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Paolo Pelizza

Paolo Pelizza

L'Elogio alla Gabbia, di Paolo Pelizza

L’elogio della gabbia.

Passeggiando per strada, in metropolitana, sui tram, in treno e in aereo ascoltiamo i discorsi più strani e disparati.
Ultimamente e (sempre) più spesso assisto a iperboliche digressioni su cosa bisognerebbe fare a quello o quella che la cronaca ha portato alla ribalta come autori di delitti efferati da media sempre più assetati di sangue. Anche se questi sono soltanto indagati e non ancora condannati definitivamente, le punizioni proposte sono tanto sommarie quanto degne di Torquemada.
Nessuno (intendiamoci bene) vuole che un reato odioso resti impunito, tuttavia, fa un po’ specie, nello Stato e nella città del Beccaria, sentire un tale accanimento verbale. Altro che ISIS!!! La signora Pina li fa apparire dilettanti bonari.
Penso che se si facesse un referendum sul reinserimento della pena di morte nel nostro Paese, il sì alle esecuzioni capitali sarebbe un plebiscito. Qualcuno le chiederebbe pubbliche, addirittura.
Nel frattempo, ci si accontenta del carcere preventivo. Quello che si usa per estorcere confessioni o perché è meglio mettere in galera qualcuno prima di fare le indagini … si fa prima e si risparmia denaro. Quella che dovrebbe essere l’extrema ratio viene comminata con una leggerezza che stupisce e indigna. Enzo Tortora è stato solo la punta nota di un iceberg, un fenomeno che conosciamo molto poco ma che esiste in una dimensione tutt’altro che irrilevante. Controllate il numero dei ricorsi vinti dai cittadini condannati ingiustamente in Italia presso le istituzione europee preposte e scoprirete che del funzionamento della Giustizia ci si può fidare come ci si può fidare di tutto il resto a casa nostra.
Eppure, siamo tutti giustizialisti e forcaioli. Applaudiamo quando un cittadino detenuto e, quindi, nelle mani dello Stato, muore in circostanze “misteriose”. Chissenefrega di capire le ragioni e le responsabilità: era solo un drogato di merda! Cosa importa se, in carcere, si è sotto l’esclusiva responsabilità dello Stato ed è questo che deve rispondere della nostra dignità e della nostra salute. E’ ininfluente, soprattutto, che la UE abbia dichiarato le nostre carceri illegali dall’anno 2000 e, tutti gli anni, paghiamo sanzioni salatissime per questa ragione. Qui, un indagato è colpevole e merita tutte le torture possibili: siano mediatiche o fisiche! Qui siamo lontani dallo stato di diritto quanto lo siamo da Plutone (il planetoide o il dio romano dell’oltretomba, fate voi che è lo stesso).
Mi chiedo, ossessivamente, se la cultura dalla quale veniamo e che rivendichiamo così orgogliosamente, sia solo un argomento da salotto e non d’ispirazione per la vita e l’organizzazione sociale. Come scriveva Hobbes sul frontespizio del Leviatano, teniamoci lontani dai classici che potrebbero spingerci a chiedere efficacemente di essere liberi e trattati con giustizia.
Dobbiamo stare più attenti: lo Stato siamo noi. Quindi, aspettiamo ad elogiare l’utilizzo indiscriminato di gabbie e sbarre. Pensiamo che la civiltà di una Nazione si misura dalla civiltà delle sue carceri.
Domandiamoci, infine, come in uno Stato che ha carceri contrarie alle leggi, un cittadino detenuto possa accettare quella condizione. Questo non è solo un problema etico ma, indiscutibilmente, giuridico: lo Stato non paga per i suoi reati, al contrario, si arroga il diritto di condannarmi? E’ la stessa cosa della pena di morte: se uccidere è sbagliato, perché lo Stato lo può fare impunemente? Gli aborti della legge, purtroppo, impattano troppo profondamente sulla vita dei singoli ma, anche, sulla società. Una società priva di pietas e divenuta, sempre più irreversibilmente, egoista e crudele. Una società che pensa di essere meglio dei singoli ma che è fatta di singoli, di individui che possono sbagliare e devono essere recuperati e non emarginati o peggio.
Una società realmente civile ricorre al carcere come ultima risorsa, quando ha provato tutto il resto. Una società realmente civile, vede sé stessa imperfetta come gli individui che la compongono. In una società realmente civile, i singoli non elogiano le gabbie destinate agli altri, perché hanno la consapevolezza profonda di essere gli altri.

Paolo Pelizza

© 2015 Rock targato Italia

Alice, due piccoli stupidi.

Le ultime notti sono durate troppo poco. Non abbastanza perché il sonno ci abbia rinfrancato davvero. Non abbastanza per finire qualche discorso che non ricordo ma, che sembrava importante e meritava una sintesi. L’ultima, in particolare, è stata brevissima. E’ finita troppo presto insieme al romanzo di Roberto Bonfanti “Alice”. Senza darci la possibilità di farcene una ragione, di ordinare pensieri ed emozioni. La luce ci ha colpiti con un preavviso minimo, riportandoci alla vita vera, al lavoro, al mutuo da pagare, alla scuola dei bambini, alla revisione dell’auto …

Non ricordo più chi ha scritto che la vita è quella cosa che passa mentre sei occupato a fare altro.
Alice sceglie di abbandonare il Paese delle Meraviglie. Trova una risposta estranea alla favola, lontana dal sogno. Prima di abbandonarsi ad una normalità di facciata, prima di consegnare un pezzo di anima alla stabilità del quotidiano, però, riprende contatto con il suo primo e unico grande amore: Francesco.
E così morde di nuovo la mela avvelenata della fiaba. Tornerà nella tana del Bianconiglio? Oppure, sulla Terra riconquistando la convinzione che la vita vera sia fatta di mariti e figli, di mutui e pranzi domenicali?
Un’amica, la settimana scorsa, mi ha detto che non c’è niente di male a essere normali, a volere una vita normale … Mi tocca darle ragione, ovviamente.
Tuttavia, c’è qualcosa che non mi quadra. Intanto, non riesco a dare un significato univoco alla normalità. Chi è normale? Chi non lo è? Cos’è la normalità?
Troppo spesso rinunciamo ai nostri sogni e ai nostri desideri per immergerci nella fatica di tirare avanti. Viviamo vite in apnea, oppressi dallo spread e dalla retta dell’università dei nostri figli. Lo facciamo perché, per quanto possa essere faticosa e banale, la vita vera è l’unica via. E’ quella di tutti. Lo facciamo perché, a un certo punto del percorso, smettiamo di sognare. Smettiamo di crederci. Non vogliamo più impegnarci né prendere rischi.
Qualche volta, però, colti da un’insonnia improvvisa (magari aiutati da un buon libro), ricordiamo. Il nostro primo grande amore, il nostro impegno artistico, le nostre lotte sociali sono ancora là in un caleidoscopio indistinto dove un tema si fonde con l’altro senza soluzione di continuità. Rammentiamo la fede con cui ci impegnavamo e come la nostra energia ci sembrasse inesauribile. Nulla era impossibile. Poi, implacabilmente, suona la sveglia e poco dopo sale il caffè. Torniamo a una realtà folle e priva di senso: il mondo dell’esistentivo, del concreto, del grande gioco nel quale siamo solo pedine. Avremmo potuto urlare e correre più forte ma, ora, non abbiamo più fiato. Quella sfera che avevamo dentro, ardente come un piccolo Sole, è un deserto di ghiaccio. Una prigione di massima sicurezza, senza crepe nelle mura spesse.
Avremmo dovuto provare con più impegno o, forse, avremmo solo dovuto continuare a provare. Invece, la resa ci è sembrata più dolce, più sicura. Così abbiamo gettato la spugna, prima che fosse finito il primo round anche se eravamo ancora integri.
Rimangono in pochi, gli irriducibili del sogno. Di solito, i loro destini sono tristi quando non sono tragici. Ma, per poco che sia, suscitano l’ammirazione e l’invidia di tutti noi che abbiamo mollato, che ce ne siamo fatti una ragione.
Il romanzo di Bonfanti è il racconto di una storia d’amore ma, è anche una formidabile guida sulla ricerca della felicità, sulla crescita e su quella straordinaria sana forza primordiale che è la nostra sfera emotiva. Quindi, non assomiglia per niente ad un Harmony!
Alice si legge senza che opponga resistenza. L’investimento è piccolo, la resa è importante.
L’autore dimostra una profonda conoscenza dell’anima dei due protagonisti, tanto da farmi sospettare che ci sia un elemento di autobiografia nella vicenda narrata. Anche dell’immaginario maschile e femminile, Bonfanti ha una consapevolezza rara e preziosa. Le parti di erotismo sono scritte bene: lontane dalla pornografia, quanto dalla banalità. A tratti commuovente ci lascia molti interrogativi su come facciamo le nostre scelte, sul perché le facciamo. Soprattutto, sul fatto incontrovertibile che, prima o poi, tutti siamo sconfitti e domati.

Siamo tutti piccoli e stupidi.

Paolo Pelizza

© 2015 Rock targato Italia

Quello che luccica …

Quello che luccica …

Giuro che ci ho provato … Niente tv, neanche telegiornali. Niente giornali, né riviste. Niente radio. Computer spento.
Non ci sono riuscito neanche così. Quando pensavo che anche l’ultima eco della kermesse rivierasca si fosse spenta, ho riacceso tutto e sono stato investito dallo tsunami.
Possibile che il Festival di Sanremo duri mesi? Passi che il format polveroso è anche lunghissimo ma, che noi ce lo si debba sorbire fino alla prossima edizione, poi …
Capisco i preliminari, farsela durare per una settimana (che neanche Rocco!) e arrivare all’orgasmo plurimo simulato del sabato notte, capisco le polemiche di plastica, capisco la (finta) trasgressione del trans bravo e barbuto ma che siamo ancora qui a farne una disamina fotogramma per fotogramma?
Perché dobbiamo discutere di come cadeva l’abito ad Emma? Chissenenfrega se Conti porta lo smoking come un contadino trasportato direttamente dal Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo! Vogliamo discutere per mesi del pezzo pieno di cliché di Luca e Paolo sui matrimoni gay?
Propongo una petizione! Casalinghe di Voghera di tutte le terre, unitevi!
Manifestiamo contro questa ingiustizia! Vogliamo che il Festival duri tre serate (al massimo) e che poi non se ne parli più. Fino all’anno dopo, almeno. Non ci interessano più i pre e i dopo Festival. Non vogliamo più sapere degli abiti di ospiti, conduttori e madrine. Non ci interessa sapere niente, né prima né dopo. Fate un canale tematico per masochisti, se proprio volete.
Ci pensino le radio (sob!) a ritrasmettere i brani della manifestazione e chiuso! Noi abbiamo un sacco di problemi: le tasse, l’ISIS al citofono, la Grecia che non vuole più farsi sospendere la democrazia per via finanziaria, l’eiaculazione precoce, la prostata come un melone, nostra moglie è scappata con il marito della vicina e (dulcis in fundo) abbiamo perso il lavoro!
Quindi, ci offendiamo se pensiamo ai compensi di Conti e i suoi amici. Noi con quella cifra avremmo rimesso a posto anche il condominio (fatta esclusione per il marito della vicina, si paghi i suoi millesimi il fedifrago) e, invece, mentre languiamo in problemi che non sappiamo come risolvere, ci appare il suo faccione perennemente abbronzato e sorridente a dirci quanto tutto sia magnifico e strepitoso … Carlo! Lo sarebbe anche per me con metà dei tuoi soldi!!! Se presenti anche il prossimo, faccelo sapere che ti mandiamo le nostre coordinate bancarie. Anche quelle di Emma che ha preso solo un rimborso spese, questa volta!
Una vecchia canzone (ma sempre attuale) parlava di una signora che credeva che tutto quello che luccicasse fosse oro. Purtroppo … purtroppo è un riflesso solo un po’ troppo lungo di lustrini senza valore.

Paolo Pelizza

© 2015 Rock targato Italia

IL VOLO DI ICARO.

Di cosa parliamo esattamente quando parliamo di amore? Abbiamo davvero una risposta? Esiste una, seppur vaga, possibilità di averla?

Birdman è l’ultima fatica del regista messicano Alejandro Gonzales Inarritu, nato il giorno di Ferragosto del 1963. Il film racconta la storia di Riggan Thompson, attore decaduto divenuto celebre per aver interpretato il personaggio di Birdman. 

Lontano dal personaggio super-eroico interpretato a Hollywood in una fortunata serie di Blockbuster, Riggan decide di mettere in scena a Broadway una piece teatrale di Raymond Carver: What we talk about when we talk about love. L’estremo tentativo dell’attore di conquistarsi una nuova fama da artista, lontano dalle dinamiche del cinema mainstream becero e dipendente dal botteghino.

Riggan perseguitato dal suo vecchio personaggio, afflitto da rapporti complicati con l’altro attore (Shiner-Edward Norton) e da relazioni difficili con tutte le persone che gli gravitano attorno cercherà di portare al successo il testo che ha rivisitato lui stesso.

Non facciamo spoiler della pellicola (anche se ci è piaciuto talmente tanto che ci verrebbe voglia di raccontarla e di parlarne per ore!) ma, vogliamo consegnarvi alcune impressioni e una riflessione.

Il lungometraggio è un’unica piano-sequenza, dentro la quale le coreografie degli attori e della macchina da presa sono perfettamente strumentali alla narrazione. Quindi, la scelta di Inarritu non è motivata da un generalizzato “famolo strano” o dalla volontà di infilarci il guizzo del presunto cineasta d’avanguardia, bensì una necessità drammaturgica. Tecnicamente difficili e geniali alcuni passaggi in ambienti pieni di specchi.

La vicenda si svolge su diversi piani di realtà o, se preferite, del surreale. Dimensioni in cui esistentivo ed esistenziale si confondono senza soluzione di continuità.

La colonna sonora è quasi esclusivamente composta da frasi di batteria. Anzi, quando meno te l’aspetti appare anche il batterista intento a picchiare su pelli e piatti.

Inarritu mette insieme un cast da Michael Keaton (che è il protagonista) a Norton, all’ultima comparsa di gente straordinaria e perfetta nel recitare e nel danzare nello spazio insieme alla macchina da presa. Nella parte affidata a Keaton ci si potrebbe leggere un sospetto meta-cinematografico: Batman/Keaton (nella saga inaugurata da Tim Burton che sembra non aver portato grande fortuna all’attore) e  Birdman/Thompson. Una porzione di auto-biografia, forse c’è anche e soprattutto nella volontà del regista. Il bravissimo Michael è candidato all’Oscar e ci mancherebbe che non lo fosse!

Birdman è il film che non ti aspetti da Inarritu. Birdman è il film che ti aspetti dal regista più talentuoso del pianeta, dal numero uno. Che poi, è sempre lui. Il suo Birdman è intenso, confuso, ricattatorio, bellissimo e leggero.

Leggero, appunto. Il regista chiede allo spettatore di fare lui una riflessione su molte cose dentro al film (a parte l’incombenza di scegliersi un finale tra quelli proposti): sulla fragilità, sulla modernità, sull’ego, sulla fama, sull’amore e sulla vita. Il suo passaggio è quello di una piuma su uno specchio nella descrizione della condizione umana.

Posso provare a raccontare le risposte che ho trovato personalmente.

A chi ci ama, non importa di quanto voliamo alto se poi siamo lontani. Chi ci ama ci vuole vicino, con i piedi per terra.

Cosa conta una fama vana e provvisoria? A chi importa se siamo arrivati così vicini al Sole? Non importa a nessuno se abbiamo milioni di visualizzazioni sui social media. Non importa a nessuno quanti leggano le “Visioni” . Se non ci siamo per gli altri, se non siamo capaci di concederci, non esistiamo.

La ricerca della gloria, del successo individualista è il volo di Icaro. Atterriamo finché siamo in tempo!

Perché l’unica cosa che conti nella vita per voi,  per me e per Raymon Carver è amare, essere stati ed essere amati.

 L’amore è indefinibile è vero ma, è l’unica certezza nella vita di tutti E’ questa la ricetta per la felicità.

 Nello specifico della storia che Inarritu ci confeziona mirabilmente c’è il fallimento della più importante condizione: quella degli affetti. E’ la superficialità nel concepire sé stessi come mondi separati dagli altri, più importanti degli altri. Pensare che il nostro posto debba essere sopra l’umanità che calpesta la Terra provoca un cortocircuito letale, poco importa se come colto istrione dell’arte teatrale o come uccello antropomorfo in costume ridicolo. Non abbiamo scampo se non viviamo i nostri sentimenti insieme agli altri ed i loro nei nostri confronti. Rischiamo di vivere un coitus interruptus senza piacere, senza trasporto e infecondo.

Siamo importanti solo se e quando amiamo. No, ho sbagliato: siamo solo se e quando amiamo.

Scusa te … Cosa stavamo dicendo esattamente?

Paolo Pelizza

© 2015 Rock targato Italia

 

 

 

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