Menu
Paolo Pelizza

Paolo Pelizza

Incanti Disincantati, De Profundis anticipati e Cocktails Bar.

Incanti Disincantati, De Profundis anticipati e Cocktails Bar.

Per questo periodo di silenzio, ho qualche giustificazione … sono rimasto vittima di un’influenza che tra bassi e alti mi si è trascinata fino ad ora e ho avuto alcuni impegni.  Chiedo scusa e voglio rassicurarvi che ora sto bene.

Tra questi impegni, ho tenuto alcune lezioni (sul linguaggio cinematografico e la sua evoluzione) in alcune scuole superiori. Un paio di queste avevano come indirizzo l’audiovisivo, in altre mi sono prestato per quella che, oggi, viene chiamata “co-gestione” … credo con il trattino.

Nell’ambito di queste, chiacchierando con studenti e professori ho avuto due rivelazioni: una che mi ha piacevolmente colpito e un’altra, strana e spiacevole. Partiamo dai dati positivi. I giovani di oggi sono molto lontani dagli stereotipi che ci vogliono far digerire media e benpensanti. Sono bravi, preparati e, umanamente, dritti. Per giunta, non sono bulli (esistono, e non dovrebbero, solo sporadicamente…  naturalmente, si parla di loro più di quelli che, magari, si buttano sui binari del metrò per salvare una bambina), non sono pigri, non sono stupidi e non sono neanche integralisti come me alla loro età. Ascoltano e ragionano. Spesso ti stupiscono per la maturità che dimostrano. Quindi, mi tolgo il cappello e chiedo umilmente perdono se, qualche volta, ho ceduto anche io a facili ed erronei giudizi.

Nella serie de Le Visioni intitolata Generazioni, ho spesso positivamente accennato a quei movimenti che ispirati ed ispiratori di artisti di tutti i linguaggi si sono spesi per un cambiamento. La serie continuerà. Tuttavia, ho pensato di fermarmi per parlare di questa generazione che ho avuto la possibilità di conoscere, seppur fugacemente. Così ho deciso di dedicare questo pezzo a loro senza fare apologia e cercando di essere razionale.

Quei movimenti giovanili non esistono più. E’ avanzata, di questi, la parte più deteriore e ideologica. Strumento aulico e inadatto nel mondo odierno è l’ideologia … Una bussola smagnetizzata dalla Storia. Eppure, io e molti della mia età sentiamo il bisogno di forze giovani che provino a generare un cambiamento dove noi abbiamo fallito. Samuel Beckett ha scritto: prova, fallisci, prova ancora, fallisci meglio …

I ragazzi che ho conosciuto sono sfiduciati. Si sono arresi ad una vita che sarà difficile e basta. Avere sogni è stupido, figuriamoci averne e cercare di realizzarli. Meglio il concorso pubblico che, ancora per poco, garantirà il posto fisso. Meglio arrendersi prima di combattere che andare incontro alla sconfitta. D’altra parte, il mondo che conoscono è questo: fatto di disoccupazione, incertezza, terrorismo e guerre, stritolato dalla finanza, basato sulle regole dell’economia per cui siamo numeri. Siamo numeri tutti quanti, però: chi si arrende e chi no.

Certo, il mondo fa schifo o quasi ma è governato da uomini. Uomini che quelle regole hanno fatto, cambiando quelle precedenti e provando a progredire. Io appartengo ad una generazione di sconfitti. Quelli che si sono arresi per primi sono seduti sugli scranni più alti delle Università, della ricerca, dei giornali, della politica e delle banche. Loro hanno avuto più fortuna di me (nella scelta dei tempi) ma, forse, io riesco a guardarmi nello specchio senza avere conati di vomito. Dato e non concesso che a molti di loro sia avanzato un pezzettino di coscienza.

Se sono qui ancora e scrivo è perché io credo ancora in un cambiamento. Credo che musicisti, scrittori, pittori, scultori, street artist, registi, etc. siano professioni quanto mai necessarie. Oggi per cambiare bisogna alzare il tono ed il livello. Spiegare ai contemporanei che la musica è una cosa seria e che non c’entra nulla con talent show pilotati o con le star del web costruite a tavolino. Bisogna avere il coraggio di dire che il cinema non è il video della gara di scoregge incendiate che si trova in rete. Che scrivere non è sapere usare word o pages … Che, al di là delle ultime evidenze di cronaca, non ci siamo mai confusi né sbagliati sul fatto che i social sono mezzi di condizionamento di massa e non uno spazio dove ognuno è libero di esprimersi.

Per cambiare serve impegno, serve partecipazione, servono visioni (non le mie), servono sogni e la volontà di realizzarli. Non potete recitare il De Profundis prima ancora di aver provato a scontrarvi con la vita. Tanto, sarà dura lo stesso. Allora, tanto vale vivere per le proprie illusioni e soffrire che soffrire punto. Mi rendo conto che non sia colpa dei giovani. La colpa è nostra. Siamo stati incapaci di incantarli, di spronarli a seguire la loro natura e le loro inclinazioni. Siamo stati maestri svogliati e, nella peggiore delle ipotesi, non abbiamo insegnato loro nulla. Non siamo stati chiari sul fatto che servono passione e competenza, non esiste una senza l’altra.

Vi racconterò una storia. Negli anni Ottanta, Milano era la città “da bere”. Fiorivano in ogni zona locali disegnati da architetti di grido, i proprietari si contendevano offrendo compensi incredibili i migliori barman, quelli con il gagliardetto dell’AIBES, quelli che vincevano i premi. I clienti conoscevano i cocktails ed erano esigenti e attenti. Così si servivano molti intrugli mescolati o shakerati. Ogni comanda era diversa: cocktail Martini, Rusty Nail, cocktail Bacardi, Beetween the Sheets, Alexander, i Flips e i Fizz, etc. I clienti, appassionati e sapienti, avevano costretto i gestori dei locali a fare un lavoro di qualità, alzando il livello se volevano sopravvivere alla concorrenza. Voi siete i clienti del mondo di domani e quella qualità di vita, equità, giustizia sociale e verità la dovete pretendere e perseguire. Non rassegnatevi come i poveri avventori di oggi che si accontentano di Mojitos e Moscow Mule preparati da gestori improvvisati barman.

Coltivate le vostre passioni, vivetevi bene quest’incertezza, i fallimenti, le gioie, non arrendetevi mai ma, soprattutto, bevete con moderazione … che detto da me …

di Paolo Pelizza

© 2018 Rock targato Italia

A volte ritornano, quasi sempre.

A volte ritornano, quasi sempre.

Scusatemi per l’ennesima volta … Purtroppo, nelle passate settimane ho dovuto stropicciarmi gli occhi spesso e, ancor più spesso darmi dei pizzicotti per verificare se stessi sognando o meno. La notizia è che, no… non stavo sognando. Buona, non saprei.

E’ che sono stato assalito da un passato che credevo definitivamente tramontato nelle modalità e nei testimoni e che, per dirla tutta, non mi mancava.

Nella musica mainstream e nella politica, qui nulla si crea e nulla si distrugge ma, a differenza della principale legge della fisica, neanche si trasforma. E’ un eterno ritorno in un divenire più spaventoso del film di Tom McLoughlin che cito nel titolo di questo pezzo.

Siamo specializzati in resurrezioni? … Uhm, forse, più in riesumazioni.

E così, che so… Si fa l’apologia di un assassino che ha nostalgia di un’epoca in cui ad andare in Africa a rompere i cristalli in casa altrui, eravamo noi. Come lui, ci andavamo armati pesantemente e dall’alto della nostra bellica superiorità eravamo riusciti ad averne ragione facilmente. Loro erano praticamente disarmati e li abbiamo aggrediti a sorpresa. Un passato che non passa … Cambiano solo i vocaboli: se sei italiano sei un pazzo, se sei nord-africano un terrorista. Anche questo è uguale a sempre, nel nostro Paese: due pesi e due misure.

In politica sembra di essere tornati agli anni Novanta (ne parleremo nel nuovo Generazioni VI), con un giovane outsider di quasi novant’anni in testa ai sondaggi e la sinistra (esiste ancora? Boh …) che resta vittima di un altro scisma per eccesso di autocritica . Come sempre, nelle ultime competizioni elettorali, la montagna partorirà il topolino di un governo di larghe intese che il popolo sovrano non avrà eletto. Credo che si debba e si possa fare di meglio. L’Europa così come si è configurata nella sua costruzione e gestione dal 2002 è un comitato di affaristi e banchieri più interessati al profitto o a rimanere sopra la linea di galleggiamento, che ad un reale progresso e alla formazione di una cultura condivisa. Continuando così andrà incontro ad un fallimento annunciato. Sembra che ci sia la volontà di mantenere questo pericoloso status quo, anche dopo quello che è successo in Polonia e, nelle  ultime tornate in Germania e Francia, con le forze populiste, nazionaliste e xenofobe che avanzano stabilmente. Anche questo non l’avevamo già visto nel secolo scorso? Ricordate come è finita?

All’insegna dei ritorni (grandi, non so) è stato anche questo ultimo Festival della Canzone Italiana. Oddio, non che ci sia stato da trattenere il fiato per la suspence: tutti gli anni è la stessa cosa. Ha le sue polemicucce sui cachet di ospiti e conduttori, gli ospiti internazionali che vengono, gli outfit di conduttori e artisti, il “temino banalino” da lacrimuccia nazional-popolare e, infine, il riassuntino su tutti i telegiornali e i rotocalchi del regno. Insomma, è lui immutabilmente. Unica assente ingiustificata: la musica as usual.

Sono tornate alcune star o semi-star del passato. Alcune dal passato remoto. Più che spaventarci, ci hanno fatto tenerezza. Avremmo preferito ricordarle come le ricordavamo ed, invece, adesso quei ricordi sono stati cancellati per sempre, sostituiti da questi nuovi, non particolarmente edificanti.

Forse sono troppo caustico. Perché vedete, è difficile organizzare un programma progettato per seguire la demografia. Gli ascolti aumentano perché la popolazione invecchia e Sanremo è Sanremo. Anni fa avevo scritto un pezzo che si intitolava “Sanremo e i Dinosauri”. Mi sbagliavo a separare le due categorie: gli spettatori di Sanremo sono i Dinosauri.

Spettatori inerti come quelli che allo show partecipano, che si trascinano tra emozioni a buon mercato (neanche tanto!) e temi semplificati per farci sentire un po’ carogne, salvo poi investire il migrante fastidioso con l’automobile, già dal lunedì dopo. Giusto il tempo di farsi seccare il liquido salato sulla guancia.

Mi direte: c’è Sanremo Young! Avete ragione … Adesso si chiama young e non più Sanremo Giovani. Così sembra ringiovanito di un decennio, che diavolo!

Come se volendo spacciare la ricotta ai ragazzi, la si pubblicizzasse con il nuovo nome di “Raicotz” cambiandone la percezione o la sostanza.

In questi tempi, di sostanza, ne vediamo poca. Troppo poca, e sappiamo quanto ne abbiamo bisogno.

di Paolo Pelizza

© 2018 Rock targato Italia

Generazioni V parte.

Generazioni V parte.

Ovvero: l’eredità degli anni Ottanta, la fine della Storia, le opportunità (perse) della globalizzazione, la genesi della Rete.

Si sono fatte molte ipotesi sull’eredità degli Ottanta. Sono stati anni densi di avvenimenti e tendenze. E’ molto complicato decidere su quale criterio basare un giudizio.

In musica, è il decennio del pop universale: facile e comprensibile per le  masse. E’ il decennio di forme artistiche pret-a-porter, della diffusione di un edonismo leggero (per non dire, frivolo), della misura del successo misurato dal denaro acquisito, della conclusione della Guerra Fredda e, alla fine, dell’istituzione del “pensiero unico”. Il comunismo aveva fallito e, bocciato dalla Storia, aveva lasciato il campo libero per il successo del capitalismo, dell’economia di mercato. Tutto vero ma, è stato anche il decennio della speranza di una pace stabile. Si poteva intravvedere, in prospettiva, l’idea dei guaranì (nativi del Paraguay) di una “Terra senza Male”.

L’ipotesi di un mondo reso più piccolo e unito decadrà immediatamente. La spinta verso un’economia globale diventerà da grande opportunità per tutti ad una sorta di nuovo colonialismo. Saranno gli interessi degli Stati più forti ad influire sulle dinamiche politiche di quelli più poveri, riducendo ulteriormente le loro possibilità in termini di pace, equità sociale e benessere.

Tuttavia, si moltiplicheranno gli appelli e le azioni per i diritti umani e civili. Ci saranno concerti, eventi, risoluzioni politiche (in particolare, in Gran Bretagna) per contrastare efficacemente la fame nel Terzo Mondo e si intraprenderanno missioni che andranno in quella direzione.

Nel 1988 i più grandi musicisti partiranno effettueranno un tour mondiale per festeggiare il 40° anniversario della Carta dei Diritti dell’Uomo. Nel mirino, soprattutto, il regime dell’Apartheid in Sud Africa, con gli accendini accesi e gli stadi in silenzio ad ascoltare “Biko” di Peter Gabriel. Prima, nell’85 (dopo Live Aid) artisti occidentali e africani danno vita al progetto Sun City (l’allora equivalente della Las Vegas americana dove tra casinò e hotel di lusso si consumava la tragedia dei sudafricani neri). Molti artisti partecipano dal rock, dal folk, dal reggae, dal jazz e dalla musica africana. Nascerà da qui l’humus che darà vita alla cosiddetta world music … un nuovo genere dove le varie forme, i generi e le tradizioni si mescolano per trovare nuove composizioni e nuove armonie.  Ne parleremo.

 L’apartheid non durerà ancora a lungo: nel 1990 Mandela verrà liberato dalla iniqua prigionia e nel 1991 cesserà ufficialmente.

Steve Van Zandt più noto come Little Steven, per essere uno storico ed eminente membro della E Street Band, dichiarerà che fare musica equivale a fare politica e non dire nulla (sull’apartheid) fosse già un messaggio.

E’ stato, anche, il decennio durante il quale la Chiesa ha scoperto i mass media. Papa Woijtila era in tv a reti unificate, tutti i giorni. Modalità divenuta di uso comune anche per i successori con l’aggiunta di rete e social media.

Alla fine degli Ottanta, scongiurato il pericolo di olocausto nucleare, si cominciano a diffondere sistemi per collegare i computer. L’invenzione di reti dedicate viene da lontano: Arpanet era la rete militare che collegava i siti per il lancio di missili balistici negli USA. Diventerà massiva negli anni Novanta con la diffusione del world-wide-web. Da lì arriverà fino ad oggi per prosperare tra luci e ombre, tra vantaggi e sinistri, tra beatificazione e puzza di zolfo.

Sì, gli anni Ottanta si sono consumati tra yuppismo e impegno sociale, tra leggerezza e condanna, tra la fine di una Guerra e l’inizio di molte altre su piccola scala, tra promesse di pace stabile e genocidi. Credo che siano stati anni in cui (come oggi) si fosse impossibilitati a vedere oltre, ad immaginare un futuro tra le luci illusorie di una nuova Città del Sole ed una lunga gita all’Inferno.

Una breve nota: ricordo a tutti i nostri lettori, amici, detrattori etc. l’incontro di domenica prossima ventura 11 febbraio 2018 presso Spazio Ligera in Via Padova, 133 a Milano dalle 19.00: con la gustosa scusa di presentare il libro di poesie “Pandora in poi andrà meglio” di Massimiliano Morelli, ci inerpicheremo in discussioni sulle nuove e vecchie forme espressive e quale futuro per queste. A fare da guastatore ci sarà il vostro amichevole visionario di quartiere. A presto.

di Paolo Pelizza

© 2018 Rock targato Italia

Generazioni IV parte.

Generazioni IV parte.

Ovvero un cambio deciso di rotta, la Guerra Fredda diventa gelida, un altro paese sconosciuto diventa (tristemente e stabilmente) famoso, una piccola crepa nel muro e una dissoluzione.

Gli anni Settanta finiscono con la pubblicazione del capolavoro dei Pink Floyd di Roger Waters “The Wall”. Il titolo sarà profetico quanto la differenza tra i suoi contenuti e come andrà la storia. D’altro canto, gli Ottanta iniziano funestati dalla scomparsa del batterista (e genio) John Bonham. La sua morte costituirà anche la fine della parabola artistica dei Led Zeppelin, probabilmente, la più grande rock ‘n roll band di tutti i tempi. Anche questo, con il senno di poi, sembrerà profetico.

 Il cambio deciso di rotta dell’industria della musica è verso i musicisti già famosi che vanno resi più “popolari”(vi rimando alla III parte di questa serie) è il new deal. Quando non ci riescono, però, decidono di abbandonare il modello di business precedente che si basava sulla ricerca di nuovi talenti nei clubs e di inventarseli.

Molto meglio utilizzare le discipline del marketing e “creare in provetta” solisti o gruppi sulla base dell’analisi dei mercati, sulla ricerca di personaggi e sonorità che possano capire e consumare tutti o quasi. Quindi, inizia l’era del crossover. Poche, tra queste celebrità da laboratorio, sono “etichettabili” per stile o genere: lo scopo è che siano easylistening sempre e, possibilmente, ballabili, allargando (per così dire) la base imponibile. Come ho già significato nel pezzo precedente, non mancheranno momenti alti: nel rock, come nel pop, tra vecchi e nuovi musicisti. Tra gli outsiders del pop, non si possono dimenticare Prince, Sting ed altri. Nel rock, nascono nuove band di valore come i Guns & Roses (che avrebbero potuto avere una carriera più lunga) e gli Europe a titolo di esempio. Nel punk, o meglio, nel post punk The Smiths diventano uno dei gruppi più significativi. Perdonatemi l’atroce e parziale semplificazione.

Nel frattempo, al thatcherismo inglese si aggiunge il reaganismo americano. L’altra parte del mondo è governata da Andropov. Nominato a sorpresa Segretario del Partito Comunista Sovietico e Presidente dell’URSS dopo la morte di Breznev, Yuri Andropov arriva dal KGB (prima) e poi dall’Ufficio agli Affari Ideologici (sì… esisteva veramente!). Al di là della scarsa durata del suo mandato e dell’opinione che all’epoca ebbero di lui alla Casa Bianca, fu proprio lui a gettare le basi per le riforme che poi portò avanti Gorbaciov. La situazione non era delle migliori. L’Unione Sovietica è in una profonda crisi economica e sociale: la continua corsa agli armamenti, l’urbanesimo cominciato con le purghe dei kulaki da Stalin ha desertificato le campagne e una forsennata politica industriale ha progressivamente distrutto quello che era noto come uno dei granai d’Europa.

 A giocarci il carico, il nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America. Costui è un ex attore famoso per aver interpretato il ruolo di pistolero spietato ed infallibile nei western di Hollywood. Applicando i temi dei personaggi che lo hanno reso popolare, dichiarerà che l’URSS è l’Impero del Male e che avrebbe difeso il popolo degli USA e il resto del mondo libero in tutti i modi possibili. Uno dei modi fu quello di finanziare e promettere un sistema di difesa missilistico basato su una sorta di “scudo spaziale”: una serie di satelliti artificiali, in orbita intorno alla Terra, che avrebbero avuto la possibilità di colpire i missili al suolo che, eventualmente, i Sovietici avrebbero lanciato. Nei primi anni Ottanta si va spesso a livelli di allarme elevatissimi vicini a quello della crisi dei missili a Cuba. I due mandati di Reagan saranno costellati di scandali e di decisioni di politica economica e sociale che sono tuttora controverse.

L’Armata Rossa nel 1979 invaderà l’Afghanistan. Un altro Paese sconosciuto ai più. La comunità internazionale insorge a parole ma lascia fare. La CIA, invece, ci vede l’occasione per rendere pan per focaccia ai russi per la loro collaborazione con Ho Chi Minh. Così, seppur impossibilitata ad agire direttamente sul teatro, ha una trovata “geniale”: facciamo arrivare risorse ai mujaheddin tramite i servizi segreti pakistani. Il Pakistan di allora aveva appena subito il golpe di Zia ai danni del governo di Benazir Buhtto. Il servizio segreto del primo, composto per lo più da musulmani ortodossi, si guarda bene dal concedere le risorse americane ai gruppi di miliziani “laici” o “moderati” preferendo di gran lunga i gruppi più integralisti. In Pakistan arrivano anche i primi foreign fighters della Storia contemporanea per combattere oltre il confine. Arriverà lì, a fondare una scuola islamica, anche uno dei figli di un miliardario saudita di origine yemenita, tale Osama Bin Laden. Ne riparleremo.

L’umanità sente il momento della caduta della spada di Damocle dell’olocausto nucleare molto vicino. Così si fanno film e si scrivono canzoni sull’eventualità, sulla speranza e su cosa succederebbe il “giorno dopo”. Nessuno avrebbe mai potuto immaginare che allora il rischio fosse minimo rispetto ad oggi. Sia come sia, ai tempi usciranno pellicole come “The Day After”, “ War Games” e canzoni come “Russians”. 

La Storia andrà diversamente. Le difficoltà dell’Unione Sovietica e la scomparsa di Andropov nel 1984 unitamente alla politica estera così aggressiva (e controversa) dell’amministrazione americana porterà alla nomina di Gorbaciov ai vertice. Il suo discorso al Soviet Suprema è noto. Dirà: “è ora che ci si renda conto che bisogna cambiare. Non possiamo più credere che ciò che va bene per il Comunismo vada bene per il Paese. Io dico che ciò che va bene per il Paese andrà bene per il Comunismo”. Gorbaciov inaugurerà un processo irreversibile che porterà alla fine della Guerra Fredda e, infine, alla dissoluzione dell’Unione Sovietica.

Nel mondo della musica, i semi piantati dai tedeschi del krautrock  e l’utilizzo delle tastiere elettroniche cominciano a dare dei frutti. Dalla trilogia berlinese si andrà ad una diffusione capillare del sintetizzatore. Alcuni artisti useranno solo questo strumento per comporre e, anche, durante le performance dal vivo. La diffusione è talmente ampia che anche una band di rockettari puri come i Van Halen ne subiranno il fascino. Eddie si farà affascinare a tal punto da farci un LP. Si intitolerà 1984 e costituirà il momento di maggior successo della loro carriera ma, anche, la fine del sodalizio tra Eddie Van Halen e David Lee Roth (il cantante e frontman). Singoli come Jump e Panama verranno ascritti tra i più grandi successi di vendita ma, per come la si conosceva, la band finisce. Eddie è e resterà uno dei più grandi chitarristi della Storia e i Van Halen troveranno un altro cantante senza mai, purtroppo, tornare ai livelli precedenti. Ma è l’inizio della musica elettronica di massa e nascono altri generi: alcuni “puri” ed altri che, pur partendo da precedenti esperienze, maturano denominazioni e movimenti diversi. Tra gli altri dark, new wave (un’altra volta!), new romantic. Ci sono pure le contrapposizioni storiche tra band diverse come quella tra Beatles e Stones. Da menzionare quella tra i Duran Duran (più elettronici e, quindi, new wave) e gli Spandau Ballet (new romantic). Ovviamente, la scelta era condizionata dal gusto delle adolescenti per i vari membri dei gruppi (tutti al maschile) e la fascinazione del resto del pubblico sui video musicali (a nostro avviso, più belli quelli dei Duran Duran).

A parte la Guerra Fredda, in Europa, ci sono molte altre preoccupazioni. Ci sono retaggi pre-Guerra Mondiale: le questioni irrisolte e sopite dalla dittatura franchista dei baschi e la contrapposizione violenta tra protestanti e cattolici in Ulster diventano vere e proprie polveriere. La musica anglosassone si occupa della seconda situazione. Un gruppo musicale nato in una Dublino dilaniata dalla disoccupazione e dall’idea di un’Irlanda unita, diventa il megafono dei delitti, delle nefandezze e dei massacri perpetrati dalla Corona in Irlanda. Sono gli U2. Musicalmente danno il loro meglio fino al 1987. Con The Joshua Tree finisce la prima parte della loro carriera e inizia una conversione al pop che durerà fino ad oggi (sono ancora in attività e sono una delle band più ricche e note al mondo). Non finirà però il loro impegno sociale e politico che continuerà fino ai giorni nostri, passando attraverso il movimento di artisti che si esibiranno per i diritti civili e la fine dell’Apartheid in Sud Africa.

In un’umida giornata di novembre del 1989 si produrrà una prima piccola crepa in un muro e niente sarà più come prima. Le riforme di Gorbaciov hanno fatto prendere coraggio ai dissidenti nei paesi della Cortina di Ferro. Così si butta giù un muro che è il Muro di Berlino. Quel 9 novembre a Berlino si fa la Storia e la si cambia per sempre. Negli anni a seguire chi pubblicava atlanti geografici ha avuto le sue difficoltà, visto che il mondo disegnato a Yalta non esisteva più ed era tutto in divenire.

Da lì a pochi anni, infatti, il colosso sovietico si dissolve dando vita alla Federazione Russa e ad un certo numero di altre nazioni dal Baltico all’ Asia.

Per il resto della storia dovrete pazientare e, come sempre, essere indulgenti con me.

di Paolo Pelizza

© 2018 Rock targato Italia

Sottoscrivi questo feed RSS

Contatti

ROCK TARGATO ITALIA
c/o Divinazione Milano Srl
Via Palladio 16 20135 Milano
tel. 02.58310655
info(at)rocktargatoitalia.it

Log In or Sign Up

Password dimenticata? / Nome utente dimenticato?