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Francesco Caprini

Francesco Caprini

Storie di ragazzi. Marco Ambrosi racconta “L’altro allo specchio”

articolo di Roberto Bonfanti

Marco Ambrosi è un personaggio sensibilissimo che naviga nel mondo della musica e della cultura italiana ormai da diversi anni e che molti conoscono probabilmente come chitarrista dei Nuju e dei La Rosta, oltre che come curatore delle storiche compilation del Mucchio Selvaggio dedicate alle cover dei maggiori cantautori italiani. Ciò che non molti sanno è che, oltre che musicista, è anche insegnante di italiano e proprio partendo dal suo ruolo di docente ha avuto una splendida idea: ha intervistato alcuni adolescenti originari di ogni angolo del mondo che stanno cercando di integrarsi nel nostro Paese e ha poi inviato il contenuto di ognuno di questi dialoghi a un diverso scrittore chiedendogli di prenderne libera ispirazione per un racconto. È nata così l’antologia “L’altro allo specchio”, recentemente pubblicata da Compagnia Editoriale Aliberti e impreziosita da una prefazione di Dacia Maraini.

Partiamo dall’inizio: come nasce l’idea di “L’altro allo specchio”? Cosa ti ha smosso a voler raccogliere le storie di questi ragazzi e a cercare di farle trasformare in veri e propri racconti? E cosa vorresti comunicare con questo progetto?

Partendo dall’inizio, devo presentarmi e spiegare che sono insegnante di italiano e storia presso l’Istituto Tecnico e Professionale L. Nobili di Reggio Emilia. Nella mia scuola, a parte il lavoro con le classi, mi occupo anche dei corsi di italiano per i ragazzi neoarrivati in Italia da varie parti del mondo.

Passando molto tempo con questi studenti mi è venuto in mente di dare maggiore rilievo alle loro storie, a quello che mi hanno raccontato riguardo il loro arrivo nel nostro paese, i loro sogni e le loro speranze. Così è nato il progetto che si è sviluppato attraverso una serie di incontri con ragazzi e ragazze non di origine italiana, durante i quali ho fatto delle interviste che hanno spinto gli studenti a raccontare delle storie. L’obiettivo principale era comprendere insieme il loro processo di integrazione in un nuovo paese, in una nuova scuola e, in generale, le loro esperienze di adolescenti. Infatti il volume parla principalmente di questo, perché chi vede tutti i giorni questi ragazzi non può fare a meno di notare che sono semplicemente degli adolescenti costretti a vivere delle situazioni nuove, spesso difficili, per poter diventare un giorno cittadini italiani. Un po’ come avveniva ai ragazzi meridionali, che dagli anni ’50 in avanti hanno seguito i genitori che andavano a lavorare nelle fabbriche del Nord Italia, spesso senza conoscere altra lingua se non il dialetto.

Questi adolescenti arrivano in un altro paese con dei sogni che molto spesso vanno a sbattere contro il muro della lingua. Per loro è come rinascere di nuovo. Già l’adolescenza è inevitabilmente un periodo in cui bisogna fare un percorso di formazione nella costruzione di se stessi, per questi giovani c’è una difficoltà in più da superare. Così ho pensato che immaginare dei racconti che partissero dalle loro poche parole potesse dare voce a chi ancora non può raccontare la sua storia, non solo come testimonianza ma anche come augurio.

Vorrei che passasse il messaggio che questi studenti sono dei semplici ragazzi che cercano di costruire la propria vita in paese nuovo. Non solo loro a essere stranieri, è il paese che è straniero.

Come hai scelto gli autori da invitare e che logica hai seguito per assegnare a ogni scrittore una specifica intervista?

Parto dicendoti che dopo aver trascritto tutte le interviste, avendo già davanti a me la lista completa degli autori coinvolti, ho pensato molto a come distribuirle. Poi mi sono lasciato guidare dall’istinto e ho cominciato a smistare una, due o tre interviste per ognuno degli scrittori. Quando sentivo di conoscere meglio l’autore, o di persona o per i suoi libri, sono stato più sicuro nell’assegnare una storia, in altri casi invece ho lasciato mi guidassero le sensazioni che avevo provato facendo l’intervista. Anche perché gli scrittori non hanno mai conosciuto i ragazzi, quindi la mia mediazione doveva essere il più possibile distaccata, per evitare di influenzare la storia che sarebbe nata. In ogni caso sono molto soddisfatto della distribuzione delle interviste. So che ogni autore ha dato davvero voce allo studente intervistato.

Per quanto riguarda la scelta degli autori ho proceduto in diversi modi. Il primo è stato rivolgermi a degli amici che hanno più esperienza di me nel mondo della letteratura e dell’editoria. Primo su tutti Gianluca Morozzi, che mi ha aiutato a trovare altri autori disponibili a scrivere un racconto. Poi ho scritto anche ad autori che leggo spesso ma che non conoscevo di persona, come Marco Vichi. Anche lui mi ha aiutato ad allargare la cerchia degli autori coinvolti. In ogni caso tutti coloro che sono stati contattati si sono posti con buona disposizione verso “L’altro allo specchio”, consigliandomi e mettendosi in gioco. La stessa Dacia Maraini che ha scritto la prefazione si è dimostrata subito molto entusiasta del progetto. Dovrei citarli davvero tutti per dire quanto sono stati disponibili, anche perché, vorrei ricordare, l’intero ricavato delle vendite andrà per la costituzione di corsi di italiano L2 nell’Istituto Nobili di Reggio Emilia. Quindi davvero ognuno di loro ha voluto farci un regalo. Così come la Compagnia editoriale Aliberti, che ha sposato da subito la mia idea e ha deciso di pubblicare il libro. Ma anche Lorenzo Menini, che ha disegnato la copertina. Insomma, ogni persona coinvolta nel progetto ha messo del suo per rendere questo libro migliore.

Nel progetto hai coinvolto anche diversi artisti provenienti dal mondo della musica. Hai notato qualche differenza, a livello di approccio, fra chi si occupa abitualmente di scrittura e chi invece viene dalla musica?

Non ho trovato una differenza, sinceramente. Probabilmente ci sono differenze nello stile, ma non nell’approccio. Alla fine i musicisti che hanno scritto i racconti si sono approcciati alle interviste per trasporle attraverso un mezzo che è lo stesso di tutti gli altri autori coinvolti. Sicuramente ho notato nei loro racconti il loro modo di scrivere canzoni trasferito in narrazione, ma credo che l’approccio sia stato uguale a quello degli altri scrittori.

I ragazzi intervistati hanno avuto modo di leggere i racconti? Come hanno reagito?

No, ancora non ho avuto modo di fare una restituzione con loro del percorso che abbiamo fatto. Causa covid è più difficile incontrarli, soprattutto perché non sono studenti delle classi che io vedo tutti i giorni. Per il momento sono riuscito a consegnargli il libro e ho chiesto di leggerlo e trovare la loro storia tra le pagine. Spero in primavera di incontrarli di persona e leggere con loro i racconti.

Che effetto ti fa rileggere il libro per intero? Quale credi sia la sensazione o la tematica che ritorna più spesso fra i racconti?

Leggendo interamente il libro ho avuto la sensazione di trovarmi di fronte a un’unica storia. Sono soddisfatto del risultato, di come tutti gli autori siano riusciti a entrare dentro le vite di questi ragazzi.

Mi sembra che il tema ricorrente sia l’accettazione di una nuova condizione, poi declinata in diversi modi. In ogni storia una parte importante ce l’ha il viaggio, o dei ragazzi o dei loro genitori, ma soprattutto il loro viaggio intimo verso lo sviluppo della propria personalità. Per me “L’altro allo specchio” è un romanzo di formazione corale.

Parliamo anche un po’ di te: nasci come musicista, suoni tutt’ora nei Nuju, hai curato alcune compilation, e ora ti sei lanciato in questa avventura sia ideando e coordinando l’antologia che partecipando attivamente con un tuo racconto. Cosa ci possiamo aspettare dal tuo futuro? Hai già nuovi progetti in cantiere?

La scrittura e la letteratura in genere sono sempre state tra le mie passioni. Come dici tu in passato avevo già curato diverse compilation e anche un libro di racconti (“Ad esempio e me piace – un viaggio in Calabria”), ma effettivamente questa è la prima volta che appaio ufficialmente anche come scrittore di un racconto. Mi piacerebbe un giorno poter pubblicare qualcosa di mio, magari un romanzo, vedremo. Per il momento sto continuando a lavorare a dei brani nuovi dei Nuju che usciranno prima dell’estate e stiamo ultimando il disco dei La Rosta, progetto che condivido con Massimo Ghiacci e Andrea Rovacchi. Poi in cantiere ci sono anche altre idee e progetti. Per esempio mi piacerebbe fare un secondo volume di “L’altro allo specchio”, ma questa volta sotto forma di graphic novel.

Chiudiamo con uno sguardo al presente: da insegnante e da musicista, come stai vivendo questo 2020 così complicato? E i ragazzi -specie quelli che vengono da realtà diverse dalla nostra- come ti sembra stiano reagendo a questo periodo di restrizioni e regole in continuo cambiamento?

Io questo periodo molto complicato lo sto vivendo con grande tranquillità, senza angosciarmi troppo, con senso di accettazione e profonda speranza di vedere presto la fine. Sto lavorando molto per stare al passo con tutti i continui cambiamenti e fin da febbraio ho cercato di circondarmi di cose belle, di ascolti, letture e visioni, ma soprattutto cercando di rendere comunque piena la vita delle mie figlie, visto che a un tratto ci siamo trovati svuotati della socialità. Si resiste meglio se si vive meglio.

Ai miei studenti cerco di trasmettere questa serenità in un momento così poco sereno. In molti si sono trovati tutto a un tratto soli dentro casa a dover gestire una situazione nuova. Ho visto molti deprimersi, confondere il giorno con la notte e non riuscire a stare al passo con le lezioni on line. Ma la scuola c’è sempre stata, è la loro boa in questo momento, per questo non è un bel messaggio chiudere gli istituti scolastici, soprattutto dopo il grande lavoro fatto in estate per renderli sicuri. I ragazzi, soprattutto quelli più fragili, hanno bisogno della scuola e la scuola si è fatta trovare pronta e preparata. Poi le cose stanno andando diversamente, ma secondo me è giusto difendere il lavoro di presidi e insegnanti di questi mesi e riaffermare l’importanza della scuola nella nostra società. Soprattutto al fianco dei ragazzi più svantaggiati.

Domandona finale: l’Italia è un Paese razzista?

La risposta migliore a questa domanda credo stia in un’intervista fatta a un mio studente per “L’altro allo specchio”.

Lui ha raccontato che certe volte girando per la città si sentiva «osservato come un negro». Quando però era vestito con la tuta dell’importante società sportiva con cui gioca, questa sensazione svaniva. Il suo colore della pelle era sempre lo stesso, ma lo sguardo degli altri cambiava.

Non so se siamo razzisti o meno, ma sicuramente questa storia prova quanto spesso siamo opportunisti e ipocriti.

Roberto Bonfanti
[scrittore e artista]

www.robertobonfanti.com

blog www.rocktargatoitalia

 

 

021 - Fare Musica con il computer in tempo di Lockdown


di Antonio Chimienti -  
  Lockdown vuole dire trovarsi in un luogo dove di solito non sì hanno a disposizione i soliti
strumenti per registrare la propria musica, ma al contrario dove ricorrere a delle risorse
concentrate per cercare di continuare a produrre Musica.
La prima delle restrizioni che sì vivono in un tale scenario è senza dubbio l’assenza dei
propri monitor e di un ambiente idoneo all’ascolto.
Il secondo problema che sì palesa è l’impossibilità a portare a casa il proprio computer che
solitamente sì usa per registrare.
Non parliamo del caso in cui siamo abituati ad usare strumenti voluminosi come tastiere ,
hardware vario, mixer e chi più ne ha più ne metta!!
Quando a casa ci andasse di lusso potremo contare su una stanza tutta per noi, ma forse
sarà più comune il caso di una stanza da condividere con altri.
Insomma per riassumere il collo dell’imbuto è ovviamente la ristrettezza spaziale e la
necessità di adattarci al nuovo microambiente.
Proviamo a redigere qualche consiglio.
Innanzitutto le spine elettriche. Avremo a che fare con un setup che dovremmo smontare e
rimontare per lasciare spazio magari alla tovaglia per mangiare o a dei libri o ed altro lavoro.
Quindi tutti i fili collegati saranno d'impaccio ed anche uno di meno sarebbe comunque
auspicabile. Per questo motivo procuriamoci una multispina con un numero giusto di
attacchi. Distaccando lei avremo contemporaneamente staccato il tutto.
Dal punto di vista artistico invece è più complesso il ragionamento perché considerando che
le parti necessarie sono un computer, un ascolto ed uno strumento per inputtare le
note….con questi tre oggetti dovremmo riuscire ed essere operativi a sufficienza e questo
obiettivo non è facile da raggiungere sé non a costo di molti errori.
Vediamo nello specifico il computer. A grandi linee un computer per la musica ( sé portatile
come immagino vi serva) deve essere sbilanciato a favore della velocità di scrittura sull’HD.
Un Computer i5 o Rayzen 5 sono ottimi a patto che la RAM ( che definisce l’accesso ai dati
prima che vengano memorizzati.. una sorta di limbo in cui i dati vengono trattati “al volo” dal
processore pur non essendo ancora stati depositati da nessuna parte) sia intorno ai 16 giga.
Cosa accade sé fossero solo 8 o 4 ? Per rispondere devo spiegare alcune cose.
Quando apriamo il ns programma per fare musica noi abbiamo l’opportunità di far fare al ns
computer 4 cose molto distinte fra loro con richieste di potenza molto diverse. Ve le elenco
con a fianco la loro richiesta di potenza in valori .
Possiamo registrare note midi ( bassissimo), Registrare Audio da un microfono ( alto in
registrazione, basso in riproduzione) applicare Plugin effetti ( altissimo), suonare virtual
instrument ( da basso ed alto a seconda dello strumento). Questi consumi vanno moltiplicati
per il numero di tracce utilizzate. In proporzione alla riduzione di ram corrisponde una
riduzione di tracce funzionanti a nostra disposizione. Con un processore i2 e 8 gb di ram con
cubase ho sperimentato l’utilizzo di 8 tracce midi su 3 virtual instrument e tre tracce audio
stereo. Un solo plugin effetto su tutto. Il risultato ok. Con un I7 con 16gb di ram cosa più
cosa meno ho lavorato come in studio. Ma veramente non proprio uguale perché la
reattività dei processori presenti nei computer portatili sono diversi nella performance di
quelli installati su schede madri ben più voluminose. Comunque per concludere questa parte
un processore i5, meglio sé ryzen 5 con 16 gb ed un hd ssd sono un ottimo lasciapassare.
Non vi troverete male, garantito.
Per l’ascolto le cuffie sono la scelta migliore. potete attaccarle al computer e quindi evitare
schede audio esterne. Vi consiglio però l’acquisto di una piccola cassa mono bluetooth per
monitorare.
Per l’input delle note vi consiglio una mini tastiera USB. Conosco chi usa la tastiera del
computer, ma insomma come fare a suonare una linea di basso funky con le lettere delle
tastiera? A tutto c’è un limite :)
Della scheda audio non vi ho parlato perché quando è stato il mio momento avevo scoperto
di avere l’esigenza di registrare un pianoforte reale e che quindi mi avrebbe fatto comodo
avere degli input microfonici ( almeno tre) e lì capii che nelle dimensioni ridotte dovevo
raggiungere un compromesso. Questo compromesso è quello che rivolgo a voi fino a
l'intendimento di decidere anche di non usare una scheda audio , ma utilizzare gli ingressi
del computer. Perché non credo che tranne per qualcuno sia fondamentale acquisire tracce
di grande levatura nel lockdown o meglio ci sì augura che presto sì possa tornare allo
standard di vita normale. Tuttavia sulla scheda non fate investimenti importanti e sé proprio
dovete, scegliete quelle USB tipo 3. Ci Sono le 1 e le 2 ed il numero definisce la velocità di
trasmissione dei dati tra e da il computer. Fate anche attenzione che ci sia un attacco midi
perché al limite la potrete integrare successivamente con il vostro setup in studio.
Di seguito vi elenco il mio setup Covid per vostro confronto: Computer Lenovo Legion 520,
Tastiera Arturia 37Keylab ( una delle pochissime con uscita USB, Midi, CV quindi tutte)
alimentata via USB dal computer e collegata midi ed una Korg Electribe2. Le cuffie (marca
VModa) sono collegate all’uscita della Korg e nella sua entrata stereo è collegata l’uscita
cuffie del computer. In questo modo con le cuffie monitoro il computer miscelato alla
electribe. La electribe ed il computer sono linkati nel clock attraverso USB. Quando arrivo ed
un risultato lo ascolto scollegando il cavo cuffie e collegando l’uscita della electribe ad una
cassa JBL bluetooth piccola ma molto efficiente. Il tutto sta nella borsa del computer.
Nessuna scheda audio.
Buon Divertimento

I SUONI DEL SILENZIO.

di Paolo Pelizza - 

 Vivere e lavorare a Milano in questo periodo è come fare il turno di notte. C’è poca vita su questo pianeta e, fuori dal lavoro, non puoi fare nulla né vedere nessuno. La maggior parte della nostra vita la passiamo da soli. I colleghi o i compagni di scuola sono figurine animate sui monitor.

Al TG, gli esperti di turno si palleggiano teorie antitetiche, ricette più o meno deliranti e chi decide con il megafono della stampa ci dice che è colpa nostra. Cerco di stare il più lontano dalle notizie, dalle notifiche, dalla follia del momento, dallo strazio, dai sensazionalismi, da chi ci vuole curare nel prime time ma, in realtà, vuole solo catechizzarci. Si passa dalla signora di Mondello allegra negazionista (a cui va sottolineato che rete, TV e stampa hanno fatto un favore gigantesco), al “bollettino di guerra” letto con asettico piacere e all’esperto funereo che annuncia la fine del mondo. Quasi quasi mi metto a dormire nella vasca da bagno con il cane lupo, il fucile d’assalto come Will Smith in “Io Sono Leggenda” oppure credo alla signora e mi metto a ballare sulle note di un bel pezzo hip hop in piazza senza mascherina e senza distanziamento da altri cinquecento idioti … non ho ancora deciso a quale stronzata votarmi.

Ho bisogno di avere fede in qualcosa … Improvvisamente mi ricordo che oggi escono due LP interessanti.

Del primo, Power Up degli AC/DC, vi avevo anticipato il mio punto di vista parlandovi di uno dei due singoli che precedevano l’uscita del disco. Dell’altro, in teoria, non ho i titoli per occuparmene … Infatti, della musica italiana si occupa con molta competenza e partecipazione, il mio amico e collega Roberto Bonfanti. Mi perdonerà se faccio uno strappo alla regola e, con umiltà, provo a raccontarvi qualcosa … L’album è l’ultimo degli Zen Circus: L’Ultima Casa Accogliente.

Facciamo ordine. Power Up è il ritorno degli AC/DC, del loro sound originale e dei vocalismi di Brian Johnson, tornato dopo aver risolto i suoi problemi di udito. Sei anni dopo Rock Or Bust, la strizzatina d’occhio al genere da cui è partito tutto, la band australiana ci riporta nelle atmosfere di High Voltage e Back in Black. I più critici potrebbero dibattere sulla mancanza di originalità di questi ex ragazzi… Bé, se qualcuno può vantare uno stile così personale ed autentico, una storia di successi planetari (Back in Black è stato il secondo LP più venduto di sempre), un pubblico di fan e aficionados così eterogeneo (sono ascoltati anche da chi è poco interessato al rock e frequenta altri generi) se quel qualcuno esiste, allora, scagli pure la prima pietra.

Il gruppo “abbassa i coltelli” ed è la carica di sempre che passa dall’aria al nostro sistema nervoso centrale attraverso le orecchie. L’ascolto consente poche pause. Realize e Rejection partono subito energiche ed energetiche seguite da Shot in the Dark (di cui ho già scritto), per riposare si passa alla ballad (a modo loro) Through the Mists of Time. Questa quarta traccia è davvero molto bella, la sorpresa che non ti aspetti … la canzone è una delle migliori (a mio modo di pensare) scritte da Angus e Brian.

Potrei andare avanti e parlare dell’uso in controtempo della batteria (a volte sapientemente, a volte un po’ di troppo) e di altri brani come No Man’s Land che mi è piaciuta molto per l’anima blues, Kick You When You’re Down con la migliore chitarra di tutto il disco ma mi fermo qui, invitandovi ad un ascolto che vi protegge meglio del vaccino in questi tristi tempi.

Passiamo a L’Ultima Casa Accogliente degli Zen Circus. Ok … la mia stima per loro è nota. In Italia, chi non bela canzonette, non si rifugia negli amori balneari dell’adolescenza (e, magari è uno splendido cinquantenne), chi non vuole suscitare facili sentimenti parlando dell’attualità (il virus, Bibbiano, l’omofobia, l’immigrazione, etc.) senza nessuna cognizione di causa è merce molto rara. Insomma, la storia di questi ragazzi dimostra che hanno uno spessore!

La “casa” del disco è il nostro corpo che può essere senza retorica casa o prigione, che può essere abitato, che può essere svuotato e riempito.

Come nella bellissima Bestia Rara, una canzone che parla del corpo della donna, di sesso, di droga e di aborto. Un testo che sarà certamente molto controverso per la citazione di Gesù. La voce di Appino così nasale ed evocativa rende il pezzo ancora più drammatico così come la voce di Filomena (la canzone è tratta dal documentario Storia di Filomena e Antonio di Antonello Branca del 1976).

Il disco è di una crudezza spietata: non risparmia niente all’ascoltatore. Gli altri temi sono quelli della malattia, della paura e la diffidenza rispetto agli altri (vogliamo parlarne in tempo di Covid?), di ricerca di sé stessi, di quelli che ci hanno regalato quel “corpo” che può essere albergo o maledizione.

L’album sfugge musicalmente a qualsiasi etichetta. La band mischia con maestria punk, rythm’n blues, rock (anche quello italiano) e cantautorato, tutto eseguito in modo più “buttato lì” di altri loro lavori, più istintivo. Ma gli Zen suonano e questo ha un valore che è difficile non cogliere.

Gli Zen Circus si confermano un gruppo di spessore ma L’Ultima Casa Accogliente è un lavoro più immediato e prezioso.

Questi sono i suoni spezzano il mio silenzio. D’altra parte cos’è il rock se non un urlo primordiale, un grido di libertà, una scossa per le coscienze?

Alzo il volume e penso. Lo so … l’ultimo DPCM non lo prevede.

di Paolo Pelizza

© 2020 Rock targato Italia

 

 

CUORE DI TENEBRA.

Ho provato a distrarmi. Ascolto l’ultimo singolo dei Greta Van Fleet, compiacendomi anche un po’ di essere stato profetico (ok … era facile! Lo ammetto …), riflettendo sul fatto che avrebbero cercato un loro preciso stile vista la qualità generale della giovane band.

Il singolo arriva due anni dopo il primo album e un tour mondiale. Dopo l’”inno dell’esercito di pace”, i ragazzi del Michigan, dopo aver esplorato con maestria il Rock (quello con la Erre maiuscola) della tradizione britannica degli Anni Settanta ed aver evocato (e scomodato) gli spettri di mostri sacri come Led Zeppelin, Rolling Stones e The Who, cercano e trovano una strada senza sbandate e senza fronzoli come loro abitudine. Il singolo sembra meno un compitino per talentuosi e virtuosi musicisti (tali sono questi ragazzini) ma è decisamente più sporco, più approssimativo ed affascinante. Sembra che abbiano deciso di esplorare quello strano mistero che c’è nella musica e che va oltre la matematica. Vero è che dobbiamo aspettare l’album per decidere se la svolta è completa o se trattasi ancora di crisalide. Vero è, anche, che in un’era dove i musicisti producono, questi ragazzi ancora suonano.

Poi, sempre per sdrammatizzare, in attesa del nuovo lavoro dal titolo inebriante di Power Up, ascolto l’ultimo “colpo nel buio” del gruppo a più alta tensione della storia del rock’n roll: Shot in the Dark, AC/DC. Niente da dire, il singolo è bello e risentire, in un inedito, la voce di Brian Johnson vale da solo il prezzo del biglietto. Me lo ricordo (dopo l’apertura  esuberante con Rock’n Roll Train) al live a River Plate, quando si scusava per parlar male lo spagnolo, ma, si giustificava, dicendo che a lui veniva meglio “parlare” il rock’n roll.

E’ anche il primo inedito dopo la morte del grande e mai dimenticato Malcolm Young.

Anche loro, dopo aver negli ultimi lavori provato a “sciacquare i panni” sul Delta del Mississippi, tornano a graffiare nel loro modo più personale e autentico. Aspettiamo l’uscita del disco prevista per il 13 novembre prossimo ma, di per sé stessa, questo brano è già un’ottima notizia. Quindi godiamoci questo sparo nel buio: un bicchiere di liquore buttato giù per scaldare il cuore.

Ed è uno shot di liquore che mi serve per digerire questo periodo. Sono in ufficio a lavorare, quando ricevo la notizia della scomparsa di uno dei più grandi tastieristi della storia. Ken Hensley si è spento in questo inizio di novembre. E’ stato (e sarà!) uno dei più significativi di sempre. Responsabile della svolta prog degli Uriah Heep, nel loro secondo album del 1972, Salisbury li accredita dopo un debutto non proprio osannato dalla critica. La title track del disco consta di una suite sinfonica con un’orchestra di oltre venti elementi che viene “arrangiata” da lui.  A mio modesto parere, con John Lord il più grande di sempre.

Non ci voleva, perché mi ero appena asciugato gli occhi per Eddie Van Halen …

C’è di più.

Scopro di vivere nella zona rossa … dove solo le sirene delle ambulanze si sentono nel silenzio spettrale della notte (cazzata detta da una giornalista, la prima notte di coprifuoco e ovviamente falsa)… c’è il coprifuoco (solo la parola mi evoca sì fantasmi terribili). Ci hanno rinchiusi ma, ingentilendo l’eloquio dicono “richiusi”… dove la stampa incendia con un certo compiacimento la benzina del terrore, costringendo la politica a rincorrerla … Dove i vecchi (sono la maggior parte del corpo elettorale) hanno paura … Dove la colpa è dei giovani che sono andati in vacanza … dove il lockdown lo vogliono i dipendenti pubblici, così fanno smart working (ma, una gran parte di loro, dell’allocuzione sanno tradurre solo la prima parola). Chissà perché tutte le volte che vogliono costringerci a condizioni inaccettabili usano termini in inglese: eravamo in default non in fallimento, avevamo un problema con lo spread e adesso siamo in lockdown non agli arresti domiciliari.

Io non ne so più degli altri, intendiamoci. Cerco solo di essere logico. Quindi, mi perdonerete questa piccola digressione legata al mio (mai risolto) problema di orgoglio intellettuale. Almeno, spero.

Vi racconto le poche cose che conosco o che ho capito.

La prima: abbiamo già chiuso e riaperto. Qual è stato il risultato? Se è questo, forse, trovare altre strade è obbligatorio, non un’opzione. Chiudiamo e riapriamo per Natale? Che senso ha? Visto che, tutti gli anni, il picco di malattie legate ai virus respiratori si ha tra gennaio e febbraio … Ci stanno lavorando o, ancora una volta, lasceranno che sia e chiuderanno di nuovo?

La seconda è che non si riesce a capire perché, dato che era prevista una seconda ondata, non si sia provveduto a mettere in sicurezza il sistema sanitario … eppure lo avevano annunciato con grandi proclami, tacchi a spillo e lustrini. Forse potremo trovare degli indizi per comprendere nel libro sulla pandemia scritto dal Ministro Speranza (nomen omen), ottimo laureato in Scienze Politiche, tra l’altro. Rimango deluso anche su questo punto. Per ragioni di opportunità (si scrive così ma, probabilmente, si legge decenza) la pubblicazione del prezioso pamphlet è rimandata a data da destinarsi. Penso che può non esser un male: magari, lo arricchiscono ulteriormente con una prefazione di Burioni.

Last but not least (così ci butto dentro a caso una frase in inglese anche io per darmi un tono!), la sospensione della libertà in un Paese democratico è una cosa maledettamente seria. Provvedere a questo tipo di procedimenti con tale disinvoltura, non è cosa che si possa accettare. Non con così tanta rassegnazione.

Poi, però, un amico mi chiama e mi dice: sorridi, sta vincendo Biden alle Presidenziali USA. Ok, dico io, meno peggio della star dei reality show … ma, anche Biden è un uomo dell’establishment, un conservatore. Considerando che l’altro farà casino nei tribunali e i suoi “amichetti” il casino lo faranno nelle piazze, la situazione in quel Paese è più incandescente che nel 1861.

Una canzone dei Greta Van Fleet recita: con le notizie c'è qualcosa di nuovo ogni giorno/così tante persone la pensano in modo diverso, dici/dov'è la musica?/ una melodia per liberare l'anima/un testo semplice, per unirci, sai/la tua opinione sa solo l'unica cosa/che sembri volere di più e scegli di salvare te stesso e il tuo tempo/tieni la mente aperta/ e ogni bagliore del tramonto/ sa che il mondo è fatto solo di quello di cui è fatto.

No, decisamente non mi tira su di morale … ma poi penso che potrebbe andare peggio.

Potrebbe piovere.

di  Paolo Pelizza

© 2020 Rock targato Italia

 

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