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APOCALYPSE NOW

 

Qualche settimana fa, mi mandano un link ad un video. Lo apro e quello che vedo è un gruppo di soldati sul terreno in un bosco che vengono individuati da un drone e bombardati. Questi ragazzi vengono fatti a pezzi dall’esplosione e, nonostante la ripresa video notturna con una camera ad infrarossi (montata sul drone) che non permette una perfetta visione, l’effetto è davvero impressionante. I soldati erano russi. Forse, chi ha diffuso quel video non si è reso conto della barbarie, della bassissima operazione di macelleria che stava attuando. Forse ha pensato che l’odore di ragazzi russi (ma di che parte siano è irrilevante) fatti a pezzi la mattina sapesse di vittoria. O forse, ha voluta documentare la barbarie della guerra. Il film reale di povere persone massacrate da una parte e dall’altra. Voglio pensare bene.

Neanche il tempo di cancellare quelle immagini e la CIA con un altro drone uccide il capo di Al Qaeda (era lui non bin Laden che, au contrair, era il finanziatore e il frontman). I due missili che gli lanciano contro non esplodono, sono dotati di lame rotanti atte a dilaniare il bersaglio per evitare danni collaterali. A parte la straordinaria e spettacolare crudeltà del device, c’era bisogno di uccidere un vecchietto? Un capo bastone in pensione? Non si poteva andare a prenderlo e, magari, processarlo come vorrebbe lo stato di diritto e concedergli il diritto ad essere messo di fronte ai propri accusatori? Per carità, in USA ci sono tra pochissimo le elezioni di mid term. Un missilino e magari un punticino sui repubblicani lo riguadagni.

Nel frattempo, rischiano di riesplodere le ostilità tra Serbia e Kosovo. Una questione aleatoria di targhe automobilistiche, sembra. Ovviamente, la NATO si butta a pesce da una parte e la Russia dall’altra. Sembra che una bella resa dei conti non sia così remota. Figo, no?

A complicare le cose ci si mette la visita della speaker della Camera dei Rappresentanti Nancy Pelosi a Taiwan che fa infuriare Pechino. La Cina allora, per rispondere, organizza muscolosissime esercitazioni militari con armi vere intorno all’isola. Alla faccia, dell’evitare pericolose escalation.

Non serve essere un raffinato storiografo per capire che siamo sull’orlo di una crisi mondiale. La profezia dell’autorevole Financial Times faceva presagire una crisi economico-finanziaria (otto mesi fa!) da far impallidire quella tra la fine e l’inizio degli Anni Dieci del Duemila. Quella risolta con le misure devastanti della troika (Germania, Francia e Fondo Monetario Internazionale) sulla Grecia e con quelle draconiane di Monti e la Fornero in Italia. Tra l’altro quello sarà il primo governo votato da nessuno e l’inizio di una tradizione che, qui, perdura da allora. Certo, il 25 di settembre prossimo venturo qui si voterà. E’ anche abbastanza inutile, credo. Si sa già chi vince e quanto durerà. Dopo l’autunno caldo dei mancati rinnovi dei contratti di lavoro, dell’inflazione al 12%, delle materie prima che costano il doppio (leggevo che una tonnellata di anidride carbonica per gasare l’acqua costava duemila euro alla tonnellata e adesso è a ventimila … passerò alla naturale), dello spread a 500 punti il governo di chi ha vinto le elezioni si sgretolerà grazie alla defezione del partito di turno e via ad un’altra ammucchiata delle larghe intese. Magari chiedendo in ginocchio al banchiere superstar di tornare, giurandogli fedeltà eterna e che mai nessuno si permetterà di contraddirlo o di disobbedire fino alla fine della legislatura. Capite che con quattro anni e mezzo da fare …

E’, tra l’altro, incredibile che del cambiamento climatico non si parli più. Una blasonata casa automobilistica tedesca presenta la nuova motorizzazione a gasolio di uno dei suoi modelli di punta. Scusate ma nel 2035 non si potranno più produrre auto con motori endotermici e adesso usciamo col diesel? Non era meglio anticipare, intanto, la sparizione di questo? Magari, poi, qualcuno ci dirà con cosa produrremo tutta quell’elettricità per le auto ad emissioni zero. Già adesso una conversione completa alle fonti rinnovabili riuscirebbe a coprire solo poco più del venti per cento del fabbisogno, immaginate con quell’aumento. Certo, ci sarebbe l’idrogeno ma non se ne parla più e la case automobilistiche, vista la direzione presa dai governi (chissà perché i petrolieri non si lamentano?), stanno abbandonando per la maggior parte questa tecnica.

Tanto insieme all’autunno caldo, tornerà il Covid con una nuova simpatica variante ma, stavolta porta gli amici! Sarà insieme al virus del Nilo, al vaiolo delle scimmie, ai batteri super-resistenti agli antibiotici e (un po’ ovunque) localizzati focolai di credulità un po’ stucchevole della gente. A quel punto però avremo già votato!

Tranquilli, non avremo il tempo di goderci il nuovo corso di casa nostra che sarà scoppiata una guerretta semi-mondiale o mondiale che vivrà e gioirà dell’inutilità di interessi geopolitici che erano desueti nel XX Secolo. Ma questo è il tempo delle terre rare e dei semiconduttori. Chi vi ha accesso tiene per le palle un mondo di sottosviluppati mentali che si sono sottoposti ad essere governati dalla tecnologia senza nessuna critica o coscienza e che, senza di questa, non riescono più nemmeno ad andare in bagno.

Chi ha qualche memoria degli studi superiori, ricorderà in che situazione si era appena prima dello scoppio della Prima Grande Guerra. Certamente, troverà delle analogie con la situazione odierna. Certamente, troverà anche delle differenze. Forse la più importante è che ai tempi, qualcuno aveva più ragione di altri.

Ora non si capisce chi ha più ragione (e smettiamola con questa balla della democrazia nel mondo occidentale governato dalla finanza e dai colossi della tecnologia che esercitano e determinano il potere che dovrebbe essere del popolo) e, soprattutto, chi sono i buoni. A occhio e croce, non siamo noi.

di Paolo Pelizza

© 2022 Rock targato Italia

PS: mancherò in questo spazio per due o tre settimane. Come sempre faccio d’estate, prendo una pausa per ricaricare la penna e riflettere. Vi auguro che le mie pre-visioni siano le più sbagliate della storia.

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Gli ascolti di marzo 2022. Articolo di Roberto Bonfanti

Gli ascolti di marzo 2022.
articolo di Roberto Bonfanti

Poco meno di 26 miliardi (sottolineo: miliardi, non milioni) di Euro: è questa la cifra (a cui si sommeranno poi anche le erogazioni aggiuntive non preventivate, come i 174 milioni di cui si è da poco deliberato) che, a dispetto di tutte le bandierine multicolore, il nostro Paese ha stanziato anche nel 2022 per le spese militari per continuare a fare parte di un’alleanza anacronistica guidata da nazioni le cui smanie sono da settant’anni quanto meno la concausa profonda della gran parte dei conflitti, incluso quello che oggi è sulla bocca di tutti e altri comunque ancora in atto. Forse occorrerebbe riflettere su questo dato (e sul fatto che questa cifra aumenta ogni anno, a dispetto dei continui tagli a sanità e istruzione), mentre ci prepariamo alle drammatiche ricadute dell’inevitabile aggravamento di quella crisi energetica già da tempo spinta e agognata da chi tiene le redini di un potere che si regge ormai solo sul vessare le fasce deboli delle popolazioni in favore delle élite. Ma, in attesa di vedere come tutto questo si evolverà, anche in questo marzo dal sapore così anni ’80, torniamo a parlare di musica.

Arriva da un percorso in un talent show, il giovanissimo gIANMARIA, ma nella sua scrittura sembra                                            albergare un’autenticità tutt’altro che televisiva. “Fallirò”, l’album d’esordio del cantautore, è una bella raccolta di storie dolorose raccontate senza morbosità e ferite messe a nudo con grande sensibilità su cui aleggia mai banale senso di sconfitta. Il tutto esposto attraverso un pop d’autore dalle sfumature urban moderno e ben equilibrato. Un esordio molto promettente per un artista che sembra avere saputo sfruttare la popolarità televisiva senza lasciarsene corrompere. Speriamo abbia la forza di continuare così.

Quando c’è bisogno di elettricità, chitarre stridenti e atmosfere claustrofobiche, “Zombie cowboys” dei Gomma è, fra le uscite recenti, una delle risposte più credibili. La terza prova discografica della band campana suona infatti, a partire dal titolo, come un bel pugno dritto in faccia in chiave post-hardcore denso di rabbia e senso di straniamento. Un lavoro catartico da ascoltare ad alto volume lasciandosi travolgere dal fragore delle distorsioni, con quel suono tagliente che riflette bene il caos e la sensazione di isolamento dell’epoca che stiamo vivendo.

Ai primi ascolti “La mia patria attuale” di Massimo Zamboni appare come qualcosa di spiazzante, se non altro perché si tratta di un album con cui il cofondatore dei CCCP si avvicina più che mai a un’idea di canzone d’autore nel senso più classicamente emiliano del termine. Una volta superata la sorpresa iniziale ci si rende conto però che alla base di tutto c’è la sensibilità dello Zamboni che siamo abituati a conoscere da sempre, con le sue inquietudini e il suo bisogno di scavare sempre oltre ciò che ha di fronte. Il risultato è un disco asciutto e spigoloso, che si avvicina molto alla canzone d’autore ma che sa anche mischiare le carte con slanci irrequieti di rock minimale e spoken word riflessivi.

Roberto Bonfanti
[scrittore e artista]

www.robertobonfanti.com

blog www.rocktargatoitalia.eu

 

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CREPUSCOLI D’AGOSTO.

CREPUSCOLI D’AGOSTO.

“Il diavolo è un ottimista

se crede di poter peggiorare

gli uomini.”

Karl Kraus

Sul balconcino davanti allo spettacolo dei cieli, del lago sottostante e del verde dei boschi che culminano in nude rocce rosso-brune, assisto a tramonti bellissimi dai colori sfumati che vanno dal rosa al rosso e che dipingono la realtà di sogni e suggestioni. Ormai, è ufficiale: il Trentino è sempre più il mio Tibet, il luogo dove ricarichi le batterie in mezzo alla bellezza, una bellezza reale, anche cruda. Forse anche difficile da capire per chi fa il turista. E’ una realtà in cui ci si deve immergere, una realtà dalla quale farsi adottare.

Mentre guardo la luce lasciare il posto alle ombre della notte incombente non posso non pensare che tra quattro ore e mezza, una giovane donna in un posto molto lontano ma che, ora più che mai, ci pare vicinissimo, si siederà anche lei a guardare il crepuscolo. Intorno a lei ci sarà suo marito che le terrà la mano e gli altri suoi familiari. Lei ha ventisette anni, è donna ed è la sindaca di una cittadina dell’Afghanistan. Tutti i giorni, aspetta che la vengano a prendere e la uccidano. Perché il tema non è “se” ma solo “quando”.

E’ il crepuscolo della ragione quello di chi ha abiurato a lottare per la civiltà contro la barbarie, di chi pensa che con i tagliagole si possa ragionare, di chi ha chiesto a questi criminali “farete i bravi?” e i talebani hanno risposto “certo, signor Presidente! Parola di lupetto”. Probabilmente, si sono sbellicati dalle risate. Eppure per difendere quel diritto e quei diritti, per esportare quei principi, si è mobilitata tutta la comunità internazionale, la NATO, le Nazioni Uniti. Viene da chiedersi, cosa sia cambiato dopo vent’anni. Come si fa a spiegare a chi ha faticosamente ottenuto il riconoscimento di appartenere alla comunità degli esseri umani, che deve tornare ad avere il valore di una capra e accettarlo di buon grado, pena tortura e morte.

E’, anche, il crepuscolo cerebrale di quelli che sostengono che non sia più un problema nostro, che abbiamo combattuto contro il terrorismo e, adesso, che siamo più al sicuro non ci riguarda. Peccato, che il ricercato numero uno per terrorismo, tale Khalil Haqqani è stato acclamato dalla folla (degli studentelli coranici) mentre passeggiava per Kabul.

Bisogna, anche, discernere … lì non abbiamo più interessi. Strano che su quel paese di gente dura e di grandi montagne, ci si siano fiondati Cina e Russia senza perdere un attimo. Sembra che sia ricco da un punto di vista minerario (oltre all’oppio che è da sempre l’oro dei taleban) e, da un punto di vista geo-politico, averci un piede dentro sia strategico. Poco importa, se per ottenere qualche risultato di realpolitik si stringono le mani di conclamati assassini. Poco importa, se i talebani non sono (per la maggior parte) afgani … Quindi, il nuovo Presidente americano, quello di questa grande fuga, ha detto una cosa sbagliata: non è una guerra civile della quale ci si possa disinteressare ma una guerra di aggressione alla quale non si doveva arrivare. Magari, potevamo anche evitare  di riempire di soldi governi corrotti che hanno lasciato il popolo senza protezione, per poi scappare all’estero a godersi il malloppo. Non so se essere più indignato per la stupidità dimostrata o per la codardia acclarata.

Faccio, anche, rilevare che la prima cosa che hanno fatto gli studenti coranici entrando a Kandahar, è stato di prendere possesso della più importante emittente radiofonica della regione, per costringerli a smettere di trasmettere musica. Sembra che faccia venire una insana voglia di libertà che proprio non va bene.

E’ il crepuscolo del coraggio, il tramonto della giustizia. Se la situazione non fosse così terribile, farebbe molto ridere vedere le potenze internazionali, le più imponenti macchine belliche del pianeta scappare come cuccioli durante un temporale. Ma questo è quanto e, finito questo agosto, non ci si penserà più … abbiamo altri problemi. Tipo la pandemia che sta ripartendo, nonostante i vaccini.

E, sempre, durante uno di questi tramonti estivi, la Storia ha, purtroppo, smentito Ronnie Wood. Un paio di anni fa, commentando la pronta guarigione di Mick Jagger da un problema cardiaco aveva battezzato sé stesso e gli altri Stones, immortali. Invece, Charlie Watts ci ha lasciato. Aveva ottant’anni. Era il più “regolare” della banda, impermeabile alle lusinghe delle groupies, delle conigliette di Playboy, degli eccessi. Mick Jagger era solito dirgli che essere nei Rolling Stones e non vivere da rollingstoner era un peccato. Charlie era così. Innamorato di sua moglie e del jazz. Insomma, era un batterista in prestito alla più formidabile, longeva ed iconica band rock della storia. Efficiente, solido ed efficace faceva il suo da motore musicale del gruppo.

Oggi, che mancano pochi giorni alla fine del mese, sono costretto a darvi conto di un altro lutto. Dopo lunga malattia, si è spento Alberto Gaviglio, flautista, chitarrista, paroliere e fondatore de la Locanda delle Fate, gruppo prog piemontese. Ai suoi familiari, amici e colleghi di band, le nostre condoglianze. Alberto è stato  un grande e significativo musicista, dentro alla migliore parte della storia della nostra musica.

di Paolo Pelizza

© 2021 Rock Targato Italia 

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12 ALBUM PER L’APOCALISSE, II PARTE.

12 ALBUM PER L’APOCALISSE

II PARTE.

“Questa è la fine/

la fine del mondo/

per cinquemila anni/

devi sicuramente averlo sentito/

Nostradamus, Gesù, Buddah e io/

Abbiamo detto che stava per arrivare/

Ora aspetta e guarda.”

Bob Geldof

 

Ve ne siete già fatti una ragione? No? Allora questa “seconda parte” è per voi! Per voi improvvisati sceriffi del “restate a casa”, per voi che non avete capito che dovete rispettare le regole, non farle rispettare, per voi che insultate chi passa sotto il balcone, per voi che cantate e suonate sul vostro terrazzo e sarebbe opportuno che scegliate meglio il repertorio, per voi che stropicciate quotidianamente Conte (Paolo, N.d.R.) e l’inno nazionale, per voi che rimarrete impressi nella nostra memoria incorniciati dal rettangolo della vostra finestra mentre massacrate Va Pensiero, per voi che avete esposto la bandiera tricolore ma era tutta tarmata perché in una scatola dai mondiali di calcio dell’82, per voi che il pane si compra tutti i giorni, per voi che avete scoperto che si può litigare per portare giù l’immondizia, per voi che ne avete approfittato per indagare e avete scoperto che quelle cose strane, rettangolari che avete sugli scaffali sono libri e non è spiacevole aprirli e leggerli, per voi che adesso siete grati al vostro cane e non il contrario, per voi avvocati divorzisti che attendete il tempo delle messi, per voi patrioti confusi dell’ultima ora, per voi neo-fulminati sulla via di Damasco, per voi fulminati e basta … questo pezzo è per voi!!!!

Continuiamo con gli ultimi sei album (non sono certo del numero …) per godersi pienamente l’Apocalisse! Godeteveli che sono gli ultimissimi! Ok … Sto mentendo!

#1. Rhymes and Reasons di John Denver. Nella vecchia Nashville, se chiedi cos’è il country, ti rispondono così: tre corde e la verità. Questo per la (spesso solo apparente) semplicità di stesure e suoni e per i testi che parlano di cose vere, quotidiane. Ma anche delle ferite, delle paure, delle perdite che fanno parte delle nostre vite. La title track dell’album recita: <<[…] la paura che è con te, non sembra finire mai […]>>. Come la nostra. Paura che raramente abbiamo provato su scala globale. L’album esce nell’ottobre del ’69 in piena Guerra Fredda e contiene capolavori del “genere” come la meravigliosa Leaving on a Jet Plane oltre a Rhymes and Reasons (espressione inglese che indica che non si vede il motivo di qualcosa).

#2. Back in Black degli AC/DC. E’ il secondo album più venduto di tutti i tempi con 50 milioni di copie. Rimase nella Billboard 200 per quasi 390 settimane e, secondo l’autorevole magazine Rolling Stone, si trova al n. 77 nella speciale classifica dei cinquecento migliori album di tutti i tempi. Realizzato dopo la morte del cantante Bon Scott a Londra, il disco esce con una copertina completamente nera (scelta inizialmente osteggiata dal discografico a cui concessero il grigio per “bordare” il nome del gruppo sulla cover) per il lutto occorso alla band. Dopo un periodo di grande indecisione sull’opportunità di continuare o meno, il gruppo arruola Brian Johnson come nuovo vocalist che curerà anche la scrittura di testi e melodie insieme ai fratelli Young. Il tema ci si chiarisce appena la puntina sfiora il vinile: l’album inizia con il suono di campane a morto. Back in Black riesce a contenere brani del calibro di Hells Bells, Shoot to Thrill, What Do You Do for Money Honey, You Shook Me (All Night Long), Rock ‘n Roll Ain’t Noise Pollution oltre alla title track. In pratica, il cinquanta per cento dei singoli di successo planetario della compagine anglo-australiana e brani che conoscono anche quelli meno interessati al genere.

#3. Splendor and Misery dei Clipping. Il disco che da me non ti aspetti… Consigliato dal mio amico Sandro, Splendor and Misery è un album hip hop ma non solo questo. Anzi, forse lo è solo incidentalmente. Andando in ordine, il gruppo di L.A. è composto dai due produttori W. Hutton e J. Snipes e dal rapper Daveed Diggs, e prende il nome da un effetto distorsivo del suono che si produce quando un amplificatore viene “forzato” a lavorare oltre la propria capacità e va in saturazione. L’album è un concept e parla di un’odissea spaziale. Suona molto diverso dagli album del genere, con abbondanti e, devo ammettere, molto interessanti escursioni ai confini di industrial, musica cosmica, space rock ed elettronica (molto curata) ma, certamente, non ho colto qualche altra influenza che pure ci sarà. Di sicuro impatto, l’utilizzo degli effetti sonori. Inutile dirvi che non si tratta di un’opera che ha il suo punto di forza nella facilità di ascolto, tuttavia l’esplorazione è straordinariamente suggestiva e credibile nel raccontare la deriva spaziale. Arriva davvero là dove nessun discepolo dell’hip hop è mai giunto prima, una nuova frontiera. La traccia che ho preferito è A Better Place. Sarà per la necessità di acquisire una qualche speranza? Speriamo di risvegliarci in un posto che sia autenticamente migliore, alla fine della “peste”, anche se temo che ci si dovrà lavorare e molto.

#4. Downward Spiral dei Nine Inch Nails. Al posto 201 della classifica già citata di Rolling Stone, per rimanere nel robotico-futuristico, vi propongo il capolavoro assoluto di Trent Razor, nel quale esplodono la sua ossessiva ricerca di suoni e la sua visione del mondo nietzschiana (e nichilista). Tra i tre album più significativi degli Anni Novanta (con Nevermind e Superunknown per noi), non solo per la sua importanza formale, Razor vi tratta temi come quello della morte di Dio, la malattia mentale, l’impotenza dell’individuo di fronte al sistema e la fragilità umana. Un concept di straordinaria potenza e originalità adatto a tempi come questi nel sottolineare il racconto della nostra impotenza.

#5. Darkness on the Edge of Town di Bruce Springsteen. Dopo il pirotecnico Born to Run, il Boss ferma la sua corsa e torna al pensiero. E’ il 1978 e l’album (il mio preferito del menestrello del Jersey) è intriso di profonde riflessioni, disperazione e atmosfere scure. Uno Springsteen di pancia che si interroga sulla vita e sul sogno ma, soprattutto, sulla vita dentro al Grande Sogno, sulle aspirazioni crollate, sulle illusioni svelate alla fine dell’inganno. Musicalmente è un album scarno ed essenziale, privo della densità sonora del precedente e le liriche sono meno evocative, più dirette e no frills. La mia traccia preferita è Badlands. Adatto a tutti, lo consiglio agli amanti del jogging ora costretti all’inattività.

#6. Lament di… E qui abbiamo un titolo per due band (lo so, sono scaltro!). Lo stesso titolo è stato usato dai londinesi Ultravox ed è uno dei due loro migliori lavori (insieme a Quartet, prodotto dal saggio George Martin) e dai tedeschi Einsturzende Neubaten (scusate la mancanza delle necessarie dieresi ma non riesco …). Molto diversi i generi e tempi. Il primo è un disco del 1984, in cui il gruppo dandy si dedicava ad un’elettronica dolente, fatta di nostalgici romanticismi e di un frullato ben riuscito tra Kraftwerk, glam rock (Bowie e Bolan, soprattutto) ed elettronica alla Eno. Sono dentro la new wave degli Ottanta della rinnovata ostilità tra superpotenze nucleari dopo il disgelo, sono gli Ottanta dei synth, dell’edonismo reaganiano e della musica prodotta con la dottrina Warner. Sono gli Ottanta dei videoclip musicali (l’inizio della fine) e Lament è sicuramente un’opera del suo tempo. Pervaso di malinconie e sturm und drang contemporanei all’epoca, è l’album che ti aspetti ma decisamente raffinato per armonizzazioni e per l’alchimia riuscita tra art rock, new romantic e pop. Decisamente più facile dei precedenti e con meno esperimenti “berlinesi”, è un misto di struggenti melodie su tessiture elettroniche. Brani migliori del disco: la title track e la famosissima Dancing with Tears in my Eyes dal refrain indimenticabile, che parla dell’ultimo ballo tra amanti prima che un’esplosione nucleare ponga fine alla loro vita e alla loro storia. L’altro (udite, udite voi che considerate che io viva solo nel passato) è del 2014 ed è ispirato alla Prima Guerra Mondiale, di cui all’uscita si celebrava il centenario. Ho visto a Villa Arconati il recital live della band tedesca: meraviglioso e denso di suggestioni con video, musica e recitazione. Impressionanti le registrazioni recuperate dagli archivi dei prigionieri di guerra chiusi nei campi d’internamento e inserite nel disco. Le registrazioni sono state unite alle composizioni con forme tipicamente rinascimentali, di cui una chiamata Lamento (da cui il titolo). Gli Einsturzende Neubaten si sono formati a Berlino Ovest nel 1980 e costituiscono una delle realtà più importanti della musica concreta, del rumorismo, dell’ industrial e del rock sperimentale.

Godetevi con l’ascolto di country, folk, esperimenti elettronici e rock, il protrarsi degli arresti domiciliari (sono certo di avervi fornito una selezione eterogenea e di qualità). Cercate di essere positivi e consapevoli ma, soprattutto, (come dice Stanislaw J. Lec) non aspettatevi troppo dalla fine del mondo.

di Paolo Pelizza

© 2020 Rock targato Italia

P.S. Mi segnalano un refuso … mi correggo colpevolmente in ritardo. Nel pezzo de Le Visioni di Paolo intitolato <<Cinquanta anni fa, tra cinquant’anni, ovvero come la storia ha qualche volta il senso dell’umorismo>>, riguardo a Van Morrison, scrivo <<Il cantautore di Belstaff>>… Ora, lungi da me voler fare pubblicità gratuita a una marca di ottimi capispalla, l’errore è dovuto a una correzione automatica bizzarra (qualcuno usandolo deve aver inserito la parola nel dizionario interno per evitare che gliela correggesse con il nome della capitale dell’Irlanda del Nord). Ovviamente Van Morrison è di Belfast, nell’Ulster, Regno Unito. Io e i miei correttori di bozze ci scusiamo per la disattenzione.

P.P.S. Auguri di pronta e completa guarigione a Till Lindemann, frontman dei mitici Rammstein ricoverato in ospedale in terapia intensiva da un po’. Apprendiamo con sollievo che non è in pericolo di vita.

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