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GRAZIE, EDDIE

Era il 1984. Ero da Mariposa (Milano) ad ascoltare le nuove uscite discografiche. Mi metto le cuffie e mando in play l’ultimo album di una band californiana dal titolo (appunto!) 1984.

Conoscevo già la band e la bravura del loro leaderEddie Van Halen, oltre al carisma del frontman David Lee Roth. Quello che non sapevo era che Eddie aveva elaborato una sorta di fascinazione per il sintetizzatore di cui fa ampio uso nel disco (tra l’altro, alcuni dicono che questa fascinazione sia all’origine della rottura con David che tornerà solo 22 anni dopo). L’album è, indubbiamente, molto ispirato anche se per un purista dell’hard rock e dell’heavy metal quale ero al tempo, risultava un po’ troppo commerciale e lontano dalle atmosfere di Van Halen (1978) e di Women and Children First (1980)…

Sia come sia, nell’album ci sono tre brani che supereranno le barriere del genere e che verranno apprezzati da tutti compresi i fan di Duran Duran e Spandau Ballet: sono Jump, Hot for Teachers e Panama.

In Jump, l’uso del “tastierone” culmina con un solo eseguito dallo stesso Eddie e sovrascritto al (sempre suo) solo di chitarra.

Hot for Teacher è un brano pieno di allusioni sessuali e viene accompagnato da un video che mostra la crescita dei membri del gruppo fino all’età adulta in modo ironico: con Alex che diventa ginecologo, David un conduttore della televisione e Eddie un malato psichiatrico.

Panama, infine, nasce dietro alla provocazione di un giornalista. Questi aveva dichiarato che i Van Halen erano sì bravi ma, purtroppo, non scrivevano canzoni che non parlassero d’altro che ragazze e automobili sportive. Eddie, ironicamente, dichiarò che non aveva mai scritto una canzone su un’automobile ma che ci avrebbe pensato. Nasce così Panama, nomignolo che aveva dato alla sua Lamborghini Miura, che presta anche la “voce” del suo V12 al brano.

La chitarra di Eddie è straordinaria come sempre. Definito come “la chitarra più veloce di sempre”, il Nostro è sempre favoloso sia che si voglia giudicare la performance tecnica sia sul versante dell’invenzione. E’ presente in tutte le classifiche dei migliori chitarristi di sempre: Rolling Stone lo mette all’ottavo posto, Guitar World, addirittura, al terzo.

E’ dura la vita di un chitarrista rock. E’ lui che dà il sound al gruppo e deve inventarsi sempre scale nuove avanti e indietro, buttandoci dentro quella manciata di diminuite… Poi magari diventi un fenomeno planetario, invidiato e osannato… magari diventi pure uno dei più importanti musicisti di sempre.

Purtroppo la sua Frankestrat (una chitarra “frankenstein” fatta con pezzi di altre chitarre) non suonerà più. Eddie è scomparso troppo giovane dopo una lunga lotta contro la malattia il 6 ottobre scorso dopo aver calcato e influenzato la scena della musica mondiale per quasi quarant’anni.

Addio, Eddie.

di Paolo Pelizza

© 2020 Rock targato Italia

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I colori dell’autunno 2020

La musica indipendente, by Rock Targato Italia

SPOTIFY: https://spoti.fi/36F5qdK 

Realizzata da: Divinazione Milano e Roberto Bonfanti (scrittore/artista)

L’autunno è iniziato da più di due settimane però, vista la vicinanza delle finali di Rock Targato Italia, era giusto fare un passo per volta rimandare di qualche giorno la pubblicazione della tradizionale playlist stagionale. Ancora una volta abbiamo provato a scattare un’istantanea di ciò che si muove nel sottobosco musicale italiano trovando l’ennesima conferma che, a dispetto dei luoghi comuni, c’è ancora molto da scoprire, fra cantautori coraggiosi, rocker tenaci, artisti fuori da ogni schema e talentuosi autori pop.

Lucio Leoni - Il fraintendimento di John Cage

Un attento osservatore delle dinamiche umane con un brano moderno e personale.

Gran Zebrù - Mr.Turn

Fra alternative rock e canzone d’autore. Chitarre sporche e malinconia.

Giovanni Lindo Ferretti - L’imbrunire

Lo sguardo chirurgico di Ferretti si posa sul 2020 e lo viviseziona.

Charles Muda - Tutta pubblicità

Trap? Pop? Rock? Punk? Forse l’unione di tutto questo. O forse qualcos’altro.

Francesco Bellucci - Stanotte uccido mio padre

Un cantautore rock dalla scrittura tanto diretta quanto stratificata e irriverente.

Roberto Casanovi - La mia calligrafia

Malinconia, poesia, delicatezza e un emozionante senso di fragilità.

Stefania Tasca - Oceano

La dimostrazione che si può suonare pop contemporaneo anche senza banalità.

Francesco Sacco - Berlino Est

Un brano raffinatissimo fra intimismo, atmosfere sognanti e aperture orchestrali sintetiche.

Rumo - Salazar

Una filastrocca surreale incastrata in un brano rap minimalissimo.

Le Rose E Il Deserto - Sabbia

La leggerezza dell’indie-pop incontra la canzone d’autore più introspettiva e minimale.

L’avvocato Dei Santi - Luci Accese

Pop dalle tinte notturne e dal retrogusto anni ’80 che non rinuncia però all’immediatezza.

Rota Carnivora - James D.

Sonorità psichedeliche a bassissima fedeltà accompagnano una filastrocca pop.

Emma Nolde - Resta

Un viaggio sincero ed elegante nell’animo di una giovanissima cantautrice.

Mastice - Preghiera

Riff di chitarra claustrofobici e ritmica massiccia. Rock, rabbia e sudore.

Emiliano Mazzoni - Senza perdere nessuno

Una voce suadente per un brano elegante nel segno della canzone d’autore.

De Mian - Senza forma

Sapore anni ’80, rock, elettronica e un pizzico di follia.

Umberto Palazzo - La riviera

Un nome storico del rock italiano ci accompagna in un viaggio balneare demodé.

Laser - Codeina

Profumo di Seattle anni ’90 per una canzone robusta e viscerale.

Riccardo Inge - Fulmicotone

Una canzone genuinamente e semplicemente pop. A volte serve anche questo.

Leanò - Autunno

Minimalismo acustico, spontaneità e tanta delicatezza.

a cura di Roberto Bonfanti (scrittore e artista) 

blog www.rocktargatoitalia.it

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Gli ascolti di ottobre: L.Leoni, Gran Zebrù , F.Sacco, F.Bellucci e S.Tasca.

Articolo di Roberto Bonfanti

Stanno crollando molte cose, in questo periodo. Crollano le certezze e le ideologie, per esempio. Ma soprattutto, nelle ultime settimane, abbiamo visto crollare parecchie maschere, da quelle delle finte divisioni fra le forze politiche fino a quelle del ribellismo di facciata di diverse star della musica nostrana. È un dato interessante, no? Questo spazio però è nato per parlare d’altro. Così, lasciando per un attimo da parte i crolli, cerchiamo di raccontare di chi sta provando a costruire delle vie interessanti all’interno della nostra canzone d’autore.

Lucio Leoni sembra un attentissimo osservatore delle dinamiche umane che riesce a raccontare con estrema lucidità e profondità. Dal punto di vista musicale, il suoDove sei Vol.1 si presenta come un lavoro inafferrabile e moderno in cui la canzone d’autore più imprevedibile incontra l’elettronica, lo spoken word, il pop e mille altre contaminazioni dando vita a un mix eterogeneo, metropolitano ma per nulla incoerente che accompagna molto bene le riflessioni quasi mai accomodanti dell’artista.

Dietro al nome Gran Zebrù si celano quattro ottimi musicisti che girano da oltre vent’anni anni, con diversi progetti, nell’underground milanese più polveroso. L’esperienza del quartetto si condensa in EP1”: un esordio in cui un rock alternativo dall’indole shoegaze si frappone fra un’anima cantautorale e una post rock dando vita a quattro canzoni bagnate di malinconia e graffiate da un ottimo sound chitarristico deviato.

Raffinatezza ed eclettismo sono le colonne su cui si basa la scrittura di Francesco Sacco. Fra pianoforte, strumenti acustici, synth e theremin, La voce umana è un album tessuto con grande delicatezza e intelligenza, ricamando atmosfere sognanti e momenti di estremo intimismo alternati ad aperture orchestali e lampi d’ironia. Un artista dallo stile elegante ma per nulla ripiegato su sé stesso.

Sarebbe un errore, ascoltando “Situazioni sconvenienti” di Francesco Bellucci, fermarsi alla prima impressione. Dietro a una facciata che richiama da vicino il lato più mainstream del rock italiano degli anni ’90, infatti, il cantautore modenese sa sviscerare una scrittura diretta, ironica, provocatoria e decisamente stratificata. Nove canzoni che ci presentano un artista sensibile dalla scrittura fresca e irriverente.

Stefania Tasca è un’artista pop. E non parliamo del pop così detto indie ma di un pop cantato da un’ottima voce e infarcito di venature black e di sonorità dal respiro mainstream internazionale. Accanto a questo però le canzoni di “Odio” riescono a porre una scrittura sincera e intima che gli donano un’intrigante vena cantautorale e le rendono fruibili a più livelli e ci dimostrano che il termine pop non deve per forza essere sinonimo di banalità.

Roberto Bonfanti
[scrittore e artista]

www.robertobonfanti.com

blog www.rocktargatoitalia.it

 

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IL TEOREMA DELL’IDIOTA.

IL TEOREMA DELL’IDIOTA.

E’ evidente che non capisco… Non riesco a staccarmi da temi che mi sono cari e che sono, perdonate la presunzione, universali.

Continuo a pensare (ingenuità mia!) che si debba tornare a una maggiore consapevolezza e partecipazione da parte degli artisti ai tempi dell’oggi. Sono con Damon Albarn a dire che (nella musica) si deve smettere con la selfie music.

E’ questo il punto. Non è che il rock ha smesso di parlare con le nuove generazioni. Non sarebbe possibile eludere i concetti e i temi che esprime: libertà, giustizia sociale (e rabbia per l’assenza di questa), autenticità e amore universale. Oggi, il mondo digitale e chi lo gestisce (e gestisce il mercato della cultura e dell’intrattenimento tra tutti gli altri) sono luoghi dove tutto si genera sulla base di quello che viene proposto come “popolare” o “per tutti” ma che è, in realtà,  una direzione più individualista, meno solidale, più gretta e più egoista. Se volete commerciale, in senso deteriore.

Chi pensi che sia giusto suonare la campana a morto per quel genere musicale, per quella cultura, dovrebbe fare i conti, intanto, con il presente e con quello che è stato ottenuto da quei movimenti e (anche, ma è più giusto dire soprattutto!) dalla loro musica. Se possono proteggersi di quella coperta di pochi e strapazzati diritti civili, di poche calpestate libertà, di un minimo di tutele sociali disattese lo devono a quei musicisti che hanno ispirato e sono stati ispirati da quei movimenti.

Semmai, sono i sedicenti artisti di oggi che parlano del loro ano, sostenuti dal marketing di queste multinazionali che hanno il solo scopo di trasformarci in merce da rivendere (molto scontata) e lo fanno anche senza competenza, senza grazia e senza arte.

E’ utile sentire parlare di amori non corrisposti a cazzo, quando tra Armenia e Azerbaigian è di fatto cominciata una guerra? E’ importante parlare di canne e scopate, quando la Turchia minaccia la Grecia? E’ fondamentale parlare del proprio taglio di capelli mentre in USA è di fatto latente una nuova guerra civile? Cantare di divertimenti negati dentro all’incubo della ripartenza della pandemia?

Abbiamo incontrato il Re degli Elfi in mezzo alla nostra disperazione e ci siamo arresi. Peggio, ci siamo consegnati a lui e l’abbiamo pure ringraziato per quanto ci ha portato via.

Il rock che non parla alla nuove generazioni è una boiata esogena, una narrazione scorretta.

Ma il teorema dell’idiota funziona: più si instupidisce la gente, più la si domina. Più si indebolisce la politica, più si perde sovranità, più ci si consegna ai poteri forti delle multinazionali del digitale e della finanza.

Non è il rock che è morto, è la nostra anima.

E trattasi di omicidio volontario.

di Paolo Pelizza

© 2020 Rock targato Italia

blog rocktargatoitalia.it

 

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