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Qualcosa da tacere di Massimo Ansaldo

"Qualcosa da tacere" di Massimo Ansaldo

 - In una Genova definita da uno dei protagonisti 'impalpabile e perennemente distratta', la famiglia Sperlinghi viene sconvolta dallo stupro della figlia minore Michelle. Il padre, l'ingegner Giorgio, erede di una delle dinastie più influenti e facoltose della città, scatena la caccia ai colpevoli, aiutato dal suo uomo di fiducia Gualtiero. Sospetta che i mandanti siano da ricercare tra gli imprenditori rivali nei traffici internazionali, interessati a sottrargli il lucroso commercio delle Terre Rare.

Michelle, sconvolta dall’accaduto, è in grado di ricordare e di riconoscere i suoi aggressori.

Nel frattempo, due giovani balordi, Andrea Giuppini e Giulio Senese, insieme ad alcuni personaggi underground dei vicoli di Genova, si rendono presto conto di essere diventati inconsapevoli pedine di un gioco più grande di loro.

I carabinieri Andusi, Scoglio e Romanazzi conducono le indagini ufficiali, rallentati da esasperati protagonismi e sospetti reciproci con la Procura.

Finalmente la verità emergerà a poco a poco, in una alternanza di colpi di scena; rimescolando le certezze che tutti i protagonisti credevano di aver acquisito.

Sarà per loro l’occasione di afferrare l'ultimo barlume di speranza, alla condizione, però, che rimanga qualcosa da tacere di sè e del proprio passato.

 

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FRANCO BATTIATO - ALDO NOVE

Sperling & Kupfer
14 x 21 cm
brossura
256 pp.
17,90 €
In libreria il 27 ottobre


www.sperling.it
FRANCO BATTIATO
ALDO NOVE

I suoni erano inauditi, ma facevano parte di me. Rarefazioni che avevo pur vissuto, anche se mai trovate espresse nel panorama musicale che mi circondava. Come un viaggio in abissi che contenevo.
In un altro spazio.
In un altro tempo..

La facoltà dello stupore: è questo il nucleo attorno al quale orbita l’intera esperienza artistica di Franco Battiato, la matrice che accomuna tutti i brani della sua vastissima produzione. La sua musica è un dono, un invito a smarrirsi per poi ritrovarsi; è un’esortazione a sperimentare continue incursioni in un altrove sconosciuto, negli infiniti «mondi lontanissimi» che possono aprirsi lungo il cammino delle nostre vite. Ed è proprio questo «senso di stupore inaudito» il sentimento dal quale prende le mosse Aldo Nove per ripercorrere la parabola umana e creativa del musicista siciliano e illuminare le incessanti peregrinazioni dello spirito che la alimentano.
Nelle pagine di Franco Battiato, di Aldo Nove, edito da Sperling & Kupfer, si ha modo di conoscere un giovanissimo Battiato che a Riposto, in Sicilia, trascorre interi pomeriggi ad ascoltare i suoni della natura, con l’inquietudine di chi ha sempre voglia di andare via; anni dopo, a Roma, lo si vede incassare il «le faremo sapere» dei discografici, per poi seguirlo a Milano, dove muoverà i primi passi nel mondo della musica e si imporrà all’attenzione del pubblico e della critica come una delle voci più originali del momento. Si legge di incontri sorprendenti, di turbamenti capaci di trasformarsi in musiche e parole, in suoni che sembrano provenire dal recesso dell’anima e hanno la forza di dilatare il tempo e lo spazio. Il lettore viene condotto per mano nei meandri dell’opera di uno dei più grandi geni della musica contemporanea e sarà chiamato a cogliere i «frammenti dell’infinito» disseminati lungo un percorso musicale ed esistenziale di rara intensità.
Infine, si leggono le parole d’amore e di riconoscenza di un grande scrittore nei confronti di un uomo in grado come pochi altri di trascendere i confini, di guardare oltre le cose.

ALDO NOVE è nato a Viggiù, in provincia di Varese, nel 1967. Il suo primo libro, Woobinda, è stato pubblicato da Castelvecchi nel 1996. Per Einaudi sono apparsi Puerto Plata Market (1997), Superwoobinda (1998), Amore mio infinito (2000), La più grande balena morta della Lombardia (2004), Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese… (2006) e La vita oscena (2010). Nel 2014 ha pubblicato per Bompiani Tutta la luce del mondo e l’anno dopo ha dato alle stampe per Mondadori Electa Un bambino piangeva. Nel 2016 è uscito Anteprima mondiale per La nave di Teseo e nel 2018 Il professore di Viggiù per Bompiani. Nella «Collezione di poesia» Einaudi sono usciti Nelle galassie oggi come oggi. Covers (2001), Maria (2007), A schemi di costellazioni (2010), Addio mio Novecento (2014), Poemetti della sera (2020).

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DERIVE IMMOBILI.

Veniamo, o meglio, abbiamo archiviato un periodo di immobilità. Un periodo in cui siamo stati alla deriva appoggiati, seduti o sdraiati sui nostri divani ma ci sentivamo come naufraghi alla deriva. La cosa più terribile è stata quella di non riuscire a capire nel marasma di voci, opinioni, notizie vere e poi false se una qualche forma di terraferma fosse o meno all’orizzonte.

Oggi arranchiamo su una qualche spiaggia continuamente confusi da quelle voci che non sono ancora paghe. Voci che continuano ad alimentare una confusione letale e che contribuiscono all’enorme senso di smarrimento.

Non so voi ma io sono insistentemente colpito da questa sovrapposizione di “verità” spacciate per veritiere che poi risultano fallaci. Nel frattempo, non siamo nemmeno riusciti a seppellire i nostri morti e non possiamo giurare di essere vivi o, quantomeno, di esserlo ancora.

Detto questo, la domanda più ricorrente è di chi sia la colpa. E’ una domanda stupida. Non lo sapremo mai, nel senso di avere una risposta che vorrebbe che chi ha sbagliato pagasse e rispondesse di ciò che abbiamo perso e di ciò che perderemo.

Perché siamo noi che abbiamo sbagliato. Inutile cercare altre responsabilità: la colpa ricade di più su chi ha permesso che il male venisse fatto che su chi lo ha fatto materialmente.

Ci siamo affidati, consegnati a corti dei miracoli che miracoli non facevano, a uomini soli al comando che si affidavano a moltitudini di comitati di tecnici e scienziati che erano tecnicamente e scientificamente confusi … Abbiamo alimentato un circo desueto e spelacchiato in cui tutti cercavano di portare il verbo e, invece, contribuivano al rumore, alla confusione, alla diffusione di allarmismi eccessivi, di allarmi sottovalutati e di menzogne. Tutti alla ricerca dell’applauso del pubblico di prima serata che, peraltro, era assente.

Eravamo tutti a casa inchiodati ai nostri divani, aspettando che riaprissero le gabbie, nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore eravamo a casa pieni di tachipirina, ad aspettare di diventare talmente gravi da farci portare in ospedale. Eh sì, perché abbiamo rivalutato la medicina “medievale” durante questa pandemia.

Ci hanno fermato, resi impotenti e immobili e lasciati alla deriva e non solo glielo abbiamo permesso, abbiamo tifato per loro, li abbiamo proclamati “uomini del destino”.

Siamo partiti con il “ce la faremo” … ora siamo tornati al realismo di ciò che siamo. Naufraghi che cercano qualcuno a cui dare la colpa, qualcuno da insultare, qualcuno da mettere all’indice come untore. Incapaci di assumerci la nostra parte di responsabilità. In quanti ci siamo alzati? In quanti abbiamo esclamato “così non va bene”?

Siamo fermi sulla superficie. Siamo in attesa che la corrente ci porti da qualche parte. L’approdo più probabile sarà quello di oltre un milione di nuovi disoccupati, decine di migliaia di imprese chiuse o fallite, un aumento esponenziale del nostro debito, altro cemento, altra CO2, altre tragedie planetarie … Le conseguenze della pandemia, mi direte. Vero. Ma sono anche le conseguenze del Grande Gioco. Per chi tiene il banco, la pandemia è diventata una nuova opportunità.

E adesso?

Adesso, ci hanno ributtato in acqua. Ma non è stato il gesto pietoso del pescatore sportivo … Saremo troppo deboli e troppo soli per sopravvivere all’oceano. Galleggeremo sopra abissi così profondi che ci vorranno molte generazioni per colmarli, in una persecuzione che durerà decenni. E loro scommetteranno sulle nostre bucce.

A meno che … A meno che, non si cambino le regole del gioco. E’ un gioco stupido: pochissimi vincono, le moltitudini perdono, i popoli perdono. Ma sembra che i popoli siano più interessati a trovare il colpevole delle loro sventure, più che impegnarsi per un vero cambiamento … Si poteva fare. Il virus sembrava averci resi più consapevoli della nostra arroganza e fragilità.

Di colpevoli, da più parti ve ne indicheranno molti. Potrete sfogare su di loro le vostre frustrazioni e la vostra rabbia. Il problema? Nessuno di loro è il vero colpevole. O meglio, lo è ne più ne meno di quanto lo siate voi.

Non volete altri Coronavirus (o virus e sventure globali di altro tipo)? Allora dovete impegnarvi per rivedere il modello: devono viaggiare le persone e non le merci, dovete capire che non possiamo permetterci un pianeta abitato da dieci miliardi di voraci parassiti come gli umani, dovete rimettere in piedi gli eco sistemi che avete massacrato, smetterla di perdere territorio per colpa della cementificazione, smetterla di perdere bio-diversità, invertire il processo di proliferazione di rifiuti, CO2 e degli altri agenti inquinanti.

Invece, chi vi governa (e non solo non lo avete eletto democraticamente ma non sapete nemmeno della sua esistenza) e inganna, vi ha convinto che i cinesi sono buoni o cattivi a seconda delle opportunità che la contingenza vi mette davanti, così il nero, il lombardo? Oggi va il nord-africano! Sotto con il maghrebino.

Io non parteciperò a questo stupido convivio. Non mi importa di chi sia la colpa anche perché lo so già. Mi interessa che noi ci si impegni per risolvere il problema e si inneschi un mutamento virtuoso, più rispettoso dell’umanità e dell’ambiente che permetta la nostra sopravvivenza. Interessa la sopravvivenza?

Non preoccupatevi! Non datemi retta. Sono solo un visionario. Andate tranquilli, tanto vi danno il monopattino elettrico, il supermercato rifornito, vi portano a casa il pranzo, il televisore, il nuovo tablet … Che vi frega del resto.

Rimanete pure immobili alla deriva in attesa della prossima tempesta. Io, però, ho una notizia per voi: la tempesta non è mai finita.

Anzi, quella vera non è ancora cominciata.

di Paolo Pelizza

©2020 Rock targato Italia

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Gianluca Chierici esce con “Inferno Bianco” per Fallone Editore.

Inferno Bianco, 12 poesie o un poema contemporaneo?

 Dietro ad una vena compositiva prolifica c’è, quasi sempre, un’istanza o un’urgenza.

Per questo Gianluca Chierici, di cui vi avevamo già raccontato del precedente libro “Devi ancora inventare Euridice”, esce con “Inferno Bianco” per Fallone Editore.

Succede in questo modo: mi comunica che ha scritto un altro libro di poesie, me lo manda, arriva e io comincio a leggerlo.

Difficile, ad una prima occhiata, capire con cosa ho a che fare. L’asticella è ancora più in alto. Mi faccio aiutare dalla prefazione, ottimamente composta da Vincenzo Frugillo. Sento che sto cominciando a scalfire la superficie.

Intanto, la dicitura “12 poesie” sulla copertina può ulteriormente depistare. I “pezzi” sono davvero dodici ma fanno parte di un unicum, un poema breve se mi passate questa definizione. Inferno Bianco ha molti livelli di lettura e comprensione, si apprezza la musica ma anche e soprattutto la stratificazione di significati e significanti, l’evocazione e le suggestioni.

Come T.S. Eliot ci “colloca” nel mese più crudele, Chierici ci invita nella bianca perfidia. Una perfidia che non può essere vinta, combattuta dal segno, dai suoni, dai simboli e dal verbo. In una lotta che eternamente accade.

E’ una nuova drammaturgia. Con il mito, che svettava contro il logos nell’opera precedente, che rimane all’interno, adatto ed attuale dentro a questo conflitto.

E’ difficile penetrare profondamente, attraversare i livelli ma ogni rilettura è una nuova scoperta e apre a ad altri “tesori”, per dirla con Indiana Jones.

Ogni parallelo storico o mitologico è critico con la modernità, ogni celebrazione di gesta, ogni tentativo di liberare la “verità” cela altri significati, simbolismi e miti antichi, moderni e post moderni.

Non vi è (e come potrebbe?) alcuna conclusione morale o moraleggiante. Solo lo smarrimento in un horror pleni fatto di voci  sovrapposte, di opinioni, di mistificazioni vacue che sono, per l’appunto, rumore bianco.

Il tempo e i tempi, altro pilastro di Inferno Bianco sovrappongono epoche, mitologie, superstizioni, religioni e filosofie spappolandole e distribuendole in tutta l’opera. E’ un circolo ma, non necessariamente, l’eterno ritorno degli antichi e del mito che sosteneva il lavoro precedente. E’ più ininfluente come se il passare, l’evolversi sia stato vano o poco significativo ma gestito con aritmetica precisione: scandisce l’opera e anche la lettura della stessa.

Leggere questo libro (l’ho fatto più volte e spesso mi sono trovato a sfogliarlo anche nelle pause dal lavoro) mi ha messo di fronte ad una sorta di inadeguatezza, di necessità di crescita.

Per concludere, dopo avere aperto Inferno Bianco ho percepito la consapevolezza che privarmene sarebbe stato non solo impossibile ma, anche, innaturale.

di Paolo Pelizza

© 2020 Rock targato Italia

 

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