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Francesco Caprini

Francesco Caprini

Velaut. ospiti a Rock Targato Italia - 22 Marzo, I Candelai (PA)

Si avvicina la data delle Finali Regionali della Sicilia in programma ai Candelai di Palermo  il 22 marzo. Cerchiamo ora di conoscere meglio i protagonisti della serata e le loro aspettative.

Intervista a cura dell'ufficio stampa Divinazione Milano

VELAUT, ospiti della serata, hanno partecipato lo scorso anno alle Finali Nazionali ottenendo un risultato molto positivo acquisendo il diritto di partecipare alla compilation della rassegna con un loro brano "Il Filo di Arianna".  La compilation con artisti noti e meno noti della scena musicale nazionale è su Spotify

(Risponde Less, voce e chitarra della band)

- Come vi siete avvicinati alla musica?
  - Sarebbe più corretto dire come abbiamo reagito quando la musica ci ha travolti.
Ognuno di noi ha una propria storia personale legata ai primi momenti, ai primi passi in questo particolare universo. Lucas (bassista) viene da una famiglia in cui si regalavano strumenti musicali al posto dei giocattoli, e devo dire che si sente nel suo modo di suonare, musicalità e orecchio di estrema caratura. Giulio (batterista) suona sin da piccolo, e se decide di picchiare su quella batteria, sentirete la fame e la forza che lo contraddistingue.
Per me la musica è quasi una maledizione, è come se non mi bastasse mai.
Ognuno di noi potrebbe raccontare mille storie su di essa, e non una che non sia d'amore.

- Da quanti componenti è formato il gruppo e come vi siete conosciuti?
  - Dopo vari cambi di line-up, più o meno turbolenti, stiamo godendo di un ottimo momento di stabilità.
Il buon vecchio "Power trio", chitarra/voce, basso e batteria, senza risparmiarci qualche incursione con cori e altri strumenti...
Io e Lucas eravamo stati già protagonisti nella definitiva rifondazione della band, e insieme abbiamo registrato il primo album dei Velaut.
Giulio è entrato poco dopo, sostituendo il batterista precedente.
Colgo l'occasione per salutare con un grande abbraccio i vecchi membri di quello che allora era solo un sogno adolescenziale, ora trasformato in realtà, e tutti quelli che in questo sogno sono passati anche solo di striscio.
Con alcuni di loro condivido ancor ora altri progetti di vita. Uno di loro, Domenico, si occupa di tutte le grafiche e gli artwork dei dischi dei Velaut.
Sono persone eccezionali che non smetterò mai di ringraziare.

- Con parole vostre come definireste la vostra musica?
  - Sono storie. O meglio, sono delle istantanee. Dovessi parlarne in termini visivi, direi che sono dei Monet. Momenti sottratti alla realtà, giusto il tempo di imprimerle sulle corde, di lasciarle vibrare un attimo. Indefinite ma allo stesso tempo dense. Solo storie.
Ma la verità è che tra tutti gli aggettivi e le perifrasi utilizzabili, una in particolare consideriamo imprescindibile. Sono storie, autentiche.

- Come nasce il nome della band?
  - E' la domanda che cerco sempre di evitare, ma forse dovevo pensarci prima di mettere un nome così enigmatico! Sembra un magnete per questa domanda!
Mettiamola così: E' l'unione di due parole latine, "Vel" e "Aut", è un inno alle contraddizioni, agli scontri, al combattimento.

- Cosa ne pensate dei talent show e in generale della musica che gira intorno?
  - Chiedereste ad un calciatore cosa ne pensa delle tattiche di gioco della nazionale femminile di Volley?
E' un altro sport, quello dei talent, e ci metterei dentro anche il nuovo fenomeno cosiddetto "indie" italiano. Un mercato diverso, un pubblico che cerca cose diverse. Troppo lontano da quello che facciamo noi per avere una chiara idea a riguardo.
Dovessi scomodare il buon Quentin Tarantino, nel celebre dialogo riguardo a quanto di più sacro aveva Mia Wallace, prenderei in prestito "non è lo stesso fottuto campo da gioco, non è lo stesso campionato non è nemmeno lo stesso sport".
E non siamo grandi esperti a riguardo.

- Avete già fatto dei live? E quale risposta avete avuto dal pubblico?
  - Fortunatamente, anche se in una terra, un'area difficile, siamo un gruppo molto attivo sul fronte live.
Credo che il concerto sia l'essenza stessa della nostra (ma forse di quella di tutti) musica.
Il nostro pubblico è lì per sentire delle storie, e ci ha stupito anche vedere quanto queste storie non abbiano età, avendo avuto dei riscontri estremamente positivi da tipi di pubblico eterogenei e comunque diversi di occasione in occasione.

- Quali sono i locali in italia dove vi piacerebbe suonare?  e quali quelli nel vostro     regione di origine?
  - Qualsiasi posto in cui la gente va per ascoltare musica è un buon posto. Non stiamo troppo a farci le menate sul prestigio dei vari live club e di chi ci  ha suonato prima di noi. Siamo qui per raccontare qualcosa a persone, non agli sgabelli, ai banconi e alle tapezzerie dei locali. E ovunque ci sia qualcuno che voglia ascoltare quel che abbiamo da raccontare e trattarlo con rispetto, quello è un buon posto.
Ci siamo proposti perfino per degli Unplugged nelle case, nei salotti... Esperienze magiche, ti fanno capire cosa vuol dire avere un rapporto viscerale con chi vuole ascoltare quello che hai da dire.
Vorrei solo dire ai gestori dei locali della mia regione di provarci, farlo per amore, con amore. Sono tempi duri per la musica live, tanto più se è originale.
Perseverate, come noi lo stiamo facendo, ne verremo fuori forti e insieme.

-  Cosa fareste per migliorare in Italia l’organizzazione a livello musicale?
  - Domandone! Che si vince con la risposta giusta?
In Italia credo che non ci siano problemi di organizzazione. Si organizzano concerti in continuazione, molti dei quali hanno pure un ottimo ricavato.
Manca il coraggio. L'Italia è come quel povero leone che si nasconde dietro a Dorothy, inconsapevole di esser forte, impaurito.
Non è un problema solo di musica, ma non voglio finire a parlare di Equitalia...

- Cosa ne pensate della promozione, dei Social e della musica distribuita dai negozi virtuali?
  - C'è poco da pensare. O fai tutte queste cose, nel migliore dei modi, meglio ancora con una agenzia che si occupa di farlo per te, o il tuo disco, sia pure esso il nuovo "The piper at the gates of dawn", ti muore tra le mani. E stop. Fine dei giochi.
Certo, essere ad un livello comunicativo mostruoso, avere una vagonata di like alla pagina, finire sulle riviste, e poi non aver che un paio di canzoni... quello è un'altro paio di maniche...
Per me non si può prescindere dall'avere un buon prodotto, e ogni volta (sarò un babbeo) mi stupisco di come questa cosa non sia scontata.

-  Quali sono i vostri progetti futuri?

  - Abbiamo firmato per Dcave Records, e oltre a riempirci d'orgoglio, ci permette di lavorare fianco a fianco con uno che secondo noi, sta tra i migliori produttori in Italia, Daniele Grasso.
Tra le produzioni a cui ha lavorato ci sono Cesare Basile, Afterhours, Hugo Race (The Bad Seeds) e tanti altri... ma non è per quello che lo reputiamo tra i migliori.
Ma per il semplice fatto che lavorare con lui è come essere catapultati in un film degli anni '70, in cui il produttore ti guarda negli occhi, vive il disco con te, non porta l'orologio al polso, cerca di innamorarsi del progetto.
E questo, ci regalerà un secondo album intenso, e si, come detto prima, autentico.
E poi concerti, tanti. Alcuni in fase di organizzazione anche all'estero (dopo la Francia).
Ci fate un in bocca al lupo?

Vi abbracciamo e grazie ancora, essere vostri ospiti è sempre un piacere immenso. Ci vediamo ai Candelai, a Palermo a Marzo!

 

Mail priva di virus. www.avg.com

Tre album per febbraio 2018: Paolo Cattaneo, Dunk e Priscilla Bei.

Tre album per febbraio 2018: Paolo CattaneoDunk e Priscilla Bei.
articolo di Roberto Bonfanti

Archiviata l'annuale settimana in cui tentare di parlare di musica diventa come versare un bicchiere d’acqua fresca in uno stagno, torniamo come ogni mese a guardarci attorno per scoprire qualche interessante novità discografica di quest'ultimo periodo.

Paolo Cattaneo è un artista che si muove ormai da diversi anni nel sottobosco musicale italiano, anche se a volte si ha l'impressione che lo faccia a fari spenti, quasi sottovoce, con la stessa delicatezza e discrezione delle sue canzoni. “Una piccola tregua live”, suo primo disco dal vivo, non può che fotografare l'essenza della musica del cantautore bresciano: un universo sonoro in cui un'elettronica raffinata dalle tinte ombrose ma dal volto umano accompagna una scrittura elegante e poetica dando vita a canzoni intime da cui lasciarsi cullare chiudendo gli occhi e allontanandosi da ogni distrazione.

Un progetto che nasce dall'unione fra la voce e la penna di Ettore Giuradei, la batteria di Luca Ferrari dei Verdena, la chitarra di Carmelo Pipitone dei Marta Sui Tubi e le tastiere di Marco Giuradei non può che destare quanto meno un pizzico di curiosità. Ciò che esce da quest'unione è un supergruppo chiamato Dunk che ha da poco pubblicato un album eponimo: una macchina sonora esplosiva e piacevolmente instabile all'interno della quale, pur mantenendo ben riconoscibile il background musicale di ognuno dei componenti e la scrittura visionaria e introspettiva di Ettore, si mischiano rock d'autore, aperture prog, cavalcate punk, richiami folk e svisate psichedeliche.

Fra i nomi nuovi colpisce piacevolmente Priscilla Bei, cantautrice romana esordiente che si presenta con album intitolato “Facciamo finta che sia andato tutto bene”: un lavoro che sembra avere fatto propri gli insegnamenti del trip-hop della Bristol degli anni ‘90 ricucendoli all'interno di un pop d’autore moderno, immediato ma mai banale, incentrato soprattutto su atmosfere elettroniche irrequiete che, insieme a una produzione estremamente curata, valorizzano una serie di canzoni dall’indole riflessiva.

Roberto Bonfanti
www.robertobonfanti.com

 

Generazioni V parte.

Generazioni V parte.

Ovvero: l’eredità degli anni Ottanta, la fine della Storia, le opportunità (perse) della globalizzazione, la genesi della Rete.

Si sono fatte molte ipotesi sull’eredità degli Ottanta. Sono stati anni densi di avvenimenti e tendenze. E’ molto complicato decidere su quale criterio basare un giudizio.

In musica, è il decennio del pop universale: facile e comprensibile per le  masse. E’ il decennio di forme artistiche pret-a-porter, della diffusione di un edonismo leggero (per non dire, frivolo), della misura del successo misurato dal denaro acquisito, della conclusione della Guerra Fredda e, alla fine, dell’istituzione del “pensiero unico”. Il comunismo aveva fallito e, bocciato dalla Storia, aveva lasciato il campo libero per il successo del capitalismo, dell’economia di mercato. Tutto vero ma, è stato anche il decennio della speranza di una pace stabile. Si poteva intravvedere, in prospettiva, l’idea dei guaranì (nativi del Paraguay) di una “Terra senza Male”.

L’ipotesi di un mondo reso più piccolo e unito decadrà immediatamente. La spinta verso un’economia globale diventerà da grande opportunità per tutti ad una sorta di nuovo colonialismo. Saranno gli interessi degli Stati più forti ad influire sulle dinamiche politiche di quelli più poveri, riducendo ulteriormente le loro possibilità in termini di pace, equità sociale e benessere.

Tuttavia, si moltiplicheranno gli appelli e le azioni per i diritti umani e civili. Ci saranno concerti, eventi, risoluzioni politiche (in particolare, in Gran Bretagna) per contrastare efficacemente la fame nel Terzo Mondo e si intraprenderanno missioni che andranno in quella direzione.

Nel 1988 i più grandi musicisti partiranno effettueranno un tour mondiale per festeggiare il 40° anniversario della Carta dei Diritti dell’Uomo. Nel mirino, soprattutto, il regime dell’Apartheid in Sud Africa, con gli accendini accesi e gli stadi in silenzio ad ascoltare “Biko” di Peter Gabriel. Prima, nell’85 (dopo Live Aid) artisti occidentali e africani danno vita al progetto Sun City (l’allora equivalente della Las Vegas americana dove tra casinò e hotel di lusso si consumava la tragedia dei sudafricani neri). Molti artisti partecipano dal rock, dal folk, dal reggae, dal jazz e dalla musica africana. Nascerà da qui l’humus che darà vita alla cosiddetta world music … un nuovo genere dove le varie forme, i generi e le tradizioni si mescolano per trovare nuove composizioni e nuove armonie.  Ne parleremo.

 L’apartheid non durerà ancora a lungo: nel 1990 Mandela verrà liberato dalla iniqua prigionia e nel 1991 cesserà ufficialmente.

Steve Van Zandt più noto come Little Steven, per essere uno storico ed eminente membro della E Street Band, dichiarerà che fare musica equivale a fare politica e non dire nulla (sull’apartheid) fosse già un messaggio.

E’ stato, anche, il decennio durante il quale la Chiesa ha scoperto i mass media. Papa Woijtila era in tv a reti unificate, tutti i giorni. Modalità divenuta di uso comune anche per i successori con l’aggiunta di rete e social media.

Alla fine degli Ottanta, scongiurato il pericolo di olocausto nucleare, si cominciano a diffondere sistemi per collegare i computer. L’invenzione di reti dedicate viene da lontano: Arpanet era la rete militare che collegava i siti per il lancio di missili balistici negli USA. Diventerà massiva negli anni Novanta con la diffusione del world-wide-web. Da lì arriverà fino ad oggi per prosperare tra luci e ombre, tra vantaggi e sinistri, tra beatificazione e puzza di zolfo.

Sì, gli anni Ottanta si sono consumati tra yuppismo e impegno sociale, tra leggerezza e condanna, tra la fine di una Guerra e l’inizio di molte altre su piccola scala, tra promesse di pace stabile e genocidi. Credo che siano stati anni in cui (come oggi) si fosse impossibilitati a vedere oltre, ad immaginare un futuro tra le luci illusorie di una nuova Città del Sole ed una lunga gita all’Inferno.

Una breve nota: ricordo a tutti i nostri lettori, amici, detrattori etc. l’incontro di domenica prossima ventura 11 febbraio 2018 presso Spazio Ligera in Via Padova, 133 a Milano dalle 19.00: con la gustosa scusa di presentare il libro di poesie “Pandora in poi andrà meglio” di Massimiliano Morelli, ci inerpicheremo in discussioni sulle nuove e vecchie forme espressive e quale futuro per queste. A fare da guastatore ci sarà il vostro amichevole visionario di quartiere. A presto.

di Paolo Pelizza

© 2018 Rock targato Italia

Generazioni V parte.

Generazioni V parte.

Ovvero: l’eredità degli anni Ottanta, la fine della Storia, le opportunità (perse) della globalizzazione, la genesi della Rete.

Si sono fatte molte ipotesi sull’eredità degli Ottanta. Sono stati anni densi di avvenimenti e tendenze. E’ molto complicato decidere su quale criterio basare un giudizio.

In musica, è il decennio del pop universale: facile e comprensibile per le  masse. E’ il decennio di forme artistiche pret-a-porter, della diffusione di un edonismo leggero (per non dire, frivolo), della misura del successo misurato dal denaro acquisito, della conclusione della Guerra Fredda e, alla fine, dell’istituzione del “pensiero unico”. Il comunismo aveva fallito e, bocciato dalla Storia, aveva lasciato il campo libero per il successo del capitalismo, dell’economia di mercato. Tutto vero ma, è stato anche il decennio della speranza di una pace stabile. Si poteva intravvedere, in prospettiva, l’idea dei guaranì (nativi del Paraguay) di una “Terra senza Male”.

L’ipotesi di un mondo reso più piccolo e unito decadrà immediatamente. La spinta verso un’economia globale diventerà da grande opportunità per tutti ad una sorta di nuovo colonialismo. Saranno gli interessi degli Stati più forti ad influire sulle dinamiche politiche di quelli più poveri, riducendo ulteriormente le loro possibilità in termini di pace, equità sociale e benessere.

Tuttavia, si moltiplicheranno gli appelli e le azioni per i diritti umani e civili. Ci saranno concerti, eventi, risoluzioni politiche (in particolare, in Gran Bretagna) per contrastare efficacemente la fame nel Terzo Mondo e si intraprenderanno missioni che andranno in quella direzione.

Nel 1988 i più grandi musicisti partiranno effettueranno un tour mondiale per festeggiare il 40° anniversario della Carta dei Diritti dell’Uomo. Nel mirino, soprattutto, il regime dell’Apartheid in Sud Africa, con gli accendini accesi e gli stadi in silenzio ad ascoltare “Biko” di Peter Gabriel. Prima, nell’85 (dopo Live Aid) artisti occidentali e africani danno vita al progetto Sun City (l’allora equivalente della Las Vegas americana dove tra casinò e hotel di lusso si consumava la tragedia dei sudafricani neri). Molti artisti partecipano dal rock, dal folk, dal reggae, dal jazz e dalla musica africana. Nascerà da qui l’humus che darà vita alla cosiddetta world music … un nuovo genere dove le varie forme, i generi e le tradizioni si mescolano per trovare nuove composizioni e nuove armonie.  Ne parleremo.

 L’apartheid non durerà ancora a lungo: nel 1990 Mandela verrà liberato dalla iniqua prigionia e nel 1991 cesserà ufficialmente.

Steve Van Zandt più noto come Little Steven, per essere uno storico ed eminente membro della E Street Band, dichiarerà che fare musica equivale a fare politica e non dire nulla (sull’apartheid) fosse già un messaggio.

E’ stato, anche, il decennio durante il quale la Chiesa ha scoperto i mass media. Papa Woijtila era in tv a reti unificate, tutti i giorni. Modalità divenuta di uso comune anche per i successori con l’aggiunta di rete e social media.

Alla fine degli Ottanta, scongiurato il pericolo di olocausto nucleare, si cominciano a diffondere sistemi per collegare i computer. L’invenzione di reti dedicate viene da lontano: Arpanet era la rete militare che collegava i siti per il lancio di missili balistici negli USA. Diventerà massiva negli anni Novanta con la diffusione del world-wide-web. Da lì arriverà fino ad oggi per prosperare tra luci e ombre, tra vantaggi e sinistri, tra beatificazione e puzza di zolfo.

Sì, gli anni Ottanta si sono consumati tra yuppismo e impegno sociale, tra leggerezza e condanna, tra la fine di una Guerra e l’inizio di molte altre su piccola scala, tra promesse di pace stabile e genocidi. Credo che siano stati anni in cui (come oggi) si fosse impossibilitati a vedere oltre, ad immaginare un futuro tra le luci illusorie di una nuova Città del Sole ed una lunga gita all’Inferno.

Una breve nota: ricordo a tutti i nostri lettori, amici, detrattori etc. l’incontro di domenica prossima ventura 11 febbraio 2018 presso Spazio Ligera in Via Padova, 133 a Milano dalle 19.00: con la gustosa scusa di presentare il libro di poesie “Pandora in poi andrà meglio” di Massimiliano Morelli, ci inerpicheremo in discussioni sulle nuove e vecchie forme espressive e quale futuro per queste. A fare da guastatore ci sarà il vostro amichevole visionario di quartiere. A presto.

di Paolo Pelizza

© 2018 Rock targato Italia

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