarn a dire che (nella musica) si deve smettere con la selfie music.

E’ questo il punto. Non è che il rock ha smesso di parlare con le nuove generazioni. Non sarebbe possibile eludere i concetti e i temi che esprime: libertà, giustizia sociale (e rabbia per l’assenza di questa), autenticità e amore universale. Oggi, il mondo digitale e chi lo gestisce (e gestisce il mercato della cultura e dell’intrattenimento tra tutti gli altri) sono luoghi dove tutto si genera sulla base di quello che viene proposto come “popolare” o “per tutti” ma che è, in realtà,  una direzione più individualista, meno solidale, più gretta e più egoista. Se volete commerciale, in senso deteriore.

Chi pensi che sia giusto suonare la campana a morto per quel genere musicale, per quella cultura, dovrebbe fare i conti, intanto, con il presente e con quello che è stato ottenuto da quei movimenti e (anche, ma è più giusto dire soprattutto!) dalla loro musica. Se possono proteggersi di quella coperta di pochi e strapazzati diritti civili, di poche calpestate libertà, di un minimo di tutele sociali disattese lo devono a quei musicisti che hanno ispirato e sono stati ispirati da quei movimenti.

Semmai, sono i sedicenti artisti di oggi che parlano del loro ano, sostenuti dal marketing di queste multinazionali che hanno il solo scopo di trasformarci in merce da rivendere (molto scontata) e lo fanno anche senza competenza, senza grazia e senza arte.

E’ utile sentire parlare di amori non corrisposti a cazzo, quando tra Armenia e Azerbaigian è di fatto cominciata una guerra? E’ importante parlare di canne e scopate, quando la Turchia minaccia la Grecia? E’ fondamentale parlare del proprio taglio di capelli mentre in USA è di fatto latente una nuova guerra civile? Cantare di divertimenti negati dentro all’incubo della ripartenza della pandemia?

Abbiamo incontrato il Re degli Elfi in mezzo alla nostra disperazione e ci siamo arresi. Peggio, ci siamo consegnati a lui e l’abbiamo pure ringraziato per quanto ci ha portato via.

Il rock che non parla alla nuove generazioni è una boiata esogena, una narrazione scorretta.

Ma il teorema dell’idiota funziona: più si instupidisce la gente, più la si domina. Più si indebolisce la politica, più si perde sovranità, più ci si consegna ai poteri forti delle multinazionali del digitale e della finanza.

Non è il rock che è morto, è la nostra anima.

E trattasi di omicidio volontario.

di Paolo Pelizza

© 2020 Rock targato Italia

blog rocktargatoitalia.it

 

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IL RITORNO DELLO SPETTRO

IL RITORNO DELLO SPETTRO

«E gli occhi dei poveri riflettono,

con la tristezza della sconfitta,

un crescente furore.

Nei cuori degli umili maturano

 i frutti del furore e s'avvicina

l'epoca della vendemmia.»

John Steinbeck “Furore”

Non so se qualcuno di voi ha mai letto il capolavoro di Steinbeck “The Grapes of Wrath” (I Grappoli dell’Ira) del 1939. In Italia, uscì nel 1940 con il titolo di “Furore” e subì la censura fascista. Se non l’avete ancora letto, colmate questa lacuna: oltre ad essere il capolavoro dello scrittore americano Premio Nobel nel ’62, è un romanzo molto educativo e, purtroppo, oggi molto attuale. Dal romanzo fu tratto un film che uscì già l’anno successivo alla pubblicazione per la regia di John Ford e interpretato da un meraviglioso Henry Fonda che presta il volto al protagonista, Tom Joad.

La trama è semplice: una famiglia come molte altre perde la fattoria in Oklahoma a causa delle tempeste di sabbia che rendono il terreno arido e non più coltivabile ma, anche, perché le banche non rinnovano i prestiti e si prendono la loro terra. La famiglia Joad inizia un esodo verso la California, vista come una sorta di Terra Promessa, alla ricerca di sopravvivenza, lavoro e migliori condizioni di vita. Quello Stato non si rivelerà essere “il paese del latte e del miele”. E’ un’umanità dolente che attraverso la Route 66 compie il viaggio dal Midwest fino alla costa Ovest. La storia di Tom Joad si chiuderà con lui in fuga dopo aver ucciso un poliziotto e con l’immagine tenera e terribile di una donna (Rosaharn) che allatta un uomo stremato per la fame dopo aver partorito un bimbo morto. Una sorta di “Pietà”.

Oltre al già citato film, il testo di Steinbeck ha ispirato uno dei più grande cantautore americano (direi il “padre” di tutti i cantautori americani insieme a Pete Seeger) che scrisse una lunghissima ballata che dovette dividere in due parti. La leggenda narra che fu proprio a casa di Seeger che il cantautore si mise una notte alla macchina da scrivere con una bottiglia di vino e scrisse la ballad. La mattina il suo ospite trovò molte cartelle dattiloscritte, Woody addormentato e la bottiglia vuota.

Ma non è finita qui. L’epopea dei Joad ispira un erede di Guthrie: Bruce Springsteen. Il boss scrive un album dalle grandi influenze country e folk ma non parla più degli Oklahomers della fine degli Anni Trenta. L’esodo è da sud a nord e i Tom Joad degli anni Novanta sono i braccianti messicani che cercano di entrare in USA.

Quelle condizioni di vita, l’egoismo delle banche, la grande truffa globale della finanza, gli esodi della povera gente affamata sono ora più che mai attuali.

Quello spettro è tornato e non aleggia solo sui paesi più poveri o indebitati. Per citare un altro grande poeta: ”non domandarti per chi suona la campana, suona sempre per te”.

di Paolo Pelizza

© 2020 Rock targato Italia 

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DERIVE IMMOBILI.

Veniamo, o meglio, abbiamo archiviato un periodo di immobilità. Un periodo in cui siamo stati alla deriva appoggiati, seduti o sdraiati sui nostri divani ma ci sentivamo come naufraghi alla deriva. La cosa più terribile è stata quella di non riuscire a capire nel marasma di voci, opinioni, notizie vere e poi false se una qualche forma di terraferma fosse o meno all’orizzonte.

Oggi arranchiamo su una qualche spiaggia continuamente confusi da quelle voci che non sono ancora paghe. Voci che continuano ad alimentare una confusione letale e che contribuiscono all’enorme senso di smarrimento.

Non so voi ma io sono insistentemente colpito da questa sovrapposizione di “verità” spacciate per veritiere che poi risultano fallaci. Nel frattempo, non siamo nemmeno riusciti a seppellire i nostri morti e non possiamo giurare di essere vivi o, quantomeno, di esserlo ancora.

Detto questo, la domanda più ricorrente è di chi sia la colpa. E’ una domanda stupida. Non lo sapremo mai, nel senso di avere una risposta che vorrebbe che chi ha sbagliato pagasse e rispondesse di ciò che abbiamo perso e di ciò che perderemo.

Perché siamo noi che abbiamo sbagliato. Inutile cercare altre responsabilità: la colpa ricade di più su chi ha permesso che il male venisse fatto che su chi lo ha fatto materialmente.

Ci siamo affidati, consegnati a corti dei miracoli che miracoli non facevano, a uomini soli al comando che si affidavano a moltitudini di comitati di tecnici e scienziati che erano tecnicamente e scientificamente confusi … Abbiamo alimentato un circo desueto e spelacchiato in cui tutti cercavano di portare il verbo e, invece, contribuivano al rumore, alla confusione, alla diffusione di allarmismi eccessivi, di allarmi sottovalutati e di menzogne. Tutti alla ricerca dell’applauso del pubblico di prima serata che, peraltro, era assente.

Eravamo tutti a casa inchiodati ai nostri divani, aspettando che riaprissero le gabbie, nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore eravamo a casa pieni di tachipirina, ad aspettare di diventare talmente gravi da farci portare in ospedale. Eh sì, perché abbiamo rivalutato la medicina “medievale” durante questa pandemia.

Ci hanno fermato, resi impotenti e immobili e lasciati alla deriva e non solo glielo abbiamo permesso, abbiamo tifato per loro, li abbiamo proclamati “uomini del destino”.

Siamo partiti con il “ce la faremo” … ora siamo tornati al realismo di ciò che siamo. Naufraghi che cercano qualcuno a cui dare la colpa, qualcuno da insultare, qualcuno da mettere all’indice come untore. Incapaci di assumerci la nostra parte di responsabilità. In quanti ci siamo alzati? In quanti abbiamo esclamato “così non va bene”?

Siamo fermi sulla superficie. Siamo in attesa che la corrente ci porti da qualche parte. L’approdo più probabile sarà quello di oltre un milione di nuovi disoccupati, decine di migliaia di imprese chiuse o fallite, un aumento esponenziale del nostro debito, altro cemento, altra CO2, altre tragedie planetarie … Le conseguenze della pandemia, mi direte. Vero. Ma sono anche le conseguenze del Grande Gioco. Per chi tiene il banco, la pandemia è diventata una nuova opportunità.

E adesso?

Adesso, ci hanno ributtato in acqua. Ma non è stato il gesto pietoso del pescatore sportivo … Saremo troppo deboli e troppo soli per sopravvivere all’oceano. Galleggeremo sopra abissi così profondi che ci vorranno molte generazioni per colmarli, in una persecuzione che durerà decenni. E loro scommetteranno sulle nostre bucce.

A meno che … A meno che, non si cambino le regole del gioco. E’ un gioco stupido: pochissimi vincono, le moltitudini perdono, i popoli perdono. Ma sembra che i popoli siano più interessati a trovare il colpevole delle loro sventure, più che impegnarsi per un vero cambiamento … Si poteva fare. Il virus sembrava averci resi più consapevoli della nostra arroganza e fragilità.

Di colpevoli, da più parti ve ne indicheranno molti. Potrete sfogare su di loro le vostre frustrazioni e la vostra rabbia. Il problema? Nessuno di loro è il vero colpevole. O meglio, lo è ne più ne meno di quanto lo siate voi.

Non volete altri Coronavirus (o virus e sventure globali di altro tipo)? Allora dovete impegnarvi per rivedere il modello: devono viaggiare le persone e non le merci, dovete capire che non possiamo permetterci un pianeta abitato da dieci miliardi di voraci parassiti come gli umani, dovete rimettere in piedi gli eco sistemi che avete massacrato, smetterla di perdere territorio per colpa della cementificazione, smetterla di perdere bio-diversità, invertire il processo di proliferazione di rifiuti, CO2 e degli altri agenti inquinanti.

Invece, chi vi governa (e non solo non lo avete eletto democraticamente ma non sapete nemmeno della sua esistenza) e inganna, vi ha convinto che i cinesi sono buoni o cattivi a seconda delle opportunità che la contingenza vi mette davanti, così il nero, il lombardo? Oggi va il nord-africano! Sotto con il maghrebino.

Io non parteciperò a questo stupido convivio. Non mi importa di chi sia la colpa anche perché lo so già. Mi interessa che noi ci si impegni per risolvere il problema e si inneschi un mutamento virtuoso, più rispettoso dell’umanità e dell’ambiente che permetta la nostra sopravvivenza. Interessa la sopravvivenza?

Non preoccupatevi! Non datemi retta. Sono solo un visionario. Andate tranquilli, tanto vi danno il monopattino elettrico, il supermercato rifornito, vi portano a casa il pranzo, il televisore, il nuovo tablet … Che vi frega del resto.

Rimanete pure immobili alla deriva in attesa della prossima tempesta. Io, però, ho una notizia per voi: la tempesta non è mai finita.

Anzi, quella vera non è ancora cominciata.

di Paolo Pelizza

©2020 Rock targato Italia

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