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Paolo Pelizza

Paolo Pelizza

Lezioni di Volo

Lezioni di volo.

E’ il 3 ottobre scorso. La radiosveglia suona … sono le 07.40 di mattina. Uno speaker annuncia che lo sciopero del trasporto pubblico previsto per il venerdì successivo è confermato. Tutta la mia simpatia per la working class e i loro diritti si dissolve. Per un attimo. Mi precipita addosso il disagio che questo provocherà a me e a tutti i milanesi. Poi, mi pento … Mi ricordo che so essere meglio di così.

Il senso di colpa poi, si abbatte violentemente su di me quando, lo stesso annunciatore, comunica che il giorno precedente si è spento Tom Petty, stroncato da un infarto prematuramente. Mi deprimo ulteriormente, quando mi rendo conto che, in questi anni, non l’ho citato spesso …nonostante, credo di aver ascoltato il primo album Tom Petty and The Heartbreakers milioni di volte e di aver ascoltato il primo singolo di successo  Breakdown talmente tante volte da aver consumato molte puntine. Abbastanza, comunque, per trasformare l’acquisto di queste come la prima voce di costo del bilancio familiare.

Tom Petty è ed è stato un Numero Uno. Poco conosciuto in Europa per due ragioni, secondo me.

Credo che, nella seconda metà degli anni Settanta, l’affollamento di “roba buona” nel Regno Unito e nel resto dell’Europa continentale era assoluto. Provate a pensare: The Who, Led Zeppelin, David Bowie, Neu!, Kratwerk, Genesis, Yes, King Crimson, Emerson Lake and Palmer, Rolling Stones e tutti gli altri.

L’altra ragione, non meno importante, è che (io che  ho amato alla follia Damn The Torpedoes!) un LP super-popular non ce l’ha avuto … gli sono mancati album come … così per dire e senza fare paragoni, The River o Born To Run capaci di catturare un pubblico molto vasto e di gusti eterogenei (nella storia degli ultimi decenni, gli europei sono stati questo tipo di pubblico).

Negli Stati Uniti è stato un artista importante, seminale direi. Il suo rock molto contaminato da blues e folk ha un sound alternativo che a volte scala le classifiche e a volte no ma ha sempre elementi di grande interesse, quando non innovativi. A volte, sono i temi che lo penalizzano. Basti ricordare l’album The Last DJ. Il tema era una forte critica all’industria discografica (oramai alla fine dei giorni, siamo nel 2002 … tutti intrappolati nella “rete”) e che viene puntualmente massacrato.

Ricordiamo le sue molte importanti collaborazioni: Bob Dylan, Dave Stewart e George Harrison su tutte.

Potrei andare avanti con un bel “coccodrillone” per altre due pagine. Per fortuna, io non sono un giornalista;  sono solo un appassionato amante della materia. Voglio solo significare che, dall’inizio dell’anno passato, abbiamo perso i più grandi musicisti che il Novecento ci aveva fatto ereditare. Oramai, con cadenza bimestrale assistiamo a morti a volte premature, a volte inspiegabili, a volte attese o annunciate dall’età o dalle condizioni di salute. Qualcuno può dire che è il normale ciclo della vita. Ha ragione. Tuttavia alcune morti, come quella di Tom Petty, sono molto più che colonne di cronaca più o meno lunghe.

Per me, Tom Petty è stato un compagno di viaggio non la soundtrack dell’autoradio. Lui, così come molti altri.

Per questo, dalle 07.45 del 2 ottobre mi si accende in testa Learning to fly e così comincio a scrivere questo pezzo, sapendo che non sarà né quello più ispirato, né il migliore e, forse, nemmeno il più letto. Fino a stamattina (15/10/2017 N.d.A), non sono nemmeno convinto che riuscirò a finirlo. Ho già completato la trilogia di Generazioni di cui ho pubblicato già la prima parte … mando la seconda, penso.

Altri sensi di colpa.

Prendo tempo.

Finalmente, intuisco che il brano che suona dentro la mia testa, non lo sta facendo a caso. Tom (e gli altri) ci hanno dato lezioni di volo.

E’ attraverso la loro musica che è cominciato e abbiamo continuato il nostro viaggio di scoperta.

Grazie Tom per averci insegnato a provare a volare.

La cosa più difficile, adesso, è tornare giù.

N.d.A.: la seconda parte di Generazioni uscirà la prossima settimana. In coda, come promesso, vi renderemo conto della pieces teatrale A Night in Kingshasa di Federico Buffa e Maria Elisabetta Marelli che abbiamo visto e, ci scuserete se, per ora, non vogliamo anticipare nulla.

di Paolo Pelizza

© 2017 Rock targato Italia.

 

 

Generazioni, I Parte.

Generazioni, I Parte. Ovvero Cuba, la Guerra Fredda e quella sporca, due happening musicali, un incontro di boxe,  Coleotteri e Pietre Rotolanti (con gli altri).

La calda estate è stata piena di stimoli, motivazioni e lavoro. Lavoro su un pezzo che per la quantità di appunti e suggestioni è diventato un pamphlet abbondante. Troppo abbondante per poter essere consumato in un solo articolo ma, anche in due o in tre. Così è partita una frenetica e difficile operazione di riduzione  e, come sapete, sottrarre è molto più difficile che addizionare …

La causa scatenante è stata la scomparsa di Chester Bennington. Una fine fotocopia di quella del suo amico (e, in parte, mentore) Chris Cornell. Una fine che si è consumata due mesi dopo, il giorno che sarebbe dovuto essere il 53° compleanno proprio di Cornell. Il leader dei Linkin Park si toglie la vita, dopo aver letto l’elogio funebre del cantante di Soundgarden e Audioslave. Sappiamo che i due hanno avuto parabole diverse e che la vita di Chester era stata più difficile e sofferta. Tuttavia, la questione è che, a chi come noi è nato da qualche parte negli anni Sessanta, non è estranea una certa ipersensibilità rispetto al mondo contemporaneo, una sorta di amarezza … un senso di fallimento.

Così ho provato a guardare dentro alle generazioni, alla storia e alla musica di quegli anni e sono arrivato fino a oggi. Un’analisi da “uomo della strada” senza nessuna velleità sociologica, storiografica o musicologica.

Alla fine degli Anni Cinquanta, negli Stati Uniti, la musica è divisa in due filoni fondamentali: la musica melodica e la black music. Non mancano contaminazioni che progrediscono e si diffondono (pensiamo al Re, il grande Elvis Presley).

Alle radici del blues, del soul e del funky non vi è solo l’evoluzione di suoni e melodie di musicisti afroamericani ma, un ritorno alle origini, alla terra che è stata culla dell’umanità e della civiltà: l’Africa. Sull’Africa, torneremo ma, per ora, facciamo un salto nel Vecchio Continente, in Gran Bretagna. Qui nascono, quasi contemporaneamente, le due band più famose della storia della musica contemporanea: The Beatles e Rolling Stones. I primi partono dalla melodica per rielaborare e inventare generi e sottogeneri della popular music, i secondi fanno loro sonorità e temi propri del blues e della tradizione “nera” di Oltreoceano e li personalizzano. Sono artisti antagonisti: il pubblico si divide tra chi ama gli uni o gli altri … Oggi, possiamo dire (prima stilla di amarezza) che avevano problemi di abbondanza.

Il mondo degli anni Sessanta e dei primi Settanta è quello ereditato da Yalta, diviso per “sfere di influenza”. Di qua, l’Occidente (detto anche impropriamente “il mondo libero”), di là i Paesi della Cortina di Ferro sotto l’influenza dell’Unione Sovietica. Tra i due mondi o, meglio, tra le due Superpotenze  l’equilibrio è basato sull’escalation degli armamenti atomici e la minaccia perenne di un olocausto nucleare: in pratica, la fine del mondo.

C’è da dire che dopo la conferenza di Yalta le cose non erano andate sempre male. Il Segretario di Stato per gli Affari Economici Clayton Hall nel 1944, appena prima della fine della Seconda Guerra Mondiale, mette a punto un piano per aiutare gli alleati (tra cui l’Unione Sovietica) e anche, le nazioni uscite sconfitte dal conflitto. Quella amministrazione e quelle successive si impegneranno molto per l’Italia (Clayton Hall rimise in piedi l’industria tessile in Nord Italia, un po’ perché era un filantropo ma, di certo, perché era partner della più grande impresa cotoniera del pianeta) all’insegna della realpolitik.

Il piano di Hall si scontra con la chiusura del regime di Stalin e con la dottrina dell’universalismo socialista. Di lì ai decenni successivi, la Guerra Fredda è destinata a riscaldarsi. Nel 1961, la CIA mette in atto un maldestro tentativo di rovesciare il regime filo-sovietico di Fidel Castro. Il fallimento e lo stanziamento di missili americani in Italia e Turchia spingono Nikita Chrushev ad appoggiare la richiesta di Castro di posizionare missili balistici a Cuba. Sappiamo che quella che è nota come la “Crisi di Ottobre” si risolse positivamente (siamo ancora qui, no?) per il lavoro diplomatico del fratello del Presidente Kennedy e dell’ambasciatore sovietico a Washington. Chissà cosa penserebbero il pragmatico Chruscev e l’idealista Kennedy del ripetersi di insulti e minacce sui social media di Trump e di Kim Jong-un… (altra amarezza).

Tuttavia, sempre nel 1961, lo stesso anno della Baia dei Porci, viene eretto il “Muro di Berlino” chiamato “Barriera di Protezione Antifascista” che, di fatto, isola Berlino Ovest dal resto del mondo facendone la più straordinaria oasi di libertà che si sia conosciuto nell’Età Moderna. Lì nasce e si forma un’avanguardia artistica che, nella musica, crea l’elettronica e che ispira artisti importantissimi come Bowie, Iggy Pop e Lou Reed tra gli altri. E’ la “scuola tedesca”: il Krautenrock con  Neu!, Krautwerk, Tangerine Dream, Nina Hagen, etc.

Il Muro creato per impedire la libera circolazione delle persone dalla parte Est e quella occidentale, non impedisce che le idee circolino liberamente. Viene, anche, occasionalmente violato da spie e dissidenti. Negli anni Settanta, pare che Iggy Pop e David Bowie siano riusciti grazie a travestimenti ad andare e tornare da Berlino Est.

Nel 1965 la Guerra Fredda si scalda di nuovo. Il casus belli è un paese dell’Indocina, smembrata dalla conferenza del ’54 e in guerra contro l’occupazione francese dal ’55: il Vietnam. Nessuno allora ne aveva sentito parlare negli Stati Uniti ma, negli anni Sessanta, con l’incremento di uomini e mezzi militari a supporto del governo filo-occidentale del Vietnam del Sud e a protezione del 17° parallelo che separava il Sud dal Vietnam del Nord filo-sovietico, assurge all’onore delle cronache per rimanerci a lungo anche dopo il 1975. Dopo lo smacco di Cuba, gli Stati Uniti hanno voglia di rivincita. Comincia così un’ escalation che li porterà alla più bruciante sconfitta della loro storia militare ma, anche, ad un nuovo corso politico e sociale. Studenti, intellettuali, atleti e artisti contestano quella guerra. La sporca guerra, la chiamano e chiamano assassini i militari che tornano dal Paese asiatico.

A Woodstock, nel 1969, per protesta (anche se non lo ha mai ammesso, sostenendo che era più bello interpretato così) Jimi Hendrix suona un acidissimo inno nazionale. Bob Dylan scrive canzoni contro la guerra e per i diritti civili dei neri come Blowin’in The Wind. I Creedence Clearwater Revival con Fortunate Son denunciano il fatto che solo i poveri vanno a morire nelle risaie indocinesi e lungo il Mekong, mentre i figli dei ricchi si imboscano. Cassius Clay-Alì viene condannato e multato come renitente alla leva. Dichiarerà che i vietcong non gli avevano fatto niente. A proposito di Alì vi segnaliamo lo spettacolo che si terrà al Teatro Carcano dall’11 al 15 ottobre prossimi. Lo spettacolo intitolato A Night in Kingshasa è scritto da Federico Buffa (che ne è anche interprete) e da una vecchia conoscenza de “Le Visioni” Maria Elisabetta Marelli di cui abbiamo scritto  per il suo lavoro teatrale su Alan Turing, un esempio di qualità e di come fare teatro in modo originale e moderno.

La piece racconta dell’incontro per il titolo mondiale dei massimi tra Foreman e Alì e delle implicazioni politiche, sociali e culturali che ebbe per il luogo dove si svolse (in Zaire, Africa) e di come Alì divenne campione del mondo ed eroe dei diritti civili. Su di lui abbiamo scritto in occasione della sua scomparsa.

L’incontro doveva essere contemporaneo ad un concerto con i più grandi musicisti dell’epoca nella scena black: tra gli altri B.B. King, James Brown e The Spinners insieme ad artisti africani in un ideale riunione, un rituale ritorno all’origine della musica nera. Il concerto si svolse come previsto mentre, il match di boxe venne rinviato per un incidente in allenamento occorso a George Foreman.

Crediamo che i più importanti happening musicali tra il 1962 e il 1972 siano stati proprio Woodstock e quello a Kingshasa. Forse i più importanti nella storia della musica. Almeno, di quella che parla di valori, che ispira e fa evolvere intelletti e culture. Quella che muove singoli e società. La domanda è: esiste anche adesso? Non solo quella musica ma, anche una società che vuole progredire? Una società che non si chiude su sé stessa? Una società che non è aggrappata con le unghie e i denti a quel mondo che, negli anni Sessanta e Settanta, si voleva cambiare? Società non è forse, un termine desueto (come questo aggettivo)?

Per quanto riguarda lo spettacolo teatrale di Buffa e Marelli, andremo a vederlo e ve ne renderemo conto. Per il resto, continueremo la prossima settimana e proveremo a dare delle risposte, sempre senza presunzione. Siamo “visionari” non studiosi.

di Paolo Pelizza

© 2017 Rock targato Italia

Il successo della disfatta.

Il successo della disfatta.

Dopo la lunga e torrida pausa estiva, torniamo alle Visioni. Oggi, parliamo, per l’appunto di una “visione” quella di un film. Trattasi dell’ultima fatica di Nolan: Dunkirk (scritto all’inglese). La storia è nota: è il 1940, l’esercito francese in rotta e il corpo di spedizione inglese riparano sulla costa incalzati dai tedeschi, in attesa di essere evacuati e portati in Gran Bretagna.

Va subito detto che la vicenda storica, conosciuta anche come “miracolo di Dunkerque” (alla francese) vanta un certo numero di pellicole. Ne ricordiamo tre, su tutte. Il primo dal titolo “La Signora Miniver” è un film americano del regista Wyler del 1942, delicato ed efficace per la vicinanza temporale all’episodio storico più centrato sulla mobilitazione dei civili inglesi per recuperare i loro soldati al di qua della Manica. Il secondo è francese, del cineasta Verneuil, noto più come un regista di film da botteghino che come autore, è del 1964 e si intitola “Week-end à Zuydcoote”. Quest’ultimo ebbe una produzione importante vista la garanzia del regista al botteghino. Last but not least, ricordiamo anche il film di Joe Wright, tratto dal romanzo di Ian McEwan “Espiazione” (Atonement, titolo originale uscito nel 2001) e che ne conserva il titolo anche nella trasposizione cinematografica. Va detto che il tema, trattato da McEwan, non è la storia della ritirata ma, il senso di colpa di una ragazzina che diventata scrittrice, cerca di riparare ad un torto fatto alla sorella e al suo amante, figlio della domestica, di cui cagiona la detenzione in carcere. Robbie, l’amante, per accorciare la condanna, si arruola nell’esercito. Il ragazzo morirà a Dunkerque dove riceverà l’ultima lettera della sua amata. Il regista di “Orgoglio e Pregiudizio” rilegge il testo traendone un film ispirato e coinvolgente. Il regalo più grande che ci fa è una piano sequenza di sette minuti dell’arrivo (appunto!) sulla maledetta spiaggia. Da non perdere.

Nolan costruisce un film corale e racconta la storia. Ne esce un film potente, documentato e ben ricostruito dal punto di vista storiografico ma, soprattutto, realistico. La realtà è il tema del regista: quella degli atti di eroismo e di codardia, quella del morale degli sconfitti, dell’istinto di conservazione e della salvezza. Il film diviso in tre parti: Il Molo, Il Mare e Il Cielo, tratta largamente dello spirito della guerra e di quella, in particolare. Siamo nella cosiddetta blitzkrieg, la guerra lampo, durante la quale, in un tempo molto breve, la Germania Nazista conquista quasi tutta l’Europa continentale. Un’avanzata che sembra inarrestabile.

E’ la prima guerra combattuta con le macchine. Navi, aerei e mezzi corazzati sono progettati, costruiti e armati per un solo scopo. Sono gli uomini che sembrano più piccoli, più deboli di fronte alle loro stesse creazioni: il film tratta  profondamente del dualismo uomo-macchina. Infatti, nel film non si vede un soldato tedesco se non alla fine. Il nemico è presente sotto forma di bombe, proiettili e aerei.

Come sempre, dobbiamo riconoscere che il cinema di Nolan è cinema al cubo: vedere in televisione o, in un formato diverso dal 70mm o dall’IMAX, Dunkirk è un peccato che ce lo restituirebbe depotenziato e privo di quella esperienza collettiva che solo il cinema ti può dare, amplificando sensazioni ed emozione. Il grande formato, da un punto di vista tecnico, permette di apprezzare il lavoro di Hoyte Van Hoytema che fotografa la pellicola magistralmente ma, trattandosi di lui, siamo abituati.

Un’altra menzione di merito per Hans Zimmer, l’impegno su musica ed effetti sonori rende l’esperienza ancora più emozionante e ricca. Anche il compositore è, ormai, una garanzia.

Gli attori sono tutti bravi e credibili. Anche, Tom Hardy che riesce a essere grande anche dietro a maschera e occhialoni da aviatori e che, l’unica cosa che ci può mostrare sono gli occhi. Trattandosi di lui, è più che sufficiente. Talento puro.

Bravo e intenso, anche Kenneth Branagh … che, forse, meritava un paio di battute in più.

Infine, credo che fare un film su Dunkirk per un britannico sia come per noi fare un film su Caporetto. Sono sconfitte che bruciano ma, che hanno cambiato la Storia. Hanno fatto cambiare prospettiva a governi e stati maggiori e, alla fine, hanno permesso di vincere le guerre a chi aveva perso la battaglia. Dopo la disfatta anglo-francese, un pugno di aviatori della RAF ha tenuto viva la speranza contro il nazismo e ha permesso agli alleati di organizzarsi. Sulla “Battaglia di Inghilterra”, Winston Churchill ha detto che ci sono pochi casi nella Storia in cui così tanti devono così tanto a così pochi. Come nella Storia, la pellicola di Nolan è ancora una volta un capolavoro, una scommessa vinta … appunto un successo: il successo della disfatta, potremmo dire. Nolan ancora primo della classe.

Cercare una morale dentro un film storico e realista è difficile. Mi piace pensare che si vada nella direzione di non doversi più preoccupare di vincere le guerre ma, di vincere sulla guerra.

 Purtroppo, l’attualità non mi supporta.

di Paolo Pelizza

© 2017 Rock targato Italia

Miti, riti e addii lunghi e brevi.

Miti, riti e addii lunghi e brevi.

Era il lontano 1975. Un bambino di sei anni, sotto la guida paterna, aveva appena imparato a mettere i dischi sulla piastra, a gestire il braccetto che la faceva ruotare e a posizionare la puntina. Il bambino in questione non aveva una grande manualità, tanto è vero che ci mise un altro anno ad imparare ad allacciarsi le scarpe … E visto che il mondo è cattivo e va capito da subito, gli imposero di compiere l’odiosa operazione durante l’esame di seconda elementare!!!

Tuttavia, come se fosse un segno del destino, quell’operazione gli riuscì e diventò subito un automatismo. Che ce ne frega? Mi direte. E avreste ragione, se non fosse che quel 33 giri era Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band … Questo LP è l’ottavo album dei Beatles ma, è considerato il più significativo nella storia della musica pop. Quest’anno corre il Cinquantesimo Anniversario della sua pubblicazione e, in mezzo al magma delle suggestioni che ricevo tutti i giorni, mi sono ricordato che è stato il primo disco che sono riuscito da solo a “suonare”. Se voleste seguire il mio esempio e provare a riascoltarlo, vi accorgereste come sembra nuovo, originale, avanguardista e di qualità. Soprattutto, se lo paragonate alle ultimissime produzioni musicali … ma, questa è un’altra questione.

I quattro ragazzi di Liverpool con la guida del produttore George Martin (che, pare abbia avuto un ruolo tutt’altro che marginale nella fattispecie e anche in altri momenti della parabola della band) esplorano in musica le storie della loro adolescenza e delle loro origini. Lo fanno tra rock, pop e suggestioni esoticheggianti, creando un album globale. L’autorevole rivista Rolling Stone pone “La Banda dei Cuori Solitari del Sergente Pepper” al primo posto nella speciale classifica dei 500 migliori album di sempre. Ok, ognuno poi se la vede anche con il proprio gusto ma, certamente, è una pietra miliare. Impossibile per chi ha voluto o vuole fare musica ignorarlo o non esserne positivamente influenzato.

Il disco passa alla Storia anche per la copertina: una serie di personaggi famosi tra scienziati, compositori d’avanguardia, statisti e occultisti. Oggi, è nel mito e le ragioni sono molteplici ma, quella fondamentale (a nostro parere) è che sembra sia stato composto, registrato e suonato domani!

Per la serie di miti e riti, il 27 giugno scorso si sono esibiti al Forum di Assago i Deep Purple. Il concerto è uno degli ultimi (dopo andranno a Montecarlo, faranno due date in Spagna e chiuderanno a Lisbona) del Long Goodbye Tour, il loro tour di addio. Dalle prime note si capiscono due cose, inequivocabilmente: la prima è che la decisione di smettere è prematura, la seconda è che sul palco ci sono i Deep Purple, quelli veri. Manca qualcosa, forse … Lord, assente giustificato e Blackmoore che da anni è in giro con un altro progetto. Comunque, se qualcuno, avesse ancora qualche dubbio: Gillan e Morse si esibiscono in un duetto per sei corde e corde vocali da pelle d’oca da una spanna e sgancio caduta della mascella. Airey vola con le mani sui tasti e si esibisce anche in un medley tra classica, operistica e rock. Lo fa con la tecnica del virtuoso e l’ironia dell’uomo saggio. Paice è un treno merci diligente ma, senza freni. Glover è efficacissimo e si lancia anche lui in un solo strepitoso. I cinque ex ragazzi si divertono e divertono un pubblico che li ascolta spesso in silenzio e senza ondeggiare troppo … La maggior parte di noi, ha la loro stessa età. Un sussulto, il Forum ce l’ha durante la intro di Smoke on The Water. Chiunque, abbia mai messo le mani su una chitarra ha suonato quel riff, il più famoso di sempre. Manca ma, ormai da parecchio, Child in Time … Pazienza, Gillan è comunque nato a metà degli anni Quaranta e poco gli si può rimproverare per la sua Storia e, soprattutto, stasera. L’addio dura poco meno di due ore. Lungo ma, troppo breve. Lunghissima e commossa la standing ovation finale. Grazie ragazzi nel tempo che durerà per sempre.

Un ultimo breve ma, partecipato addio. E’ il dovere di un vecchio rocker per un grande professionista della musica e della televisione, garbato ed elegante. Pochi giorni fa si è spento Paolo Limiti, seppur lontano dai mondi che frequento e ho frequentato, non posso esimermi da riconoscere i talenti e la Storia di un galantuomo.

Rock On.

di Paolo Pelizza

© 2017 Rock Targato Italia

 

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