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L’incubo di un presente distopico: intervista a Pieralberto Valli.

articolo di Roberto Bonfanti

Pieralberto Valli è un musicista dalla sensibilità sopraffina di cui su queste pagine abbiamo già avuto modo di parlare in più di un’occasione, tanto da averlo inserito, grazie al bellissimo album “Numen”, nella rosa dei cinque candidati alla targa come miglior artista emergente in occasione dell’ultima edizione di Rock Targato Italia. Poche settimane fa l’artista romagnolo ha pubblicato un libro intitolato “Trilogia della distanza”: un insieme di tre racconti, ambientati in un futuro distopico drammaticamente simile a ciò che stiamo vivendo in questi mesi, che riflettono in modo profondo e per nulla didascalico su tematiche tragicamente attuali. Un lavoro che merita di essere letto e approfondito. Dunque abbiamo pensato di fare due chiacchiere direttamente con l’autore per farci raccontare qualcosa in più sul romanzo e sulla sua visione delle cose.

Nasci come musicista con ormai sei album alle spalle, fra i Santo Barbaro e i tuoi progetti solisti, ma “Trilogia della distanza” è la tua seconda pubblicazione letteraria. Che differenze e somiglianze trovi fra il lavoro di musicista e quello di scrittore?

Ci sono sicuramente molti punti di contatto. Il primo libro che ho pubblicato, “Finché c'è vita”, è stato quasi completamente scritto utilizzando un registratore vocale. Non è stato scritto, in sostanza, ma auto-dettato. Anche nell'ultima raccolta di racconti, mentre scrivevo, rileggevo a voce alta per capire qual era l'effetto musicale delle parole, quale ritmo creavano, quali immagini suggerivano anche semplicemente da un punto di vista sonoro. La musica vive dentro alle cose che faccio anche quando non si tratta strettamente di musica.

Nei tre racconti di “Trilogia della distanza” tocchi tematiche estremamente attuali ma riesci a evitare la semplice cronaca trasportando tutto in un futuro distopico che rende tutto ancor più chiaro e universale. Come è nata l’esigenza di scrivere questi racconti? E come quella di pubblicarli?

È nata dal bisogno di raccontare il tempo che stiamo vivendo senza parlarne direttamente, un po' come fa la fantascienza, che scrive di robot per parlare di umani, e ambienta le proprie storie nel futuro per descrivere il presente. In questo modo crea un ponte temporale che la distanzia dal quotidiano quel tanto che basta per poter inserire riflessioni e analisi che altrimenti non sarebbero accettabili e verrebbero fermate alla frontiera.

Mentre tornavo da un concerto, proprio pochi giorni prima che tutto venisse recintato, ho sentito il bisogno di rimettere mano ad alcuni racconti che avevo abbozzato nei mesi precedenti, aggiornandoli e rivedendoli nel complesso. Ho scelto i tre che mi sembravano più centrati sulla visione che volevo comunicare, scartandone altri. Ecco, quello che mi ha spinto a rimettere mano a quei racconti è stata una visione di futuro che stava franando sul presente, spazzandolo via.

Come hai vissuto, da musicista e da essere umano, questi mesi? E cosa ti aspetti dal futuro prossimo?

È stato come svegliarsi da un incubo rendendosi conto di essere finiti nell'incubo di qualcun altro. A livello personale la cosa peggiore di questi mesi è il senso di solitudine, e non intendo la reclusione fisica, ma la percezione di essere un esemplare di una specie in via di estinzione. Mi viene in mente l'ultima scena de “Il pianeta delle scimmie” (un'immagine che ho citato anche nel libro) in cui il protagonista, George Taylor, capisce di non essere su un pianeta lontano, ma sulla Terra da cui era partito; solo che quella Terra è irriconoscibile, trasfigurata, totalmente priva di esseri come lui. E su quella Terra la Statua della Libertà è sepolta sulla spiaggia.

Ciò che si nota nel mondo che circonda i protagonisti dei tre racconti è una grande rassegnazione: tutti sembrano accettare passivamente ciò che accade senza porsi nessuna domanda. Il che rispecchia molto ciò che sta accadendo nella realtà. Al tempo stesso, nei tuoi racconti gli slanci di ribellione individuale non portano mai a un vero lieto fine. Siamo davvero senza speranza?

In questo momento storico porsi delle domande è considerato un atto sovversivo e socialmente pericoloso, al di là delle risposte che ciascuno poi si dà. Le vie alternative e impervie del libero pensiero, un tempo glorificate, sono diventate territori minati in cui è facile cadere, in cui è facile ritrovarsi soli. Il silenzio dei nostri presunti intellettuali mi riporta davvero nello scenario di un romanzo distopico, in cui l'oscurità viene spacciata per luce e invade ogni strada, ogni casa, ogni pensiero. Personalmente conservo speranza e la conserverò sempre, perché come il buio segue la luce, così la luce segue il buio; ma quella ribellione individuale di cui parli non porta a un lieto fine proprio perché, nella disgregazione sociale in atto, rimane un atto individuale. Se una speranza esiste, esiste solo collettivamente; e oggi il principio stesso di collettività è sotto attacco.

Nei primi due racconti, ciò che smuove i protagonisti nel cercare di rompere gli schemi imposti è il bisogno di un contatto umano. Può essere quel bisogno a salvarci?

Tutti i racconti ruotano attorno a una distanza da superare, al rischio che bisogna assumersi come individui per colmare quello spazio vuoto che si è creato tra le persone. Quella è l'unica speranza: stendere le braccia per non permettere che la socialità si dissolva; essere ponti umani, fusione di cellule, casse in filodiffusione che diffondono musica bellissima contro la cacofonia della distruzione. In un mondo totalmente focalizzato sul tema della salute, forse dovremmo anche riscoprire il senso della salvezza, renderla di nuovo attuale. Si tratta solo di abbandonare la paura per abbracciare il nostro senso più profondo di umanità.

“Il compleanno” è un racconto che, almeno in apparenza, si distacca un po’ da argomenti di più stretta attualità per andare a toccare molto da vicino i così detti temi etici. Eppure, leggendo il libro nella sua interezza, ci si rende conto di quanto le tematiche siano strettamente legate. Sbaglio? Ti va di dirci la tua a riguardo?

I tre racconti sono strutturati per finire esattamente in quel punto, nel gesto estremo che la nuova fede del futuro esige dai propri cittadini. Non è casuale che il momento scelto sia un compleanno, un momento di raccoglimento, in cui la famiglia celebra i propri riti di comunità. In un periodo in cui si vietano matrimoni e funerali, in cui si vorrebbe entrare fin dentro alle case per vigilare sull'intimità delle persone, quel rito di unità diventa rito di disgregazione, perché sono sempre i simboli a parlarci di noi, a mettere in voce ciò che non osiamo dire. Ma quel punto finale, in cui si arriva al termine del filo della vita, non è che l'inizio di un nuovo filo. E questo mi riporta all'ultimo album che ho pubblicato, in particolare a Eleusi, e mi dimostra ancora una volta che sto cercando di raccontare la stessa storia, attraverso la musica o i libri, da almeno dieci anni.

Chiudiamo tornando alla musica: “Numen” è uscito praticamente un anno fa. Che bilancio fai, a posteriori dell’esperienza del disco? E cosa dobbiamo aspettarci da te in futuro? Stai già lavorando su qualcosa?

Onestamente mi sembra siano passati secoli dall'uscita dell'album; è come se quel disco appartenesse a un altro mondo, a un altro tempo. Ancora prima del disco in sé, mi viene da pensare a tutte le persone che ho incontrato grazie alla musica; nella maggior parte dei casi uomini e donne che già faticavano enormemente a vivere del proprio lavoro. Persone che mi hanno ospitato in casa o in studio, mi hanno aiutato sul palco, mi hanno donato un pezzo della propria vita e della propria professionalità. Ecco, per una volta non vorrei parlare della mia musica e di chi va sul palco, ma di tutti quelli che permettono che la musica sia materia viva, esista per le strade, entri nelle vite di tutti. Per una volta vorrei sedermi tra il pubblico e applaudire loro sul palco. L'Italia si è dimenticata di loro; io no.

Roberto Bonfanti
[scrittore e artista]

www.robertobonfanti.com

 

 

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2020 PREMI ROCK TARGATO ITALIA XXXII EDIZIONE CORONAVIRUS SPECIAL EDITION

ROCK TARGATO ITALIA XXXII EDIZIONE

CORONAVIRUS SPECIAL EDITION

PREMI 2020

Vi segnaliamo i nomi dei vincitori

Rock Targato Italia 2020

Il 28 e 29 settembre si dovevano tenere le Finali Nazionali della trentaduesima edizione di Rock Targato Italia, uno dei contest di scouting più longevi d’Italia, organizzato dall’Associazione Culturale Milano in Musica,

Diversamente dagli altri anni, le selezioni live si sono svolte online dal canale You-tube di Rock Targato Italia e le selezioni sono terminate il 10 settembre 2020. Vi segnaliamo i nomi dei vincitori dei premi in palio escluso il Gran Premio Rock Targato Italia 2020 che per la prima volta non è stato assegnato.

Al Legend Club, invece, sono previsti degli incontri, e saranno consegnati I premi “TARGHE ROCK TARGATO ITALIA 2020” nelle diverse categorie artistiche. www.rocktargatoitalia.it

Tutto si svolgerà nel rispetto delle norme Salva Italia relative alla pandemia del Covid 19.   Quest’anno è stata una edizione speciale che nasce dall’esigenza di trasformare un periodo di crisi in un momento di riflessione e ricerca per provare a riprogettare il futuro della musica e delle arti in maniera innovativa, fluida con sensibilità diverse rispetto al mercato. Non solo festival dunque ma un laboratorio con incontri, sulla musica, per approfondire territori, nuovi spazi ed orizzonti possibili.

I PREMI di Rock Targato Italia dedicati agli Artisti in gara sono:

  • GRAN PREMIO ROCK TARGATO ITALIA.
  • PREMIO STEFANO RONZANI.
  • PREMIO SPECIALE CITTA DI MILANO.
  • PREMIO COMPILATION.

Gran Premio Rock Targato Italia

NON ASSEGNATO

 

Premio Stefano Ronzani

CIELI NERI SOPRA TORINO

Il premio speciale è dedicato al giornalista tra i più geniali della scena italiana.  Curioso, preparato ed attento osservatore delle tendenze musicali, Stefano Ronzani (collaboratore di Tutto Musica e Mucchio Selvaggio),  è stato tra i fondatori di Rock Targato Italia e per 10 anni direttore artistico della manifestazione. Il premio viene dato all’artista con la proposta più ricercata e cultura sociale

Premio Speciale CITTA DI MILANO (online)

 

VRF Project

 

Premio Città di Milano è stato assegnato all’artista segnalato dal pubblico, (in questa edizione per necessità OnlIne). Il vincitore partecipa un proprio brano inedito, nella compilation di Rock Targato Italia

Premio Compilation Rock Targato Italia

Davide Prezzo HeadLigth  - ApneaDowntown MasonRoberto Sarno - Massimo Francescon Band Marco GalloriniLa Stazione dei Pensieri

La compilation è distribuita nei digital-store dall’etichetta Terzo Millennio e promossa dal’Ufficio Stampa Divinazione Milano. Publicazione prevista per il 10 dicembre 2020

Coronavirus Special Edition, Rock Targato Italia reagisce alla difficile e limitante situazione sanitaria a colpi di incontri online, performance in streaming e importanti novità, come  Targhe Speciali Rock Targato Italia!  Le prime tre categorie: MIGLIOR ALBUM – MIGLIOR ARTISTA EMERGENTE - MIGLIOR LIVE, selezionati dal team di ROCK TARGATO ITALIA

Unitamente ai premi, verrà conferito il Premio Speciale Rock Targato Italia a MAURO PAGANI, musicista, produttore, compositore e sperimentatore. Un artista unico e originale, punto di riferimento del panorama artistico-musicale italiano.

I premi saranno consegnati nell’occasione delle Finali Nazionali di Rock Targato Italia a Milano il 28 e 29 settembre 2020

Per maggiori informazioni su nomination e bio motivazionali di selezione si rimanda al sito

 

PIETRO BENEDETTI – FRANCESCO RATTI

Divinazione Milano S.r.l.

Ufficio Stampa, Radio, Tv, Web & Social Network

Via Andrea Palladio n. 16 - 20135 Milano

Tel. 347 3265242 – 331 4203865

e-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

web: www.divinazionemilano.it

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DERIVE IMMOBILI.

Veniamo, o meglio, abbiamo archiviato un periodo di immobilità. Un periodo in cui siamo stati alla deriva appoggiati, seduti o sdraiati sui nostri divani ma ci sentivamo come naufraghi alla deriva. La cosa più terribile è stata quella di non riuscire a capire nel marasma di voci, opinioni, notizie vere e poi false se una qualche forma di terraferma fosse o meno all’orizzonte.

Oggi arranchiamo su una qualche spiaggia continuamente confusi da quelle voci che non sono ancora paghe. Voci che continuano ad alimentare una confusione letale e che contribuiscono all’enorme senso di smarrimento.

Non so voi ma io sono insistentemente colpito da questa sovrapposizione di “verità” spacciate per veritiere che poi risultano fallaci. Nel frattempo, non siamo nemmeno riusciti a seppellire i nostri morti e non possiamo giurare di essere vivi o, quantomeno, di esserlo ancora.

Detto questo, la domanda più ricorrente è di chi sia la colpa. E’ una domanda stupida. Non lo sapremo mai, nel senso di avere una risposta che vorrebbe che chi ha sbagliato pagasse e rispondesse di ciò che abbiamo perso e di ciò che perderemo.

Perché siamo noi che abbiamo sbagliato. Inutile cercare altre responsabilità: la colpa ricade di più su chi ha permesso che il male venisse fatto che su chi lo ha fatto materialmente.

Ci siamo affidati, consegnati a corti dei miracoli che miracoli non facevano, a uomini soli al comando che si affidavano a moltitudini di comitati di tecnici e scienziati che erano tecnicamente e scientificamente confusi … Abbiamo alimentato un circo desueto e spelacchiato in cui tutti cercavano di portare il verbo e, invece, contribuivano al rumore, alla confusione, alla diffusione di allarmismi eccessivi, di allarmi sottovalutati e di menzogne. Tutti alla ricerca dell’applauso del pubblico di prima serata che, peraltro, era assente.

Eravamo tutti a casa inchiodati ai nostri divani, aspettando che riaprissero le gabbie, nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore eravamo a casa pieni di tachipirina, ad aspettare di diventare talmente gravi da farci portare in ospedale. Eh sì, perché abbiamo rivalutato la medicina “medievale” durante questa pandemia.

Ci hanno fermato, resi impotenti e immobili e lasciati alla deriva e non solo glielo abbiamo permesso, abbiamo tifato per loro, li abbiamo proclamati “uomini del destino”.

Siamo partiti con il “ce la faremo” … ora siamo tornati al realismo di ciò che siamo. Naufraghi che cercano qualcuno a cui dare la colpa, qualcuno da insultare, qualcuno da mettere all’indice come untore. Incapaci di assumerci la nostra parte di responsabilità. In quanti ci siamo alzati? In quanti abbiamo esclamato “così non va bene”?

Siamo fermi sulla superficie. Siamo in attesa che la corrente ci porti da qualche parte. L’approdo più probabile sarà quello di oltre un milione di nuovi disoccupati, decine di migliaia di imprese chiuse o fallite, un aumento esponenziale del nostro debito, altro cemento, altra CO2, altre tragedie planetarie … Le conseguenze della pandemia, mi direte. Vero. Ma sono anche le conseguenze del Grande Gioco. Per chi tiene il banco, la pandemia è diventata una nuova opportunità.

E adesso?

Adesso, ci hanno ributtato in acqua. Ma non è stato il gesto pietoso del pescatore sportivo … Saremo troppo deboli e troppo soli per sopravvivere all’oceano. Galleggeremo sopra abissi così profondi che ci vorranno molte generazioni per colmarli, in una persecuzione che durerà decenni. E loro scommetteranno sulle nostre bucce.

A meno che … A meno che, non si cambino le regole del gioco. E’ un gioco stupido: pochissimi vincono, le moltitudini perdono, i popoli perdono. Ma sembra che i popoli siano più interessati a trovare il colpevole delle loro sventure, più che impegnarsi per un vero cambiamento … Si poteva fare. Il virus sembrava averci resi più consapevoli della nostra arroganza e fragilità.

Di colpevoli, da più parti ve ne indicheranno molti. Potrete sfogare su di loro le vostre frustrazioni e la vostra rabbia. Il problema? Nessuno di loro è il vero colpevole. O meglio, lo è ne più ne meno di quanto lo siate voi.

Non volete altri Coronavirus (o virus e sventure globali di altro tipo)? Allora dovete impegnarvi per rivedere il modello: devono viaggiare le persone e non le merci, dovete capire che non possiamo permetterci un pianeta abitato da dieci miliardi di voraci parassiti come gli umani, dovete rimettere in piedi gli eco sistemi che avete massacrato, smetterla di perdere territorio per colpa della cementificazione, smetterla di perdere bio-diversità, invertire il processo di proliferazione di rifiuti, CO2 e degli altri agenti inquinanti.

Invece, chi vi governa (e non solo non lo avete eletto democraticamente ma non sapete nemmeno della sua esistenza) e inganna, vi ha convinto che i cinesi sono buoni o cattivi a seconda delle opportunità che la contingenza vi mette davanti, così il nero, il lombardo? Oggi va il nord-africano! Sotto con il maghrebino.

Io non parteciperò a questo stupido convivio. Non mi importa di chi sia la colpa anche perché lo so già. Mi interessa che noi ci si impegni per risolvere il problema e si inneschi un mutamento virtuoso, più rispettoso dell’umanità e dell’ambiente che permetta la nostra sopravvivenza. Interessa la sopravvivenza?

Non preoccupatevi! Non datemi retta. Sono solo un visionario. Andate tranquilli, tanto vi danno il monopattino elettrico, il supermercato rifornito, vi portano a casa il pranzo, il televisore, il nuovo tablet … Che vi frega del resto.

Rimanete pure immobili alla deriva in attesa della prossima tempesta. Io, però, ho una notizia per voi: la tempesta non è mai finita.

Anzi, quella vera non è ancora cominciata.

di Paolo Pelizza

©2020 Rock targato Italia

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Gianluca Chierici esce con “Inferno Bianco” per Fallone Editore.

Inferno Bianco, 12 poesie o un poema contemporaneo?

 Dietro ad una vena compositiva prolifica c’è, quasi sempre, un’istanza o un’urgenza.

Per questo Gianluca Chierici, di cui vi avevamo già raccontato del precedente libro “Devi ancora inventare Euridice”, esce con “Inferno Bianco” per Fallone Editore.

Succede in questo modo: mi comunica che ha scritto un altro libro di poesie, me lo manda, arriva e io comincio a leggerlo.

Difficile, ad una prima occhiata, capire con cosa ho a che fare. L’asticella è ancora più in alto. Mi faccio aiutare dalla prefazione, ottimamente composta da Vincenzo Frugillo. Sento che sto cominciando a scalfire la superficie.

Intanto, la dicitura “12 poesie” sulla copertina può ulteriormente depistare. I “pezzi” sono davvero dodici ma fanno parte di un unicum, un poema breve se mi passate questa definizione. Inferno Bianco ha molti livelli di lettura e comprensione, si apprezza la musica ma anche e soprattutto la stratificazione di significati e significanti, l’evocazione e le suggestioni.

Come T.S. Eliot ci “colloca” nel mese più crudele, Chierici ci invita nella bianca perfidia. Una perfidia che non può essere vinta, combattuta dal segno, dai suoni, dai simboli e dal verbo. In una lotta che eternamente accade.

E’ una nuova drammaturgia. Con il mito, che svettava contro il logos nell’opera precedente, che rimane all’interno, adatto ed attuale dentro a questo conflitto.

E’ difficile penetrare profondamente, attraversare i livelli ma ogni rilettura è una nuova scoperta e apre a ad altri “tesori”, per dirla con Indiana Jones.

Ogni parallelo storico o mitologico è critico con la modernità, ogni celebrazione di gesta, ogni tentativo di liberare la “verità” cela altri significati, simbolismi e miti antichi, moderni e post moderni.

Non vi è (e come potrebbe?) alcuna conclusione morale o moraleggiante. Solo lo smarrimento in un horror pleni fatto di voci  sovrapposte, di opinioni, di mistificazioni vacue che sono, per l’appunto, rumore bianco.

Il tempo e i tempi, altro pilastro di Inferno Bianco sovrappongono epoche, mitologie, superstizioni, religioni e filosofie spappolandole e distribuendole in tutta l’opera. E’ un circolo ma, non necessariamente, l’eterno ritorno degli antichi e del mito che sosteneva il lavoro precedente. E’ più ininfluente come se il passare, l’evolversi sia stato vano o poco significativo ma gestito con aritmetica precisione: scandisce l’opera e anche la lettura della stessa.

Leggere questo libro (l’ho fatto più volte e spesso mi sono trovato a sfogliarlo anche nelle pause dal lavoro) mi ha messo di fronte ad una sorta di inadeguatezza, di necessità di crescita.

Per concludere, dopo avere aperto Inferno Bianco ho percepito la consapevolezza che privarmene sarebbe stato non solo impossibile ma, anche, innaturale.

di Paolo Pelizza

© 2020 Rock targato Italia

 

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