Menu

....... Anche i rettili hanno un'anima.

Un po' immalinconiti dai ricordi e un po' distratti dalla mondanità?
Forse, ma passa subito. Anche i rettili hanno un'anima.

IL CAVALIER SERPENTE

Perfidie di Stefano Torossi
13 luglio 2015

COUTURE SCULPTURE

Azzedine Alaïa, poverino, sarà alto un metro e quaranta, ma quando prende forbici e filo, di-venta un gigante. E’, come tutti sanno (tranne noi), un famosissimo stilista tunisino, naturalmente trasferitosi, appena gli è riuscito, a Parigi, anche perché a Tunisi, con tutto il rispetto, non crediamo che si possa fare molta strada nella moda.
Bene, il 10 luglio siamo invitati alla Galleria Borghese per il mondanissimo cocktail di presentazione della sua collezione “Couture/Sculpture”, Moda/Scultura.
Titolo quanto mai azzeccato perché i suoi abiti, davvero bellissimi, hanno la stessa possibilità di essere indossati da una normale femmina umana che il Cavalier Serpente ha di essere scambiato per il Discobolo di Mirone.
Pura magica perfezione. E’ un po’ il rapporto che aveva con la realtà la più famosa delle sue clienti: Grace Jones, della quale tutto si poteva dire ma non che fosse umana; un felino nero, elegantissimo e irreale.
Eppure fra il pubblico giravano un paio di modelle (robot non umani?) magicamente e perfettamente infilate in questi capi. I quali, e qui bisogna dare ragione al titolo della collezione, si armonizzavano perfettamente con le sculture (vere) dell’altra collezione: quella di Casa Borghese.
L’evento è risultato un cocktail fatto di due ingredienti. Gli elementi non umani: i vestiti, i quadri e le statue romane e barocche accumulati nelle sale con la frenesia di collezionisti bulimici, come evidentemente erano stati i vari membri della famiglia Borghese (e bisogna dire che reggere il confronto con le madonne di Caravaggio o le Proserpine di Bernini non è davvero facile, eppure gli abiti non sfiguravano, anzi). E poi, scendendo invece un po’ più verso terra, tutto il pittoresco sciame gay della moda, rappresentanti della nobiltà romana (coté frivolo), e naturalmente un agguerrito battaglione di cocorite strizzate nei loro modelli Alaïa opportunamente slargati qua e là, e irrime-diabilmente invereconde per le bocche canottate, gli occhi fessurati, gli zigomi antigravità.
Pericolosa offerta, su e giù per lo scalone d’ingresso, di fragole e champagne, una mistura esplosiva in un pomeriggio a quaranta gradi.
Ma siamo sopravvissuti e, anzi, abbiamo approfittato della circostanza per ripassarci gli infiniti capolavori radunati sui piedistalli e appesi alle pareti. Il risultato, come dicevamo prima, di secoli di immutata smania di collezionismo, senza dubbio corroborata dal fatto che i nobili Borghese avevano un sacco di terreni in cui scavare e recuperare, un sacco di quattrini per comprare i pezzi migliori, e di sicuro la possibilità di fare le opportune pressioni per costringere graziosamente qualunque pove-raccio che non fosse un papa, un principe o un cardinale a mollare un osso appetitoso capitatogli per caso sotto il piccone.
Nientedimeno che alla Sala Casella della Filarmonica Romana l’amico pianista e compositore Antonio Di Pofi, insieme al Quartetto d’archi Pessoa, ci ha invitati sabato 11 a un programma di rivisitazione dei brani più famosi dei Beatles, da lui arrangiati per la succitata inconsueta formazione.
Anche in questa occasione abbiamo verificato per l’ennesima volta un fatto: i loro temi sono tal-mente belli che funzionano in qualsiasi salsa. In questo caso poi, la salsa era particolarmente delicata e usata con parsimonia, quindi nessuno stupore.
La sala è bassa e stretta. Saggiamente il quartetto è sceso dal palco e si è piazzato insieme al pianoforte contro la parete lunga creando un informale salotto con tutto il pubblico seduto intorno. Una disposizione da musica da camera a corte, diremmo, con il maestro concertatore che gar-batamente presentava, anche con qualche inedito aneddoto, ognuno dei notissimi brani.
Pubblico stranamente misto. In gran parte noi dell’epoca, ex figli dei fiori settantenni o giù di lì; e un buon numero di ragazzi e bambini che conoscevano perfettamente il repertorio, tanto è vero che alla fine hanno cantato intonati e quadrati “Hey Jude”.
Bella serata e buona esecuzione. Così potrebbe finire la nostra recensione.
Invece no. Perché noi c’eravamo, all’epoca, e nulla meglio della musica riesce a far rivivere i ricordi. Belli, malinconici ricordi. Ricordi di un’epoca che, ovvio, straovvio, non ritorna.
Che cosa avevamo di diverso cinquant’anni fa? Beh, intanto cinquant’anni (di meno). Poi avevamo i Beatles che allora erano una novità, non un capitolo di storia della musica come adesso. Avevamo tanto altro: ancora poche delusioni, il tempo per fare programmi a lungo termine, un futuro sul quale proiettare i nostri ideali; avevamo ottima salute, potevamo andare a dormire alle cinque del mattino dopo un pacchetto di sigarette e tre o quattro whisky e svegliarci come boccioli di rosa. Portavamo vestiti variopinti e frequentavamo ragazze simpatiche.
E i capelli? Lunghi, tanti. Ricrescevano furiosamente insieme a baffi e barbe.
Beh, non lamentiamoci troppo. Siamo ancora qui, anche se con un programma esistenziale assai meno articolato. Certo, la parte divertente è diventata minoritaria, ma siamo ancora qui.
D’altra parte l’alternativa non ci sembra un gran che allettante.

------------------------------------------

L’archivio del Cavalier Serpente, o meglio la covata di tutte le sue uova avvelenate, sta al caldo nel suo blog. Per andare a visitarlo basta un click su questo link: http://blog.libero.it/torossi

Leggi tutto...

Perfidie di Stefano Torossi: Il Ruspante

IL CAVALIER SERPENTE

Perfidie di Stefano Torossi
6 luglio 2015

IL RUSPANTE


Vostro Onore, lo confessiamo: al concerto ci siamo andati con in testa i peggiori preconcetti contro questo signore, che sappiamo padrone della voce, ma parlata, non cantata. In più il tipo si presenta un po’ troppo ruspante. Un sapore forte per il nostro inguaribile snobismo. Ecco come è andata.
La lochèscion (ruspante, abbiamo detto, no?) è gradevole: uno dei grandi cortili dell’ex mattatoio, di cui molto abbiamo parlato ultimamente, fresco e circondato da buoni stand di cibo e bevande. L’ora, ancora meglio: fra le nove e mezza e le dieci; si parcheggia con calma. Il programma di “Io vendo le emozioni” annuncia canzoni originali, qualche cover e un ospite: Enrico Ruggeri.
Dunque, per onestà diciamo subito che siamo rimasti stupiti dalla qualità del gruppo musicale, che forse un po’ ci aspettavamo, e dalla invece inaspettata musicalità del protagonista: quadratura impeccabile, padronanza degli attacchi e, naturalmente (è la sua arma professionale) della voce. Per questo capo di imputazione chiediamo lo stralcio.
La quale voce, però, probabilmente gli da troppa sicurezza, e a volte, nel registro basso che forse vorrebbe ricordare un Barry White de noantri, esce piuttosto come un rutto (d’accordo, intonato).
Discutibile è invece la presenza in scena. Forse per scarsa esperienza, timidezza, o magari per una furbesca scelta di rappresentare il personaggio semplice e sprovveduto, si abbandona a eccessi di fisicità, che se lo avesse visto Sinatra (o, senza andare troppo lontano, anche Dorelli…) Beve acqua a garganella, si agita, parla con i tecnici, si toglie e rimette gli occhiali, sfoglia il suo brogliaccio, suda e si asciuga continuamente faccia, collo, nuca, testa con un enorme accappatoio (bianco, quindi visibilissimo).
Forse per far simpatia al pubblico, in coppia con la moglie, che lo chiama Frenk, si butta in una cover casareccia del mitico “Parole parole” (Mina e Alberto Lupo). Seguita da una melensa canzone da papà amoroso dedicata al figlioletto che dovrebbe essere fra il pubblico e che lui saluta alla voce (applausi frenetici dalle mamme presenti). Poi una conversazione bamboleggiante con la chitarra elettrica che gli fa il verso. E per chiudere, un omaggio con imitazione vocale alla buonanima di Manfredi in “Tanto pe’ cantà”.
Per quest’altra imputazione chiediamo un periodo di rieducazione forzata.
Un peccato, Vostro Onore, perché in fondo, per non essere un professionista del ramo, non è neanche male, e i suoi forse sconsiderati, certo audaci tentativi di cantare Jannacci, Gaber o De Gregori meritano, se non proprio il nostro sostegno, almeno l’indulgenza della corte.
Per noi il concerto finisce quando Francesco Pannofino (sì, è proprio lui), dopo aver invitato sul palco Ruggeri, ci annuncia che si assenterà il tempo necessario per cambiarsi la camicia, che “è pro-prio zuppa”.
Anche noi ci assentiamo. Definitivamente.

Apprendiamo con vivo stupore dalla stampa:
che nei prossimi giorni, siccome farà molto caldo, tutti, ma in particolar modo anziani e bambini, dovranno mangiare leggero, bere molta acqua e poco vino, dovranno stare possibilmente in ambienti freschi (suggeriti i supermercati, ignorate le chiese), non sedersi al sole per ore e soprattutto vestirsi leggeri.
Una bella delusione per chi aveva in programma di mettersi un loden pesante e scendere alla trattoria tirolese dietro l’angolo per un piattone di polenta e gulasch e un gagliardo fiasco di Chianti.
Certo, senza i giornali non sapremmo davvero come cavarcela.

Apprendiamo, stavolta con vivo piacere, sempre dalla stampa:
che il Teatro dell’Opera ha chiuso il 2014 con un attivo di quasi 5.000 (cinquemila) Euro ri-spetto a un passivo dell’anno precedente di dodici milioni. Naturalmente la cifra fa ridere, ma sug-gerisce un pensiero: non è vero che certi enti sono sempre pozzi dove sparisce il denaro pubblico. Dipende dai cialtroni a cui sono affidati, che non sanno fare il loro presunto mestiere di amministra-tori.
Insomma, come sosteniamo da sempre, conta l’uomo e non la struttura. Il mago è, diciamolo perché lo merita, il sovrintendente Fuortes, che già aveva fatto veri miracoli al Parco della Musica.

Una Top Ten gastromusicale:
Avere una trattoria con i tavoli all’aperto sotto le finestre di casa è un dubbio piacere ma una indubbia comodità. E in più ci offre la possibilità di compilare, basandoci su una media di almeno tre esecuzioni a pranzo e molte di più la sera, e con formazioni diverse: clarinetto solista, sax, chitarra e canto, trio di fisarmoniche, eccetera, una affidabilissima top ten dei brani di successo presso i po-steggiatori romani.
Ecco la hit parade. 1°: “My way”, bel tema di Paul Anka, che vorremmo aver scritto noi, ma diventatoci odioso per l’indigestione. 2° e 3°: gli inevitabili “Torna a Sorrento” e “O sole mio” (siamo in Italia e i turisti li pretendono). 4°: “Quando quando” (ci scuserà l’amico Tony Renis se ogni volta che lo sentiamo gli mandiamo un accidente). 5°: “Il padrino” (Nino Rota, pace all’anima sua). Sorprendentemente “Arrivederci Roma” sta in coda insieme agli altri.
E non ci si può sbagliare a fare i conti, perché ogni posteggiatore esegue i brani secondo la sua scaletta fissa, con gli errori, sempre gli stessi, ripetuti anche loro con implacabile regolarità e protervia.


------------------------------------------


L’archivio del Cavalier Serpente, o meglio la covata di tutte le sue uova avvelenate, sta al caldo nel suo blog. Per andare a visitarlo basta un click su questo link: http://blog.libero.it/torossi

Leggi tutto...

Perfidie di Stefano Torossi: Il Ruspante

IL CAVALIER SERPENTE

Perfidie di Stefano Torossi
6 luglio 2015

IL RUSPANTE


Vostro Onore, lo confessiamo: al concerto ci siamo andati con in testa i peggiori preconcetti contro questo signore, che sappiamo padrone della voce, ma parlata, non cantata. In più il tipo si presenta un po’ troppo ruspante. Un sapore forte per il nostro inguaribile snobismo. Ecco come è andata.
La lochèscion (ruspante, abbiamo detto, no?) è gradevole: uno dei grandi cortili dell’ex mattatoio, di cui molto abbiamo parlato ultimamente, fresco e circondato da buoni stand di cibo e bevande. L’ora, ancora meglio: fra le nove e mezza e le dieci; si parcheggia con calma. Il programma di “Io vendo le emozioni” annuncia canzoni originali, qualche cover e un ospite: Enrico Ruggeri.
Dunque, per onestà diciamo subito che siamo rimasti stupiti dalla qualità del gruppo musicale, che forse un po’ ci aspettavamo, e dalla invece inaspettata musicalità del protagonista: quadratura impeccabile, padronanza degli attacchi e, naturalmente (è la sua arma professionale) della voce. Per questo capo di imputazione chiediamo lo stralcio.
La quale voce, però, probabilmente gli da troppa sicurezza, e a volte, nel registro basso che forse vorrebbe ricordare un Barry White de noantri, esce piuttosto come un rutto (d’accordo, intonato).
Discutibile è invece la presenza in scena. Forse per scarsa esperienza, timidezza, o magari per una furbesca scelta di rappresentare il personaggio semplice e sprovveduto, si abbandona a eccessi di fisicità, che se lo avesse visto Sinatra (o, senza andare troppo lontano, anche Dorelli…) Beve acqua a garganella, si agita, parla con i tecnici, si toglie e rimette gli occhiali, sfoglia il suo brogliaccio, suda e si asciuga continuamente faccia, collo, nuca, testa con un enorme accappatoio (bianco, quindi visibilissimo).
Forse per far simpatia al pubblico, in coppia con la moglie, che lo chiama Frenk, si butta in una cover casareccia del mitico “Parole parole” (Mina e Alberto Lupo). Seguita da una melensa canzone da papà amoroso dedicata al figlioletto che dovrebbe essere fra il pubblico e che lui saluta alla voce (applausi frenetici dalle mamme presenti). Poi una conversazione bamboleggiante con la chitarra elettrica che gli fa il verso. E per chiudere, un omaggio con imitazione vocale alla buonanima di Manfredi in “Tanto pe’ cantà”.
Per quest’altra imputazione chiediamo un periodo di rieducazione forzata.
Un peccato, Vostro Onore, perché in fondo, per non essere un professionista del ramo, non è neanche male, e i suoi forse sconsiderati, certo audaci tentativi di cantare Jannacci, Gaber o De Gregori meritano, se non proprio il nostro sostegno, almeno l’indulgenza della corte.
Per noi il concerto finisce quando Francesco Pannofino (sì, è proprio lui), dopo aver invitato sul palco Ruggeri, ci annuncia che si assenterà il tempo necessario per cambiarsi la camicia, che “è pro-prio zuppa”.
Anche noi ci assentiamo. Definitivamente.

Apprendiamo con vivo stupore dalla stampa:
che nei prossimi giorni, siccome farà molto caldo, tutti, ma in particolar modo anziani e bambini, dovranno mangiare leggero, bere molta acqua e poco vino, dovranno stare possibilmente in ambienti freschi (suggeriti i supermercati, ignorate le chiese), non sedersi al sole per ore e soprattutto vestirsi leggeri.
Una bella delusione per chi aveva in programma di mettersi un loden pesante e scendere alla trattoria tirolese dietro l’angolo per un piattone di polenta e gulasch e un gagliardo fiasco di Chianti.
Certo, senza i giornali non sapremmo davvero come cavarcela.

Apprendiamo, stavolta con vivo piacere, sempre dalla stampa:
che il Teatro dell’Opera ha chiuso il 2014 con un attivo di quasi 5.000 (cinquemila) Euro ri-spetto a un passivo dell’anno precedente di dodici milioni. Naturalmente la cifra fa ridere, ma sug-gerisce un pensiero: non è vero che certi enti sono sempre pozzi dove sparisce il denaro pubblico. Dipende dai cialtroni a cui sono affidati, che non sanno fare il loro presunto mestiere di amministra-tori.
Insomma, come sosteniamo da sempre, conta l’uomo e non la struttura. Il mago è, diciamolo perché lo merita, il sovrintendente Fuortes, che già aveva fatto veri miracoli al Parco della Musica.

Una Top Ten gastromusicale:
Avere una trattoria con i tavoli all’aperto sotto le finestre di casa è un dubbio piacere ma una indubbia comodità. E in più ci offre la possibilità di compilare, basandoci su una media di almeno tre esecuzioni a pranzo e molte di più la sera, e con formazioni diverse: clarinetto solista, sax, chitarra e canto, trio di fisarmoniche, eccetera, una affidabilissima top ten dei brani di successo presso i po-steggiatori romani.
Ecco la hit parade. 1°: “My way”, bel tema di Paul Anka, che vorremmo aver scritto noi, ma diventatoci odioso per l’indigestione. 2° e 3°: gli inevitabili “Torna a Sorrento” e “O sole mio” (siamo in Italia e i turisti li pretendono). 4°: “Quando quando” (ci scuserà l’amico Tony Renis se ogni volta che lo sentiamo gli mandiamo un accidente). 5°: “Il padrino” (Nino Rota, pace all’anima sua). Sorprendentemente “Arrivederci Roma” sta in coda insieme agli altri.
E non ci si può sbagliare a fare i conti, perché ogni posteggiatore esegue i brani secondo la sua scaletta fissa, con gli errori, sempre gli stessi, ripetuti anche loro con implacabile regolarità e protervia.


------------------------------------------


L’archivio del Cavalier Serpente, o meglio la covata di tutte le sue uova avvelenate, sta al caldo nel suo blog. Per andare a visitarlo basta un click su questo link: http://blog.libero.it/torossi

Leggi tutto...

Ferrari, Augusto, The Beatles. Un bel terzetto, no?

IL CAVALIER SERPENTE

Perfidie di Stefano Torossi
29 giugno 2015

FERRARI CAVALCADE

Per andare a ritirare una raccomandata in giacenza si passa dalle parti del Mausoleo di Augusto. Il 25, giovedì, mentre eravamo diretti appunto alla Posta Centrale, siamo stati colpiti da una visione irreale. Almeno un centinaio di scintillanti, colorate, sgargianti Ferrari erano parcheggiate tutto intorno alla fossa (chiusa da anni da una cancellata, che neanche Guantanamo) ormai fangosa e maleodorante in cui è immerso come un Titanic colpito e affondato, ma ancora coronato di cipressi e oleandri, uno dei più insigni monumenti di Roma, la tomba di Augusto, il suo mausoleo, l’Augusteo insomma.
Non si può fare a meno di notare sbirciando attraverso i ferri della suddetta cancellata la palude da cui emergono i muraglioni romani, piena di canne, potenziale nascondiglio forse di coccodrilli e piranha, certo di ranocchi e libellule. E zanzare. Neanche terzo mondo, qui ci troviamo in un ambiente selvaggio da documentario del National Geographic.
Possedere una Ferrari è senza dubbio un indicatore. Di successo economico, certo; di gusto, non sappiamo. Ma nello stesso tempo, secondo noi, è una gran seccatura: come avere un Van Gogh appeso in salotto, o dei bei vasi etruschi rimediati da qualche ambiguo mercante. C’è da preoccuparsi dei ladri che ti entrano in casa, dei carabinieri che cercano di recuperare i reperti, degli scemi che ti rigano l’auto, o dei maldestri che te la abbozzano in parcheggio. Anche della cacca di un piccione, notoriamente corrosiva. Insomma, una vita d’inferno.
Un’idea ce l’avremmo: ognuna di quelle Ferrari, quasi tutte modelli unici o comunque vintage varrà come minimo trecentomila euro. Sono cento macchine. Totale trenta milioni. Basterebbe un dieci per cento per ripulire, restaurare, rendere decentemente frequentabile il rudere imperiale. Ma chi e come glielo chiede ai proprietari? Non funziona così, vero?
The Beatles, ovvero c’ero anche io all’Adriano.
Il 26 e il 27 alla Discoteca di Stato (che adesso si chiama ICBSA, Istituto Centrale per i Beni Sonori e Audiovisivi. Chissà perché burocratizzare cambiando il vecchio nome che andava così bene?) Gianfranco Migliaccio ha organizzato una due giorni nostalgica del “c’ero anche io” ai concerti che i Beatles tennero a Roma. Inevitabilmente una riunione di reduci: basta un veloce calcolo. Dal ’75 sono cinquant’anni; chi c’era ne aveva più o meno venti, quindi in platea (e anche sul palco) eravamo tutti almeno settantenni, spesso ultra.
Un paio di cover band opportunamente abbigliate e imparruccate hanno suonato come tutte le cover band che si rispettino: impeccabilmente e senza permettersi sghiribizzi. Bene, ma sempre cover, e in più, se lo strumentale è inappuntabile, non lo è altrettanto la pronuncia dei testi. Ma, in mancanza dell’originale…
C’è stata la sfilata dei testimoni: belle ragazze del Piper, poi in carriera artistica, come Mita Medici, giornalisti che con vari incarichi avevano seguito la faccenda e l’hanno raccontata a immagine e somiglianza del loro carattere.
Fabrizio Zampa sdrammatizzando con gustosi aneddoti; Claudio Scarpa in bilico tra il fan e lo storico musicale; Adriano Mazzoletti, miniera di infinite informazioni, e capace di ricordare giorno, ora e luogo di tutto quello che racconta; Dario Salvatori con il piglio sicuro del conduttore di professione, ma anche con l’autoironia che gli sprizza da tutti i pori (e anche dai capi di abbigliamen-to).
Ci teniamo per ultimo Gianni Bisiach, il quale dopo essere stato tutto il tempo ad aspettare, sornione come un gatto in agguato, appena arrivato il suo momento è scattato.
Chi non lo ha mai ascoltato non può rendersi conto dell’implacabile macinare dei suoi racconti. Comincia da vent’anni prima, divaga su ogni nome, parentela, collegamento; divaga sulle divaga-zioni, salta da un argomento all’altro, ma ritrova sempre il filo. E non lo molla.
Dopo alcuni minuti di micidiale logorrea di questo inarrestabile novantenne abbiamo notato la appena accennata insofferenza del conduttore e degli altri ospiti trasformarsi man mano in una specie di allarmata preoccupazione. E poi arrivati alla mezz’ora diventare vera e propria disperazione, finché la battuta di un coraggioso: “Gianni, ti stacchiamo la batteria!” ha bloccato l’incontinente.
Danilo Rea al piano ha commentato nel suo modo elegante, giocando con i temi dei Beatles, alcuni quasi invisibili filmati muti e in bianco e nero dei concerti. Più che immagini, ectoplasmi.
Era ora di pranzo quando siamo usciti nel sole e nel benedetto vuoto dei sabati romani d’estate. Tutti al mare, e noi in città, finalmente soli!

------------------------------------------

L’archivio del Cavalier Serpente, o meglio la covata di tutte le sue uova avvelenate, sta al caldo nel suo blog. Per andare a visitarlo basta un click su questo link: http://blog.libero.it/torossi

Leggi tutto...
Sottoscrivi questo feed RSS

Contatti

ROCK TARGATO ITALIA
c/o Divinazione Milano Srl
Via Palladio 16 20135 Milano
tel. 02.58310655
info(at)rocktargatoitalia.it

Log In or Sign Up

Password dimenticata? / Nome utente dimenticato?