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Paolo Pelizza

Paolo Pelizza

LE VISIONI DI PAOLO: IL BAZAAR DELL'ASSURDO E I LIMITI DELLA LIBERTÀ.

Abbiamo sofferto con la Francia durante le ore tragiche degli attacchi vigliacchi a persone inermi ma, anche, al fondamento della libertà.
Abbiamo pianto con il popolo francese i suoi morti. Abbiamo manifestato insieme a loro la comunione d'intenti nel volerci battere contro la barbarie e nel dichiarare con orgoglio che non abbiamo paura. Che non sono riusciti a spaventarci.

L'applauso è stato pressoché unanime, così come l'abbraccio consolatorio.

Poi ...

Poi qualcuno ha pensato che essere liberi preveda un limite fondamentale. Il limite della responsabilità, dice qualcuno. Escono le nuove vignette su Charlie Hebdo. Maometto ne è, ancora una volta, il protagonista.

La tiratura (neanche a dirlo) è da record. Il mondo islamico s'infiamma contro chi li ha offesi. Contro chi ha offeso il Profeta.
Così molti autorevoli intellettuali e persino il Sommo Pontefice prendono le distanze.
Noi restiamo perplessi e paralizzati di fronte a questo cambio di rotta, a questa frattura.
Saranno le vignette satiriche a fermare il dialogo tra le religioni? Si può negoziare la libertà di pensiero, di critica e di satira in cambio di più
sicurezza, del quieto vivere?

Noi siamo con Benjamin Franklin: " Chi è pronto a dar via le proprie libertà fondamentali per comprarsi briciole di temporanea sicurezza non merita né la libertà né la sicurezza".
Questo volendo essere seri. Ma, la serietà non può essere la categoria con cui si analizza questo argomento. Non c'è nulla di serio.
E' un mercato dell'assurdo dove oggi è un altro giorno. Un bazaar dove si comprano gli articoli dell'oggi e si cerca un compromesso sulla prudenza
assurda di domani. E' il mercato al ribasso dei limiti della libertà. Oggi ci si indigna, domani si invoca equilibrio o, meglio, equilibrismo …

Ieri era ieri e non avevamo paura. Avevamo ancora negli occhi l'orrore, tuttavia, la voglia di andare avanti, di non perderci, di stringerci l'uno all'altro per confortarci ma, anche, per urlare che siamo in piedi, non ci mancava. Dichiaravamo con chiarezza: non siamo disposti a derogare nessuna delle libertà così a caro prezzo ottenute.
Urlavamo "Je suis Charlie"! Lo recitavamo come un mantra.
Oggi, tutto sommato ... un po' di paura l'abbiamo. Poi, è ingiusto essere offensivi nei confronti di questa o quella civiltà. Le religioni sono culture e/o tradizioni che vanno rispettate. Non bisogna scherzare con il sacro.

Ragionando sull'etimologia delle parole religione e sacro, possiamo scoprire cose interessanti. La prima deriva dal latino e significa "legare" o, se preferite, tenere insieme. La seconda è di derivazione greca e significa "separato" cioè su un piano diverso. Com'è possibile che chi dovrebbe tenere insieme, divida così tanto ed in modo così drammatico? Perché qualcosa che è su un altro piano (di percezione o di realtà) dovrebbe determinare scelte che possono cambiare così radicalmente il nostro modo di vivere o di pensare? La prima risposta che mi verrebbe è perché siamo stupidi.
Io lo sono di certo e, allora, mi metto a ragionare su un'altra parola abusata, in questo periodo: civiltà. La ho usata anch'io, più sopra. Cos'è la civiltà?
Esiste la civiltà o le civiltà?
Chi scrive vi chiede di ragionare non un atto di fede. Zarathustra si congeda dai suoi discepoli dicendo loro che forse li ha ingannati. Cammineranno da soli per il mondo e cercheranno da soli le loro verità.
Esiste solo l'umanità che lotta, soffre e ride per le stesse ragioni a qualunque latitudine, di qualunque razza o religione. Diremo con John Donne che ogni morte di uomo ci diminuisce perché ognuno di noi partecipa dell'umanità.
Diremo che l'unica vera civiltà è l'empatia.

Diremo che non è vero che il nostro prossimo è nostro fratello, noi siamo il nostro prossimo. Non possiamo ucciderlo senza commettere assassinio anche

verso noi stessi. Che noi e lui dobbiamo poterci esprimere anche in modo blasfemo, offensivo e provocatorio nei confronti di chiunque e di qualunque cosa. Perché le opinioni non fanno male, le armi sì. Diremo che sul Corano è scritto che chi salva un uomo salva tutta l'umanità, chi uccide un uomo uccide tutta l'umanità. Diremo che chi deroga sui principi fondanti dell'essere umani è disumano e (sì!) è responsabile della più terribile deriva. Diremo che non debba esistere nessun li mite sull'esprimersi liberamente.
Diremo che vanno aboliti i così detti "reati d'opinione".

Diremo con Voltaire che non siamo d'accordo con quello che dici ma, siamo disposti a morire perché tu possa continuare a dirlo. Da qualunque posto tu
venga. Qualunque cosa tu dica.

Una cosa non faremo mai. Non uccideremo.

di Paolo Pelizza

2015 Rock targato Italia

CARO PINO, SCUSAMI ... di Paolo Pelizza

Caro Pino,

tante persone che seguono le "Visioni" insistono a chiedermi di scrivere qualcosa su di te. E' doveroso, mi dicono.
Così seppur riluttante ho deciso di scrivere, anzi di scriverti.
Innanzitutto volevo spiegarti. Io non sono giornalista, non mi piacciono i "coccodrilli" e quella profondissima violazione del dolore di amici e familiari di artisti importanti che, sempre, si accompagna alla loro scomparsa. Provo un enorme fastidio quando poi la vicenda sfocia nel gossip, nello scontro tra ex mogli e attuali compagne. Infine, trovo stucchevole la glorificazione di facciata perché sono sempre i migliori quelli che se ne vanno.
Adesso che l'orgia mediatica sembra scemata, posso provare. Scusami se ho ritardato.

Devo, per onestà, dirti che non conosco molto bene il tuo lavoro. Il mio "viaggio" tra le diverse forme espressive e artistiche mi ha portato in luoghi e tempi diversi. C'è stata e c'è la volontà di tornare ad esplorare musica ed artisti italiani ma, ho subito una deriva tra culture differenti, altri posti ed altri orizzonti. Tra classica, colta contemporanea, jazz e rock.
So che condividi che sotto i cieli di questo pianeta c'è tanta, tantissima bellezza e, mi scuso per essermi un po' perso.
Qualche volta, però, sono inciampato in tue performance live, interviste e show case. Ho ascoltato e conosco la tua produzione, quantomeno quella dei brani più noti.
Penso, oltre ad aver apprezzato, di averci capito qualcosa. Scusami anche per la presunzione.
Credo, prima di tutto, di aver compreso perché i più grandi musicisti internazionali siano stati rapiti da una fascinazione importante nei confronti delle tue canzoni, del tuo modo di interpretare, della mano che avevi sulla chitarra. Quel cocktail fatto della tradizione melodica contaminato da altre di altre latitudini.
I piedi piantati come radici nella tua terra, nelle tue origini e lo sguardo ad esplorare quello che c'è oltre, lontano. Tra blues e canzone napoletana, l'esperienza e le novità che hai generato non potevano passare sotto traccia.
Non si potevano, né si possono ignorare ora.
Così come la tua caparbia coerenza nel voler fare musica tua e non per un mercato sempre più volubile e affamato di nuovo vacuo e di facciata, per un pubblico sempre più interessato a cose che non c'entrano nulla con la musica.
Semmai, nel grande gioco, si immatricola chi la fa facile, chi non alza il livello, chi non inventa nulla. Vince chi non vuole crescere e far crescere.
Solo pochi sopravvivono orgogliosamente nel deserto, facendo germogliare fiori di rara e incredibile bellezza. In questo, tutto italiano, non è un caso che tu sia tra quelli che ci hanno maggiormente stupito ed emozionato. E non erano emozioni facili o banali: i mille colori della tua città e delle note delle tue canzoni. I mille colori dei fiori del deserto.
Un gigante tra i nani.

Un amico (tuo fan) mi ha detto che adesso suonerai per gli angeli. Io sono ateo ma, gli ho chiesto ugualmente di pregare che, almeno, ti permettano di permutare l'arpa per una Fender.

Grazie Pino e scusa ancora.

Sinceramente,

Paolo

© 2015 rock targato Italia

Le strane guerre di Chris e Alan.

BENTROVATI ALLE VISIONI.
Amici visionari, oggi parliamo di due film che abbiamo visto per voi. Sono l'eastwoodiano "AMERICAN SNIPER" e "THE IMITATION GAME" di Morten Tyldum. Si tratta di due biopic.

Bradley Cooper (anche produttore) mette in scena il personaggio di Chris Kyle, il più letale cecchino dei Navy Seals e della storia bellica americana. Il film tratto dalla biografia di Kyle è esattamente come ce lo si aspetta: lineare e ben girato. Cede pochissimo a idee avanguardiste e a guizzi artisticio presunti tali. Perfetto nella struttura e straordinario da un punto di vista cinematografico, il lungometraggio si sviluppa attraverso la storia del protagonista e delle sue vicende dentro e fuori l'Iraq più recente. Due note di merito: una per l'inossidabile Michael Owens (supervisore agli effetti speciali già utilizzato da Eastwood per Hereafter e da Spielberg per il suo sbarco a Omaha Beach di Save Private Ryan), l'altra per l'interpretazione intensa e misurata di Cooper. Sia gli effetti più veri e credibili del vero, sia la bravura dell'attore impreziosiscono un film americano che qualche volta ti viene di scriverlo con la kappa!
Non sempre, per fortuna. Perché fuori dalle vicende belliche (durissima la sequenza delle prime due uccisioni) è la storia di un uomo che, convinto dall'educazione che gli è stata impartita e dal patriottismo un po' pret-a-porter della provincia sudista, parte per la guerra con l'idea di essere un cane da pastore e di proteggere il suo gregge dai lupi. La guerra (nella pellicola) è la vera e indiscussa protagonista. Si insinua sotto pelle e diventa un grave sull'anima di protagonisti e spettatori. Ci arrivi dentro e non riesci ad uscirne. Neanche quando torni a casa. Neanche quando giochi con i tuoi figli.
Kyle diventa una sorta di "war addicted" assuefatto a pericolo e violenza, incapace di uscire dal vortice. Nella pace di casa, tornare ad occuparsi di altri reduci meno fortunati ed integri di lui diventa la chiave per un ritorno alla vita. Ultima nota per la co-protagonista Sienna Miller. L'abbiamo trovata in forma soprattutto quando appare per la prima volta. Una classica ragazza della provincia degli USA molto bella e un po' tamarra. Dove dovrebbe farci entrare nella sua angoscia per la sorte del marito che parte per l'ennesimo turno di servizio, lascia la porta socchiusa. Ci invita ma nonriesce a farci varcare la soglia. Un piccolo neo per un film perfetto.

THE IMITATION GAME è il biopic del matematico britannico Alan Turing. Lui e un pool di cervelli vengono chiamati per decifrare il codice della macchina Enigma: missione impossibile per il numero di combinazioni che si devono provare. Così Turing progetta e costruisce una macchina per processarlo e trova la chiave permettendo agli alleati di vincere la guerra contro il nazismo.
Il regista nordico ci consegna una ricostruzione senza sbavature, né frills. La struttura è asimmetrica ma assolutamente comprensibile anche nei passaggi temporali tra le età e i periodi della vita di Turing. Il film ha ritmo ed è emozionante. Molto del merito va all'attore protagonista Benedict Cumberbatch. Lontano dalle atmosfere e dal mood insensibile e misantropico di Holmes nella riuscita serie TV "Sherlock", il Turing di Cumberbatch è da stropicciarsi gli occhi: tridimensionale, gioca tra stati emotivi, stravaganza e un vago e leggero autismo. Sarebbe una vera ingiustizia non dargli l'Oscar! come da Oscar è Keira Knightley: la sua Joan Clarke è tantissima roba e la parte non è facile. I due protagonisti sono certamente aiutati da tutto il cast che funziona come un orologio svizzero. THE IMITATION GAME è un organismo complesso che gira impeccabilmente.
I dialoghi sono sempre sagaci e interessanti e la vicenda che sulla carta potrebbe essere noiosa (cinque geni che costruiscono una macchina) è un mix di ironia, disperazione, disagio esistenziale e gioia sullo sfondo della più grande tragedia della Storia umana.
Una piccola divagazione sul regista, concedetemela. Tyldum è nordico di nascita e statunitense di formazione cinematografica (New York non L.A.). L'unico altro suo film che il sottoscritto è riuscito a vedere è Headhunters, tratto dall'omonimo romanzo di Jo NesbØ. Il libro è uno dei più riusciti thriller della storia della letteratura di genere e lo scrittore e musicista norvegese che ne è l'autore è probabilmente il più grande di sempre dopo il maestro Ellroy. Insomma, il materiale c'era. Tuttavia, (seppur ci rendiamo conto che l'intreccio fosse complicato da tradurre in immagini in movimento) il film era venuto fuori un po' algido e stanco. Questo ultimo è talmente riuscito da farci urlare al capolavoro e, già che ci siamo, diamo un Oscar pure a lui! Crepi l'avarizia.

Due guerre diverse e due personaggi diversissimi e di epoche diverse. Una cosa in comune ce l'hanno: sono guerrieri che combattono in modo strano, non canonico. Uno, la guerra (e la morte che provoca) la vede da molte centinaia di metri di distanza attraverso il mirino telescopico di un fucile di alta precisione. L'altro dentro un laboratorio tra una modifica e l'altra alla macchina.
Tutti e due hanno ucciso. Hanno ucciso per vincere la guerra. Uno senza essere visto, da lontano e al sicuro. Un colpo, un morto. L'altro per non dare alcun vantaggio al nemico, ha lasciato che molte persone morissero, senza fare nulla. Si sono assunti responsabilità che nessuno dovrebbe assumersi e ne hanno pagato il prezzo. Tutti e due scomparsi: Kyle è stato ucciso da un reduce che cercava di aiutare e che soffriva della sua stessa sindrome, Turing (sembra ...) muore suicida dandoun morso ad una mela avvelenata con il cianuro. In particolare, pensando alla parabola dell'eroico matematico non posso fare a meno di darvi conto del fatto che Turing è davvero il padre dell'intelligenza artificiale e che dovrebbe essere studiato nei corsi di filosofia avendo superato l'assioma cartesiano per il quale le macchine non possano pensare. Penso, quindi sono una macchina. Le sue scoperte sono paragonabili a quelle di Darwin e Freud, ma più importanti per come hanno cambiato il nostro modo di vivere.
Il matematico britannico è stato oggetto di molti libri e di qualche pellicola. Consentitemi di rivelarvi che c'è stata anche una rappresentazione in teatro qualche anno fa (Stagione 2012/2013 al Teatro Piccolo di Milano): TURING STAGED CASE HISTORY. Per chi volesse approfondire: www.turingcasehistory.net Lo spettacolo di Maria Elisabetta Marelli è (per quanto concerne la mia esperienza) il miglior esempio di arte multimediale. Il matrimonio tra tecnologia e mezzi espressivi ha reso con la dignità drammaturgica necessaria, l'essenza del lavoro e del pensiero del matematico.
Ma, anche, debolezze e paure senza cedere mai ad una freddezza che (spesso) questo genere di rappresentazioni hanno intrinsecamente. Sarebbe bello poterlo rivedere in scena, vista anche la spinta che questo film sta ridando al personaggio e i riconoscimenti che la pellicola ha avuto e quelli che (ne sono certo) arriveranno.

Un'ultima nota di servizio per i "visionari". Molti mi hanno sollecitato a scrivere un pezzo su PINO DANIELE che tutti abbiamo amato e amiamo. Qualcuno vorrebbe che scrivessi, anche, un ricordo della EKBERG. Non voglio nemmeno provare a giustificarmi sono argomenti che meritano cura,
attenzione e spazio anche alle Visioni ... tuttavia, tutti questi eventi sono capitati in un momento terribile. L'attacco vigliacco a CHARLIE HEBDO e alla libertà di espressione, stampa e pensiero ci hanno scossi intimamente. Alla fine su Pino Daniele ha scritto una canzone un suo amico talentuoso e credo che fare meglio di ERIC CLAPTON sia difficile!

Je suis Charlie.

Le visioni di Paolo: Orwell e il paradosso da cocktail bar

Qualche sera fa, bevendo un ottimo cocktail al Turné (quello a Milano), chiacchieravo con un amico e fan delle Visioni.

Questa persona mi ha fatto riflettere su alcune mie "presunte" contraddizioni. Trova, mi dice, che sia paradossale che io faccia l'elogio delle innovazioni, proponga che si dia più spazio ai giovani e, poi, sia così contrario alla tecnologia. Le nuove generazioni sono composte da giovani chiamati "nativi digitali". Il loro punto di vista sul mondo è attraverso i device elettronici e il loro modo di comunicare prevede l'uso di social media, blog, community, etc.
L'ulteriore paradosso è che, alla fine, io stesso tengo settimanalmente una rubrica sul web ...

E' evidente che le Visioni non possono essere valutate con la categoria della coerenza ma, "vivono" di umori, interessi, emozioni, fatti e misfatti del momento in cui vengono concepite e, successivamente, scritte.

Riflettendo su queste cose, mi viene in mente che nel mondo della logica esistono due tipi di paradossi: quello fallace e quello veridico. Quello fallace prevede un'esposizione assolutamente verosimile, che sembra logica e corretta ma, non lo è. Quello veridico, al contrario, sembra errato e, invece, è assolutamente giusto. Mi domando a quale dei due appartengano le Visioni. Vediamo!

Intanto, occorre che spieghi il mio pensiero in modo più lineare. Io non sono contrario alle tecnologia, sono contrario alla tecno-filia. Non sono contro la modernità, sono contro il modo acritico con cui viene intesa. Cos'è l'innovazione? Perché io sento che viene percepita, anzi no, tradotta come progresso tecnologico e basta.

Avete mai provato a visitare il sito web di una compagnia aerea, cercando una tariffa per il Medio Oriente? Per settimane verrete bersagliati di promozioni, offerte e pubblicità da parte di quella e di tutte le altre compagnie che coprono quelle tratte. Tutti i servizi che ci regalano su Internet prevedono la comunicazione di tutti i nostri dati personali. Non so voi, ma il sottoscritto riceve spam sempre inerenti alla propria attività, ai propri interessi, al fatto che sia in quella fascia di età e sociale ... Vogliamo parlare di sicurezza? Di privacy? Stiamo scherzando. Chiunque abbia un account di posta elettronica sa di cosa parlo. Quanti amici o conoscenti avete che sono stati derubati all'estero, in posti dove non sono mai stati, e vi hanno scritto di mandar loro dei soldi? L'ultimo era di stamattina. Un mio contatto di lavoro: derubato a Cipro mentre stava comodamente facendo colazione a casa sua in Franciacorta, nella provincia viti-vinicola di Brescia. I satelliti in orbita che sorvegliano tutte le comunicazioni digitali del pianeta in nome della guerra al terrorismo, non sono l'ipotesi di un grande romanziere di fantascienza. Sono lì sopra e operano ... La cronaca ha riportato, anche, un Datagate qualche anno fa. Oggi, evidentemente, dimenticato.

Non sto esagerando. Ricordate 1984? No. Non l'album dei Van Halen che sancisce la fine del sodalizio tra Eddie e David Lee Roth (pare a causa della nuova fascinazione di Eddie per una tastiera elettronica inventata da un ingegnere tedesco in quegli anni!), il romanzo di George Orwell. Quello che parla del Grande Fratello. Nooo. Non la trasmissione televisiva condotta dalla Marcuzzi. Il testo ci parla di una civiltà tecnologicamente avanzata dove tramite i devices i governi condizionano la vita e le scelte delle persone. Provate a dirmi, che non sta succedendo. Una profezia che si avvera con un paio di decenni di ritardo.
Anche senza scomodare i massimi sistemi, tutti i giorni assisto a scene isteriche se al bar non funziona la wi-fi o se in hotel non c'è la rete wireless ... Siamo assuefatti a quel modo di vivere e comunicare. Se non siamo in rete, non esistiamo più per nessuno. Un gruppo di studenti, durante una pausa, assistevano ammirati alla presentazione del più nuovo tra gli smartphone, parlandone per una buona mezz'ora ... Una cosa non esclude l'altra, mi direte. Erano miei studenti e la cosa è andata avanti per settimane, finché non è uscito un altro modello più nuovo!

Vi siete mai trovati da qualche parte, durante un black out? Una volta si prendevano le candele, oggi si ringrazia il nostro provider di rete mobile!
Chi parlava da solo venti anni fa veniva portato via in ambulanza, oggi ha l'auricolare!
Non si parla mai di innovazione dei linguaggi, dei costumi, di innovazione sociale o culturale. C'è solo lo sviluppo tecnologico che crea tanti vantaggi e ci semplifica talmente le relazioni che non ne abbiamo più di reali.

Invece, l'innovazione importante per un progresso vero sarebbe quella dei linguaggi, quella dei diritti (in Italia è in atto un regresso sui diritti che siano civili o di altro tipo) e quella culturale. Ci sentiamo "buoni" perché usiamo concetti come tolleranza e uguaglianza ma, sono concetti sbagliati. Parliamo, invece, di diversità, l'unica vera ricchezza è quella. Parliamo di empatia: prendiamo atto del fatto che nessuno è uguale a nessun altro. Noi siamo il nostro prossimo.

Chi può fare evolvere la nostra civiltà? Chi ne ha la possibilità e il tempo? I giovani. Soprattutto quelli che non si perderanno nella rete. Quelli che coltiveranno una visione, che la condivideranno e si adopereranno perché venga diffusa. I sognatori, insomma, che guardano il mondo con gli occhi e non attraverso schermi a LED. Quelli che considereranno gli strumenti, strumenti e non si faranno identificare dal fatto che li usino.
Parlando di paradossi ... non so più se il mio sia veridico o fallace. So solo che il mio VodkaMartini è buono e che le chiacchiere fatte con l'amico, piacevoli, (nonostante sia molto critico nei miei confronti).

Mentre penso a come scrivere questo pezzo, quasi quasi ne ordino un altro

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